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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2018

Cumhuryet a processo. La “libertà di stampa” nella Turchia della Nato

Prosegue in Turchia, nel silenzio di gran parte dei nostri media, l’ondata di processi a carico di giornalisti accusati – come già avvenuto per migliaia e migliaia di altri professionisti – di appartenere alla rete di Fetullah Gulen. Naturalmente, le accuse riguardano e colpiscono tutti coloro non siano fortemente schierati con il neo-sultano turco Recep Tayyp Erdogan, che dal presunto tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016 non ha dato scampo ai propri oppositori, prendendo il fallito golpe come occasione per accentrare ulteriormente nelle proprie mani i poteri dello Stato e silenziare qualsiasi forma di dissenso.

Gli ultimi sviluppi sul fronte giudiziario riguardano il quotidiano di opposizione Cumhuriyet, uno dei principali bersagli della repressione voluta da Erdogan; ieri infatti, a Istanbul, nel penitenziario di Silivri, la corte ha emesso durissime sentenze a carico di giornalisti, collaboratori ed editori del giornale: sette anni e sei mesi di reclusione per i reporter Orhan Erinc, Akin Atalay, Aydin Engin e Hikmet Cetinkaya, per il direttore Murat Sabuncu e per il cronista investigativo Ahmet Sik. Poco meglio – sei anni e sei mesi – è andata all’editore Altay, rilasciato ieri in attesa del processo di appello dopo oltre 500 giorni di carcere. Condanne tra i tre e i quattro anni a Musa Kart e a Onder Celik, Kadri Gursel, Hakan Kara, Emre Iper e Bulent Utku. Tre, invece, i giornalisti prosciolti: Bulent Yener, Turhan Gunay e Gunseli Ozaltay.

Prosegue intanto in forma separata il processo all’ex vicedirettore di Cumhryet, Can Dundar. Il suo caso è, forse, il più emblematico: per lui è stata infatti già emessa una sentenza a 5 anni di carcere, decisione che lo ha costretto a lasciare la Turchia e a vivere in esilio in Europa. La sua colpa è l’aver documentato attraverso fotografie e filmati la consegna di armi da parte del Mit – il servizio segreto turco – ad esponenti di gruppi jihadisti operanti in Siria: “diffusione di segreti di Stato”, recita l’accusa.

Silenziata la stampa e qualsiasi forma di opposizione, Erdogan si prepara così alle ormai imminenti elezioni anticipate, volute dallo stesso leader per poter velocizzare l’entrata in vigore di quella riforma costituzionale che trasforma la Turchia in una repubblica presidenziale e, come detto, accentra in modo preoccupante i poteri nelle mani del capo dello stato.

Evidentemente la repressione non riguarda soltanto Cumhuryet: in Turchia sono 170 i giornalisti in stato di detenzione e, da quel 15 luglio 2016, sono oltre 200 le testate che sono state chiuse per decreto governativo: siti web, quotidiani, emittenti televisive e radiofoniche, agenzie di stampa. Nessuno è sfuggito alla ferocia di Erdogan. Più in generale, sono 150 mila le persone che, dal fallito golpe, sono state fermate dalle forze dell’ordine per presunti legami con i cospiratori e 78 mila quelle che sono state tratte in arresto. Questi ultimi dati – riportati dall’agenzia NenaNews – sono stati elaborati nientemeno che dalla Commissione Europea. Quella stessa Commissione che ha versato finora 6 miliardi di euro (in due tranche da 3 miliardi l’una: l’ultimo ok della UE risale a metà marzo 2018) nelle casse della Turchia per “gestire” (ma sarebbe più corretto dire bloccare) il flusso di migranti che cercava – e cerca – di arrivare nel nostro continente attraverso la rotta balcanica.

Una vicenda, quella turca, che inevitabilmente si lega con molti dei temi centrali della nostra epoca: la gestione dei migranti, la lotta – vera o presunta – al terrorismo jihadista, la libertà di informazione, lo stato della democrazia. Una vicenda di cui, purtroppo, si parla sempre meno, come se il diritto ad informare – e, specularmente, quello ad essere informati – siano questioni ormai secondarie o di poco conto.

