di Flavio Del Santo – Università di Vienna
Ho seguito con grande attenzione il dibattito su scienza e guerra tra Angelo Baracca[1] e Vincenzo Brandi,[2] recentemente apparso su Contropiano.
Desidero iniziare raccogliendo l’appello di Angelo Baracca il quale, nella sua risposta a Brandi[3] affermava: “i miei allievi sarebbero i più indicati per dire se il mio Manuale Critico di Meccanica Statistica del 1979, impostato secondo questa concezione [storico-materialistica], riesca a fornire un’interpretazione del ricorso a metodi statistici più convincente dell’affermazione implicita che sono imposti dalla natura dei processi macroscopici.”
Poiché sono stato un allievo di Angelo Baracca quando egli era professore di fisica all’Università di Firenze, vorrei cogliere l’occasione per rispondere a questo commento e riaffermare alcune delle idee che sono al centro del presente dibattito, cercando però di contestualizzarle nel panorama contemporaneo.
Questo intervento non vuole essere una difesa delle posizioni di Baracca (che tuttavia tendo a condividere), ma cercherò piuttosto di mettere in luce come queste posizioni si siano evolute e diffuse dagli anni '70 ad oggi; sviluppi di cui probabilmente nessuno dei due autori è completamente al corrente. Al contempo, però, ritengo che alcune precisazioni di carattere generale debbano essere giustapposte al commento critico di Vincenzo Brandi, il quale sembra puntare nella direzione tradizionale di una scienza “oggettiva” e “neutrale”.
Una tradizione che fortunatamente sembra avere trovato, ed ancora trova, una vasta opposizione, ma purtroppo spesso al di fuori dei circoli degli scienziati. Infatti, per quanto non convenzionali e talvolta radicali (piuttosto che fondamentaliste), le impostazioni antiscientiste sostenute anche da Baracca sono nate è vero, come ci ricorda Brandi nel criticarle, nel contesto delle contestazioni degli anni '60 e '70, ma rappresentano anche un argomento di grande attualità e come tale necessitano di essere trattate.
Al contrario, Brandi si riferisce a queste come “vecchi equivoci e posizioni fondamentaliste” nonché posizioni divenute “la bibbia della parte più fondamentalista del movimento del ‘68”. Tuttavia, egli sembra essere all’oscuro non solo degli importanti sviluppi dell’ultimo decennio (di cui parlerò in seguito), ma anche del decorso di quella tradizione storico-filosofica (di cui anche Kuhn e gli altri filosofi statunitensi esplicitamente citati da Brandi furono promotori ma non iniziatori) che rifiuta di vedere la scienza come uno strumento conoscitivo unico, oggettivo ed esistente in maniera astratta al di là delle attività umane (società).
La statua allegorica La Natura si svela di fronte alla Scienza di Louis-Ernest Barrias (vedi foto) è portata solitamente ad esempio di tale concezione, la quale ha indubbiamente avuto un ruolo fondamentale nel prendere la distanza dal pensiero dogmatico pre-illuminista, ma che appare oggi (e ormai da decenni) quantomeno naïve.
A tal proposito, Baracca sostiene che la Scienza non è “un’attività meramente conoscitiva che indaga la Natura in sé, sempre immutabile: piuttosto l’Uomo sociale si rapporta ai fenomeni naturali con modalità mutevoli nei diversi contesti storici e sociali, i quali pongono finalità diverse, che richiedono metodi scientifici nuovi”.
Dal punto di vista storico, bisogna notare che già nel 1935 il medico e filosofo Ludwig Fleck (viennese, appartenete a una tradizione squisitamente mitteleuropea e chiaramente non statunitense) nel suo libro divenuto estremamente influente in anni più recenti, “Genesi e sviluppo di un fatto scientifico”, propone l’idea che la scienza altro non è che un’attività culturale e sociale.
Egli sviluppa infatti il concetto di “collettivo di pensiero” (Denkkollektiv), ovvero una comunità di persone che si scambiano mutualmente idee o che mantengono una interazione intellettuale”.[4] Quello che viene definito un “fatto” scientifico è quindi un accordo comune all’interno di uno o più collettivi di pensiero, che tuttavia possono essere incommensurabili (in pratica avere difficoltà comunicative fondamentali) e pertanto ciò che viene riconosciuto come un “fatto” non è più così inequivocabile.
