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giovedì 18 maggio 2017

Yemen - Civili martoriati da colera e bombe saudite

Continua a salire, senza sosta e a ritmi vertiginosi, il bilancio delle vittime dell’epidemia di colera che ha colpito lo Yemen. La seconda epidemia in meno di un anno ha già contagiato 17.200 persone dal 27 aprile ad oggi e, secondo i dati delle Nazioni Unite, ha ucciso già 209 persone. Sarebbero 3mila i nuovi casi registrati ogni giorno.

Una situazione allarmante dovuta alle terribili condizioni di vita nel paese, devastato da una guerra iniziata più di due anni fa: l’acqua potabile è una risorsa ormai quasi introvabile e quella contaminata sta provocando una repentina diffusione della malattia. A ciò si aggiunge l’enorme difficoltà delle agenzie internazionali di portare aiuti umanitari con costanza e di raggiungere tutte le province del paese: il blocco aereo imposto dall’Arabia Saudita, la carenza di carburante e gli scontri quotidiani impediscono alle organizzazioni di muoversi sul terreno e di sostenere gli ospedali, la metà dei quali è stata resa fuori uso.

Colera e fame ma anche raid aerei: ieri si è registrata l’ennesima strage targata Riyadh. Ventitré civili, tra cui donne e bambini, sono morti nella parte sud-ovest di Taiz, una delle città fulcro del conflitto. Stavolta la coalizione sunnita a guida saudita conferma, almeno ufficiosamente, per bocca di un funzionario militare anonimo: il bombardamento c’è stato ma si è trattato di un “errore”. Le bombe hanno centrato un veicolo che trasportava dei civili verso la cittadini di Mawzaa, a sud ovest di Taiz, tuttora in mano ai ribelli Houthi.

Tra le vittime sei bambini, anche se i soccorritori hanno difficoltà a identificare i cadaveri, completamente bruciati. Continua dunque a salire il numero dei morti della guerra iniziata a marzo 2015: l’Onu è rimasto fermo da mesi ad un bilancio di 10mila morti e 40mila feriti, ma è molto probabile che sia molto più alto.

Una strage che arriva 48 ore prima della visita del presidente Usa in Arabia Saudita, parte di un tour che toccherà – oltre a Riyadh – anche Tel Aviv e Ramallah. Trump con sé non porterà solo parole di convenienza sul rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, raffreddatesi durante la presidenza Obama seppur mai messe in discussione. Arriverà con un pacchetto di contratti di vendita di armi dal valore totale di 100 miliardi di dollari. In cambio Riyadh ha promesso di investire 40 miliardi in progetti infrastrutturali negli Stati Uniti.

Uno scambio che farà lievitare ancora di più il già ricchissimo arsenale militare saudita, in chiara chiave anti-Iran. Ma a subirne le immediate conseguenze sarà proprio lo Yemen, utilizzato dai Saud come valvola di sfogo di un conflitto aperto con Teheran che non riesce a vincere.

Non la vince nemmeno l’Onu che in due anni ha messo in piedi sette cessate il fuoco, tutti abortiti sul nascere o durati poche ore. Nei giorni scorsi l’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen Ismail Ould, Sheikh Ahmed – rimasto al suo posto dopo il boicottaggio statunitense del nuovo inviato designato dal Palazzo di Vetro, il palestinese Salam Fayyad – ha fatto sapere di essere impegnato in un nuovo negoziato volto a raggiungere una tregua prima dell’inizio del Ramadan, il mese sacro islamico. Ovvero per il 26 maggio, poco più di una settimana da oggi.

L’ostacolo maggiore è proprio la posizione saudita che non ha mai accettato alcuna apertura: il movimento ribelle Houthi si è più volte detto pronto ad abbandonare le armi in cambio di una transizione politica inclusiva, proposta costantemente rigettata da Riyadh che vuole arrivare ad una resa incondizionata dei ribelli per riprendere il totale controllo del paese.

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