Tra i primi a congratularsi con il nuovo presidente degli Stati Uniti
c’è Ankara: il premier turco Yildirim stamattina ha mandato un
messaggio a Donald Trump per ricordargli il caso Gulen. La Turchia vuole
l’estradizione dell’imam ex alleato del presidente Erdogan, accusato
oggi di (quasi) tutti i mali del paese.
“Ci congratuliamo con Mr. Trump – ha detto il primo ministro –
Faccio appello al nuovo presidente da qui riguardo l’urgente
estradizione di Fethullah Gulen, la mente, l’esecutore e il perpetratore
del vergognoso colpo di Stato del 15 luglio”.
L’estradizione, aggiunge, segnerà un nuovo inizio nei rapporti tra
Turchia e Stati Uniti. Rapporti che negli ultimi tempi potrebbero
sembrare indeboliti: il presidente Obama non ha nascosto il
fastidio per i modi autoritari dell’alleato, definendolo in privato alla
stregua di un dittatore. Ma non ha mai messo in dubbio la centralità
della Turchia dentro la Nato e in Medio Oriente: dopotutto, a
parte il no alla zona cuscinetto con la Siria (che Ankara sta comunque
mettendo in piedi da sola), Washington ha permesso l’invasione turca di
Siria e Iraq e ha mosso critiche solo a parole dopo le purghe di massa
nel paese.
E, solo pochi giorni fa, ha praticamente regalato Raqqa alla Turchia
con un accordo che stabilisce la gestione della città una volta liberata
dall’Isis. Lì a combattere sono le Forze Democratiche Siriane: dopo 5
giorni di offensiva si sono avvicinate di 25 km alla città “capitale”
del sedicente califfato e liberato una decina di villaggi. I
kurdi di Rojava, che guidano la federazione mista, non nascondono la
preoccupazione: ieri hanno denunciato il tentativo della Turchia di
infiltrare due ingenti gruppi di miliziani anti-kurdi dalla frontiera
nord, dal villaggio di Doda e dalla città di Kobane, bloccati dalle Ypg a difesa del confine.
Ma la guerra ai kurdi prosegue anche in casa, protagonista della
repressione il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), che conta oggi 12
deputati in prigione. Tra loro i due co-presidenti, Demirtas e
Yuksekdag, portati in carceri di massima sicurezza. Ieri le
agenzie kurde denunciavano le condizioni in cui Demirtas è detenuto: in
una cella di isolamento, privato di libri e vestiti. Nella cella ha solo
un letto e una coperta ma è riuscito tramite gli avvocati a
mandare un messaggio all’esterno: tre fogli di carta in cui chiama la
base a resistere insieme contro il fascismo.
Difficile definirlo diversamente: dopo aver quasi azzerato il gruppo
parlamentare del principale partito di opposizione – non per grandezza
ma per posizione – ieri il presidente Erdogan se l’è presa anche
con il partito Repubblicano che dopo il fallito putsh del 15 luglio si
era prostrato al potere dell’uomo solo al comando. In un
comunicato stampa seguito agli arresti nell’Hdp, il Chp aveva infatti
condannato le azioni del governo definendole “incostituzionali” e
parlando di “colpo di Stato del presidente” , per poi chiedere il
rilascio dei parlamentari e dei 9 giornalisti di Cumhuriyet portati via
pochi giorni prima.
Troppo per Erdogan che ha deciso di denunciare il leader dei
repubblicani, Kemal Kilicdaroglu, per insulti al presidente, diventato
un reato penale gravissimo nel sistema politico ordito dall’Akp. Gli
screzi giungono ad una settimana dalla presentazione della bozza di riforma costituzionale voluta dal governo e che prevede il
passaggio dal sistema parlamentare a quello presidenziale. Con l’Hdp e i
suoi 58 deputati fuori dai giochi, sarà facile farla finalmente
passare: con 316 seggi in parlamento e una maggioranza necessaria di
330, al partito di governo ne mancano 14 per introdurre una riforma alla
costituzione che apra poi al referendum popolare.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento