Il nuovo Egitto di al-Sisi si scopre campione regionale di condanne a
morte. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato ieri dall’Osservatorio
Egiziano di Diritti e Libertà (EOFR), un’organizzazione non governativa
nata all’indomani del golpe ai danni del presidente islamista eletto
Mohamed Morsi. Secondo il resoconto mensile diffuso dall’EOFR 194
persone sono state condannate alla pena capitale solo nel primo
trimestre del 2015, mentre altre 2.381 sono state sentenziate a un
totale di 11.666 anni di carcere sempre nei primi tre mesi dell’anno.
Secondo l’EOFR, che si occupa di tenere il conto mensile delle condanne e di monitorare i processi che hanno luogo nel paese,
cinque dibattimenti su 148 sono stati giudicati da tribunali militari,
pratica che diverrà ancora più usata in Egitto a seguito della
promulgazione, lo scorso febbraio, della legge anti-terrorismo:
alle Forze Armate spetta infatti la giurisdizione su gran parte delle
strutture pubbliche del Paese (università, centrali elettriche, ponti,
ferrovie e tutte le proprietà dello Stato) e i manifestanti possono
essere condannati da corti militari con l’accusa di aver “attaccato le
istituzioni dello Stato”.
Le autorità egiziane hanno arrestato migliaia di attivisti laici e
sostenitori dei Fratelli musulmani da quando l’esercito, guidato
dall’attuale presidente Abd al-Fattah as-Sisi, ha deposto nel luglio del
2013 con un golpe militare il presidente islamista Mohammed Morsi. Al
golpe sono seguite una serie di misure repressive per schiacciare ogni
tipo di dissenso: nel novembre dello stesso anno una legge emanata dalla Giunta militare metteva di fatto un freno alle manifestazioni in strada, vietandole se non autorizzate.
Il mese seguente il generale al-Sisi, non ancora presidente,
dichiarava la Fratellanza organizzazione terroristica. Le prigioni si
riempivano di dissidenti islamisti e di attivisti laici: nel
2014 le organizzazioni internazionali hanno contato 509 condanne a
morte, un numero che ha dato all’Egitto il primato nella regione con il
65 per cento delle pene capitali di tutto il Medio Oriente e Nord Africa.
Delle 509 condanne a morte spiccate, solo una è stata finora eseguita: Mahmoud
Ramadan Mahmoud Ramadan, condannato lo scorso anno per aver lanciato un
adolescente da un tetto ad Alessandria durante disordini seguiti alla
cacciata di Morsi, è stato giustiziato per impiccagione il 7 marzo
scorso. Una condanna controversa, secondo Amnesty
International, basata su “prove troppo deboli” che aveva spinto persino
l’Unione Africana a chiedere all’Egitto di posporre la sentenza per
“un’ulteriore investigazione”.
Ora si attende il parere del gran Mufti sul caso di Mohamed
Badi’, guida suprema dei Fratelli Musulmani condannato assieme ad altri
13 esponenti islamisti alla pena di morte lo scorso marzo.
Badi’, come si legge nella sentenza pronunciata dal tribunale di Giza,
avrebbe causato “caos e attacchi contro la polizia e le istituzioni
dello Stato”, ovvero il suo movimento avrebbe partecipato attivamente
alle proteste scoppiate dopo la deposizione del presidente Morsi,
proteste violentissime in cui i militari uccisero circa 600 persone.
Secondo la legge egiziana, prima che abbia luogo una sentenza
capitale, si richiede l’opinione religiosa del mufti sebbene il parere
di quest’ultimo non sia vincolante ai fini dell’esecuzione della pena
che, quasi sicuramente, sarà confermata l’11 aprile.
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