Ci piace però sottolineare le parole che Sabuncu ha pronunciato ieri, subito dopo la lettura della sentenza: “Nessuna condanna potrà impedirci di fare giornalismo. Se necessario andremo in prigione di nuovo ma continueremo a fare giornalismo”. Magari con un sostegno più tangibile da parte dei colleghi europei ed internazionali.

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12/05/2017

Turchia. Arrestato il direttore di Cumhuriyet

Prosegue la persecuzione politico-poliziesca della testata indipendente turca Cumhuriyet. Stamane l’attuale direttore Oguz Guven è stato sequestrato da agenti e condotto in una struttura segreta. Il giornalista ha fatto appena in tempo a twittare alla redazione del quotidiano online: “Mi stanno arrestando”, da quel momento il suo telefono cellulare risulta irraggiungibile.

L’ennesimo atto repressivo contro i media, che conta dodici redattori in prigione, e l’ex direttore Dundar costretto a riparare in Germania, è avvenuto dopo che Cumhuriyet stava seguendo il caso di un giudice, Mustafa Alper, procuratore a Denizli, area sud-orientale del Paese, rimasto ucciso in uno scontro automobilistico. Un incidente che desta sospetti su cui i cronisti effettuavano proprie ricerche censurate dalle forze dell’ordine.

Ricordiamo che il gruppo di lavoro del quotidiano aveva compiuto lo scoop che maggiormente ha messo in difficoltà il presidente Erdogan, quello relativo al traffico d’armi verso ribelli o jihadisti siriani, armi celate in casse di medicinali con la connivenza dell’intelligence di Ankara, che sono state filmate e rivelate al pubblico nell’autunno 2015. Da quel momento la già cospicua spinta repressiva del governo contro la stampa d’opposizione è diventata feroce, con punte di persecuzione verso i responsabili di questa e altre testate che sono stati rimossi e arrestati.

Can Dundar era stato liberato a seguito di proteste di illustri personaggi della cultura turca fra cui noti scrittori. Durante il dibattimento a suo carico l’ex direttore è stato fatto oggetto anche di un tentativo di omicidio, proprio mentre si recava in tribunale, un’azione ordita da un fanatico oppure orchestrata come messa in scena dei servizi per intimorirlo. Anche a seguito di tale episodio, familiari e amici hanno convinto Dundar a lasciare Istanbul.

Il clima nel Paese è infatti pesantissimo. Anche stamane l’Agenzia governativa Anadolou ha rivelato la dose quotidiana di fermi: una sessantina d’impiegati statali sono sottoposti ad accertamenti con l’accusa di aderire alla rete gulenista. E oltre cento indirizzi privati in sei province turche sono visitati in queste ore per il medesimo motivo.

Dal fallito colpo di stato del luglio 2016, 150.000 cittadini sono stati indagati, 145.000 fra poliziotti, militari, docenti e impiegati hanno subìto sospensione o licenziamento.

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23/02/2016

Cumhuriyet, nuove prove: “La Turchia collabora con l’Isis”

"Hanno gestito il confine con un emiro dell'Isis". Con questo titolo il quotidiano turco di opposizione laica Cumhuriyet ha lanciato oggi il suo ultimo scoop sulle collaborazioni ad alti livelli tra regime turco e Stato Islamico in quanto a gestione del confine tra Turchia e Siria. Circa tre mesi fa il direttore di Cumhuriyet Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul finirono in prigione con l’accusa di rivelazione di segreto di stato e ‘tradimento’ perché avevano osato far pubblicare sul loro giornale le foto, i video e le testimonianze che provavano un passaggio di armi dirette ai jihadisti attivi in Siria a bordo di un camion di proprietà dei servizi segreti di Ankara, il Mit, bloccato alla frontiera da ignari agenti di polizia.

Per Dundar e Gul lo scorso 5 febbraio il tribunale di Istanbul ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla procura su esplicita imbeccata del presidente Erdogan in cui se ne chiede la condanna all'ergastolo con l'accusa di "spionaggio" e "propaganda terroristica". La prima udienza del processo è fissata per il 25 marzo.

Ma il giornale non ha rinunciato a seguire il filone delle pericolosissime relazioni tra regime islamista turco e Daesh, denunciando stavolta anche un diretto coinvolgimento di membri dell'esercito.

