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martedì 29 dicembre 2015

Spagna e Catalogna, trattative in stallo. Si torna alle urne?

Non sembra aprirsi alcuno spiraglio per la formazione del governo di Madrid dopo le elezioni legislative del 20 dicembre scorso contrassegnate dalla fine del bipartitismo e dall'affermazione di due nuove formazioni, Podemos e Ciudadanos.

Il premier uscente spagnolo Mariano Rajoy, a capo di un Partido Popular arrivato primo ma senza maggioranza (il PP si è fermato al 28%), ha avviato un secondo giro di colloqui con i leader dei due partiti emergenti, Pablo Iglesias e Albert Rivera, nel tentativo di formare un molto ipotetico nuovo governo. Ma Iglesias gli ha confermato il 'no' secco ad ogni ipotesi di investitura di un esecutivo guidato dalla destra postfranchista. E Rivera non è andato oltre una eventuale astensione a un governo di minoranza Rajoy che però potrebbe reggere solo se i socialisti adotteranno la stessa posizione.

Il leader del Psoe Pedro Sanchez, che giovedì scorso ha visto Rajoy, lo ha però già escluso. Ma all'interno del Partito Socialista traballa la poltrona di Sanchez – che Iglesias ha accusato di "fare teatro" – contestato dai baroni territoriali guidati dalla potente Susana Diaz, presidente dell'Andalusia, contrari ad una alleanza con Podemos, che chiedono un congresso a fine febbraio che potrebbe dare a Diaz la guida del partito.

La situazione appare per ora completamente bloccata. Il Pp nel Congresso ha 124 deputati su 350, il Psoe solo 90, Podemos e le liste catalane, galiziane e valenzane formate da questo movimento e partiti locali di sinistra e centrosinistra in totale 69, Ciudadanos 40. Gli altri 27 seggi sono divisi tra Iu, gli indipendentisti catalani moderati, i nazionalisti e gli indipendentisti baschi, i regionalisti delle Canarie.

Anche un governo formato da Psoe e Podemos – al di là dell'opposizione frontale di una quota consistente del partito di Sanchez – con l'appoggio di alcune formazioni indipendentiste sembra davvero improbabile. Intanto perché rimarrebbe sotto la quota minima dei 176 deputati – la maggioranza degli eletti alle Cortes – e inoltre perché i liberisti e nazionalisti spagnoli di Ciudadanos hanno detto che voterebbero contro un governo con Iglesias. Anche Podemos ha posto come condizione per il sostegno al Psoe l'indizione di un referendum sull'indipendenza della Catalogna che i socialisti non vogliono affatto. E che anche gli indipendentisti catalani, da posizioni opposte, contestano, visto che se un governo a Madrid volesse aprire veramente la strada ad una separazione consensuale con Barcellona – al di là della propaganda – dovrebbe avere la volontà e la forza di cambiare gli articoli della costituzione che tutelano la cosiddetta 'integrità territoriale' del Regno di Spagna.

Intanto anche la Catalogna è sempre senza governo a tre mesi dalle regionali del 27 settembre. Le due liste indipendentiste del liberalnazionalista Artur Mas (Junts pel Si, formata da Cdc ed Erc, 67 seggi su 135) e della Cup (anticapitalisti, 10 seggi) hanno una teorica maggioranza assoluta nel parlamento di Barcellona. Ma finora la Cup ha respinto la proposta da parte di Junts pel Si di formare un esecutivo guidato dal Artur Mas, che però insiste. Dopo mesi di proposte e contropoposte – la Cup sarebbe disponibile a sostenere un governo di Junts pel Si guidato da un esponente meno compromesso con le politiche di austerity e autoritarie portate avanti nella scorsa legislatura dal leader di Convergenza Democratica – domenica scorsa una maxiassemblea convocata dalla Cup a Sabadell non è riuscita a dirimere la questione.

Dopo un dibattito durato circa 10 ore i circa 3100 delegati si sono spaccati esattamente a metà sul sostegno a Mas: 1515 a favore e 1515 contrari, pochi gli astenuti. La decisione è stata quindi rinviata alla riunione del gruppo dirigente della Cup – e di altri movimenti di sinistra radicale confluiti nella lista degli indipendentisti anticapitalisti alle scorse regionali – prevista per il prossimo 2 gennaio. Alla quale potrebbe seguire una nuova assemblea generale dei militanti della Cup nei giorni seguenti, prima che il 9 gennaio il Parlament venga sciolto in mancanza di un presidente e si torni a votare.

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