Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/09/2015
"Tsipras 2", un governo targato Pasok. Viceministro contestato, si dimette
Non sono passate neanche 12 ore dal giuramento del nuovo governo presieduto da Alexis Tsipras – molto simile al precedente, tranne che per l’assenza totale di esponenti della sinistra di Syriza – che l’esecutivo ha già perso uno dei suoi membri. Si tratta da Dimitris Kammenos – dello stesso partito di Panos Kammenos con il quale però non vanta alcuna parentela – che aveva giurato davanti al presidente della Repubblica Prokopios Pavlopoulos in qualità di viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e che a fine giornata si è dovuto dimettere sull’onda di una pesante contestazione proveniente da più parti. Sacrificato dallo stesso leader della sua formazione, i nazionalisti di destra di Anel, Dimitris Kammenos si è fatto da parte dopo che sui social network e su alcuni media ellenici hanno cominciato a rimbalzare alcuni dei suoi post su Facebook e su Twitter e alcune sue dichiarazioni ritenute dai contestatori di stampo omofobico, razzista e antisemita.
Kammenos, durante il braccio di ferro con Bruxelles dei mesi e degli anni scorsi, aveva paragonato il piano di ‘salvataggio’ imposto alla Grecia dalla troika al campo di concentramento di Auschwitz e aveva poi postato su Facebook una foto che mostrava l'ingresso del lager con la scritta "Restiamo in Europa" al posto di quella originale “Arbeit macht frei”. Un accostamento che aveva già all’epoca fatto infuriare la comunità ebraica greca. Ma Kammenos era finito più volte nel mirino anche per le sue tesi ritenute complottistiche rispetto agli attacchi dell’11 settembre del 2001 contro le Torri Gemelle negli Stati Uniti e per i suoi apprezzamenti poco simpatetici nei confronti dei gay, delle minoranze e della sinistra. D’altronde l’esponente della destra di Nuova Democrazia confluito nella creatura politica creata dal più noto Panos pochi anni fa in apparente rottura con la subalternità del partito nei confronti dei diktat della Troika, non ha mai nascosto la sua identità e le sue opinioni, che non sono poi molto diverse da quelle dei suoi colleghi di Anel scelti per far parte del precedente e dell’attuale esecutivo.
Il 49enne esponente politico ha prima cercato di difendersi – aggravando in realtà la sua posizione – affermando che i post incriminati erano stati manipolati o addirittura pubblicati sui suoi profili da presunti hacker ma poi, una volta scaricato anche dal suo leader, ha annunciato le proprie dimissioni per permettere "il buon funzionamento del nuovo governo" e in nome "dell'interesse del Paese".
Fattosi da parte, Dimitris Kammenos ha comunque aggiunto che si rivolgerà alla magistratura per far luce sul complotto ordito dagli hacker contro di lui "in modo che la verità risplenderà un giorno".
Ma il sacrificio dello sprovveduto viceministro non ha placato l’ondata di critiche crescenti contro un esecutivo che, contrariamente all’immagine nuovista e discontinuista che lo stesso premier tenta di dargli, in realtà appare in buona parte espressione del vecchio personale politico e dei partiti dell’establishment, per quanto riciclati e presentati sotto una nuova veste.
A ben vedere non solo praticamente tutti gli esponenti di Anel provengono da Nuova Democrazia, in cui hanno militato ricoprendo posti di responsabilità almeno fino a tre anni fa, ma anche la pattuglia dei rappresentanti di Syriza è pesantemente infiltrata da ex dirigenti del Pasok, alcuni dei quali sfilatisi dalla formazione filo-troika all’ultimo momento dopo aver condiviso scelte scellerate. I socialisti scelti per guidare i ministeri e i dipartimenti sono numerosissimi, anche più che nella precedente versione del governo, grazie anche all’epurazione degli esponenti della sinistra di Syriza che hanno abbandonato il partito per formare Unità Popolare o che, pur rimanendo in minoranza nella formazione, sono stati sistematicamente messi da parte.
Niente male per un partito che ha promesso, dopo aver abbandonato per forza maggiore i vecchi slogan radicali contro debito e austerity, almeno di portare a un ricambio delle classi dirigenti e di spazzare via l’establishment corrotto e inamovibile che si era impossessato delle istituzioni. Vista la composizione dell’esecutivo, è davvero difficile attendersi che dopo la rinuncia alla rivoluzione sociale l’accoppiata Syriza-Anel si faccia almeno promotrice di quella civile...
Per ora l’unico proposito che sembra animare la squadra di governo – composta da 32 tra ministri e ministri aggiunti e da 12 viceministri – sembra essere la riduzione del danno: «Iniziare a lavorare immediatamente per applicare il Memorandum in modo equo e per ricostruire la società avendo cura degli strati più deboli».
Riconfermati nell’esecutivo molti dei ministri precedenti: Efklidis Tsakalotos continuerà a guidare le Finanze, affiancato dal responsabile dell’Economia Jorgos Stathakis e dal ministro aggiunto Giorgos Choularakis. Supervisionati dal vicepremier Jannis Dragasakis saranno loro a dover applicare i vari provvedimenti lacrime e sangue accettati a luglio dal “Tsipras 1” e quelli che la Troika imporrà nei prossimi mesi, strada facendo. Riconfermati agli esteri Nikos Kotzias, allo sviluppo Panos Skourletis e Panos Kammenos alla Difesa, a guidare il parlamento al posto della ribelle Zoe Konstantopoulou è andato l’ex ministro degli interni, il fedelissimo Nikos Voutsis.
