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martedì 22 dicembre 2015

Luci francesi sul caso inquietante del liceo italiano

Contro ogni fondamentalismo, quanto resta dell’Europa democratica, nonostante Salvini e i suoi camerati nazionali ed esteri, vanta anzitutto la scuola. Su di essa, ben più che sulla ferocia delle armi, si può costruire il futuro, oggi più che mai, mentre la barbarie della guerra si ripresenta, con il suo carico d’odio e d’infinito dolore. Se strumentalmente, dopo la tragedia di Parigi, la Francia della rivoluzione e la Marsigliese sono diventate la prima barriera di civiltà e hanno chiamato a raccolta i nostri studenti, c’è un che di spontaneo nei mille toni con cui si è ripetuto l’elogio della «liberté» e l’accento è caduto sulle radici rivoluzionarie della cultura laica, sulla tradizionale apertura di pensiero che dovrebbe caratterizzare la scuola, intesa soprattutto come fucina d’intelligenza critica, che non conosce tabù e mira a formare coscienze ben oltre il conformismo imperante.

In questo quadro di valori, il 17 dicembre scorso, in Francia, al Collège «Julie Simenon» di Vannes, città bretone, situata nel Dipartimento del Morbihan, un rivoluzionario italiano, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, è stato ospite d’onore e il «Telegramme», ha potuto titolare: «La storia d’un militante antifascista italiano raccontata ai ragazzi delle quinte».

Nel quadro di un articolato lavoro sugli «eroi del mondo», realizzato in un corso di educazione morale e civile, i giovanissimi studenti francesi hanno ascoltato così David Borl che ha raccontato la storia di suo nonno, Federico Zvab, eroico combattente della Quattro Giornate. Un uomo, questo va detto, che i carabinieri fascisti definivano malfattore e anche oggi rischierebbe di passare per “terrorista”, perché progettò un attentato contro Hitler. In realtà, Zvab fu un rivoluzionario, un combattente di Spagna che, dopo le Quattro Giornate e la guerra mondiale, partecipò ai moti sociali del centro America e si schierò a fianco di Che Guevara. Una figura complessa, che può porre problemi alle coscienze, perché la sua vita conduce al tema del tirannicidio e a quello della violenza politica. Ci voleva coraggio per accettare la proposta di David Borle e affrontare la questione con giovanissimi studenti. E il coraggio non è mancato.

La scuola francese non ha paura di confrontarsi con i suoi studenti e di riflettere sul bene e sul male, sui mille volti del potere e sulle sue contraddizioni? Non è facile rispondere; si direbbe però, che, se non altro, riconosce nel passato una indispensabile chiave di lettura del presente e sa che il silenzio è spesso manipolazione o censura e produce disastri. Ad ascoltare il racconto di David Borle e della sua compagna Fabienne Rufin, c’erano perciò, non a caso, autorità scolastiche, genitori, docenti. Uniti in quel difficile lavoro che si chiama formazione.

Mentre tutto questo avveniva e i giovani francesi discutevano liberamente di una storia così complessa, che è nata e si è sviluppata nonostante e contro la volontà dell’ordine costituito del suoi tempi, a Napoli, terra d’adozione di Zvab, il principio adottato in Francia è stato rifiutato. Per uno di quei paradossi di cui è ricca la storia, è accaduto proprio nella scuola in cui nel settembre del 1943 operò il Comitato Rivoluzionario delle Quattro Giornate, al liceo «Jacopo Sannazzaro», tra i corridoi e le aule in cui Federico Zvab si mosse assieme ad Antonino Tarsia in Curia e ad Eduardo Pansini, capi dell’insurrezione napoletana.

Proprio lì, una dirigente scolastica ha deciso di zittire d’imperio i suoi studenti, nei quali evidentemente non vede i naturali eredi di quell’Adolfo Pansini, studente come loro, che nel liceo Sannazzato fu condotto, dopo che fu ucciso, dai nazifascisti mentre combatteva assieme a Zvab. La loro colpa? Voler ascoltare il racconto della mamma di un ragazzo ucciso un anno fa dai carabinieri in un quartiere della periferia napoletana.

Intendiamoci. Qui non si tratta di azzardare paragoni tra gli argomenti scelti dagli studenti, ma di valutare un metodo, per capire se l’imposizione del silenzio possa essere strumento formativo, anche se un dato è evidente: mai due episodi così lontani tra loro e però così simili da poterli scambiare, hanno gettato luci così diverse su realtà che dovrebbero essere invece omogenee.

Nella bretone Vanne, la scuola francese ha affrontato il tema della testimonianza con quanto ne derivava di scabroso – dall’attentato, alla lotta armata – e l’ha fatto con l’intento di riflettere sul valore della testimonianza e su una vicenda complessa, com’è sempre quella dei rivoluzionari. Qui a Napoli, si è preferito, invece, impedire la discussione, laddove forse sarebbe stato necessario confrontarsi, spiegare e puntualizzare. I ragazzi avevano torto? E quale modo migliore per dirlo, se non ascoltarli e smontarne i ragionamenti? Lo sanno tutti, può ignorarlo la scuola? Negare il diritto di parola, significa dar ragione a chi ha torto.

La differenza tra il modello francese a quello italiano è tutta qui. Sembra piccola ma è grande. Ed è paradossale che sia accaduto proprio nella scuola napoletana, in cui la repubblica democratica cominciò ad essere concepita. Come a Vannes, anche a Napoli, si trattava di riflettere. E c’è un particolare che fa male: la parola è stata tolta soprattutto alla madre del ragazzo ucciso. Si è così esercitato nella maniera più burocratica e autoritaria un ruolo di comando padronale del tutto incompatibile con la funzione della scuola. I due racconti avevano una valenza diversa e quello napoletano poteva condurre su terreni scivolosi? A maggior ragione sarebbe stato molto meglio lasciare che tutti parlassero, interpretando con intelligenza la lezione di Zvab, che lasciò parlare e difese dall’ira popolare tutti, anche i cecchini fascisti. Bisognava farlo, perché, per conoscere e riconoscere il bene, occorre definire il male senza averne timore. E’ questo il lavoro della scuola, che non può contrastare un’idea che ritiene sbagliata, impedendone l’espressione.

In questo senso, la distanza tra le due realtà appare incolmabile e i molti interrogativi suscitati dalla «Buona Scuola» di Renzi tornano di attualità. Il «Sannazzaro», la piccola realtà locale, dimostra che la grande realtà sovranazionale, l’Europa, non sarà mai unita se, al di là della moneta e delle banche, non avrà un unico modello di scuola e di cittadino, che non può essere quello, frettoloso, imposto da Renzi a un Paese che non era per nulla d’accordo.

Un modello che alla prima occasione, com’era prevedibile, mostra i suoi limiti e la sua vocazione autoritaria.

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