di Roberto Prinzi
Il
principale partito d’opposizione turco ha dichiarato oggi che si
opporrà ad una nuova legge del governo che intende rafforzare i poteri
della polizia. Ad affermarlo è stato il portavoce del Partito del Popolo
repubblicano (CHO), Akif Hamzacebi. “Porteremo alla corte
costituzionale questa legge che rende qualunque soggetto della società
un possibile sospetto e lo pone in una posizione di debolezza di fronte
al giudice e al procuratore” ha detto Hamzacebi ai giornalisti. “E’ una
norma molto pericolosa. Finché c’è questa autorità [a governarci],
chiunque può essere sottoposto ad indagine” ha aggiunto.
La nuova legge è entrata in
vigore venerdì scorso più o meno nelle stesse ore in cui le forze di
polizia arrestavano giornalisti considerati vicine al religioso ex
alleato e ora nemico giurato di Erdogan, Fethullah Gullen.
Secondo Ankara, lo scopo della legge è quello di facilitare le indagini
della polizia dopo le violente proteste della comunità curda dello
scorso ottobre. La minoranza curda era scesa allora in strada per
protestare contro “l’inattività” del governo Davotoglu di fronte al
massacro dei curdi siriani nella confinante Kobane per opera dello
“Stato islamico”. Manifestazioni che, l’occidente dimentica, furono
sanguinosamente represse dal governo turco (una quarantina furono le
vittime). La legge ristruttura, inoltre, le due corti principali
– quella d’Appello e il Consiglio di Stato – limitando il potere della
prima. Secondo molti commentatori, i nuovi provvedimenti devono essere
letti all’interno della battaglia portata avanti da Erdogan contro Gulen
i cui sostenitori, secondo il presidente, avrebbero molto peso
all’interno delle forze di polizia e nell’apparato giudiziario.
Il “sultano” (come viene chiamato dai suoi oppositori Erdogan),
però, non sembra pago delle “pulizie” contro i giornalisti compiute
domeniche, né tanto meno di quelle degli ultimi mesi. Lunedì ha tuonato
che il sistema giudiziario non è stato ancora “ripulito” [dai
sostenitori di Gulen]. L’indiscusso leader del Paese ritiene, infatti,
che “il pericolo di un colpo militare” sia ancora possibile. Secondo il
presidente, Gulen vuole creare uno “stato parallelo” attraverso i suoi
sostenitori tra i giudici, i poliziotti, le istituzioni statali e
attraverso i media. Gulen nega le accuse di voler rovesciare il governo
dell’AKP (il partito di Erdogan), mentre l’opposizione guarda sempre più
preoccupata la deriva autoritaria del presidente la cui ideologia
islamista e la sua intolleranza nei confronti di qualunque forma di
dissenso sono percepite come contrarie alle idee secolari di Ataturk.
Quasi come volersi fare beffa dell’opposizione, la scorsa settimana
Erdogan ha annunciato di rendere obbligatorie le lezioni di turco
ottomano nei licei del Paese.
L’Europa da tempo guarda in modo
indifferente le vicende turche. Non sono bastati i morti di Gezi Park,
né la sempre più dura repressione verso le minoranze. L’occidente ha
sbuffato con noia, non si è mai indignata né ha preso provvedimenti.
Salvo poi, ipocritamente, scoprire con i 20 arresti dei giornalisti
domenica che l’“alleato” turco della Nato ha quanto meno una concezione
singolare di democrazia. Al coro di proteste internazionali nei
suoi confronti, Erdogan ha risposto ieri con durezza: “urlano alla
libertà di stampa, ma le retate [compiute] non hanno niente a che fare
con questa. A noi non ci interessa cosa l’Unione Europea può dire. Se ci
accetta o meno come membri, a noi non ce ne importa. Per favore,
tenetevi per voi le vostre opinioni”. Parole dure che hanno
“sorpreso” la rappresentante della politica estera dell’UE, Federica
Mogherini. “Ho visto la reazione del Presidente Erdogan e ne resto
meravigliata”. La scorsa settimana, insieme ad alcuni colleghi
europei, Mogherini si era recata in Turchia proprio per parlare con il
presidente ed aveva avuto con lui un dialogo “molto costruttivo”.
L’incontro aveva addirittura segnato “un nuovo inizio” tra il nuovo
esecutivo di Bruxelles e quello di Ankara perché “l’idea era ed è quella
di lavorare in modo considerevole e coerente per l’accesso [turco]
all’Unione Europea” ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’UE.
“Un nuovo inizio”. Lo avranno pensato anche i 53 pezzi grossi che stamane sono stati scagionati dall’Ufficio del Procuratore di Istanbul dall’accusa di corruzione.
Tra questi spiccano i nomi dell’uomo d’affari azero-iraniano Reza
Zarrab; Barish Guler, figlio dell’ex ministro degli Interni; Kaan
Caglayan, figlio dell’ex ministro dell’Economia. I 53 erano stati
arrestati lo scorso 17 dicembre perché accusati di aver ricevuto
tangenti. Un’inchiesta che ha visto coinvolti importanti membri del
governo turco (tra questi anche 4 ministri). Ma anche allora, come
prevedibile, il Partito di governo di Giustizia e Sviluppo (AKP) aveva
parlato di “stato parallelo”, di un complotto ordito da Gulen.
Perché nell’immaginario del “sultano” Erdogan tutti sono nemici da cui bisogna guardarsi le spalle. E così ai giornalisti, agli attivisti, agli oppositori non potevano mancare i tifosi di calcio. E’ iniziato oggi, infatti, il processo per i 35 ultras del Carsi (gruppo anarchico del noto club Besikitas). Gli accusati rischiano l’ergastolo “per aver aiutato a organizzare un colpo di stato” contro l’allora premier Erdogan durante le proteste del maggio 2013 a Piazza Taksim a Istanbul. I membri del Carsi avrebbero provato a formare una “organizzazione armata” e, “creando uno scenario simile a quelle delle primavere arabe per la stampa estera, avrebbero provato a far cadere il legittimo governo turco con mezzi illegali”. Ma se severe sono le accuse contro gli oppositori di Erdogan, molto più leggere sono state quelle che hanno riguardato le forze dell’ordine che hanno ucciso e ferito i manifestanti di Gezi Park (8 sono state le vittime, circa 8.000 i feriti). A inizio settembre il poliziotto che uccise un giovane manifestante di Gezi Park è stato condannato a soli sette anni di prigione. Chissà se allora Mogherini rimase “sorpresa”.
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