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mercoledì 23 dicembre 2015

La crisi spagnola e il cammello del Dubai

Cosa lega elezioni spagnole, elezioni polacche e borsa del Dubai? Perché la Germania rischia di essere il grande sconfitto delle elezioni spagnole? Il nostro editoriale cerca di spiegarlo.

Il vero, attuale risultato delle elezioni spagnole non sta tanto nel buon risultato di Podemos, o nel crollo del bipartitismo locale, ma nello stallo che ne risulta. La Spagna ne può uscire in due modi: o con una grande coalizione, che comprenderebbe i due grandi partiti alternativi dagli anni ’70, oppure con una alleanza che escluda il Partito popolare. In entrambi i casi il grande sconfitto rischia di chiamarsi Germania.

E qui le strade della politica si fanno curiose, come sempre. Infatti in caso di vittoria di Podemos, alla Tsipras, sarebbe stato piuttosto facile per la Germania, pur nei limiti di un confronto con la Spagna intesa come quarta economia dell’Eurozona, preparare una cura greca per il nuovo governo di Madrid. Mentre, in una situazione incerta dove nei tentativi di intesa, se non nelle alleanze, si mescolano amici e nemici sarà più difficile per Berlino colpire in modo indiscriminato. Sia in termini di politiche imposte dell’austerità che di umiliazioni simboliche come per la Grecia – per poi ritrovarsi magari contro non solo un intero paese ma anche i partiti fino a quel momento non ostili. Già perchè favorire una desiderata, da Berlino, grande coalizione a Madrid non sarà uno scherzo. Comporterà comunque qualche concessione, qualche deroga alle politiche di austerità. Di quelle non desiderate, magari. Oppure, in caso di alleanza Psoe-Podemos e altri, richiederà un comportamento meno duro di quello attuato nei confronti della Grecia, non fosse altro perchè i socialisti spagnoli hanno entrature, a Bruxelles e a Francoforte, ben maggiori di quelle che aveva Varoufakis. E anche nuove elezioni, che secondo la costituzione spagnola potrebbero essere indette dopo circa tre mesi di stallo dal voto, potrebbero rivelarsi una sconfitta per il PP. La crisi, e quindi il tempo, in questi casi logora più facilmente i partiti dell’establishment liberale. Senza contare che, con lo stallo, la vicenda indipendentista catalana potrebbe sfociare in una crisi acuta.

Questo al netto del fatto che il Generale spread (il differenziale di tassi di interesse tra bond dell’eurozona) può lavorare alla complicazione della crisi. Già subito dopo le elezioni lo spread tra bonos spagnoli e bund tedeschi si è allargato. Accadesse ancora sarebbe un problema... tedesco. Perchè l’investimento in debito pubblico spagnolo, da parte degli investitori tedeschi è considerevole. Senza contare il rapporto tra banche spagnole e banche tedesche che vede queste ultime impegnate in modo massiccio nel paese iberico (la Spagna è il terzo paese europeo dove l’economia del credito tedesca investe dopo Olanda e Francia).

La Germania si trova così con una crisi spagnola ad ovest ed una crisi polacca ad est. Fino a poco tempo fa Varsavia era da considerarsi un paese poco più che satellite di Berlino. Oggi, con la rinnovata ascesa della destra populista, e nemmeno tanto velatamente antisemita, anche Varsavia fa politica a parte, attratta pure da un ruolo possibile nella crisi ucraina. La Polonia, dove (al netto delle élites) un terzo della popolazione vive almeno con oltre 1500 euro al mese ma il resto con meno di 500, è un altro esempio dell’effetto palla di neve prodotto sul continente dal combinato moneta unica-politiche di austerità. Ad est ha funzionato a questo modo: prima (anni ’90) l’establishment si è fatto liberale e artefice delle privatizzazioni, poi (inizio anni 2000) ha incassato prestiti di ogni tipo dalle banche tedesche. E, fin qui, Preußens Gloria. Poi, si è formato l’effetto palla di neve: una volta finito l’aumento del Pil grazie alle privatizzazioni (con relativi investimenti esteri, in Polonia si è toccata una crescita del sei per cento annuo), ed entrate in crisi le banche tedesche, arriva un establishment populista la cui sopravvivenza materiale coincide con la capacità di saper dire no alla Germania (in materia economica e di politiche migratorie).

