Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/02/2017

La Germania non premia i poliziotti fascisti, nemmeno se hanno ucciso Amri

L’Italia è lo zimbello d’Europa anche per certe cose, non solo per “la fatica” con cui gestisce il proprio debito pubblico. Un paese in cui è lo stesso Stato – l’amministrazione e i funzionari, quel che resta fermo nel tempo mentre i vertici politici nazionali o locali cambiano – a concepirsi al di sopra e al di fuori della legge. Come se l’essere investiti di un potere (specie se poliziesco-militare) autorizzasse a inventarsi una legislazione parallela.

Un paese amputato della coscienza di sé, dove persino i giornalisti che vorrebbero ergersi a “moralizzatori” preferiscono infierire sui “furbetti del cartellino” o della “104 il venerdì o lunedì” (intollerabili e indifendibili, sicuramente, ma in fondo innocui), piuttosto che con gli assassini in divisa alle prese con “l’aver esagerato” in pratiche violente per loro “normali e legali”.

Lasciamo perdere la lunghissima lista degli omicidi di innocenti (da Cucchi ad Aldrovandi, da Uva a Magherini, ecc.) e affrontiamo un caso che sarebbe addirittura da medaglia al valore: la sparatoria in cui è stato freddato il ventiquattrenne Anis Amri, autore della strage di Berlino, con un camion lanciato sulla folla dopo averne ucciso l’autista.

I giornali nazionali, presi dall’orgoglio per il “successo nella lotta al terrorismo internazionale” avevano messo velocemente la sordina su un dettaglio scabroso. Scabroso, perlomeno, per quanti ritengono che in un paese democratico i fascisti non debbano avere né cittadinanza, né uno stipendio statale, e tantomeno una divisa con annessa pistola. Non per pregiudizio, ma per post-giudizio – diciamo così – visto che il fascismo lo abbiamo sperimentato per venti anni e ne siamo usciti solo “grazie” ad una devastante guerra mondiale e alla rivolta popolare sfociata nella Resistenza partigiana.

Al di là della cultura politica, comunque, resterebbe il fatto che la Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista e una legge – che porta il nome di un ex ministro democristiano, Mancino – ne vieta le manifestazioni.

Che succede quando dei poliziotti o dei militari esibiscono pubblicamente la propria fede fascista? I superiori diretti fanno finta di niente o tirano su un sorrisetto di sufficienza, i sindacati di polizia blaterano di “libertà di opinione” (per un crimine vietato dalla Costituzione e dalla legge!), i giornalisti minimizzano, le autorità politiche si girano dall'altra parte.

Ma questo solo in Italia.

In Germania, invece, dove pure l’esercizio della repressione non conosce “tenerezze” verso nessuno (basti ricordare gli omicidi di Stammheim e la deprivazione sensoriale per i prigionieri politici), e ampie zone grige persistono ancora negli apparati (diversi omicidi di migranti, compiuti da neonazisti, erano stati "coperti" da polizia e servizi segreti), si mantiene un briciolo di rispetto formale per le leggi della democrazia.

La lunga premessa era necessaria per inquadrare l’importanza e la serietà della notizia proveniente da Berlino. Il governo tedesco, secondo il giornale popolare Bild, stava per dare una medaglia a Cristian Movio e a Luca Scatà, i due agenti che il 23 dicembre scorso, a Sesto San Giovanni (Milano), avevano ucciso Anis Amri rispondendo al fuoco aperto dallo jihadista durante un controllo casuale. Poi ha deciso di lasciar perdere.

Perché mai? In fondo quei due avevano in qualche modo fatto giustizia per un crimine che aveva sconvolto la Germania, depotenziando obiettivamente le critiche rivolte al governo e alle forze dell’ordine di quel paese che se l’erano fatto sfuggire di mano.

Il problema – un “non problema” per dirigenti di polizia, governo e stampa italiani – è che i due agenti, nei loro profili social, esibivano un florilegio di fraseologia fascista impossibile da minimizzare per qualunque governo democratico.

Per quanto il ministero dell’Interno italiano avesse provato a nascondere la circostanza cancellando i loro profili, in Internet nulla viene davvero buttato via per sempre. E dunque anche i governanti tedeschi hanno potuto ammirare l’agente Scatà – quello che aveva sparato ad Amri – farsi fotografare mentre fa il saluto romano; mentre commenta una foto di Mussolini definendo “infami” e “traditori” gli italiani che lo avevano combattuto (e che gli pagano lo stipendio); fino a un post in cui afferma che non festeggerà il 25 aprile (Festa della Liberazione) perché lui è «dalla parte di quella Italia, di quegli italiani, che non tradirono e non si arresero».

L’agente Movio – quello che era rimasto ferito – si limitava invece più sobriamente a condividere posti fascio-razzisti contro gli immigrati, più una bottiglia di Coca-Cola con la scritta “Adolf”.