Il nuovo scoop si basa su alcune intercettazioni telefoniche risalenti al novembre 2014 ed emerse durante un'inchiesta della procura di Ankara – poi passata per competenza territoriale a quella di Gaziantep, città vicina alla frontiera con la Siria – in cui alcuni ufficiali dialogano amichevolmente con Mustafa Demir, un jihadista turco considerato il 'responsabile' della gestione del confine per conto dello Stato islamico. Dalle conversazioni si evincono contatti frequenti che avrebbero permesso il passaggio di combattenti e anche di materiale esplosivo usato poi in attentati compiuti in Turchia.

Tra i 27 indagati nell'inchiesta risulta anche Ilhami Bali, considerato la mente del doppio attacco kamikaze che il 10 ottobre del 2015 è costato la vita a 102 manifestanti e attivisti di partiti curdi e di sinistra che stavano partecipando ad una manifestazione indetta ad Ankara dai sindacati e da numerose forze politiche dell’opposizione contro la campagna militare scatenata dal governo contro i movimenti curdi.

Ma è proprio contro i curdi, gli attivisti della sinistra antagonista e i giornalisti troppo ‘impiccioni’ che lo stato turco continua ad esercitare una pesante repressione. L’esercito di Ankara ha annunciato di aver ucciso, domenica, 14 militanti curdi nel corso delle operazioni militari contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Quattro presunti militanti del Pkk sarebbero stati abbattuti nel quartiere di Sur, a Diyarbakir, una buona parte della quale è sotto il coprifuoco di 24 ore su 24 da inizio dicembre e dove i morti si contano a centinaia. Altri dieci presunti militanti del movimento di resistenza curdo sarebbero stati invece uccisi nel distretto di Idil, nella provincia di Sirnak, vicina al confine siriano.

Anche dentro il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo al potere il cerchio magico erdoganiano sta facendo piazza pulita degli esponenti critici nei confronti del governo. Rei di aver criticato in diverse occasioni la linea del loro partito due eminenti esponenti e cofondatori nel 2001 dell’Akp sono stati cancellati dalla lista ufficiale dei padri della forza politica e di fatto espulsi. Si tratta di Abdullah Gul, presidente della Repubblica fino all’agosto del 2014, e di Yasar Yakis, ex deputato ed ex ministro degli Esteri. Gul è anche stato premier del primo esecutivo dell'Akp e ha modificato la norma costituzionale che impediva a Erdogan di ricoprire cariche di governo a causa di una condanna per incitamento all'odio religioso, spianando così la strada alla sua inarrestabile ascesa politica. Negli ultimi mesi però Gul ha preso le distanze dagli ‘eccessi’ delle politiche di Erdogan e Davutoglu. Yakis ha invece criticato la «oltraggiosa interferenza turca» negli affari siriani, oltre alla repressione delle manifestazioni antigovernative.

Intanto oggi il Primo ministro turco ed esponente del partito islamo-nazionalista Ahmet Davutoglu ha presentato un piano di aiuti pubblici per sostenere il settore turistico che ha subito un netto crollo a causa degli attentati che hanno sconvolto alcune delle più importanti città del paese, in primo luogo Istanbul, e del brusco calo degli arrivi di visitatori russi dopo la rottura tra Ankara e Mosca seguita all’abbattimento di un caccia russo sui cieli siriani da parte di velivoli turchi. Le presenze russe sono diminuite della metà a dicembre rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Ciò nonostante, Davutoglu si è detto certo che "i russi torneranno presto in Turchia". Il turismo è un settore chiave dell'economia turca che nel 2015 ha portato nelle casse dello Stato circa 31,5 miliardi di dollari.

Davutoglu ha annunciato che lo Stato turco stanzierà 255 milioni di lire turche (circa 86 milioni di dollari) a favore delle agenzie turistiche e l’implementazione di altre misure atto ad aiutare le imprese a ristrutturare i debiti.

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20/01/2016

Dal carcere, il direttore di Cumhuriyet accusa l’UE di complicità con il fascismo turco

"Se l’Occidente, nel tentativo di chiudere le sue porte alle persone che scappano dall’incendio che ha esso stesso contribuito ad appiccare, chiude un occhio su un governo fascista, affonderà insieme ai rifugiati, ai suoi stessi valori e principi e a coloro che credono in essi”.

