Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/12/2019

“Razionalità della demarcazione”. Contributo al dibattito su scienza e guerra

di Flavio Del Santo – Università di Vienna

Ho seguito con grande attenzione il dibattito su scienza e guerra tra Angelo Baracca[1] e Vincenzo Brandi,[2] recentemente apparso su Contropiano.

Desidero iniziare raccogliendo l’appello di Angelo Baracca il quale, nella sua risposta a Brandi[3] affermava: “i miei allievi sarebbero i più indicati per dire se il mio Manuale Critico di Meccanica Statistica del 1979, impostato secondo questa concezione [storico-materialistica], riesca a fornire un’interpretazione del ricorso a metodi statistici più convincente dell’affermazione implicita che sono imposti dalla natura dei processi macroscopici.”

Poiché sono stato un allievo di Angelo Baracca quando egli era professore di fisica all’Università di Firenze, vorrei cogliere l’occasione per rispondere a questo commento e riaffermare alcune delle idee che sono al centro del presente dibattito, cercando però di contestualizzarle nel panorama contemporaneo.

Questo intervento non vuole essere una difesa delle posizioni di Baracca (che tuttavia tendo a condividere), ma cercherò piuttosto di mettere in luce come queste posizioni si siano evolute e diffuse dagli anni '70 ad oggi; sviluppi di cui probabilmente nessuno dei due autori è completamente al corrente. Al contempo, però, ritengo che alcune precisazioni di carattere generale debbano essere giustapposte al commento critico di Vincenzo Brandi, il quale sembra puntare nella direzione tradizionale di una scienza “oggettiva” e “neutrale”.

Una tradizione che fortunatamente sembra avere trovato, ed ancora trova, una vasta opposizione, ma purtroppo spesso al di fuori dei circoli degli scienziati. Infatti, per quanto non convenzionali e talvolta radicali (piuttosto che fondamentaliste), le impostazioni antiscientiste sostenute anche da Baracca sono nate è vero, come ci ricorda Brandi nel criticarle, nel contesto delle contestazioni degli anni '60 e '70, ma rappresentano anche un argomento di grande attualità e come tale necessitano di essere trattate.

Al contrario, Brandi si riferisce a queste come “vecchi equivoci e posizioni fondamentaliste” nonché posizioni divenute “la bibbia della parte più fondamentalista del movimento del ‘68”. Tuttavia, egli sembra essere all’oscuro non solo degli importanti sviluppi dell’ultimo decennio (di cui parlerò in seguito), ma anche del decorso di quella tradizione storico-filosofica (di cui anche Kuhn e gli altri filosofi statunitensi esplicitamente citati da Brandi furono promotori ma non iniziatori) che rifiuta di vedere la scienza come uno strumento conoscitivo unico, oggettivo ed esistente in maniera astratta al di là delle attività umane (società).

La statua allegorica La Natura si svela di fronte alla Scienza di Louis-Ernest Barrias (vedi foto) è portata solitamente ad esempio di tale concezione, la quale ha indubbiamente avuto un ruolo fondamentale nel prendere la distanza dal pensiero dogmatico pre-illuminista, ma che appare oggi (e ormai da decenni) quantomeno naïve.

A tal proposito, Baracca sostiene che la Scienza non è “un’attività meramente conoscitiva che indaga la Natura in sé, sempre immutabile: piuttosto l’Uomo sociale si rapporta ai fenomeni naturali con modalità mutevoli nei diversi contesti storici e sociali, i quali pongono finalità diverse, che richiedono metodi scientifici nuovi”.

Dal punto di vista storico, bisogna notare che già nel 1935 il medico e filosofo Ludwig Fleck (viennese, appartenete a una tradizione squisitamente mitteleuropea e chiaramente non statunitense) nel suo libro divenuto estremamente influente in anni più recenti, “Genesi e sviluppo di un fatto scientifico”, propone l’idea che la scienza altro non è che un’attività culturale e sociale.

Egli sviluppa infatti il concetto di “collettivo di pensiero” (Denkkollektiv), ovvero una comunità di persone che si scambiano mutualmente idee o che mantengono una interazione intellettuale”.[4] Quello che viene definito un “fatto” scientifico è quindi un accordo comune all’interno di uno o più collettivi di pensiero, che tuttavia possono essere incommensurabili (in pratica avere difficoltà comunicative fondamentali) e pertanto ciò che viene riconosciuto come un “fatto” non è più così inequivocabile.

È superfluo notare come Fleck sia stato un’influenza dominante sull’approccio di Kuhn alla storia e alla filosofia della scienza, ma è invece interessante prendere atto del fatto che Fleck sia oggi stato rivalutato al punto tale da essere considerato probabilmente la singola maggiore influenza nell’ascesa del nuovo settore di ricerca “Science and Technology Studies” o, in breve, STS.[5]

Questa nuova disciplina accademica (è solo da circa un decennio infatti che ha ricevuto legittimazione nelle maggiori università di tutto il mondo) studia il mutuo rapporto tra scienza-tecnologia e società-politica-cultura. È in tale contesto che la responsabilità sociale degli scienziati, che ovviamente ha come elemento centrale la responsabilità nello sviluppo di tecnologie belliche, ha avuto il maggior sviluppo in anni recenti.

Per quanto non possa fare a meno che rammaricarmi del fatto che la legittimazione di STS come una disciplina autonoma non abbia forse avuto un impatto tangibile sulla forma mentis degli “scienziati praticanti”, è innegabile che questo settore abbia mantenuto vivi ed espanso in maniera sistematica i venti di protesta contro la neutralità della scienza sviluppatesi nel post ’68.

Circa lo stato dell’arte sugli studi della responsabilità degli scienziati, un eccellente ricerca recentemente condotta da Cecilie Glerup e Maja Horst (attraverso l’analisi di centinaia di articoli presi dalla letteratura scientifica) identifica diversi tipi di “razionalità politiche”, ovvero diverse sensibilità verso la responsabilità degli scienziati.[6] Ivi gli autori fanno riferimento al filosofo francese Michel Foucault, sostenendo che in epoca moderna si sia giunti ad “una ‘problematizzazione’ della attuale amministrazione interna della scienza attraverso norme professionali [...] In questo caso, ciò che è l’oggetto di indagine [...] è l’abilità della scienza di autogovernarsi responsabilmente”.

Questo studio fornisce un interessante spunto di riflessione al presente dibattito su scienza e guerra, poiché cattura tra le sue diverse sensibilità (quattro in tutto) le razionalità politiche sostenute rispettivamente da Baracca e Brandi. La razionalità politica che sembra ritrarre meglio le posizioni critiche di quest’ultimo è quella che gli autori dello studio identificano come “razionalità della demarcazione”. Essa esprime una chiara separazione (normativa) tra la scienza e il resto delle attività sociali e politiche. Secondo le parole degli autori, “la scienza è una professione onorevole, ma sfortunatamente è sempre più tormentata da frodi e cattiva condotta che minacciano la sua capacità di fare del bene per ‘il popolo’”.

Purtroppo, questa sembra essere non solo la visione che tradizionalmente gli scienziati avevano del proprio lavoro, ma ancora la più diffusa tra i professionisti fino ad oggi. Se questa razionalità potesse essere riassunta in una parola, essa sarebbe “neutralità” della scienza.

A tal proposito, un tacito presupposto di questa razionalità è che una conduzione “corretta” (secondo determinati standard concordati) della scienza faccia sempre bene al “popolo”. E se a volte le persone abusano dei risultati scientifici, ad es. per costruire tecnologie dannose per le altre persone, questo è già al di fuori dei confini della scienza e dovrebbe riguardare i politici che sono tenuti a normare tali condotte.

In diretta contrapposizione, ed in linea invece con l’analisi di Baracca, si configura la seconda sensibilità identificata da Glerup e Horst come “razionalità della riflessività”. Secondo questo punto di vista, “ciò che manca agli scienziati per essere socialmente responsabili è una sorta di autocoscienza o consapevolezza o capacità di prevedere le conseguenze della propria pratica”. Sebbene questa da sola non sia forse sufficiente, la consapevolezza sembra essere un presupposto necessario per una scienza più socialmente responsabile.

L’argomentazione a favore di questa opinione è la stessa che sta alla base del fatto che una popolazione informata (o consapevole) è una condizione preliminare per qualsiasi forma di democrazia. Le persone devono essere informate in modo critico (ad esempio, attraverso l’educazione nelle scuole e un sistema di stampa libera) per apprezzare la cosa pubblica ed essere liberi di scegliere il proprio ruolo nella società. Una mancanza di consapevolezza depriva una presunta democrazia di qualsiasi effettiva partecipazione del popolo. Allo stesso modo, uno scienziato a cui siano forniti i mezzi necessari per essere autocritico nei confronti del proprio lavoro e della sua relazione con la società, sarà molto più propenso ad assumersi le proprie responsabilità.

Per quanto riguarda le soluzioni concrete che possono condurre verso una “razionalità della riflessività”, due sembrano essere gli elementi centrali: (i) un’analisi storico-critica e (ii) un cambiamento sostanziale nell’educazione dei nuovi scienziati.

Per quanto riguarda il primo punto, è della massima importanza notare che una conoscenza della storia della scienza, in particolare della storia del proprio “collettivo di pensiero”, è indispensabile per comprendere la responsabilità sociale di una determinata disciplina a posteriori. Ciò consente di individuare regolarità e di comprendere scelte specifiche nel loro contesto sociale e politico, permettendo così di prevedere gli effetti della ricerca futura. Ed è a questo punto che non posso fare a meno di lodare l’impostazione storico-critica nella didattica immaginata da Baracca ed altri scienziati “attivisti” della sua generazione per l’insegnamento della scienza (fisica in particolare).

Apprendere ad esempio che l’impostazione della scienza moderna (chimica e fisica nello specifico) sia stata plasmata sotto la spinta economico-politica dell’ascesa del sistema capitalistico durante la seconda rivoluzione industriale è una conoscenza indispensabile alla comprensione dei rapporti tra scienza moderna e società. Allo stesso tempo, gli scienziati dovrebbero essere educati con corsi specificamente dedicati su etica, STS, metodo scientifico e storia e filosofia della scienza.

Da un lustro vivo e lavoro in Austria dove tali corsi stanno lentamente, e forse un poco timidamente, entrando a far parte dei curricula dei corsi di laurea in fisica (come cosiddette materie “soft skills”), ma in Italia sembra che l’accademia sia rimasta cristallizzata con un’impostazione strettamente conservatrice che non solo non promuove ma addirittura scoraggia attivamente attività didattiche di questo genere, ovvero atte allo sviluppo di una coscienza critica riguardo al rapporto tra l’operato degli scienziati e la società.

