Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2013

Telecom Italia, Golden Power?

Giovedì 7 novembre si riunirà il cda per esaminare i conti, il piano industriale e le possibili mosse che la società potrebbe decidere, ovvero un possibile aumento di capitale di pochi spiccioli (1,5-2 miliardi di euro), un taglio dei dividendi e la vendita di Tim Brasil, la vendita di Telecom Argentina (valutata poco meno di un miliardo), il conferimento in apposite società sia degli immobili, dei Data Center e delle Torri di trasmissione (1-2 mld di controvalore), sicuramente insufficienti in considerazione della fragile situazione finanziaria di Telecom Italia.

Tutto questo in attesa della decisione del Governo definitiva sulla riforma dell’OPA obbligatoria e/o golden power, necessaria per bloccare l'ascesa di Telefonica nel capitale di Telecom, con l’intento fin qui solo di facciata di far rientrare la rete fra gli asset strategici per i quali sono previsti poteri speciali per l’interesse e la sicurezza nazionale nel settore delle comunicazioni.

L’unica certezza al momento è che il patto di sindacato che legava soci italiani e spagnoli, è stato rinnovato ma con un nuovo accordo che prevede una probabile disdetta entro giugno 2014 quando Mediobanca e Generali lasceranno completamente la società.

Sicuramente dal cda non uscirà nulla di buono, in quanto l'azienda con queste operazioni cerca di ridurre i costi sempre a danno dei lavoratori, senza un reale rilancio industriale dell’azienda stessa, considerato che i debiti degli azionisti rendono difficile investire con ottica di lungo periodo e Telefonica difficilmente considererà l'Italia come sua principale priorità, la quale ha come reale obbiettivo il suo rafforzamento in Sudamerica grazie a Tim Brasile.

Considerato che oggi si parla della scorporo della rete come motivo strategico per la salvaguardia dei dati sensibili, quindi lo Stato dovrebbe intervenire tramite la CdP per l’acquisto della rete, dopo che negli ultimi dieci anni anche grazie alla penuria di investimenti effettuati la rete stessa è divenuta obsoleta. Riteniamo quindi paradossale che lo Stato, dopo non aver comprato la rete a prezzi alti dagli azionisti italiani, lo faccia ora e regali un mucchio di soldi agli spagnoli. Sarebbe la beffa finale.

Non bisogna neanche dimenticare che la sicurezza delle reti non passa per la rete di accesso che Bernabè voleva vendere alla CdP per 19 miliardi di Euro, bensì anche per la rete di distribuzione e per le centrali, con annessi sistemi di commutazione e di memorizzazione dei dati, vedi Data Center.

Tale ipotesi sarebbe il frutto della cialtronaggine dei nostri “prenditori” e dell’attuale classe politica.

Attualmente dei 3 mila esuberi individuati in Telecom Italia a marzo, 2 mila e 500 sono gestiti con contratti di solidarietà mentre 500 lavoratori lasceranno la società per andare in pensione, avendo maturato i requisiti necessari. Altri 350 lavoratori di Telecom Information Technology sono gestiti con analoghi ammortizzatori sociali.

Questa la situazione di fatto, a oggi, ma la domanda che a questo punto occorre porsi è la seguente: cosa verrà dopo i patti di sindacato per queste società?

E’ vitale la nazionalizzazione di Telecom Italia in quanto impresa di interesse strategico per il Paese, sottraendole ai pescecani che la hanno spolpata negli anni grazie alle compiacenze dei governi di ogni colore e dei sindacati complici garantendone il rilancio occupazionale investendo in una nuova rete a banda larga che permetta di colmare il divario con gli altri Paesi Europei (13% la copertura in Italia e 40% quella negli altri Paesi) e permetterci di cogliere l’obiettivo del 60% nei tempi fissati dall’Europa.

Ci sono infrastrutture essenziali e strategiche come telecomunicazioni, energia e trasporti che vanno gestite con molta attenzione, da loro dipende il funzionamento del sistema paese.

CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE, PER LA RI-NAZIONALIZZAZIONE DI TELECOM ITALIA UNA E PUBBLICA, PER LA DEMOCRAZIA , LO SVILUPPO, IL LAVORO

Fonte

10/02/2012

Europa, Nokia lascia e sbarca in Asia: 4mila licenziamenti

La ristrutturazione aziendale della Nokia passa attraverso licenziamenti e decentramento industriale. Una vera e propria sciagura per oltre 4mila lavoratori sparsi in diversi punti del pianeta. Sì, perché la ristrutturazione voluta dal colosso della telefonia, prevede che la produzione venga trasferita in Asia, dove il mercato è più sano e dove le possibilità di non farsi travolgere dalla crisi è più elevata.
Dunque,gli stabilimenti di Komarom (Ungheria), Reynosa (Messico) e Salo (Finlandia), cesseranno quasi completamente la produzione dei telefonini per riconvertirsi in aziende di progettazione per le applicazioni smartphone.
Il portavoce di Nokia, James Etheridge, ha fatto saper che la decisione presa riguarda soprattutto “la velocità e la reattività e in ultima analisi la nostra competitività.
Con lo sbarco in Asia sale a 30mila il numero di licenziamenti che il colosso della telefonia mobile ha messo in atto da quando il suo Ceo, Stephen Elop è salito alla guida dell’azienda.
Secondo la Nokia, ultima azienda che manteneva uno stabilimento di assemblaggio in Europa, il decentramento produttivo “era inevitabile”.
Il quarto trimestre 2011 ha visto per Nokia un calo del 73 percento delle entrate, considerando che i suoi prodotti non sono stati molto apprezzati dalla clientela mondiale che ha dimostrato di preferire altro genere di prodotti. Il dato significativo è che gli smartphone di Nokia, già poco apprezzati, hanno subito un ulteriore 31 percento di calo nelle vendite. Con questi numeri era difficile poter continuare a pensare di restare in Europa.
Da alcuni mesi Nokia ha firmato accordi con Microsoft per cercare di limitare al massimo il gap che la separa dai grandi gruppi mondiali.

Fonte.

Davvero niente male per un'azienda che fino all'altro ieri era leader indiscussa nel mercato mobile.
Resto sempre in attesa che la solerte Unione Europea chieda conto di come la società finlandese abbia impiegato i fondi pubblici che le furono assegnati per incentivare lo sviluppo di Symbian che è stato svenduto, insieme a una larga fetta di forza lavoro, ad Accenture.