E’ la durissima accusa rivolta all’Unione Europea da Can Dündar, il direttore del quotidiano turco Cumhuriyet arrestato nel novembre scorso (insieme al caporedattore Erdem Gül) dopo che il suo giornale aveva pubblicato uno scoop sulla armi inviate dal regime di Ankara ai jihadisti in Siria. Il quotidiano aveva documentato l’invio di alcuni Tir pieni di armi camuffate da aiuti umanitari, da parte dei servizi segreti turchi (Mit), agli islamisti che combattono in Siria contro il governo di Damasco.

Appena il partito islamista turco, l’Akp, si è assicurato la maggioranza assoluta nel parlamento di Ankara nelle elezioni anticipate autunnali seguite alla sconfitta di giugno, il regime ha ordinato una nuova ondata repressiva contro le opposizioni. Da allora il giornalista è incarcerato con l’accusa di spionaggio, rivelazione di segreto di stato e incitamento al terrorismo.

Nei giorni scorsi il quotidiano britannico The Guardian è riuscito a raccogliere una sua testimonianza sulla situazione nel paese e sulle trattative in corso tra Bruxelles e Ankara a proposito dei flussi migratori.

Nel corso dell’intervista il direttore di uno dei più importanti giornali turchi, rispondendo alle domande del Guardian attraverso i suoi avvocati, ha denunciato dalla sua cella che la repressione dei giornalisti non è stata mai tanto dura. Al tempo stesso Dundar ha esplicitamente accusato l’Unione Europea di tradire i suoi valori democratici promuovendo un accordo con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, con la speranza che freni il flusso dei rifugiati diretti in Europa, nonostante le continue e gravi violazioni dei diritti umani di cui è promotore e responsabile.

“Abbiamo sempre considerato l’Unione Europea come un faro, come un esempio per elevare il livello di democrazia in Turchia, e non come un sostegno alla dittatura” ha detto Dundar. “Se adesso l’Ue, per frenare gli arrivi dei rifugiati convertendo la nostra terra in un grande campo di concentramento, decide di strizzare l’occhio a Erdogan che disprezza la democrazia, i diritti umani, la libertà di stampa e lo stato di diritto, significa che l’Ue sta rinunciando ai suoi principi fondamentali per proteggere i suoi interessi a breve termine” ha accusato il direttore di Cumhuriyet.

Dündar ha raccontato di essere stato quasi 45 giorni in una cella di isolamento dopo il suo arresto prima di essere trasferito in una cella comune. Mentre era in isolamento poteva ricevere solo una visita a settimana della durata di un’ora. Tutt’ora non può utilizzare né un computer né una macchina da scrivere – le risposte alle domande del giornale britannico le ha scritte a mano su dei fogli di carta ricevuti durante un colloquio dagli avvocati – e dice che attualmente sta leggendo le memorie di molti intellettuali scritte durante periodi di carcerazione.

Il giornalista ha denunciato che i suoi avvocati non hanno ancora ricevuto alcuna comunicazione rispetto alle accuse mosse dallo stato nei suoi confronti, e che il suo fascicolo è coperto da ‘segreto’ in maniera che i legali difensori non possano cercare di contestarne la fondatezza. “Siamo stati in carcere per 45 giorni in condizioni pensate per un assassinio seriale, e non sappiamo neanche quali sono le accuse a nostro carico” ha affermato a proposito della sua condizione e di quella di Erdem Gül.

“Ritardare la formulazione formale delle accuse a carico degli arrestati è una tattica utilizzata frequentemente nel sistema giudiziario turco per punire preventivamente gli imputati” ha spiegato, ricordando che invece si conosce il contenuto della denuncia presentata da Erdogan e anche la decisione dei giudici di ordinarne l’arresto: “La denuncia chiede due condanne all’ergastolo per presunto spionaggio e per rivelazione di segreto di Stato. Sono accusato di spionaggio per aver pubblicato una notizia ... su un giornale”.

“Il problema è che Erdogan considera ogni critica come un insulto e così denuncia tutti coloro che lo criticano. Non c’è un solo giornalista che faccia bene il suo lavoro, denunciando scandali, che la passi liscia” ha aggiunto il direttore del quotidiano turco.