Come iniziative concrete, è inoltre necessario ricordare la recentissima ascesa alla ribalta del concetto di “Ricerca ed Innovazione Responsabili” (Responsible Research and Innovation, RRI) che sta avendo un ruolo fondamentale nelle politiche di gestione delle scienze in Europa e negli USA.[7] In particolare, questo concetto cerca di integrare nella pratica scientifica quattro elementi principali: “anticipazione” (cercare di prevedere le conseguenze del proprio operato); “inclusione di terzi” (inteso come dialogo con coloro che potenzialmente beneficeranno o soffriranno dell’operato della scienza); “riflessività” (nell’accezione già discussa); e “reattività” (da parte di chi traduce le proposte scientifiche in applicazioni o chi norma tale pratica).

A questo punto è doveroso notare che tutte le iniziative moderne qui discusse hanno come bersaglio principale la sensibilizzazione degli scienziati verso le proprie responsabilità sociali, intese però come effetti collaterali del proprio operato. Un discorso tutto differente va riservato all’impiego volontario di scienziati in progetti finanziati e promossi da organizzazioni militari o industrie private coinvolte in sviluppi di tecnologie militari. Bisogna ammettere che tale tematica sembra avere una trattazione marginale nel sempre più vasto programma degli “Science and Technologies Studies”.

Tuttavia, una sensibilizzazione del tipo espresso dalla “razionalità della riflessività” sicuramente può portare grandi vantaggi per far sì che gli scienziati si impegnino sempre più in azioni concrete, boicottando attivamente il proprio coinvolgimento nell’industria bellica. A tal proposito, è interessante notare che nel mondo germanofono si stanno diffondendo sempre più le “clausole civili” (Zivilklausel), ovvero contratti vincolanti che le università si autoimpongono e che vietano il coinvolgimento dei propri ricercatori in progetti militari.[8]

Vorrei concludere queste considerazioni tornando sulla tematica delle diverse sensibilità riguardo a quello che la scienza rappresenta e cosa essa può fare per le persone. La conclusione sembra essere che è possibile, ma non dovuto, che i prodotti della “buona scienza” siano un bene per la società.

Ma questo non significa che gli scienziati siano tenuti a ignorare la società, piuttosto l’opposto. La scienza è meravigliosa perché è parte della nostra cultura, ma come tale deve essere trattata, con i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi potenziali pericoli, che condivide con il resto delle attività umane. Un “buon” scienziato dovrebbe essere messo nelle condizioni di vedere questi aspetti critici fin dai tempi della propria istruzione e non essere cresciuto nell’utopia dogmatica che il rigore della disciplina scientifica lo autorizzi a non pensare a sé stesso come parte della società qualora egli entri in un laboratorio.

Note:

[1] Baracca, A. 22019. Scienza e Guerra, Contropiano: http://contropiano.org/news/scienza-news/2019/12/06/scienza-e-guerra-0121609#sdfootnote2anc

[2] Brandi, V. Scienza e Guerra. 2019. Sul dibattito aperto da Angelo Baracca. Contropiano: http://contropiano.org/news/scienza-news/2019/12/11/scienza-e-guerra-sul-dibattito-aperto-aperto-da-angelo-baracca-0121853

[3] Baracca, A. 2019. Scienza e guarra. Prosegue la discussione. Contropiano: http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/17/scienza-e-guerra-prosegue-la-discussione-0122043

[4] Fleck, L., 1983. Genesi e sviluppo di un fatto scientifico. Il Mulino, Bologna.

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Science_and_technology_studies

[6] Glerup, C., and Horst. M. 2014. Mapping ‘social responsibility’ in science. Journal of Responsible Innovation 1(1): 31-50.

[7] Koops, B.J., Oosterlaken, I., Romijn, H., Swierstra, T. and Van Den Hoven, J., 2015. Responsible Innovation 2. Springer.

[8] https://de.wikipedia.org/wiki/Zivilklausel La prima Università ad adottare tale iniziativa fu quella di Brema nel 1986. Oggi clausole civili sono in vigore in molte università tedesche e in alcune giapponesi, mentre l’università di Vienna ed altre università austriache stanno cercando di introdurla nei prossimi anni.

Fonte

17/12/2019

Scienza e guerra. Prosegue il dibattito

di Angelo Baracca

Una risposta alle osservazioni di Vincenzo Brandi.

«La questione se al pensiero umano appartenga la verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica».

[Karl Marx, seconda tesi su Feuerbach]

Le osservazioni critiche di Vincenzo Brandi al mio articolo “Scienza e Guerra” sono certo utili per sviluppare un dibattito che appare necessario, anche se sembra dimostrare che 50 anni di critica, costruttiva e attiva, fondata sul materialismo storico di Marx non ha lasciato una traccia duratura. Le mie risposte purtroppo non possono essere sintetiche perché è necessario entrare nel merito di varie questioni.

Una prima annotazione, che non ha una rilevanza centrale ma rientra nelle incomprensioni. Io per brevità mi sono limitato a citare Archimede e Lazare Carnot (che Brandi definisce esempi “poco felici”, avrei potuto citare molti altri) da un lato per dare l’idea che il problema è molto antico riferendomi a un personaggio storicamente famoso, e dall’altro approfittando per citare una figura, Lazare (del quale mi sono occupato molto in passato), che è poco conosciuta ma estremamente rilevante sul piano sia scientifico che politico e militare.

Non avevo minimamente intenzione di dare giudizi di valore o morali. Avrei potuto citare il Nobel per la chimica Fritz Haber (del quale pure mi sono occupato) il quale convinse lo Stato Maggiore ad impiegare gas tossici, vietati dalla Convenzione dell’Aja, di cui la Germania era firmataria: sotto la sua direzione fu creata nel 1915 prima unità di Gastruppe, Haber supervisionò personalmente i preparativi per l’attacco di gas tossico vicino alla città belga di Ypres, 22 aprile 1915; alla fine della guerra erano circa 1.000 i chimici impiegati nelle armi chimiche (per la cronaca collaborò occasionalmente anche il Nobel per la fisica Walther Nernst), un precedente di 20 anni, poco noto, della Big Science del Progetto Manhattan. Forse Haber era semplicemente un “patriota”!?

Sarebbe lungo qui replicare alle considerazioni di Brandi sulla lettera di Einstein a Roosvelt e sull’impegno degli scienziati, sia statunitensi che di altri paesi, per realizzare la bomba: Einstein si pentì poi di aver firmato quella lettera, famosi fisici si rifiutarono di lavorare al progetto (esempio Franco Rasetti, che dopo la guerra abbandonò la fisica), Niels Bohr si adoperò verso Roosvelt e Churcill per una collaborazione con i sovietici (Churchill disse che Bohr era una persona pericolosa e “dovrebbe essere messo sotto controllo”).

Nel 1943 fu chiaro che i nazisti non sarebbero giunti a fare la bomba e si diffuse la consapevolezza della “inutilità” della bomba per il fine di precedere i nazisti, Joseph Rotblat abbandonò il progetto per motivi di coscienza (Nobel per la Pace 1995). Il fisico James Frank stilò un rapporto, firmato da Szilard e da altri 5 fisici, in cui chiedeva che non si usasse la bomba e proponeva un controllo internazionale su queste armi (come Bohr). Alla vigilia di Hiroshima un sotto-comitato scientifico sull’utilizzo della bomba composto da Robert Oppenheimer, Enrico Fermi, Ernest Lawrence e Arthur Compton, riconobbe l’obbligo di “salvare vite americane” e concluse “non vediamo nessuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto”! Penso non si debba insistere sulla cinica inutilità delle bombe sul Giappone, per le quali gli storici hanno abbastanza chiarito che l’obiettivo non era “salvare vite di soldati statunitensi”, ma ottenere la resa prima che l’Armata Rossa avanzasse troppo in Asia[1].

La biografia di Fermi scritta da Segre riporta che dopo il “Trinity test” del 16 luglio 1945 alcuni fisici espressero perplessità, ma Fermi (che forse si capirà non riscuote le mie simpatie come persona) esclamò “Lasciatemi in pace con le vostre remore, è una fisica così bella!”: ecco, conoscendo gli scienziati, io ritengo che si attagli a molti di loro (ma si sa, sono un estremista).

Anche se non molto pertinente al tema, ma viste le affermazioni perentorie di Brandi, dissento radicalmente dal giudizio che “la situazione di equilibrio (della Guerra Fredda, che io giudico demenziale) abbia mantenuto di fatto la pace per 40 anni”: l’Apocalisse nucleare è stata evitata in modo fortuito in tanti casi di falsi allarmi – come l’eroismo di ufficiali che si sono assunti la pesantissima responsabilità di non scatenare la ritorsione “d’obbligo” per allarmi ancora non annullati (Vassili Arkhipov e William Bassett indipendentemente il 27 ottobre 1962[2], Stanislav Petrov nel 1983) – o errori dei sistemi di rilevamento, o chip difettosi.

Noam Chomsky ha detto “Se siamo vivi è solo per miracolo”.

Mi stupisce infine, o non comprendo, il giudizio di Brandi sulle velleità degli appelli al disarmo nucleare, pur se riconosce “che non tengano conto del contesto in cui le conoscenze scientifiche sono utilizzate per fini militari” (ma non è proprio questo che io dico?): penso che farei un torto a Brandi ricordando il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari approvato il 7 luglio 2017 all’ONU che con 50 ratifiche (siamo a 35) entrerà nel Diritto Internazionale, nonché per altro verso che l’alternativa è una guerra nucleare il cui rischio non è mai stato così alto dal 1945!

Potrebbe non esserci il tempo per la “variazione decisa del contesto politico” che auspica Brandi?! In 2 anni la campagna ICAN ci ha fatto fare passi che apparivano irrealizzabili, e il merito è stata una Campagna della società civile iniziata poco più di 10 anni fa: “ican”, “io posso”, tutti insieme possiamo, non vedo alternativa a rafforzare la Campagna, i milioni di giovani che si mobilitano sono un tramite fortissimo.

Mi sono dilungato anche troppo sul primo punto delle considerazioni di Brandi (ma come essere più sintetico?), ma come anche lui dichiara non è questo il punto centrale.

E qui francamente, e senza alcuna offesa, è triste che 50 anni di lavoro di critica della Scienza – che ha riempito di contenuti concreti la “non neutralità” sessantottina con un’analisi metodologica precisa e una ricostruzione storico materialista delle grandi svolte della scienza moderna – sembrino saltate a piè pari! Certo non posso pretendere che tutti conoscano il classico “L’Ape e l’Architetto, Paradigmi Scientifici e Materialismo Storico” del 1976 (Brandi dice che c’era, comunque è stato ristampato nel 2011, e Marco D’Eramo lo salutò con la recensione “Quando la sinistra non fu più scientista”, ma è ancora vero?), mi sembra francamente poco costruttivo (non vorrei dire irrispettoso per la memoria di Cini) riprendere formulazioni che usavano prima di allora, o fare un fascio con Marcuse o Horkheimer.

È sicuramente legittimo dissentire dalla caterva di lavoro molto serio e impegnativo che è stato prodotto da allora, ma se si intende pronunciarsi mi sembra per lo meno serio conoscerlo, almeno a grandi linee. “Entra in crisi” scrive Cini “la concezione che considera la scienza e la tecnica strumenti neutrali di progresso della società, indipendentemente dai rapporti sociali”. E lo sperimentammo concretamente negli anni ‘80 quando un pugno di noi (con Mattioli e Scalia, Enzo Tiezzi, Giorgio Ferrari) ci scontrammo non solo con le idee sviluppiste del PCI e dei sindacati, ma con la quasi totalità dei fisici, ingegneri, tecnici che sostenevano che il nucleare era il progresso, ed opporvisi era oscurantista.

Ma anche qui devo osservare con fortissima preoccupazione che i nuclearisti “a volte ritornano” (rinvio al bellissimo articolo di Giorgio Ferrari sul Manifesto, “La lobby del nucleare nel gioco della transizione energetica”, 7 dicembre 2019).

La mia formulazione che Brandi riporta fra virgolette non è assolutamente Rousseauiana o francofortiana o marcusiana (apprezzammo Marcuse ma lo criticammo anche per questo), ma storico materialistica, quel materialismo storico – non critica romantica alla scienza, ma con valenza pratica, basta ricordare “L’Ideologia Tedesca” – dal quale Marx mosse per la critica dell’economia politica, e che dagli anni ‘70 con un forte nucleo di fisici ed altri studiosi abbiamo declinato per l’analisi storico materialistica delle Scienze della Natura (Baracca e Rossi, “Marxismo e Scienze Naturali, per una Storia Integrale delle Scienze”, De Donato, 1976).

Sarebbe troppo lungo sviluppare qui il mio concetto che Brandi riporta, e non l’avevo fatto perché lo avevo ripreso un anno fa, quando nel 200esimo di Marx nessun convegno ha (a mio parere indecentemente) neanche citato il termine scienza! È molto eloquente, Marx non ha nulla a che fare con la Scienza! (Baracca, “Attualità di Marx: cosa possiamo dire di nuovo sulla Scienza dal punto di vista del materialismo storico?”, Marxismo Oggi).

Per essere espliciti (anche se tanti giovani forse non coglieranno, e mi scuso se è una forzatura) le posizioni di Brandi ricordano per me quelle della scuola di Geymonat, alla quale noi ci contrapponemmo (senza disconoscere il ruolo positivo di Geymonat nell’arretrata situazione italiana del dopoguerra) e con la quale avemmo aspre polemiche (come si ritrova ad esempio ne “L’Ape e l’Architetto”, che non a caso Lucio Colletti e Giovanni Berlinguer stroncarono): il nostro lavoro pluri-decennale non è stato un impegno accademico, ma un impegno di “battaglia politica” (come dicono Giovanni Ciccotti e Michelangelo De Maria nella nuova edizione, anche se non mi piace il termine “battaglia”).

Un’accesa battaglia politica che portò anche a cambiamenti nei programmi e nella prassi scientifica che oggi forse appaiono scontati: per questo, e per i meno giovani che non hanno vissuto quei processi, ho sentito la necessità qualche anno fa di ricostruirne le fasi e le molteplici articolazioni (Baracca e Flavio Del Santo, “La giovane generazione dei fisici e il rinnovamento delle scienze in Italia negli anni Settanta”, Altro 900).

Per quella che Brandi dice la seconda parte del discorso, noi apprezzammo (a differenza di lui) Kuhn per il concetto, allora nuovo, che la Scienza evolve non per accumulazioni di conoscenze ma attraverso rivoluzioni che cambiano radicalmente i paradigmi complessivi (concetto che riprendo da lui), ma lo criticammo per la mancanza della dimensione economica e sociale, e ci rifacemmo appunto a Marx.

Non vi è dubbio la Scienza abbia una base sperimentale, ma la Natura alla quale gli scienziati si rifanno, le finalità con le quali lo fanno, i canoni con cui la interpretano, mutano profondamente con il mutare delle condizioni economico sociali. Noi non concepiamo una Natura immutabile (lo sarà anche, “la natura è sempre quella” dice Brandi, ma è per noi un problema squisitamente epistemologico, indubbiamente legittimo ma inessenziale per le nostre analisi), la centralità è il Rapporto storicamente e socialmente determinato che l’Uomo stabilisce con la Natura nelle diverse formazioni economico sociali (con A. Rossi ci siamo ispirati alle astrazioni storicamente determinate del marxista un po’, ingiustamente, dimenticato Galvano della Volpe): l’Uomo come essere sociale si rapporta alla Natura in forme storicamente determinate, la struttura sociale condiziona i paradigmi scientifici.

Ritengo artificioso e forzato voler pensare che la Natura che concepisce e interpreta Newton sia la stessa che vedono e interpretano Einstein o Bohr (io non sono studioso della storia della relatività, ma della quantistica, e a questa mi riferirò). Newton (e il meccanicismo dell’800) la vedono attraverso la “lente” dei processi meccanici, e questo condiziona pesantemente le formulazioni scientifiche, Einstein e Bohr (pur con profonde differenze) attingono a livelli di astrazione e formalizzazione che non sono in alcun modo traducibili in termini meccanici: è a mio parere fuorviante, e ostacola la comprensione sostanziale, dire che è la Natura che richiede concezioni che fanno a pugni fra loro. È una forzatura scientista negare il ruolo determinante della mutata situazione sociale ed economica nella trattazione dei processi fisici e chimici.