Intanto altri scogli sembrano profilarsi all’orizzonte del “Tsipras 2”: a parte le proteste delle isole contro la decisione del governo di aumentare le tasse anche nei territori più disagiati e isolati, e quelle degli agricoltori e degli allevatori che contestano la rimozione delle agevolazioni fiscali finora concesse, anche sul fronte delle privatizzazioni la strada potrebbe essere irta di ostacoli assai più del previsto. Nelle ultime settimane infatti ben quattro amministrazioni – Corfù, Aktion, Cefalonia e Zante – hanno annunciato l’intenzione di indire altrettanti referendum popolari per permettere alle popolazioni locali di pronunciarsi sulla svendita alla multinazionale tedesca Fraport degli aeroporti. Ma si sa, in Grecia come d’altronde in Italia i risultati dei referendum valgono davvero poco...
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27/01/2015
Syriza. Continua lo scontro sull’alleanza con la destra nazionalista
Alexis Tsipras ha giurato ieri da primo ministro incaricato. Un'investitura da parte del presidente della Repubblica, l’ex partigiano socialista Karolos Papoulias, all’insegna della discontinuità: il quarantenne leader della sinistra vincitrice delle elezioni di domenica si è presentato senza cravatta, non ha giurato sulle Sacre Scritture come i suoi predecessori. Anzi, ha rifiutato la tradizionale benedizioni da parte del Papa ortodosso (in mattinata aveva avvisato l’Arcivescovo Ieronimos delle sue intenzioni), ed ha anche reso omaggio ai partigiani morti per difendere la Grecia dagli invasori nel corso della Seconda Guerra Mondiale deponendo dei fiori su una lapide nel quartiere ateniese di Kaisariani.
Come aveva promesso durante la campagna elettorale, la direzione di Syriza ha dato al paese un governo nel giro di poche ore. Troppo di fretta, pensano però molti militanti, elettori e anche dirigenti del partito, oltre che di altre piccole forze di sinistra esterne alla coalizione. Che fretta c’era – si chiedono – di andare subito ad un accordo con la destra nazionalista senza aver vagliato di nuovo la possibilità di una coalizione con i comunisti del KKE oppure con i liberali di To Potami? Queste due ultime formazioni, a quanto sembra, avevano detto di nuovo no agli inviti del partito vincitore ma obbligato a cercarsi un partner di governo a causa del non raggiungimento della maggioranza assoluta. Per motivi opposti, ovviamente. Per la formazione dell’ex conduttore tv, Theodorakis, Syriza è troppo radicale nella sua critica ai memorandum della Troika e nella sua richiesta di rinegoziazione del debito, mentre per i comunisti non è sufficientemente determinata nel perseguire il rifiuto di pagare il debito e timida in fatto di nazionalizzazioni e rottura con l’Ue e la Nato.
La scelta di Tsipras però non va proprio giù alla “Tendenza Comunista” di Syriza, ed anche quelli della “Corrente di sinistra” che rappresentano un terzo del partito non hanno accolto l’alleanza col “cavallo pazzo” Kammenos in maniera propriamente entusiastica. Ad ascoltare militanti e dirigenti critici, Tsipras avrebbe dovuto insistere ancora con i potenziali partner di sinistra, offrendo in cambio una contropartita più consistente.
Anche perché sembra che il leader della destra nazionalista per sé abbia chiesto il cruciale ministero della Difesa e per un altro esponente del suo partito quello per la Protezione del Cittadino, come i precedenti premier hanno eufemisticamente ribattezzato il dicastero degli Interni. E’ possibile che il primo governo di sinistra che Atene abbia mai avuto affidi le leve della sicurezza nelle mani di due esponenti di una destra che non sarà fascista ma che non è certo moderata? I dietrologi affermano che Tsipras potrebbe accontentare le richieste di Kammenos per tranquillizzare gli ambienti militari della Grecia, tra i quali la “paura dei rossi” è quanto mai forte e che potrebbero tramare eventuali atti di destabilizzazione se non adeguatamente coinvolti nella gestione del potere (dalle ultime notizie pare che Anel abbia ottenuto la prima carica ma non la seconda).
Un’obiezione comune ai critici di diversa tendenza è invece di natura pragmatica: difficilmente una coalizione tra Syriza e i Greci Indipendenti, si afferma, sarà durevole e stabile, ed anzi potrebbe provocare molte fibrillazioni fin dall’inizio. La formazione creata nel 2012 dall’esponente di seconda linea di Nuova Democrazia insieme ad alcuni parlamentari espulsi o usciti dal centrodestra in polemica con la subordinazione nei confronti dei diktat della Troika, è evidente, ha un’identità politica e un programma opposti a quelli della sinistra. Su molti temi le posizioni dei due partner di governo sono lontanissime e apparentemente inconciliabili: sull’immigrazione, ad esempio, il 49enne Kammenos pretende una stretta sulla concessione degli status di rifugiato politico; in tema di diritti civili i Greci Indipendenti fanno riferimento ad una cultura tradizionalista e bigotta, contraria alle unioni omosessuali e alla laicità dello stato; in tema di Difesa pretendono addirittura un aumento degli investimenti per le forze di sicurezza e del ruolo della Grecia nella Nato; per non parlare di economia, dove la visione liberista, seppure con un certo ruolo dello stato, cozza con la posizione di Syriza che parla addirittura di nazionalizzazioni degli ospedali privati per far fronte all’emergenza sanitaria (ma non di altri settori chiave dell’economia come chiede il KKE).