“Esiste sempre un rapporto di causa ed effetto tra l’incremento delle attività criminali del governo e il numero di giornalisti incarcerati. Più crescono i panni sporchi, la corruzione, il commercio illegale di armi e gli assassinii, più i giornalisti che denunciano o potrebbero farlo si trasformano in obiettivi. Il loro arresto rappresenta una intimidazione nei confronti degli altri giornalisti. Ne metti uno in prigione per zittirne cento” ha spiegato Dündar nell’intervista, assicurando che a muovere i fili è Erdogan in persona che “ha consolidato un potere assoluto organizzando una forza di polizia di proporzioni epiche e si è impossessato del controllo totale del sistema giudiziario”.

“Due giorni dopo la pubblicazione della notizia sui camion che trasportavano armi destinate ai gruppi islamisti radicali il presidente disse: ‘Pagherà un alto prezzo per questo. Non lascerò che la passi liscia’. Il giorno stesso, i giornalisti vicini al presidente minacciarono: ‘Se questo fosse successo negli Usa la Cia ucciderebbe le persone che hanno scritto quegli articoli e lo farebbero sembrare un incidente’. Alcuni considerano il mio arresto quasi una fortuna, visto che poteva succedermi qualcosa di assai peggiore”.

La scorsa settimana Can Dündar aveva già rivolto un accorato appello, dalle pagine del suo giornale, a Matteo Renzi, chiedendogli di non ignorare le gravi “violazioni dei diritti umani" in Turchia "in cambio di un accordo sui migranti". Nel testo – intitolato "Lettera aperta da un giornalista turco in galera al primo ministro dell'Italia" – Dundar chiedeva a Renzi di non dimenticare "i valori fondativi dell’Europa: libertà, diritti umani, democrazia, ideali da lungo tempo calpestati dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan", ricordando che attualmente nelle prigioni della Turchia ci sono più giornalisti che in quelle della Siria. "Se oggi siamo tenuti in isolamento da oltre quaranta giorni in Turchia – ha aggiunto – considerata dai media internazionali ‘la più grande prigione al mondo per giornalisti', è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell’intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria". Dundar aveva ricordato al presidente del Consiglio italiano che "all’origine della crisi dei rifugiati c’è anche la guerra civile in Siria, alimentata pure con l’appoggio dell’Occidente. Ora seguiamo con interesse il tentativo di placare l’incendio da parte di coloro che si sono travestiti da pompieri dopo averlo appiccato. Purtroppo, dato che Erdoğan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere". La lettera si chiudeva con un appello: "Anche se gli interessi attuali dell’Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all’umanità davanti alla scelta ‘rifugiati o libertà', perderemo infatti tutti e tre quei valori".

A Renzi il direttore incarcerato chiedeva sostanzialmente di bloccare l’accordo tra Unione Europea e Turchia che prevede il finanziamento di Ankara con 3 miliardi di euro di fondi europei in cambio dell’impegno da parte di Erdogan a frenare il flusso di profughi verso l'Europa. Questo perché fu proprio Renzi lo scorso novembre ad affermare che si sarebbe fatto portavoce dei due giornalisti arrestati; allora il presidente del Consiglio promise che avrebbe parlato del loro caso con il premier turco, Ahmet Davutoglu, incontrandolo al Consiglio europeo di Bruxelles. Ma naturalmente l’accordo tra Bruxelles e Ankara è stato siglato ed anzi già si parla di una seconda tranche di finanziamenti al regime turco da parte dell’Unione Europea.

Nella lettera inviata a Renzi alcuni giorni fa Can Dündar ricordava al presidente del consiglio gli ottimi rapporti tra Erdogan e Silvio Berlusconi, un'amicizia in seguito alla quale l'allora premier diventato presidente turco ha iniziato a controllare i media "come un imperatore, come Berlusconi".

Solo nel 2015 sono state decine i giornalisti arrestati o imputati per gravi reati in Turchia. Di poche ore fa la notizia che Kemal Kılıçdaroğlu, il leader del principale partito di opposizione ad Erdogan (il Partito Repubblica del Popolo, Chp, di centrosinistra), è stato messo sotto indagine per “vilipendio al presidente”, per aver definito il ‘sultano’ “un dittatore da due soldi”. Un commento realizzato dal leader repubblicano dopo l’apertura di un’indagine contro ben 1200 docenti universitari di 90 atenei turchi – una ventina dei quali arrestati nei giorni scorsi – messi sotto accusa per aver chiesto al regime la fine della brutale repressione contro la popolazione curda del paese.

Leggi anche: Turchia: invocano la fine della repressione contro i curdi, in manette decine di accademici

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