Sono costretto per spiegarmi a entrare in qualche dettaglio scientifico, perché questa discussione dimostra che non ci si capisce se si parla in termini generici, e mi scuso con i lettori che ne sono digiuni.

Già ne “L’Ape e l’Architetto” Elisabetta Donini e Giovanni Ciccotti (Cap. 4, “Sviluppo e crisi del meccanicismo: da Boltzmann a Planck”) contestavano le ricostruzioni correnti della nascita della Meccanica Quantistica. Personalmente ho dedicato anni criticando l’inadeguatezza delle concezioni correnti della crisi del meccanicismo ottocentesco, e riconducendo le ragioni della crisi dei modelli meccanici allo sviluppo della IIa Rivoluzione Industriale in Germania, nella quale prima nella chimica che nella fisica i modelli meccanici non erano applicabili alle reazioni chimiche, e i chimici svilupparono la termodinamica teorica (il primo saggio fu nel 1979 Baracca, Ruffo e Russo, “Scienza e Industria 1848-1915, gli Sviluppi Scientifici connessi alla IIa Rivoluzione Industriale”, Laterza, 1979).

In qualche dettaglio, è storicamente falso che Planck abbia introdotto i quanti di energia nel 1900 per il motivo che Rayleigh con l’equipartizione non spiegava lo spettro del corpo nero: la lettura del breve lavoro di Rayleigh mostra chiaramente che non vi compare assolutamente quella che è nota come la “Formula di Rayleigh”, che egli non ha MAI scritto, o per lo meno concepito come legge dello spettro elettromagnetico. Planck non conosceva neppure il lavoro di Rayleigh, il suo programma di ricerca era radicalmente diverso e indipendente, egli aveva già abbandonato i modelli meccanici e ricorreva a concetti termodinamici.

I fondatori delle prime teorie quantistiche (Einsten, Nernst, ecc.) adottarono modelli termodinamici: leggere i fenomeni fisici con la lente della termodinamica significa vedere una Natura diversa da quella che vedeva Maxwell con i suoi complessi meccanismi che lo storico Cardwell paragonava ai macchinari dell’età vittoriana. Riprendendo un paragone che ho udito da Cini, un processo complesso non si comprende come si rimontano le parti di un meccanismo.

Senza dubbio è legittimo reclamare che la Natura è sempre la stessa, ma non è a mio avviso il punto, per capire il superamento dei modelli meccanici non bastano i paradossi, certo importanti, che questi sollevavano a fine '800: la lente con cui Maxwell vedeva e interpretava i fenomeni naturali venne saltata a piè pari con la formalizzazione e l’astrazione, l’adozione proprie delle concezioni termodinamiche statistiche. Fu un cambiamento radicale di paradigma.

Potrei aggiungere da ultimo che dagli anni Settanta ho tradotto l’impostazione che qui sostengo in impostazioni didattiche innovative: i miei allievi sarebbero i più indicati per dire se il mio Manuale Critico di Meccanica Statistica del 1979, impostato secondo questa concezione (sicuramente il solo che cita Marx, Lenin e Rosa Luxemburg, ma anche il grande storico della tecnologia David Landes; e Giorgio Parisi accettò di scrivere un’appendice), riesca a fornire un’interpretazione del ricorso a metodi statistici più convincente dell’affermazione implicita che sono imposti dalla natura dei processi macroscopici.

Rimarrebbe un ultimo punto, la responsabilità degli scienziati. Non rispondo semplicemente a Brandi. A me sembra artificioso l’argomento tradizionale che (schematizzo) lo scienziato indaga la natura e non ha nessuna responsabilità per l’uso che viene fatto (dalla società) delle sue scoperte.

Lo scienziato è in tutto e per tutto uomo (o donna) del suo tempo, condivide le impostazioni culturali e le finalità sociali. Fa parte nella maggioranza dei casi della classe dominante, e i fenomeni di cui si occupa sono di solito quelli rilevanti per lo sviluppo sociale (capitalistico). Pensare che non condivida la responsabilità della valenza sociale delle sue conoscenze mi sembra molto artificioso: gli avanzamenti scientifici sono serviti ad aumentare lo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro umano (il profitto), non, di solito, ad alleviarlo. Hanno una precisa valenza sociale ed economica.

Se inoltre una porzione crescente degli scienziati si è dedicata a studiare e realizzare armi sempre più micidiali, questa è una scelta di questi scienziati, non vedo come si possa pensare che non ne portino la responsabilità. Gli scienziati, che costituiscono la Scienza.

Quanto all’impostazione di fondo della scienza nella società capitalistica, se (per limitarmi ai soli esempi che ho portato) gli scienziati creano in laboratorio virus che non sono mai esistiti in 4 miliardi di anni di evoluzione biologica e capaci di saltare da una specie a un’altra, o innovazioni informatiche che compromettono la sicurezza dei sistemi nucleari (cyber sicurezza), o realizzano il 5G mettendolo a disposizione delle multinazionali senza imporre che vengano testate a fondo le conseguenze e implicazioni, non riesco davvero a vedere come questi scienziati non condividano le responsabilità per le conseguenze delle loro ricerche e realizzazioni.

