di Giorgia Grifoni
Quarant’anni fa scoppiava
la guerra civile libanese. Oggi, dopo 15 anni di combattimenti, oltre
150 mila morti e la riabilitazione dei signori della guerra, circa 17
mila persone risultano ancora “scomparse”. Uomini e donne, ma
soprattutto mariti, padri e figli che erano usciti di casa per cercare
del cibo mentre fuori infuriavano i combattimenti o che erano stati
arrestati durante i rastrellamenti casa per casa. E che non sono mai più
tornati. Nel quarantesimo anniversario dello scoppio del conflitto, i
loro cari continuano a tenere viva la memoria dei desaparecidos, consci del fatto che non riceveranno alcun aiuto dal governo libanese.
Le storie che sfilano oggi, come ogni 13 aprile, sulla stampa araba,
sono sempre le stesse: voci di mogli che chiedono giustizia, di anziane
madri che, accampate al sit-in permanente allestito 10 anni fa davanti
agli uffici Onu del centro di Beirut, sollevano cartelli con le foto dei
loro figli scomparsi. Cori di organizzazioni non governative e
associazioni di vittime che puntano il dito contro il governo, reo di
aver calato il silenzio sui fatti della guerra civile e di aver voltato
pagina così velocemente da dare l’impressione che il conflitto sia
avvenuto su un altro pianeta.
E’ l’intero Parlamento del Paese dei Cedri a essere additato e accusato di aver abbandonato i propri cittadini. Lì, infatti, siedono
fianco a fianco i capi delle milizie responsabili dei sequestri che una
legge del 1991 ha amnistiato e avviato verso una brillante carriera
politica. Un precario equilibrio tra fazioni nemiche-amiche
pronto a esplodere in qualsiasi momento: dagli scontri del maggio 2008
alle tensioni per la vicina guerra siriana, ogni minimo sibilo di accuse
reciproche rischia di infiammare il Paese dei Cedri. Figurarsi rendere
pubblico l’elenco dei sequestri per mano di questa o quella milizia nel
1982, dare istruzioni sul luogo delle fosse comuni e ammettere che, un
tempo, chi ora siede al proprio fianco nell’emiciclo, tentò di
assassinarlo a più riprese.
Le organizzazioni internazionali la chiamano “amnesia collettiva”: “Bisogna ricordare che i principali responsabili delle decisioni in questo paese – ha spiegato ad al-Jazeera
Justine di Mayo Houry, direttrice dell’ong ACT che si occupa dei
desaparecidos – sono tutti responsabili per le uccisioni, perché erano
quelli incaricati delle milizie al momento. Essi adottano una politica
di “amnesia” quando si tratta di affrontare la guerra civile. Hanno
paura di aprire vecchie ferite o riaccendere le tensioni”.
La volontà di non riaprire le ferite ha portato l’esecutivo di Beirut
a sacrificare i propri figli con delle azioni discutibili: fino
al 2005, complice l’occupazione trentennale del Paese dei Cedri da
parte della Siria – nelle cui carceri c’erano centinaia di libanesi di
cui si ha notizia fino allo scoppio della guerra nel 2011 – l’esecutivo
ha addirittura negato l’esistenza di persone scomparse liquidandole come
morte. Con una legge approvata nel 1995, infatti, il
governo stabiliva che trascorsi quattro anni una persona scomparsa può
essere considerata deceduta. Nel 2000, invece, sotto la pressione degli
attivisti, Beirut aveva creato una commissione d’inchiesta che, dopo sei
mesi di “ricerche” e due paginette di rapporto aveva ammesso la presenza di fosse comuni nella capitale, guardandosi bene dal dare informazioni più specifiche in merito.
Nel 2001 il governo aveva poi provato a istituire un’altra
commissione d’inchiesta, incaricata di investigare sui libanesi nelle
carceri siriane: Damasco aveva però rifiutato la questione, negando ogni
coinvolgimento nonostante la presenza di prigionieri libanesi, come testimonia il portale Middle East Online, in numerosi rilasci tra il 1976 e il 2000.
Nel 2005, dopo il ritiro delle truppe di Damasco, Beirut aveva proposto
una commissione congiunta con le autorità dell’ex occupante: le
famiglie avevano stilato una lista completa dei propri cari scomparsi,
ma la questione era morta lì per il rifiuto dei siriani a collaborare.
L’aiuto alle famiglie impegnate nella ricerca della verità arriva
principalmente dalla Croce Rossa Internazionale, che dal 2012 tiene un
database accurato contenente le informazioni sui vari sequestri. La
Croce Rossa sta lottando per far approvare alle autorità libanesi la
pratica del prelievo della saliva dei parenti degli scomparsi per usarlo
in futuro in possibili analisi del DNA. E, sebbene lo scorso
anno il Consiglio della Shura abbia approvato una sentenza storica che
ha riconosciuto “il diritto di sapere” alle famiglie degli scomparsi,
quando queste hanno avuto poi accesso ai faldoni della Commissione di
inchiesta istituita nel 2000 non hanno trovato nulla che già non
sapessero.
L’International Center for Transitional Justice (ICTJ), una ong libanese che da anni fornisce assistenza alle famiglie dei desaparecidos,
giura che una proposta di disegno di legge redatta assieme ai parenti
delle vittime per una commissione di inchiesta che includa forze di
polizia, archeologi e antropologi è in Parlamento in attesa di essere
approvata. Ma, visti i precedenti, è altamente improbabile che riesca a
passare. Tra le madri di Beirut, però, il coro è sempre lo stesso: “Non
vogliamo mandare in prigione i leader politici. Vogliamo solo la verità
per riconciliarci con il passato”.
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