Secondo la direzione della “Sinistra Radicale” la scelta di allearsi con Anel risponde soprattutto alla necessità di dare al paese un governo nel più breve tempo possibile e che riesca in pochi mesi a varare una serie di misure di emergenza che mettano mano alla devastante situazione economico sociale creata da cinque anni di dittatura di Bce, Fmi e Ue. Su queste misure urgenti, assicura Tsipras, Kammenos e i suoi saranno degli alleati fedeli e rispettosi, in nome della loro opposizione all’austerità. Una fedeltà alla quale però non credono i critici dell’accordo, secondo i quali i promotori della scissione di destra di Nea Dimokratia non solo non sono affidabili e ci metterebbero un attimo a tornare all’ovile, ma utilizzano la critica verbosamente radicale nei confronti della troika e dell’austerità, oltretutto declinata in chiave prettamente nazionalista, solo per attirare consensi e ritagliarsi un ruolo che altrimenti non avrebbero. Una posizione strumentale insomma, che alla prova dei fatti verrebbe prontamente smascherata.
Se i sospetti malevoli degli esponenti della sinistra di Syriza – e di alcuni analisti indipendenti – verranno confermati o meno ce lo dirà solo il tempo. D’altronde il governo, che potrebbe essere all’opera già dai prossimi giorni dopo il passaggio parlamentare, dovrà seguire una tabella di marcia fittissima e dei tempi di intervento strettissimi per implementare un piano da 11 miliardi che prevede stanziamenti per la sanità, la casa, il lavoro. Anche perché a fine febbraio scade teoricamente una tranche di aiuti preziosi che i creditori internazionali concederanno, ha ribadito in queste ore la Troika, solo se Atene accetterà di varare 19 cosiddette riforme che Antonis Samaras, da politico navigato quale è, si è rifiutato a dicembre di approvare per evitare di presentarsi per l’ennesima volta come carnefice davanti ai suoi elettori. Il termine riforme, naturalmente, è usato impropriamente, visto che gli Stati creditori e l’Ue pretendono, tra le altre cose, che Atene continui con i licenziamenti nel settore pubblico, un ulteriore tagli ai salari e alle pensioni, una nuova ondata di privatizzazioni, l’aumento dell’età pensionabile in certi settori e una ristrutturazione della magistratura. Esattamente il contrario di quanto il nuovo governo si propone di fare. Vedremo quindi presto se i vincitori delle elezioni di domenica vorranno e sapranno invertire la tendenza dei governi precedenti e rispettare le promesse fatte al proprio elettorato, anche a costo di scontrarsi con Berlino e Francoforte.
Se dal punto di vista identitario e politico la scelta di Tsipras fa legittimamente discutere perché annacqua la natura di classe delle politiche del suo esecutivo, occorre valutare l’alleanza con Anel anche dal punto di vista della “ragion di stato” e “nazionale”.
Aprendo ad un partito inequivocabilmente di destra, Tsipras si presenta infatti davanti alla società ellenica, ma soprattutto ai “creditori” e all’Unione Europea, non come il leader di un governo di “estrema sinistra”, ma come il primo ministro di un esecutivo “di tutti i greci” (o almeno di quelli contrari all'austerity) ed in quanto tale maggiormente legittimato a trattare anche in maniera brusca con le controparti e a puntare i piedi. D’altronde, se Kammenos rispetterà i patti, la presenza della destra nazionalista nell’esecutivo rafforza una verve anti austerità che un’alleanza ad esempio con il Pasok o con To Potami avrebbe invece annacquato, per la gioia di Merkel e soci. Il profilo di “unità nazionale” e non di “estrema sinistra” del nuovo esecutivo ellenico (anche se Syriza non è un partito di estrema sinistra) lascia inoltre aperta la possibilità a Tsipras di infilarsi all’interno dello scontro tutto interno all’establishment continentale che vede da una parte Italia, Francia e Spagna e dall’altra Germania, Olanda, Danimarca, Austria e Finlandia. Le dichiarazioni oltremodo entusiastiche da parte dei socialisti francesi e dei renziani italiani dopo l'affermazione di Tsipras non vanno infatti lette solo come il tentativo maldestro e vergognoso di appropriarsi di una vittoria altrui, ma anche – o soprattutto – come il lancio di un amo politico ad Atene affinché rinunci ai toni più duri e converga invece su una battaglia per orientare l’economia europea verso la tanto auspicata crescita in opposizione al partito “rigorista” capeggiato da Berlino.
Fonte
Come aveva promesso durante la campagna elettorale, la direzione di Syriza ha dato al paese un governo nel giro di poche ore. Troppo di fretta, pensano però molti militanti, elettori e anche dirigenti del partito, oltre che di altre piccole forze di sinistra esterne alla coalizione. Che fretta c’era – si chiedono – di andare subito ad un accordo con la destra nazionalista senza aver vagliato di nuovo la possibilità di una coalizione con i comunisti del KKE oppure con i liberali di To Potami? Queste due ultime formazioni, a quanto sembra, avevano detto di nuovo no agli inviti del partito vincitore ma obbligato a cercarsi un partner di governo a causa del non raggiungimento della maggioranza assoluta. Per motivi opposti, ovviamente. Per la formazione dell’ex conduttore tv, Theodorakis, Syriza è troppo radicale nella sua critica ai memorandum della Troika e nella sua richiesta di rinegoziazione del debito, mentre per i comunisti non è sufficientemente determinata nel perseguire il rifiuto di pagare il debito e timida in fatto di nazionalizzazioni e rottura con l’Ue e la Nato.