Credo nell’attualità e validità di quanto scriveva Marx nella Critica al Programma di Gotha (Samonà e Savelli, 1968, p. 31). Parafrasando, “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è fonte dei valori d’uso (e di tali valori consiste la ricchezza reale!) come il lavoro”. Tuttavia, “Solo in quanto l’uomo si ritiene, fin da principio, proprietario della natura, fonte principale di tutti i mezzi e oggetti di lavoro e li tratta come cosa che gli appartiene, il suo lavoro diventa fonte dei valori d’uso, dunque anche di ricchezza”. Ma se una parte di uomini, e donne (lavoratori) della natura sono proprietari solo della propria forza-lavoro mentre il resto appartiene ai capitalisti, allora il lavoro produce povertà e sfruttamento per i primi e ricchezza per gli altri. Ma se gli scienziati, per lo meno in stragrande maggioranza, indagano e modificano la natura per potenziarne lo sfruttamento, aumentano la “ricchezza per gli altri” (i capitalisti), accentuando per converso lo sfruttamento della forza-lavoro, come si può pensare che non condividano quanto meno la responsabilità delle conseguenze dei loro risultati?! Nell’ipotesi più indulgente si potrebbe dire che i capitalisti sono i mandanti e gli scienziati gli esecutori: ma al più potrebbe essere un’attenuante, che non annulla la responsabilità. Il libero arbitrio esiste ancora, e qualsiasi scelta implica un’assunzione di responsabilità degli effetti che produce, anche qualora non siano intenzionali.

Non riesco a concepire il motivo per cui, anche a sinistra, si riconosca la responsabilità di tutte le azioni umane, ma si persista nell’escludere la responsabilità delle scelte scientifiche: responsabilità che non è certo della natura che entra nelle conoscenze, ma delle scelte di campo degli scienziati.

Caro Vincenzo, so bene ormai che nelle discussioni avviene molto raramente che uno convinca l’altro. Nel nostro caso so dall’esperienza di mezzo secolo (ho avuto scontri feroci con Enrico Bellone) che è difficile se non impossibile capirsi con chi riamane legato alla concezione della Scienza come conoscenza indipendente dai processi sociali: credo semplicemente che adottiamo due prospettive diverse, che privilegiano aspetti differenti, e non sono comunicanti.

E vedo da altri segnali (per me tristemente) che nel campo della “sinistra” ritorna in auge il concetto di progresso intrinseco della conoscenza scientifica. Mi auguro solo che l’elaborazione che ho ricordato abbia lasciato una traccia recuperabile che con la nuova ondata di mobilitazioni possa ispirare le nuove generazioni, senza vincolarle a vecchie diatribe.

Note:

[1] . R. Pauwels, Il Mito della Guerra Buona, Datanews, 2003, pp. 151-52 (per maggiori dettagli Gar Alperovitz, Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam. The Use of the Atomic Bomb and the American Confrontation with Soviet Power, 1965).

[2] . Baracca, “Il 27 ottobre 1962 Vassili Arkhipov salvò il mondo dall’olocausto nucleare, 21 anni prima di Stanislav Petrov“, 27.10.2018, Pressenza, https://www.pressenza.com/it/2018/10/il-27-ottobre-1962-vassili-arkhipov-salvo-il-mondo-dallolocausto-nucleare-21-anni-prima-di-stanislav-petrov/ (il 7 giugno scorso facemmo a Roma un incontro pubblico su questo).

Fonte

11/12/2019

Scienza e guerra. Sul dibattito aperto aperto da Angelo Baracca

di Vincenzo Brandi

Al Direttore ed alla Redazione di Contropiano

L’articolo di Angelo Baracca “Scienza e Guerra” pubblicato da “Contropiano”, così ricco di notazioni interessanti, e quindi molto utile come base di discussione, suscita però qualche perplessità perché alcune posizioni in esso contenute fanno riaffiorare vecchi equivoci e posizioni fondamentaliste in cui in passato sono caduti alcuni settori di quella che per comodità chiamiamo genericamente cultura di “sinistra”.

Un primo punto, che Baracca definisce “quantitativo”, sottolinea quanto siano stretti i rapporti tra scienziati e settore militare, molto di più di quanto la gente non pensi di solito. Baracca fornisce anche degli esempi: Archimede che costruisce macchine che distruggono le navi romane che assediano Siracusa; Lazare Carnot che si interessa, come Ministro della Guerra, di fornire armi alle armate rivoluzionarie francesi. Per dire il vero questi esempi non sembrano particolarmente felici.

Penso che Archimede facesse bene a contribuire alla difesa della sua città minacciata dall’imperialismo romano, e che Carnot facesse bene a dare il suo contributo alla difesa della Rivoluzione, come del resto anche il suo collega il matematico rivoluzionario Monge, che si interessava della produzione di polvere da sparo e munizioni per le truppe.

Ricordo che anche il programma di produzione della bomba atomica fu avviato da una lettera di Einstein (che era un pacifista, socialista ed antinazista) al Presidente Roosvelt. In essa Einstein si diceva preoccupato per le voci dell’inizio di un programma nucleare militare tedesco. Per fortuna questo programma fu affidato ad Heisenberg (grande scienziato teorico, ma pessimo sperimentatore) e non se ne fece niente. Solo in seguito Einstein ed altri scienziati, visto anche l’uso terroristico fatto delle bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki (anche per intimidire preventivamente l’URSS), si tirarono indietro.

Non si possono nemmeno criticare quegli scienziati sovietici che misero a punto le bombe atomiche e le bombe termonucleari sovietiche per ottenere una situazione di equilibrio che ha mantenuto di fatto la pace per 40 anni. Dopo la caduta dell’URSS si è scatenato l’inferno, con le ripetute aggressioni all’Iraq, alla Jugoslavia, alla Libia, Siria, ecc., colpi di stato in Georgia ed Ucraina, oggi in Bolivia, altri tentati in Venezuela, ecc. La spesa militare degli USA e degli alleati della NATO nel tentativo di mantenere l’egemonia sfiora i tre quarti della spesa militare globale.

