A noi, sinceramente, di
discutere se sabato era meglio scendere in piazza con i bastoni o con i
palloncini non ce ne frega un cazzo. Sono discussioni oziose che non
portano a niente se non a reciproche accuse (provocatori! Pacifinti!
ecc.) e relative “scomuniche” (non siete veri compagni! No, siete voi i
traditori! ecc.). Tutto già visto, tutto già sentito, una noia mortale e una perdita di tempo immane.
Un dibattito che per esser reso interessante non basterebbe, citando il
fumettista Zerocalcare: “chiudere in una stanza Gandhi, Madre Teresa di
Calcutta, un manifestante a caso delle primavere arabe, Ken il
Guerriero, Gaetano Bresci, Roberto Saviano, VperVendetta e Giovanardi. E
mandare tutto in streaming”.
Quello che ci interessa invece
è entrare nel merito della presa di posizione di Tommasi, il quale,
scrivendo questo sfogo, lascia trasparire quale pensiero politico stia
alla base delle sue dichiarazioni.
La sinistra “ufficiale” italiana (quella che dal PCI di Togliatti arriva fino a parte dell’odierno PD
e a quella galassia di partitini e gruppi figli delle mille scissioni
interne a Rifondazione Comunista) ha sempre trattato la Resistenza
antifascista come un Totem, destoricizzandola e ignorandone volutamente
le contraddizioni, una mitizzazione funzionale a scopi politici.
Tommasi dovrebbe conoscere quante divisioni
c’erano all’interno del fronte antifascista: democristiani e comunisti,
socialisti e liberali. “Sì, ma tutti uniti nel combattere il
nazi-fascismo!” si dirà. Falso! Giusto per fare un esempio l’Unità il 7
Gennaio del 1944 scriveva questo sui partigiani della brigata partigiana
Bandiera Rossa (gruppo internazionalista, antagonista del Pci):
“Non avversari politici, dunque, come vorrebbe ancora far credere qualcuno: ma delinquenti comuni e della peggiore specie,
gente senza ritegno e senza scrupoli, complici dell’hitlerismo e del
fascismo, rettili abietti da schiacciare senza pietà nell’interesse non
solamente del Partito e della classe operaia ma dell’umanità intera.
La lotta contro questi
individui non deve conoscere tregua. Siamo vigilanti, scopriamo le loro
mene, individuiamo questi traditori anche se essi sono riusciti a
camuffarsi e ad infiltrarsi nelle nostre file. Ognuno di noi deve fare
il massimo sforzo in questa direzione prendendo ad esempio quanto hanno fatto i compagni russi nella loro lotta per l’annientamento del trotskismo.
Smascherando e colpendo gli agenti del nemico nel nostro Partito, nei Sindacati e dovunque essi si sono annidati, noi non
faremo soltanto un’opera di indispensabile epurazione ma contribuiremo
efficacemente allo sterminio della V colonna hitleriana e mussoliniana
nel nostro paese” (fonte wikipedia)
Senza contare quanti ex-fascisti si sono affiliati ai gruppi partigiani per convenienza, appena fiutato il vento che cambiava.
Premettendo che tali questioni
meriterebbero una trattazione molto più seria e approfondita, ci
limitiamo a dire a Saverio Tommasi che quando si vanta di conoscere i
“veri antifascisti” dovrebbe quantomeno rendersi conto che un
ex-partigiano è un essere umano e non porta con sé la Verità per il solo
fatto di aver combattuto una guerra 70 anni fa e che “tirarli per la
giacchetta” è un’operazione disonesta.
Tuttavia il punto dirimente è
cosa si intenda per “antifascismo” e conseguentemente per fascismo. Noi,
contrariamente alla sinistra ufficiale, non consideriamo il fascismo
solo una follia di massa o una malattia degenerativa di un corpo sociale
(altrimenti sano) instillata da loschi figuri contagiati dal morbo del
“razzismo e dell’omofobia” (peraltro, il fascismo, almeno prima delle
leggi razziali, non era certo meno razzista né tantomeno omofobo delle
altre forze politiche presenti in Italia). Il fascismo è
piuttosto una delle possibili e forse la peggiore forma politica che il
sistema capitalistico può darsi, particolarmente adatta laddove il
capitale esige una “reazione” nei confronti dell’emergere di una forza
di classe capace di metterlo in crisi. Lo squadrismo fascista
nasce col preciso scopo di reprimere nel sangue le lotte operaie e
contadine del biennio rosso, bande di picchiatori agli ordini e al
servizio di industriali e latifondisti di provata fede “liberale”, gli
stessi che poi poco a poco si diranno “pentiti” di aver “tollerato”
cotanta “follia”.