La scelta di Tsipras però non va proprio giù alla “Tendenza Comunista” di Syriza, ed anche quelli della “Corrente di sinistra” che rappresentano un terzo del partito non hanno accolto l’alleanza col “cavallo pazzo” Kammenos in maniera propriamente entusiastica. Ad ascoltare militanti e dirigenti critici, Tsipras avrebbe dovuto insistere ancora con i potenziali partner di sinistra, offrendo in cambio una contropartita più consistente.
Anche perché sembra che il leader della destra nazionalista per sé abbia chiesto il cruciale ministero della Difesa e per un altro esponente del suo partito quello per la Protezione del Cittadino, come i precedenti premier hanno eufemisticamente ribattezzato il dicastero degli Interni. E’ possibile che il primo governo di sinistra che Atene abbia mai avuto affidi le leve della sicurezza nelle mani di due esponenti di una destra che non sarà fascista ma che non è certo moderata? I dietrologi affermano che Tsipras potrebbe accontentare le richieste di Kammenos per tranquillizzare gli ambienti militari della Grecia, tra i quali la “paura dei rossi” è quanto mai forte e che potrebbero tramare eventuali atti di destabilizzazione se non adeguatamente coinvolti nella gestione del potere (dalle ultime notizie pare che Anel abbia ottenuto la prima carica ma non la seconda).
Un’obiezione comune ai critici di diversa tendenza è invece di natura pragmatica: difficilmente una coalizione tra Syriza e i Greci Indipendenti, si afferma, sarà durevole e stabile, ed anzi potrebbe provocare molte fibrillazioni fin dall’inizio. La formazione creata nel 2012 dall’esponente di seconda linea di Nuova Democrazia insieme ad alcuni parlamentari espulsi o usciti dal centrodestra in polemica con la subordinazione nei confronti dei diktat della Troika, è evidente, ha un’identità politica e un programma opposti a quelli della sinistra. Su molti temi le posizioni dei due partner di governo sono lontanissime e apparentemente inconciliabili: sull’immigrazione, ad esempio, il 49enne Kammenos pretende una stretta sulla concessione degli status di rifugiato politico; in tema di diritti civili i Greci Indipendenti fanno riferimento ad una cultura tradizionalista e bigotta, contraria alle unioni omosessuali e alla laicità dello stato; in tema di Difesa pretendono addirittura un aumento degli investimenti per le forze di sicurezza e del ruolo della Grecia nella Nato; per non parlare di economia, dove la visione liberista, seppure con un certo ruolo dello stato, cozza con la posizione di Syriza che parla addirittura di nazionalizzazioni degli ospedali privati per far fronte all’emergenza sanitaria (ma non di altri settori chiave dell’economia come chiede il KKE).
Secondo la direzione della “Sinistra Radicale” la scelta di allearsi con Anel risponde soprattutto alla necessità di dare al paese un governo nel più breve tempo possibile e che riesca in pochi mesi a varare una serie di misure di emergenza che mettano mano alla devastante situazione economico sociale creata da cinque anni di dittatura di Bce, Fmi e Ue. Su queste misure urgenti, assicura Tsipras, Kammenos e i suoi saranno degli alleati fedeli e rispettosi, in nome della loro opposizione all’austerità. Una fedeltà alla quale però non credono i critici dell’accordo, secondo i quali i promotori della scissione di destra di Nea Dimokratia non solo non sono affidabili e ci metterebbero un attimo a tornare all’ovile, ma utilizzano la critica verbosamente radicale nei confronti della troika e dell’austerità, oltretutto declinata in chiave prettamente nazionalista, solo per attirare consensi e ritagliarsi un ruolo che altrimenti non avrebbero. Una posizione strumentale insomma, che alla prova dei fatti verrebbe prontamente smascherata.
Se i sospetti malevoli degli esponenti della sinistra di Syriza – e di alcuni analisti indipendenti – verranno confermati o meno ce lo dirà solo il tempo. D’altronde il governo, che potrebbe essere all’opera già dai prossimi giorni dopo il passaggio parlamentare, dovrà seguire una tabella di marcia fittissima e dei tempi di intervento strettissimi per implementare un piano da 11 miliardi che prevede stanziamenti per la sanità, la casa, il lavoro. Anche perché a fine febbraio scade teoricamente una tranche di aiuti preziosi che i creditori internazionali concederanno, ha ribadito in queste ore la Troika, solo se Atene accetterà di varare 19 cosiddette riforme che Antonis Samaras, da politico navigato quale è, si è rifiutato a dicembre di approvare per evitare di presentarsi per l’ennesima volta come carnefice davanti ai suoi elettori. Il termine riforme, naturalmente, è usato impropriamente, visto che gli Stati creditori e l’Ue pretendono, tra le altre cose, che Atene continui con i licenziamenti nel settore pubblico, un ulteriore tagli ai salari e alle pensioni, una nuova ondata di privatizzazioni, l’aumento dell’età pensionabile in certi settori e una ristrutturazione della magistratura. Esattamente il contrario di quanto il nuovo governo si propone di fare. Vedremo quindi presto se i vincitori delle elezioni di domenica vorranno e sapranno invertire la tendenza dei governi precedenti e rispettare le promesse fatte al proprio elettorato, anche a costo di scontrarsi con Berlino e Francoforte.