Appare quindi anche velleitario fare appelli per il disarmo nucleare che non tengano conto del contesto in cui le conoscenze scientifiche sono utilizzate per fini militari. Solo una variazione decisa del contesto politico potrebbe portare al disarmo, alla pace, ed un uso diverso della scienza.

Ma penso che il punto più importante trattato da Baracca sia il secondo, quello da lui definito “qualitativo”. Si legge di una “predisposizione della scienza (quella nostra Occidentale, o del capitalismo), nel suo stesso impianto metodologico, verso l’aggressione all’Uomo e alla Natura.

La scienza non è un’attività meramente conoscitiva che indaga la Natura in sé, sempre immutabile; piuttosto l’Uomo sociale si rapporta ai fenomeni naturali con modalità diverse nei diversi contesti storici e sociali, i quali pongono finalità diverse, che richiedono metodi scientifici nuovi”.

La prima parte di questo discorso ricorda sostanzialmente le posizioni proto-romantiche di Rousseau, notoriamente critico verso la scienza e addirittura contrario all’istruzione pubblica (ogni ragazzo avrebbe dovuto essere guidato da un istitutore privato in lunghe passeggiate istruttive). Queste posizioni sono state sostanzialmente riprese dalla Scuola di Francoforte con il libro di Horkheimer ed Adorno che critica l’Illuminismo e la scienza (“Dialettica dell’Illuminismo”) e da Marcuse con “L’Uomo ad una dimensione”, divenuti la bibbia della parte più fondamentalista del movimento del ’68 (cose che ricordo bene per averne fatto parte, data la mia non più tenera età).

La seconda parte del discorso (certamente funzionale alla prima, ed anch’essa molto in voga nel ‘68) mette in dubbio sostanzialmente l’obiettività della scienza, ed anche indirettamente della conoscenza comune (ricordo che “scienza” viene dal verbo latino “scio” che significa semplicemente “conoscere”). Direi di lasciare queste posizioni ad ambigui e discutibili filosofi statunitensi come Kuhn (che sosteneva che la scienza sarebbe determinata nelle varie epoche da paradigmi culturali incomunicabili tra loro indotti dalle credenze religiose, morali, politiche dell’epoca considerata), o Goodman (che sosteneva che il mondo è creato da noi, da quello che pensiamo e facciamo), o Hanson (che sosteneva che è la teoria che noi scegliamo arbitrariamente a creare i fatti, e non viceversa).

Sorvolo su tutto l’immenso oceano delle vecchie filosofie idealiste, da Platone, a Berkeley, a Fichte, ecc. e su tutte le filosofie irrazionaliste, da Schopenauer ad Husserl, Bergson, Heidegger, ecc. Pur tenendo conto dell’influenza dei dati culturali ambientali, penso sia preferibile attenersi a quanto diceva ad esempio il grande matematico, e fisico, Poincarè: alla base della conoscenza sono i fatti registrati dall’esperienza.

La scienza (la cui base è sempre sperimentale, da Galilei, a Faraday, ad Helmholtz, a Marie Curie, a Rutheford, ecc.) è la loro interpretazione, che può essere a volte errata o parziale, ma che al fondo ha una sua obiettività perché il mondo esterno materiale è unico, ed è quello che è, ed i fenomeni sono ripetitivi, conoscibili ed interpretabili.

Le rivoluzioni scientifiche avvengono sostanzialmente per il verificarsi di nuove esperienze, magari con strumenti più perfezionati, che ci costringono a modificare teorie precedenti, che in genere restano valide entro certi ambiti. Tipico esempio è il passaggio dalla meccanica newtoniana e galileiana alla teoria della relatività. Newton era perfettamente consapevole di non aver dato una spiegazione del meccanismo di trasmissione delle forze gravitazionali da lui descritte come forze istantanee a distanza. Preferiva non fare ipotesi (“Hypotheses non fingo”) e lasciare (esplicitamente) il compito ai posteri.

Il passaggio si è avuto quando alcune esperienze sui fenomeni elettromagnetici, l’esperienza di Fizeau sui raggi luminosi nell’acqua corrente, le esperienze di Michelson e Morley con l’interferometro, hanno fatto capire a Lorentz, Poincarè, ed infine ad Einstein, che bisognava tener conto della velocità delle onde elettromagnetiche e gravitazionali. Anche nella Rivoluzione copernicana in realtà il grande matematico e astronomo egiziano Claudio Tolomeo e Copernico (e poi Galilei) parlavano la stessa lingua. Tolomeo calcolava ingegnosamente la posizione di Sole e pianeti partendo da un sistema di riferimento terrestre; Copernico adottava un riferimento solare. Solo oltre un secolo dopo Copernico, i filosofi italiani della natura (Bernardino Telesio, Bruno, Campanella) hanno scatenato la polemica contro i residui aristotelici della Chiesa, provocandone la reazione.

Possiamo in definitiva valutare l’uso più o meno distorto che si fa della scienza, o criticare quegli scienziati che si mettono al servizio di governi aggressivi che producono terribili armi biologiche, o delle multinazionali che producono dannose OGM. Ma la scienza e la conoscenza sono sempre quelle perché la realtà materiale è unica (e lo dico anche da ex-ricercatore in pensione). Sono la politica e la società che dovrebbero incrementare l’uso di tecnologie benefiche e valutare (da un punto di vista scientifico, e non emozionale) i pericoli insiti in certe ricerche ed in certe tecnologie, ma senza ricadere in impossibili sogni neo-romantici.

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