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23/04/2024

Aspettando il 25 aprile. 1 – L’inizio della Resa dei Conti

di Massimo Zucchetti

Ci avviciniamo alla data più bella dell’anno, il 25 aprile. La data nella quale le facce dei fascisti di ieri e di oggi si fanno più livide, le loro voci più stridule, il loro imbarazzo e fastidio sempre più evidenti.

Soltanto questo dovrebbe far capire come l’antifascismo – sopratutto oggi che i protagonisti dei giorni di allora sono tutti scomparsi, mentre sporgono sempre più da oscure profondità i crapini dei loro nipoti, una dei quali a capo del Governo addirittura – sia attuale e indispensabile.

Condividerò in questi giorni dei brani tratti (e accorciati) dalla nuova edizione del mio libro “Mussolini, ultimi giorni. Contro il revisionismo. Nuova edizione 2024”, che sta per uscire.

Rispetto alla vecchia edizione del 2018 (scaricabile gratis qui) è passato da 98 a 274 pagine.

1 – L’inizio della Resa dei Conti

“È già da qualche tempo, che i nostri fascisti, si fan vedere poco, e sempre più tristi, avran capito forse, se non son proprio tonti, che sta per arrivare la Resa dei conti” (Festa d’Aprile, canzone partigiana)

Verso il finire della guerra, nella primavera del 1945, iniziarono a farsi più frequenti gli episodi nei quali i fascisti repubblichini, responsabili dei peggiori fatti di sangue e violenze, venivano abbattuti dalle forze partigiane, specialmente dai GAP.

Queste azioni di giustizia partigiana non sono mai mancate, anche nei primi tempi della guerra di liberazione, ma il periodo iniziale durante il quale i fascisti, a guinzaglio dei nazisti invasori, forti del numero, potevano maramaldeggiare con la popolazione, era finito.

La tendenza si invertì, l’odio generalizzato di tutti gli italiani ancora sotto occupazione si poteva percepire ad ogni passo, rendeva l’aria pesante per le “camicie nere”. I funerali – formalmente “solenni” – dei militi repubblichini caduti erano squallidi e semi-deserti.

I fascisti corsero ai ripari asserragliandosi nelle caserme, uscendo preferibilmente in gruppo, mentre i più criminali si abbandonarono ad un crescendo di raid e feroci ritorsioni oramai prive di qualsiasi scopo, se non sfogare la rabbia per la sconfitta imminente, trascinando con loro nella morte e nella rovina il maggior numero di persone possibile: un cupio dissolvi che però non riguardava mai loro stessi, se non a parole, ma sempre civili disarmati o prigionieri, politici o rastrellati a caso.

Poi, giunse la fine di aprile: quegli stessi che fino a poche settimane prima si aggiravano tracotanti e minacciosi, con le armi spianate e l’aria da padroni e da bravacci, provarono a sparire.

Alcuni spararono qualche colpo dimostrativo e si arresero, pensando che fosse sufficiente; molti altri gettarono le armi e scomparvero, fidando spesso nella confusione di fine guerra e nella sbrigativa e noncurante clemenza degli Alleati.

Noncuranza che si basava su un ragionamento semplice: toccava agli Italiani, se davvero erano diventati antifascisti, fare giustizia.

L’Italia era uno Stato, se non vincitore, almeno co-belligerante dei vincitori: la giustizia toccava allo Stato italiano e – nella transizione – al CLNAI, suo unico delegato a nord della Linea Gotica.

La peculiare pretesa fascista fu che, più o meno, fosse finita una guerra cavalleresca; le decine di migliaia di civili o prigionieri assassinati senza pietà, le stragi, le violenze fisiche e non, le distruzioni e le ruberie, i rastrellamenti e le deportazioni, la collaborazione con la più feroce occupazione nella storia moderna d’Italia, quella nazista, il terrore, facevano secondo loro “parte della guerra”: ma la guerra ora era finita, ognuno quindi poteva rimettersi in borghese, si girava un interruttore e la vita riprendeva.

Appare evidente come si trattasse di una pretesa eccessiva: fu naturale che, nel 1945, vi fosse in Italia un redde rationem, in modo da far pagare il fio ai criminali fascisti ed espellere le tracce innumerevoli dei danni che il fascismo aveva fatto alla società italiana, in un ventennio di dittatura e nella coda atroce dei due anni di occupazione nazista e di spietata guerra civile.

Espellere la stessa mentalità fascista, che aveva danneggiato e malridotto il tessuto sociale e il livello di civiltà e democrazia dell’Italia al livello di degrado di uno staterello dittatoriale centro-americano.

Per molti motivi, quindi, non abbiamo timore di parlare della complementarità della Resa dei conti – giustizia sommaria e quindi necessariamente approssimativa e sbrigativa – rispetto alla Giustizia ordinaria – necessariamente ponderata ed a volte inefficace.

Anche a noi sarebbe piaciuta una situazione nella quale i criminali fascisti avessero pagato in maniera giusta e severa per i loro misfatti, condannati in regolari processi da un’ipotetica giustizia italiana, erede diretta della Resistenza; ciò non fu possibile, ed allora la Resa dei conti va considerata come parte di un necessario epilogo, ed un parziale rimedio all’Italicidio fascista.

Un rimedio alla completa distruzione, materiale e morale, di una nazione e dei suoi abitanti, causata dal fascismo e dalla guerra, la cui responsabilità è da attribuirsi a nessun altro se non al fascismo stesso.

Dimostrò che l’Italia aveva anticorpi sufficienti a sconfiggere e ripudiare il fascismo, anche se non del tutto, e non per sempre.

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