Quanto basta per convincere qualsiasi tedesco dotato di normale cervello che i due agenti sono impresentabili come “eroi” da premiare, in un paese che i conti con il passato ha provato a farli molto più seriamente dell’Italia.

Quindi niente medaglia e niente menzioni d’onore. Nessun partito politico tedesco ha criticato la decisione, e persino dalla Csu (variante bavarese della Cdu di Merkel, storicamente ancora più a destra) si è plaudito alla scelta: «la decisione del governo federale di non dare un’onorificenza a questi due poliziotti è assolutamente corretta a causa della loro ovvia attitudine neofascista».

p.s. Volete la conferma di quanto sia ormai infima la “coscienza democratica” della stampa italiana? Il corrispondente da Berlino del Corriere della Sera, Danilo Taino, nel dare la notizia afferma: “Da semplici fotografie e post è difficile stabilire quali siano gli orientamenti politici dei due poliziotti italiani”. Ohibò, e dire che ormai molti reati vengono prevenuti o repressi (la pedofilia, per esempio) proprio monitorando attentamente i social...

Poi ci siamo ricordati che Taino era tra i “68 sessantottini” che avevano firmato un manifesto per il “sì” alla controriforma costituzionale Renzi-Boschi. E allora tutti i conti tornano...

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25/12/2016

L’uccisione di Anis Amri. Un colpo di fortuna e tanta “narrazione”

Qualche considerazione tecnica va fatta, a proposito dell'uccisione del “pericoloso jihadista” bloccato a Sesto San Giovanni.

La retorica governista l'ha dipinta come una grande operazione o anche con la “dimostrazione che lo Stato c'è” (Gentiloni dixit).

Che Anis Amri fosse un uomo pericoloso, non c'è dubbio. I 12 morti di Berlino stanno lì a dimostrarlo. Qualche dubbio invece va sollevato sul fiume di chiacchiere che puntano a “gonfiare” la sua statura di “terrorista” per innalzare al cielo – per contrasto – l'abilità dello Stato italiano (con una malcelata punta di sciovinismo efficentista nei confronti degli insopportabili “colleghi” tedeschi e francesi).

Possiamo credere che Anis Amri fosse un professionista del terrore? Dal punto di vista militare, certamente no. Quel che ha fatto è qualcosa di abbastanza semplice, in una società industriale complessa, interconnessa e aperta come quella in cui viviamo. Si è impossessato di un tir – forse dopo aver chiesto un passaggio, per avere il tempo di sbirciare sui comandi di guida – ha ucciso l'autista e poi ha lanciato il bestione su un mercatino di Natale, in un grande viale della capitale tedesca.

Quali armi aveva? Forse un coltello, sicuramente una pistola. Una calibro 22, a canna corta, normalmente definita “da borsetta”, consigliata alle donne che temono aggressioni. Un'arma che può essere mortale – per dimensione e velocità del proiettile – solo a bruciapelo o a brevissima distanza (come nella cabina del tir, appunto).

Un'arma altamente imprecisa in campo aperto, in mezzo alla strada, a meno di non essere utilizzata da un tiratore specializzato su quel modello. Come battuta, gli esperti usano dire che “a dieci metri non prenderesti una mucca”.

Un'arma dunque “rimediata” in uno dei tanti circuiti illegali di basso livello, non certo un raffinato strumento da killer professionale o “terrorista” ben addestrato. Lo testimonia la ricostruzione data delle sue mosse al momento del fermo. Un po' di agitazione che attira l'attenzione dei poliziotti (solo, alle tre di notte, in mezzo a un piazzale di stazione), una frase farfugliata in italiano per tranquillizzare i poliziotti (“sono calabrese”, ossia un connazionale, dunque non pericoloso), un modo di avere il tempo di estrarre la pistola da borsetta, sparare a quello più vicino per poi cercar riparo dietro la volante. Ossia dal lato dell'altro poliziotto (ancora in prova!), che lo colpisce da breve distanza.

Militarmente, un disastro da dilettanti.

Già il fatto di girare alle tre di notte illumina l'assoluta assenza di addestramento. A quell'ora chiunque ha un'alta probabilità di esser fermato per accertamenti; figuriamoci un extracomunitario.

Tutte le altre domande da giornalisti sono prive di senso: come ha fatto a girare per tre paesi europei senza incappare in controlli? Qualunque cittadino europeo può circolare per anni interi attraverso i paesi di Shangen senza mai venir controllato; se ci pensate un attimo è successo anche a voi.

Un uomo pericoloso, dunque. Non un “professionista del terrore”. Un aspirante martire sopravvissuto al suo “gran colpo” e poi in fuga per il continente, senza alcun piano studiato in anticipo (se avevi scelto di morire, non serve...).

Cosa resta dunque della retorica governista? Nulla. Una botta di fortuna, oltretutto capita qualche ora dopo. Un po' come vincere alla lotteria e raccontare in giro di “aver lavorato tanto”...

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24/12/2016

I nomi degli agenti resi pubblici da un governo con ansie da prestazione

Divampa sui social media la polemica per la fregola con cui il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha diramato i nomi dei due agenti di polizia che a Milano hanno ucciso Anis Amri, l’attentatore di Berlino. "Grazie a Christian Movio e Luca Scatà, due giovani agenti che fanno onore a tutte le forze dell'ordine", si era affrettato a scrivere Gentiloni sul suo profilo Twitter. Ma anche nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, Gentiloni, in evidente ansia di successi, aveva esplicitato: "Una gratitudine speciale va al giovane agente Cristian Movio, rimasto ferito nell'operazione di Sesto San Giovanni, e al suo collega Luca Scatà: hanno mostrato coraggio e capacità professionali". Nel corso della mattinata era stato poi lo stesso ministero dell'Interno a diffondere la fotografia dal letto d'ospedale di Movio, l'agente rimasto ferito nella sparatoria.

Ma la fretta di ascrivere al nuovo governo un successo da distribuire a piene mani, ha raccolto commenti negativi e i post indignati per la decisione – chiaramente anomala – di rendere note generalità e foto che possano ora mettere a repentaglio la sicurezza dei due poliziotti. Una prassi sistematicamente evitata negli anni della lotta armata in Italia, tra gli anni ’70 e ’80, ma anche nelle operazioni contro la criminalità organizzata, in particolare le squadre catturandi.

Per mettere una toppa, il questore di Milano Antonio De Iesu ha reso noto che, "per motivi di sicurezza, i profili Facebook degli agenti Luca Scatà e Cristian Movio sono stati oscurati". In uno di essi, tra l’altro, compaiono immagini non certo edificanti come foto di Mussolini, saluti romani ed altro.

Si cerca intanto di ricostruire il viaggio di Anis Amri. Fuggito dalla Germania dopo l’attentato al mercatino di Berlino e arrivato poi in Francia. L'ultimo viaggio è iniziato nella stazione di Chambery, dove Amri è arrivato proveniente dalla Germania. Senza documenti, senza libri o testi scritti, senza telefono, con pochi soldi e pochissimi effetti personali. A Chambery, Amry è salito su un treno diretto in Italia ed è arrivato a Torino attorno alle 20.30. Qui Amri è rimasto circa tre ore e, non avrebbe avuto contatti con alcuno. La Digos ha acquisito le immagini delle telecamere di sicurezza per cercare di ricostruire i suoi spostamenti e verificare eventuali incontri. Quel che è certo è che Amry Anis arriva in stazione Centrale, a Milano, attorno all'una di notte e poi, secondo alcune fonti con un bus navetta ha raggiunto Sesto San Giovanni dove è stato intercettato dai poliziotti di una volante e ucciso.

Ai dati delle indagini si aggiunge il video diffuso dall'agenzia di stampa Amaq, legata allo Stato islamico, video in cui Anis Amri, giura fedeltà all'Isis e dichiara il suo desiderio di vendicare i musulmani uccisi dagli attacchi aerei in Siria e Iraq. Secondo la pagina web Site che monitora le attività dei jihadisti online, il video risale a prima dell'attentato di Berlino. Nel video, Amri promette vendetta per i raid aerei contro musulmani e afferma di voler punire i "mangiatori di maiale" e di voler diventare uno "shaheed", (martire, ndr) Secondo l'analisi di Site il video è stato girato in modo amatoriale, quindi non attraverso il circuito “professionale” dell’apparato mediatico dell’Isis.

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23/12/2016

Ucciso a Milano il tunisino ricercato per l’attentato di Berlino

Anis Amri, il giovane tunisino di 24 anni ricercato per l'attentato di Berlino, è stato ucciso questa notte dalla polizia a Sesto San Giovanni, nell'hinterland di Milano.

L'uomo è stato ucciso durante un conflitto a fuoco con la polizia, ufficialmente durante un normale controllo stradale in piazza Primo Maggio a Sesto San Giovanni, intorno alle tre di questa notte. Amri avrebbe estratto una pistola e sparato agli agenti di una volante che hanno risposto al fuoco uccidendolo.

Secondo quanto riferito dalla polizia, la volante si sarebbe fermata di fronte alla stazione di Sesto San Giovanni, per un controllo di routine. L'uomo, alla richiesta di mostrare i documenti avrebbe tirato fuori una pistola dallo zaino e avrebbe sparato a un poliziotto, colpendolo a una spalla (le sue condizioni non sono gravi). Come da copione, secondo le prime versioni riportate, Amri avrebbe invocato Allah prima di sparare.

A quel punto gli agenti avrebbero risposto al fuoco, colpendo Amri, poi deceduto. L'uomo è stato poi identificato grazie a impronte digitali e ai tratti somatici. Ancora non è chiaro se Amri fosse a piedi o in auto, né da dove e come fosse arrivato a Milano. Secondo alcuni documenti ritrovati (un biglietto ferroviario nello zaino) sarebbe arrivato dalla Francia.

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