Una volta arrivato al potere,
il regime, facendo perno su di una retorica nazionalista che di
conseguenza “censura” ogni discorso di classe, organizza il mondo del
lavoro in corporazioni, ossia organi di stato in cui confluivano sia le
associazioni padronali che quelle dei lavoratori (chiaramente imposte e
filo-governative). Il succo del corporativismo, che Mussolini definiva
la vera “essenza” del fascismo, è la negazione dell’esistenza delle classi
e la “risoluzione” (ovviamente a favore del capitale) della
conflittualità sociale in nome di un superiore “interesse nazionale”
(ossia dello stato fascista e della borghesia).
Guardando ad oggi, le forze
dichiaratamente neofasciste continuano ad essere le principali
“azioniste” delle violenze di strada ai danni dei militanti di sinistra,
perpetuando il proprio ruolo di polizia “informale” al servizio degli interessi padronali (ricordiamo
anche la funzione di manovalanza svolta all’interno della strategia
della tensione negli anni ’60 e ’70, non così dissimile da quella dei
primi anni ’20).
Mentre per quanto riguarda la pars costruens della dottrina fascista si può affermare che la sua “essenza” si ripropone, seppur aggiornata, nell’involucro politico liberal-democratico odierno.
Basti pensare alla retorica dei sacrifici, al “siamo tutti sulla stessa
barca” di montiana memoria, ma soprattutto al ruolo assunto dai
sindacati già a partire dagli anni ‘70 quando, con l’avvento dell’epoca
della concertazione, abbandonando anche la parvenza di rappresentanza
degli interessi dei lavoratori, confermano il proprio ruolo di
mediazione tra padroni e dipendenti, ricalcando così, la funzione svolta
dalle corporazioni durante il ventennio. E non ingannino le passate e
recenti schermaglie tra governi e sindacati, dovute sicuramente più alle
esigenze di sopravvivenza di quest’ultimi che ad un ripensamento del proprio ruolo politico-sociale.
Per tutti questi motivi non
concepiamo l’antifascismo al di fuori della critica del capitalismo e
quando Saverio Tommasi scrive: “Antifascista [...] è una parola
bellissima perché significa lottare per la democrazia e per il diritto
di tutti, anche di chi non la pensa come noi, di esistere” ci sembra una
definizione tratta dal piccolo dizionario delle Giovani Marmotte,
astratta dalla realtà della storia.
Quanto ai discorsi sulla
nonviolenza bisogna intendersi: o si tratta di una strategia di lotta o
di un valore assoluto. In quest’ultimo caso il mito della Resistenza va a
farsi friggere ed è superfluo spiegare perché, nell’altro invece non si
capisce come ogni piccolo tafferuglio segni una linea di demarcazione
così netta. Si può dire che è una cazzata, che non ne vale la pena, che
troppo testosterone fa male ecc. ma non salire in cattedra e dire “voi
fuori!”. E se c’è un modello virtuoso rispetto alle pratiche di protesta
questo per noi non è certo quello del periodo dei Social Forum (finito
nel disastro di Genova e nel funerale politico di Firenze) ma piuttosto
la Valsusa, dove un’ampia partecipazione ai processi decisionali
permette alle varie anime di protestare a modo loro nel rispetto
reciproco.
Quindi caro Saverio, tu hai
tutto il “diritto” di pensare e dire che il corteo di sabato sia stato
controproducente e non ci sognamo né di insultarti né tanto meno di
minacciarti, ma risparmiaci prediche e scomuniche, per quelle ci sono
già il Papa e Roberto Saviano. E quando inseguirai un fascista fin sotto
casa per leggergli un libro augurati che qualche compagno cattivo passi
di lì per caso, potrebbe esserti molto utile.