Se dal punto di vista identitario e politico la scelta di Tsipras fa legittimamente discutere perché annacqua la natura di classe delle politiche del suo esecutivo, occorre valutare l’alleanza con Anel anche dal punto di vista della “ragion di stato” e “nazionale”.
Aprendo ad un partito inequivocabilmente di destra, Tsipras si presenta infatti davanti alla società ellenica, ma soprattutto ai “creditori” e all’Unione Europea, non come il leader di un governo di “estrema sinistra”, ma come il primo ministro di un esecutivo “di tutti i greci” (o almeno di quelli contrari all'austerity) ed in quanto tale maggiormente legittimato a trattare anche in maniera brusca con le controparti e a puntare i piedi. D’altronde, se Kammenos rispetterà i patti, la presenza della destra nazionalista nell’esecutivo rafforza una verve anti austerità che un’alleanza ad esempio con il Pasok o con To Potami avrebbe invece annacquato, per la gioia di Merkel e soci. Il profilo di “unità nazionale” e non di “estrema sinistra” del nuovo esecutivo ellenico (anche se Syriza non è un partito di estrema sinistra) lascia inoltre aperta la possibilità a Tsipras di infilarsi all’interno dello scontro tutto interno all’establishment continentale che vede da una parte Italia, Francia e Spagna e dall’altra Germania, Olanda, Danimarca, Austria e Finlandia. Le dichiarazioni oltremodo entusiastiche da parte dei socialisti francesi e dei renziani italiani dopo l'affermazione di Tsipras non vanno infatti lette solo come il tentativo maldestro e vergognoso di appropriarsi di una vittoria altrui, ma anche – o soprattutto – come il lancio di un amo politico ad Atene affinché rinunci ai toni più duri e converga invece su una battaglia per orientare l’economia europea verso la tanto auspicata crescita in opposizione al partito “rigorista” capeggiato da Berlino.
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La prova del nove del riformismo radicale
Il primo dato evidente emerso dalla tornata elettorale greca è il rifiuto della popolazione ellenica dell’Unione Europea. Sia espresso appoggiando le forze progressiste come Syriza, quelle “rivoluzionarie” come il KKE, oppure le forze populiste e/o reazionarie quali Anel o Alba Dorata, oppure ancora non andando a votare, più del 50% dei cittadini greci ha espresso un netto ed epocale rifiuto per le politiche liberiste della UE. Un fatto decisivo, che per la prima volta rompe il fronte consensuale dell’europeismo liberista, mette in crisi una visione del mondo, quella egemone che vuole solo all’interno dei confini politici ed economici europeisti la possibilità del proprio sviluppo produttivo, sociale e compatibile con la democrazia. Le elezioni greche aprono una breccia potenzialmente deflagrante, che sarebbe sbagliato non cogliere nella sua interezza. Il partito vincitore, Syriza, non è certo un’avanguardia rivoluzionaria, e anzi nel tempo ha provveduto a moderare notevolmente le proprie posizioni politiche, ma cadremmo in errore se leggessimo la situazione nel suo complesso unicamente dal lato del programma elettorale di Tsipras & soci. In forma alienata o meno, i lavoratori greci chiedono di frenare le politiche UE, il liberismo quale unico modello economico-sociale, possibilmente di uscire direttamente dalle maglie europeiste, o quantomeno rinegoziare radicalmente il rapporto di sudditanza tra singoli paesi e centro capitalista. Una sfida immane, che probabilmente non potrà essere colta dal partito vincitore, ma che apre spazi inimmaginabili per le forze che saranno capaci di cogliere l’occasione.
Syriza ha già provveduto ad un’alleanza tattica col partito della destra anti-euro Anel. Una mossa interessante e tutta da valutare. Dipende dall’obiettivo che Syriza si sta ponendo ora che ha raggiunto il potere politico: se il tutto si risolverà in un accordo con Francoforte e Bruxelles di revisione delle politiche debitorie sarebbe un passo in avanti non decisivo ma che potrebbe generare contraddizioni insanabili al processo politico europeista. Se tali concessioni avvenissero per la Grecia a quel punto dovrebbero valere per gli altri Stati “deboli”, e le forze politiche che più coerentemente dovessero chiedere una revisione radicale delle politiche economiche della UE non potrebbero più essere descritte come populiste e anti-storiche, e di conseguenza potrebbero aumentare la propria rilevanza quantomeno elettorale. A quel punto il processo a catena potrebbe avere sviluppi non prevedibili ma potenzialmente fecondi.
Difficilmente Syriza avrà la forza, la possibilità e anche la volontà di “andare più in là” di una rinegoziazione del debito. Per questo servirebbe una ripresa del conflitto sociale non più gestibile, che obbligherebbe il partito della sinistra radicale a scendere a patti non solo con chi governa le redini della UE, ma anche – e forse soprattutto – con chi porta avanti le lotte di classe. Una tensione che però sta tutta nella mani di chi non ha appoggiato Syriza da sinistra, che oggi ha davanti a sé una grande e forse irripetibile occasione: poter influenzare il potere politico, spostare i rapporti di forze, scenario questo tramontato da più di un trentennio nell’Europa occidentale.
