È forse curioso, sotto certi aspetti persino paradossale, riconoscere come vertice assoluto di una carriera, e tra i dischi più significativi dell’intera storia dell’hard-rock, un album che ha fatto della transitorietà, dell’ambiguità stilistica e della non cristallizzazione la sua cifra più potente. "Secret Treaties" non è un monolite, ma una creatura viva e instabile, una strana alchimia tra heavy metal nascente, psichedelia ormai al tramonto, suggestioni letterarie colte e quelle atmosfere esoteriche che da sempre avvolgevano l’estetica dei Blue Öyster Cult.
Concepito nei primi anni Settanta, a ridosso del convincente "Tyranny And Mutation", disco che aveva finalmente fatto guadagnare alla band l’attenzione di critica e pubblico, soprattutto per i testi cerebrali e provocatori, "Secret Treaties" segna un salto decisivo nella maturazione dei Blue Öyster Cult. Questo terzo lavoro riesce infatti laddove il precedente ancora tentennava, equilibrando la potenza del riff con la coerenza strutturale e incanalando l’istinto visionario in una forma musicale precisa, ipnotica, tagliente. Sarebbe quasi eretico non chiamarlo capolavoro, perché questo album rappresenta un punto di non ritorno per il gruppo: sebbene il culmine del successo planetario arriverà qualche anno dopo con “(Don’t Fear) The Reaper”, i Blue Öyster Cult non raggiungeranno mai più, in termini di coesione e profondità artistica, le vette di questo disco.
Volgendo lo sguardo sin da subito al suo epilogo più memorabile, è impossibile non citare la vertiginosa e inarrivabile “Astronomy”, sigillo finale e autentica canzone-talismano che racchiude e sublima tutte le tensioni sotterranee del disco: tra esoterismo e scienza, mitologia e tecnologia, romanticismo cosmico e nichilismo postmoderno. Il brano, parte integrante del cosiddetto “Imaginos Mythos” ideato da Sandy Pearlman, produttore del disco e autore di diversi brani, è un affresco enigmatico e visionario il cui testo è fitto di rimandi criptici e immagini alchemiche. La sua grandezza sta anche nell’ambiguità formale: è una ballata? Un brano progressive? Proto-gothic rock? In realtà, è tutto questo e insieme qualcosa di più, una creatura sfuggente che sembra anticipare i Pink Floyd più dilatati ("Shine On You Crazy Diamond"), i Rush lirici ("Xanadu", "The Trees"), i King Crimson più atmosferici, l’oscurità dei Fields Of The Nephilim e finanche gli Smashing Pumpkins di "Adore". La chitarra di Buck Dharma tesse arabeschi melodici che riecheggiano nei Marillion e nei Porcupine Tree, mentre l’andamento, fatto di passaggi lenti e solenni che esplodono in aperture armoniche ampie, ha influenzato, talvolta inconsapevolmente, intere generazioni di band gothic e power metal europee degli anni Ottanta, in particolare nella loro declinazione più melodica e “epica” à-la Helloween, ma rintracciabile anche negli Stratovarius, nei Gamma Ray e nei momenti più solenni dei Blind Guardian. Persino i Metallica, nella loro cover apparsa su "Garage Inc.", hanno voluto restituire la dimensione epica e mistica del brano, accentuandone l’intensità drammatica.
Ad ogni modo, "Secret Treaties" non si esaurisce certo con “Astronomy”: è composto da otto tracce quasi tutte degne di nota, a eccezione forse dei due brani centrali, “Cagey Cretins” e “ME 262”, che rappresentano un momento di flessione. Il primo è poco più che un divertissement con bizzari coretti che fatica a lasciare il segno; il secondo, pur trattando un tema suggestivo e controverso come il volo dei jet tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, in linea con il gusto della band per l’ambiguità storica e provocatoria, manca della forza evocativa e musicale del resto del disco. La canzone, tuttavia, viene oggi ricordata per la celebre copertina dell’album, che raffigura proprio l’omonimo aereo accanto ai musicisti, immersi in un bianco e nero sospeso tra glamour e inquietudine.
Eppure, esclusa questa breve parentesi, la terza fatica dei Blue Öyster Cult si rivela un'opera sorprendentemente compatta e ispirata. L’inizio è affidato “Career Of Evil”, scritto da una giovane Patti Smith, all’epoca legata sentimentalmente al tastierista Allen Lanier. Proprio le tastiere rivestono un ruolo determinante in questo brano dal sapore blues decadente, che precede l’energica ballata “Subhuman”, caratterizzata dalla voce di Bloom, impastata e lontana. Per atmosfere, evoca quel tipo di spiritualità laica e cosmica che sarà cara a band come gli Spacemen 3, ma a rendere la canzone ancora oggi una delle loro più celebri è il riff di chitarra spiraleggiante di Buck Dharma, che ritorna periodicamente ad avvolgere l’intero impianto sonoro.
“Dominance And Submission” e “Harvester Of Eyes” mostrano il volto più energico e incalzante della band statunitense. Il primo è un micro-dramma elettrico scandito da bruschi cambi di tempo, chitarre serrate e intrecci vocali inquieti, con un’energia che anticipa, per certi versi, il dinamismo frammentato dello "Sheer Heart Attack" dei Queen. Il secondo è invece un midtempo affilato, impregnato di sarcasmo nero e ironia macabra, in bilico tra lo shock rock di Alice Cooper e le pulsioni meccaniche di un proto-industrial ancora in fase embrionale. Il riff, secco e minaccioso, guida un testo che oscilla tra necrofilia e cultura pop, fino a sfociare in un un carillon infantile finale degno di un incubo horror.
“Flaming Telepaths” è forse il brano più esplicitamente progressive dell’album e per il suo testo è il preludio ideale a “Astronomy”, con cui condivide non solo l’atmosfera arcana, ma anche una certa ambizione lirico-concettuale. L’apertura con pianoforte e batteria è perturbata da una voce declamatoria e visionaria, mentre le tastiere, qui protagoniste assolute, non decorano, ma inquietano, contribuendo a costruire un senso di crescente tensione mentale. Verso metà brano, un’esplosione di synth spalanca le porte a un crescendo strumentale che, pur non abbandonando la forma canzone, tocca momenti di solennità quasi sinfonica, in un equilibrio fragile e febbrile tra il prog britannico più narrativo (si pensi agli Who di "Quadrophenia") e quel dark progressive degli anni Ottanta (come IQ o Twelfth Night) che farà proprio questo modo torbido e notturno di usare le tastiere. La chitarra di Buck Dharma, lucida e dolente, si ritaglia due spazi memorabili, culminando in un finale straniante e poetico, che sfuma nell’ignoto.
È un brano che suona come un ultimo rito prima dell’apoteosi finale, in un album che lascia più domande che risposte, custodendo sotto la superficie del rock la tensione tra ciò che si mostra e ciò che si cela. Qualcosa di segreto, ma redatto con rigore: trattati che anticipano, senza proclamarlo, ciò che la musica sarebbe presto diventata.

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