La Germania deve quindi risolvere la crisi spagnola, la quarta crisi dell’eurozona, per avere la forza utile ad evitare l’effetto assedio dei paesi ex parnter oggi bisognosi di miriadi di rivendicazioni. Un assaggio si è avuto alla parte del vertice Ue dedicato alla gasdotto North Stream2, pro-russo e voluto dalla parte di Germania più legata a Mosca. La Polonia si è messa di traverso assieme, perchè in questi casi anche le pulci hanno la tosse e vogliono manifestarla, all’Italia. Già, perchè si trattava di una prova di summit “Germania contro tanti” e anche l’Italia ha voluto provare il brivido della prova di forza per avere potere negoziale. Non proprio la migliore situazione per l’avvio di negoziati tra Ue e Gran Bretagna che evitino l’ormai famoso, per gli inglesi, referendum sull’Europa del 2017.

Come si comprende la situazione spagnola per Berlino ha una tripla valenza: a) ci sono investimenti nei bonos e crediti bancari da salvaguardare b) si deve mantenere un asse politico con un paese strategico e partner c) si deve bilanciare la situazione europea ad Est che rischia di farsi ingovernabile.

Per la Germania sarà difficile raggiungere questi tre obiettivi. Anche perchè, secondo gli stessi tedeschi, sembra proprio arrivare l’effetto cammello del Dubai. Effetto che si riassume bene in questo grafico.

Questa curiosa infografica, pubblicata da Die Welt, riguarda l’andamento della borsa del Dubai che, come si nota, oltre a disegnare il dorso di un cammello finisce il 2015 decisamente verso il basso. Ma perché questo grafico ha interessato così tanto Die Welt? Per due motivi. Il primo, più implicito, sta nel fatto che, quando la Borsa di Dubai, assieme ad altre della zona, va bene, il Dax tedesco in sinergia assorbe l’eccesso di capitali dell’area; il secondo che la borsa del Dubai viene investita di ruolo d’oracolo dell’economia globale. I due indicatori per capirlo, fondamentali per Die Welt, sono il prezzo del petrolio e la bolla immobiliare. Il Dubai index, secondo il quotidiano tedesco, per importanza nella fissazione (in questo caso verso il basso) del prezzo del petrolio e nelle dimensioni della bolla immobiliare (sgonfiatasi), anticiperebbe le crisi globali. Come, sottolinea sempre Die Welt, nel 2008. Insomma, un mondo, come sempre, la cui crisi è anticipata dal petrolio e dal mattone.

Se si vogliono oracoli più industrialisti sulla crisi si guardi poi al Baltic Dry Index. Questo importante indice dei commerci marittimi globali è ai minimi da 30 anni. E, quando entra in crisi, ha sempre anticipato grosse turbolenze economiche e finanziarie. Ma i tedeschi una volta tanto guardano all’esotico e quindi alla gobba del cammello del Dubai. E la crisi spagnola, vista dalla gobba del cammello, si fa ancora di più difficile soluzione per Berlino. Se nel 2016 accade qualcosa di grosso, dalla Spagna alla Polonia, l’effetto palla di neve può diventare un effetto valanga. Se la politica è l’arte del possibile ai tedeschi conviene una risoluzione creativa della crisi spagnola. Dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2011 la soluzione creativa fu far sforare il rapporto deficit-Pil agli spagnoli per far ripartire l’economia (al contrario dei dogmi ordoliberisti che furono comunque somministrati agli italiani).

A Berlino conviene trovare una nuova soluzione creativa o, comunque, un qualcosa che che eviti il disgregamento del funzionamento concreto dell’ordoliberalismo così come pensato tra Bruxelles, Berlino e Francoforte. Sperando che questo qualcosa non assuma tratti inguardabili, alimentando il peggio che questo continente, se vuole, contiene benissimo.

Redazione, 22 dicembre 2015

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