E’ per queste ragioni che Tsipras è importante ma non decisivo, e che non può essere valutato puntando tutto sulle proprie capacità di negoziazione e sulla sua volontà di rompere uno schema politico-economico incrostato. La palla, da oggi, passa alla capacità conflittuale dei movimenti greci nel loro complesso. Un’occasione storica, che andrebbe vagliata senza dannosi settarismi o, all’opposto, credendo che una vittoria elettorale possa di per sé significare qualcosa di più di uno spazio di manovra che si è aperto. Siamo davanti alla prova del nove per la sinistra radicale riformista: un fallimento di questo scenario potrebbe decretare la fine di ogni possibile tentativo di dare uno sbocco a sinistra delle rivendicazioni anti-UE, favorendo al contempo la possibilità che quel campo venga occupato stabilmente dalle forze reazionarie.
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Syriza ha già provveduto ad un’alleanza tattica col partito della destra anti-euro Anel. Una mossa interessante e tutta da valutare. Dipende dall’obiettivo che Syriza si sta ponendo ora che ha raggiunto il potere politico: se il tutto si risolverà in un accordo con Francoforte e Bruxelles di revisione delle politiche debitorie sarebbe un passo in avanti non decisivo ma che potrebbe generare contraddizioni insanabili al processo politico europeista. Se tali concessioni avvenissero per la Grecia a quel punto dovrebbero valere per gli altri Stati “deboli”, e le forze politiche che più coerentemente dovessero chiedere una revisione radicale delle politiche economiche della UE non potrebbero più essere descritte come populiste e anti-storiche, e di conseguenza potrebbero aumentare la propria rilevanza quantomeno elettorale. A quel punto il processo a catena potrebbe avere sviluppi non prevedibili ma potenzialmente fecondi.
Difficilmente Syriza avrà la forza, la possibilità e anche la volontà di “andare più in là” di una rinegoziazione del debito. Per questo servirebbe una ripresa del conflitto sociale non più gestibile, che obbligherebbe il partito della sinistra radicale a scendere a patti non solo con chi governa le redini della UE, ma anche – e forse soprattutto – con chi porta avanti le lotte di classe. Una tensione che però sta tutta nella mani di chi non ha appoggiato Syriza da sinistra, che oggi ha davanti a sé una grande e forse irripetibile occasione: poter influenzare il potere politico, spostare i rapporti di forze, scenario questo tramontato da più di un trentennio nell’Europa occidentale.
E’ per queste ragioni che Tsipras è importante ma non decisivo, e che non può essere valutato puntando tutto sulle proprie capacità di negoziazione e sulla sua volontà di rompere uno schema politico-economico incrostato. La palla, da oggi, passa alla capacità conflittuale dei movimenti greci nel loro complesso. Un’occasione storica, che andrebbe vagliata senza dannosi settarismi o, all’opposto, credendo che una vittoria elettorale possa di per sé significare qualcosa di più di uno spazio di manovra che si è aperto. Siamo davanti alla prova del nove per la sinistra radicale riformista: un fallimento di questo scenario potrebbe decretare la fine di ogni possibile tentativo di dare uno sbocco a sinistra delle rivendicazioni anti-UE, favorendo al contempo la possibilità che quel campo venga occupato stabilmente dalle forze reazionarie.
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26/01/2015
Vittoria storica. Polemiche per il governo tra Syriza e destra antiausterity
Vittoria storica per la sinistra greca ma senza maggioranza assoluta, il che sta generando già le prime fibrillazioni all’interno del partito di Tsipras e in una parte dell’area sociale organizzata che ha sostenuto nelle piazze l’ascesa di un partito che pochi anni fa era al 5% e che ieri ha conquistato il 36.34%. Ottenendo però solo 149 seggi – il doppio dei 71 del 2012, grazie al netto aumento percentuale e al premio di maggioranza di 50 parlamentari – rispetto agli almeno 151 necessari a governare da solo. In realtà glie ne servivano parecchi di più tenendo conto che se lo scontro con i poteri forti europei ed interni si dovesse radicalizzare potrebbe perdere qualcuno dei parlamentari provenienti da quelle aree del Pasok uscite – o cacciate – dal partito socialista perché in polemica con i diktat della troika e l’austerity.
Da sottolineare che la partecipazione al voto nella giornata di ieri è stata solo del 64%, nonostante tutti i giornalisti stranieri mettessero in evidenza le lunghe file ai seggi e la mobilitazione dell’elettorato. Che non c’è stata più di tanto, visto che l’affluenza ha superato di neanche due punti quella registrata nelle politiche del 2012 e a fronte di norme che teoricamente rendono il voto obbligatorio.
Da segnalare anche che non c’è stato nessun crollo o smottamento della destra ‘costituzionale’ e governativa guidata dall’ex premier Antonis Samaras, che ha portato a casa un ottimo risultato con il 27.81%, poco al di sotto della quota raggiunta tre anni fa.
Il disastro, annunciato e previsto già dalla vigilia, c’è invece stato per i socialisti del Pasok, partner di governo di Nea Dimokratia relegati dall’elettorato in ultima posizione tra le formazioni che hanno avuto accesso al parlamento avendo superato lo sbarramento del 3%. Un misero 4.68% a fronte del quasi 40 che il Pasok otteneva sistematicamente alle elezioni prima che diventasse uno strumento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Bastava girare per gli uffici vuoti del partito ad Atene per rendersi conto dell’aria che tira nell’ex partito egemone del centrosinistra ellenico dove già nella notte è iniziato un durissimo scontro per la leadership, con una parte della dirigenza che chiede la testa del segretario Evangelos Venizelos. Che da parte sua accusa del disastro soprattutto Giorgios Papandreou, esponente di punta del partito che a poche settimane dal voto si è inventato una sua formazione – Kinima – che avrebbe sottratto voti preziosi al Pasok. Ma in realtà tutti i sondaggi degli ultimi mesi, quindi prima della scissione di un Papandreou già ridotto all’angolo ed estromesso dalla direzione del partito, mostravano quel tracollo che ieri si è poi manifestato.
