Il via libera definitivo è arrivato ieri: il Fondo Monetario
Internazionale ha approvato il prestito di tre anni di 12 miliardi di
dollari all’Egitto per sostenere le riforme economiche del governo. La
prima tranche, 2.75 miliardi, sarà versata a breve. Nel comunicato
dell’Fmi, l’istituzione internazionale indica le generiche politiche che
si attende dal Cairo: “Politiche volte a correggere gli squilibri
interni e ricreare competitività, abbassare il debito pubblico,
sostenere la crescita e creare posti di lavoro proteggendo i gruppi più
vulnerabili”.
Obiettivi importanti che al momento sono stati anticipati da
un’austerity durissima che ha colpito proprio le classi più vulnerabili,
quelle marginalizzate alla periferia delle grandi città e nelle zone
rurali. L’austerity, aveva avvertito il presidente al-Sisi in
tv chiedendo sacrifici al popolo egiziano, è servita proprio ad ottenere
quel prestito: la svalutazione della sterlina di ben il 48% nei
confronti del dollaro, il taglio dei sussidi, la cancellazione dei
posti di lavoro pubblici hanno avuto effetti a cascata, dall’inflazione galoppante alla carenza cronica di beni di prima necessità.
Ieri in Egitto il popolo era stato chiamato a protestare contro la crisi ma in piazza sono scesi in pochi. Ad
organizzare la protesta era stato il movimento Ghalaba (movimento dei
poveri), nato online ma senza ottenere particolare consenso. E così ieri
nelle principali città di gente ne è scesa poca. In parte a
causa delle forze di sicurezza, note per abusi e violenze, che già da
giovedì avevano blindato piazze, arterie stradali, stazioni della metro;
in parte per una generale stanchezza del popolo egiziano, soffocato da
miseria e repressione politica. E infine per la scarsa fiducia in
Ghalaba, movimento ancora avvolto nel mistero: buona parte dei gruppi
figli della rivoluzione del 2011 e dei partiti politici tradizionali non
hanno aderito alla protesta, bollando il movimento come un prodotto di
Golfo e Turchia. Solo i Fratelli Musulmani, in corner, hanno aderito:
dopo aver detto di non voler partecipare, giovedì si sono uniti.
Si sono registrati alcuni scontri a Giza, il Cairo e Alessandria e
130 arresti, tra cui tre giornalisti. Ma buona parte degli egiziani è
rimasto a casa. Molti noti attivisti, tra cui l’avvocato Malek
Adly, rilasciato da poco dopo 5 mesi in isolamento, imputa la scarsa
partecipazione ad una generale disaffezione che richiede un lungo
processo di riavvicinamento ai movimenti popolari che in Piazza Tahrir seppero guidare la rabbia e le aspirazioni democratiche del popolo egiziano.
Al momento la gente sembra più presa dalla necessità di far quadrare i
conti, arrivare alla fine del mese, cercare un secondo lavoro. La
situazione socio-economica è al collasso e lo scontento cresce seppure
non sia ancora esploso. Ma i servizi segreti interni lo temono: il mese
scorso, riporta una fonte dell’intelligence a Middle East Eye, i
servizi hanno mandato al presidente al-Sisi un rapporto nel quale
imputano alle mancante riforme economiche un calo consistente di
popolarità del governo, registrato in particolare nelle zone più
marginalizzate e povere del paese. L’impressione è che, mentre il
governo è impegnato in progetti faraonici e inutile, la gente sia ridotta
alla miseria.
Alcuni interventi sono stati compiuti, tra cui l’aumento dei sussidi
individuali da 18 a 21 sterline egiziane e quello dei prezzi di vendita
del grano per sostenere i contadini, ma non si tratta di misure
strutturali capaci di affrontare la disuguaglianza tra centro e
periferia, la dipendenza dall’export di beni alimentari, lo spreco di
risorse idriche, la crisi del settore turistico.
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