di Giorgia Grifoni
I colloqui di pace per lo
Yemen si terranno a Riyadh. Lo avrebbe chiesto al Consiglio di
Cooperazione del Golfo il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, deposto e
messo agli arresti domiciliari dai ribelli sciiti Houthi a gennaio, dopo
essere fuggito da Sanaa ad Aden e averla dichiarata la nuova capitale
del paese. Hadi, che rifiuta di negoziare direttamente con il gruppo
nemico nell’ambito del dialogo nazionale più volte richiesto dagli
Houthi, ha quindi chiesto aiuto all’Arabia Saudita, storica protettrice
dello status quo in Yemen. Che è sembrata ben felice di accordarglielo.
Che il Consiglio di Cooperazione del Golfo, capitanato da
Riyadh, fosse ansioso di prendere le redini della crisi yemenita era
noto già da tempo. Più precisamente da quando i ribelli sciiti
avevano occupato il palazzo presidenziale e le sedi istituzionali della
capitale in gennaio, lamentando la non implementazione dell’accordo di
settembre patrocinato dalle Nazioni Unite, sortito dopo una loro prima
marcia su Sanaa: l’accordo, che prevedeva la partecipazione
politica degli Houthi – storici esclusi dal potere a trazione sunnita –
in realtà era rimasto lettera morta, con i consiglieri del gruppo
nominati dal presidente che, stando alle loro denunce, venivano
costantemente ignorati dalla maggioranza.
Seppur definita un “colpo di stato” da stampa internazionale e
supporter oltreconfine del potere sunnita, l’occupazione di gennaio
lasciava in realtà ampio spazio al dialogo tra le fazioni: più
volte gli Houthi, anche dopo aver messo agli arresti domiciliari
presidente e governo, avevano infatti chiesto ai partiti di maggioranza
capitanati dagli islamisti di al-Islah di risolvere la crisi in
Parlamento. E tutti avevano detto no. Poi era arrivata la
risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che chiedeva con
fermezza il ritiro degli occupanti dalle sedi istituzionali e l’avvio di
un dialogo nazionale “in buona fede”. E allora il Consiglio di
Cooperazione del Golfo, furioso che non fosse stato autorizzato un
intervento militare secondo il capitolo 7 della Carta delle Nazioni
Unite, aveva minacciato di organizzarsi autonomamente.
In quest’ottica si può leggere il ritorno di Hadi, scappato ad Aden subito dopo il manifestato appoggio del Golfo,
che ha ritirato le sue dimissioni consegnate in gennaio e ha chiesto ai
membri del suo governo di tentare la fuga e ricomporre l’esecutivo
nella vecchia capitale dello Yemen del Sud. E sempre nella stessa ottica
si possono prevedere gli ulteriori sviluppi della crisi yemenita: Hadi,
infatti, ha invitato “tutte i partiti ansiosi di preservare la
sicurezza e la stabilità dello Yemen” a intavolare un negoziato in un
“luogo neutrale”. E gli Houthi hanno già fatto sapere che boicotteranno
qualsiasi trattativa che non si svolga a Sanaa.
Ci vuole coraggio a definire la capitale saudita “un luogo neutrale”.
E’ lì, infatti, che si è svolta la morbida “abdicazione” di Ali
Abdallah Saleh, autocrate trentennale che ha schiacciato le periodiche
ribellioni degli Houthi al nord-ovest del Paese soprattutto grazie ai
carri armati e alle milizie saudite. Lì Saleh, che la piazza voleva
processare al termine di una sanguinosa “primavera araba”, è scivolato
nell’oblio grazie a un accordo che istituiva il suo vice come presidente
ad interim dello Yemen. Quel vice si chiamava Abd Rabbo
Mansour Hadi, unico candidato alle prime elezioni presidenziali “libere”
del febbraio 2013. Un risultato che, ai suoi occhi, lo rende il
“legittimo presidente” dello Yemen.
La data dei colloqui è ancora un mistero. E resta un mistero anche
prevedere come faranno i partiti e i personaggi politici “di buona
volontà” a volare a Riyadh. Il paese è infatti spaccato a metà
tra le aree del centro-nord, controllate dagli Houthi, e le zone
immediatamente a sud di Sanaa, vegliate dagli uomini fedeli a Hadi.
Ad Aden, sebbene una maggioranza resti fedele al presidente, una
minoranza di gruppi e movimenti indipendentisti ha fatto proprie altre
zone. Anche le forze armate sono spaccate: se il ministro della Difesa,
il generale Mahmoud Subaihi, è riuscito la settimana scorsa a fuggire
dai suoi arresti domiciliari a Sanaa e arrivare sano e salvo ad Aden, il
comandante delle forze speciali Abdel Hafez al-Saqqaf ha sfidato un
decreto di Hadi e ha detto che eseguirà soltanto gli ordini provenienti
dal consiglio presidenziale a Sanaa, tutt’ora controllato dagli Houthi.
In mezzo stanno i miliziani di al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP),
rinvigoriti dal momentaneo arresto delle operazioni statunitensi contro
di loro a causa della crisi politica. Proprio loro sembrano allearsi
sempre più spesso, a quanto denunciano fonti tribali, con alcune milizie
sunnite contro l’avanzata degli Houthi verso il sud. L’ultimo attacco
dei jihadisti all’esercito è avvenuto ieri, a un posto di blocco tra le
province di Abyan e Shabwa: 2 soldati sono rimasti uccisi, assieme a 7
miliziani qaedisti.
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