Inquietante appare l’affermazione dell’estrema destra neonazista che si piazza al terzo posto con il 6.28% dei voti. Assai meno di quanto ottenuto alle elezioni amministrative e poi a quelle europee degli ultimi anni, ma comunque troppo considerando che la sua direzione e molti dei suoi parlamentari sono in galera dal 2013 e verranno presto processati per reati gravissimi: omicidi, aggressioni, estorsione, traffico di armi ecc. I capi di Alba Dorata alla vigilia del voto hanno chiarito che “tifavano” per una netta vittoria di Syriza perché, in caso di fallimento di Tsipras e soci, i neonazisti potrebbero proporsi ad un disilluso elettorato popolare come l’unica forza in grado di salvare la situazione.
Parzialmente deludente il risultato di To Potami, la lista centrista ed europeista fondata recentemente da un giornalista televisivo e che ha attratto parte del voto socialista in fuga. “Il fiume” ha ottenuto però solo il 6.05% e 17 seggi, meno di quanto gli assegnavano i sondaggi.
Buon risultato per i comunisti del KKE che con il 5,47% e 15 seggi ottengono un punto percentuale e 3 seggi in più rispetto al 2012 evitando di rimanere schiacciati all’interno dello scontro a due tra Syriza e Nuova Democrazia.
Greci Indipendenti (Anel, scissione di destra di Nea Dimokratia contraria all’austerity) ha ottenuto ieri il 4,75% e 13 seggi (7 in meno del 2012). Un risultato che si sta rivelando centrale per la formazione di un nuovo esecutivo.
Già ieri sera, parlando davanti a migliaia di sostenitori riuniti per festeggiare la vittoria di Syriza davanti all’università ad Atene, Tsipras ha evitato accuratamente di parlare di ‘vittoria della sinistra’ ed ha invece valorizzato termini come “patria” e “popolo”. Tsipras evidentemente parlava da premier a tutto il popolo greco, ma più di qualcuno ha intravisto nel linguaggio utilizzato una apertura di credito proprio nei confronti di Panos Kammenos, l’ex esponente di Nuova Democrazia ora a capo di un partito che è si anti-memorandum ma che in cambio potrebbe chiedere una contropartita. Ad esempio sul contrasto all’immigrazione o su alcuni temi riguardanti i diritti civili.
A sinistra l’alleanza sta creando mal di pancia e proteste, con dirigenti e militanti della sinistra interna e di altre formazioni indipendenti che chiedono alla direzione di rinunciare all’accordo con Anel e di provare di nuovo a convincere il Partito Comunista a formare una coalizione di governo che lotti frontalmente contro la troika da una posizione di sinistra.
Ma è di poco fa la notizia che l’accordo tra Syriza e Anel è cosa fatta. «Il partito dei Greci Indipendenti sosterrà il governo che sarà formato dal presidente incaricato Tsipras. Da questo momento il Paese ha un nuovo governo» ha dichiarato Panos Kammenos, uscendo dall'incontro di un'ora avuto con il segretario di Syriza che dovrebbe essere nominato ufficialmente primo ministro alle 16 di oggi (le 15 italiane) dal presidente della Repubblica Ellenica, Karolos Papoulias. Tramonta quindi la possibilità di un'intesa con To Potami, formazione di centrosinistra ma assai più morbida nei confronti delle politiche rigoriste e assai più europeista della stessa Syriza.
Che in queste ore deve fare i conti con un evidente e strumentale tentativo da parte del partito socialista europeo – in particolare da parte di Matteo Renzi e di Francois Hollande, oltre che del leader di Sel Nichi Vendola – di impossessarsi del risultato elettorale greco, intestandosi la vittoria e cercando di cooptare Syriza all’interno di un fronte che si oppone sì alla Germania in nome dell’allentamento dell’austerity e del rilancio della crescita, ma in un meccanismo tutto interno e affatto conflittuale nei confronti della Troika.
Come era prevedibile, anche i movimenti euroscettici di destra ed estrema destra stanno cercando di appropriarsi del risultato elettorale ellenico. Tra questi il Front National francese, la cui presidente, Marine Le Pen, in una dichiarazione si «rallegra per lo schiaffo democratico mostruoso che il popolo greco ha dato all'Unione europea».
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Da sottolineare che la partecipazione al voto nella giornata di ieri è stata solo del 64%, nonostante tutti i giornalisti stranieri mettessero in evidenza le lunghe file ai seggi e la mobilitazione dell’elettorato. Che non c’è stata più di tanto, visto che l’affluenza ha superato di neanche due punti quella registrata nelle politiche del 2012 e a fronte di norme che teoricamente rendono il voto obbligatorio.
Da segnalare anche che non c’è stato nessun crollo o smottamento della destra ‘costituzionale’ e governativa guidata dall’ex premier Antonis Samaras, che ha portato a casa un ottimo risultato con il 27.81%, poco al di sotto della quota raggiunta tre anni fa.
Il disastro, annunciato e previsto già dalla vigilia, c’è invece stato per i socialisti del Pasok, partner di governo di Nea Dimokratia relegati dall’elettorato in ultima posizione tra le formazioni che hanno avuto accesso al parlamento avendo superato lo sbarramento del 3%. Un misero 4.68% a fronte del quasi 40 che il Pasok otteneva sistematicamente alle elezioni prima che diventasse uno strumento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Bastava girare per gli uffici vuoti del partito ad Atene per rendersi conto dell’aria che tira nell’ex partito egemone del centrosinistra ellenico dove già nella notte è iniziato un durissimo scontro per la leadership, con una parte della dirigenza che chiede la testa del segretario Evangelos Venizelos. Che da parte sua accusa del disastro soprattutto Giorgios Papandreou, esponente di punta del partito che a poche settimane dal voto si è inventato una sua formazione – Kinima – che avrebbe sottratto voti preziosi al Pasok. Ma in realtà tutti i sondaggi degli ultimi mesi, quindi prima della scissione di un Papandreou già ridotto all’angolo ed estromesso dalla direzione del partito, mostravano quel tracollo che ieri si è poi manifestato.
Inquietante appare l’affermazione dell’estrema destra neonazista che si piazza al terzo posto con il 6.28% dei voti. Assai meno di quanto ottenuto alle elezioni amministrative e poi a quelle europee degli ultimi anni, ma comunque troppo considerando che la sua direzione e molti dei suoi parlamentari sono in galera dal 2013 e verranno presto processati per reati gravissimi: omicidi, aggressioni, estorsione, traffico di armi ecc. I capi di Alba Dorata alla vigilia del voto hanno chiarito che “tifavano” per una netta vittoria di Syriza perché, in caso di fallimento di Tsipras e soci, i neonazisti potrebbero proporsi ad un disilluso elettorato popolare come l’unica forza in grado di salvare la situazione.
Parzialmente deludente il risultato di To Potami, la lista centrista ed europeista fondata recentemente da un giornalista televisivo e che ha attratto parte del voto socialista in fuga. “Il fiume” ha ottenuto però solo il 6.05% e 17 seggi, meno di quanto gli assegnavano i sondaggi.
Buon risultato per i comunisti del KKE che con il 5,47% e 15 seggi ottengono un punto percentuale e 3 seggi in più rispetto al 2012 evitando di rimanere schiacciati all’interno dello scontro a due tra Syriza e Nuova Democrazia.
Greci Indipendenti (Anel, scissione di destra di Nea Dimokratia contraria all’austerity) ha ottenuto ieri il 4,75% e 13 seggi (7 in meno del 2012). Un risultato che si sta rivelando centrale per la formazione di un nuovo esecutivo.
Già ieri sera, parlando davanti a migliaia di sostenitori riuniti per festeggiare la vittoria di Syriza davanti all’università ad Atene, Tsipras ha evitato accuratamente di parlare di ‘vittoria della sinistra’ ed ha invece valorizzato termini come “patria” e “popolo”. Tsipras evidentemente parlava da premier a tutto il popolo greco, ma più di qualcuno ha intravisto nel linguaggio utilizzato una apertura di credito proprio nei confronti di Panos Kammenos, l’ex esponente di Nuova Democrazia ora a capo di un partito che è si anti-memorandum ma che in cambio potrebbe chiedere una contropartita. Ad esempio sul contrasto all’immigrazione o su alcuni temi riguardanti i diritti civili.
A sinistra l’alleanza sta creando mal di pancia e proteste, con dirigenti e militanti della sinistra interna e di altre formazioni indipendenti che chiedono alla direzione di rinunciare all’accordo con Anel e di provare di nuovo a convincere il Partito Comunista a formare una coalizione di governo che lotti frontalmente contro la troika da una posizione di sinistra.
Ma è di poco fa la notizia che l’accordo tra Syriza e Anel è cosa fatta. «Il partito dei Greci Indipendenti sosterrà il governo che sarà formato dal presidente incaricato Tsipras. Da questo momento il Paese ha un nuovo governo» ha dichiarato Panos Kammenos, uscendo dall'incontro di un'ora avuto con il segretario di Syriza che dovrebbe essere nominato ufficialmente primo ministro alle 16 di oggi (le 15 italiane) dal presidente della Repubblica Ellenica, Karolos Papoulias. Tramonta quindi la possibilità di un'intesa con To Potami, formazione di centrosinistra ma assai più morbida nei confronti delle politiche rigoriste e assai più europeista della stessa Syriza.
Che in queste ore deve fare i conti con un evidente e strumentale tentativo da parte del partito socialista europeo – in particolare da parte di Matteo Renzi e di Francois Hollande, oltre che del leader di Sel Nichi Vendola – di impossessarsi del risultato elettorale greco, intestandosi la vittoria e cercando di cooptare Syriza all’interno di un fronte che si oppone sì alla Germania in nome dell’allentamento dell’austerity e del rilancio della crescita, ma in un meccanismo tutto interno e affatto conflittuale nei confronti della Troika.
Come era prevedibile, anche i movimenti euroscettici di destra ed estrema destra stanno cercando di appropriarsi del risultato elettorale ellenico. Tra questi il Front National francese, la cui presidente, Marine Le Pen, in una dichiarazione si «rallegra per lo schiaffo democratico mostruoso che il popolo greco ha dato all'Unione europea».
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