È superfluo notare come Fleck sia stato un’influenza dominante sull’approccio di Kuhn alla storia e alla filosofia della scienza, ma è invece interessante prendere atto del fatto che Fleck sia oggi stato rivalutato al punto tale da essere considerato probabilmente la singola maggiore influenza nell’ascesa del nuovo settore di ricerca “Science and Technology Studies” o, in breve, STS.[5]
Questa nuova disciplina accademica (è solo da circa un decennio infatti che ha ricevuto legittimazione nelle maggiori università di tutto il mondo) studia il mutuo rapporto tra scienza-tecnologia e società-politica-cultura. È in tale contesto che la responsabilità sociale degli scienziati, che ovviamente ha come elemento centrale la responsabilità nello sviluppo di tecnologie belliche, ha avuto il maggior sviluppo in anni recenti.
Per quanto non possa fare a meno che rammaricarmi del fatto che la legittimazione di STS come una disciplina autonoma non abbia forse avuto un impatto tangibile sulla forma mentis degli “scienziati praticanti”, è innegabile che questo settore abbia mantenuto vivi ed espanso in maniera sistematica i venti di protesta contro la neutralità della scienza sviluppatesi nel post ’68.
Circa lo stato dell’arte sugli studi della responsabilità degli scienziati, un eccellente ricerca recentemente condotta da Cecilie Glerup e Maja Horst (attraverso l’analisi di centinaia di articoli presi dalla letteratura scientifica) identifica diversi tipi di “razionalità politiche”, ovvero diverse sensibilità verso la responsabilità degli scienziati.[6] Ivi gli autori fanno riferimento al filosofo francese Michel Foucault, sostenendo che in epoca moderna si sia giunti ad “una ‘problematizzazione’ della attuale amministrazione interna della scienza attraverso norme professionali [...] In questo caso, ciò che è l’oggetto di indagine [...] è l’abilità della scienza di autogovernarsi responsabilmente”.
Questo studio fornisce un interessante spunto di riflessione al presente dibattito su scienza e guerra, poiché cattura tra le sue diverse sensibilità (quattro in tutto) le razionalità politiche sostenute rispettivamente da Baracca e Brandi. La razionalità politica che sembra ritrarre meglio le posizioni critiche di quest’ultimo è quella che gli autori dello studio identificano come “razionalità della demarcazione”. Essa esprime una chiara separazione (normativa) tra la scienza e il resto delle attività sociali e politiche. Secondo le parole degli autori, “la scienza è una professione onorevole, ma sfortunatamente è sempre più tormentata da frodi e cattiva condotta che minacciano la sua capacità di fare del bene per ‘il popolo’”.
Purtroppo, questa sembra essere non solo la visione che tradizionalmente gli scienziati avevano del proprio lavoro, ma ancora la più diffusa tra i professionisti fino ad oggi. Se questa razionalità potesse essere riassunta in una parola, essa sarebbe “neutralità” della scienza.
A tal proposito, un tacito presupposto di questa razionalità è che una conduzione “corretta” (secondo determinati standard concordati) della scienza faccia sempre bene al “popolo”. E se a volte le persone abusano dei risultati scientifici, ad es. per costruire tecnologie dannose per le altre persone, questo è già al di fuori dei confini della scienza e dovrebbe riguardare i politici che sono tenuti a normare tali condotte.
In diretta contrapposizione, ed in linea invece con l’analisi di Baracca, si configura la seconda sensibilità identificata da Glerup e Horst come “razionalità della riflessività”. Secondo questo punto di vista, “ciò che manca agli scienziati per essere socialmente responsabili è una sorta di autocoscienza o consapevolezza o capacità di prevedere le conseguenze della propria pratica”. Sebbene questa da sola non sia forse sufficiente, la consapevolezza sembra essere un presupposto necessario per una scienza più socialmente responsabile.
L’argomentazione a favore di questa opinione è la stessa che sta alla base del fatto che una popolazione informata (o consapevole) è una condizione preliminare per qualsiasi forma di democrazia. Le persone devono essere informate in modo critico (ad esempio, attraverso l’educazione nelle scuole e un sistema di stampa libera) per apprezzare la cosa pubblica ed essere liberi di scegliere il proprio ruolo nella società. Una mancanza di consapevolezza depriva una presunta democrazia di qualsiasi effettiva partecipazione del popolo. Allo stesso modo, uno scienziato a cui siano forniti i mezzi necessari per essere autocritico nei confronti del proprio lavoro e della sua relazione con la società, sarà molto più propenso ad assumersi le proprie responsabilità.
Per quanto riguarda le soluzioni concrete che possono condurre verso una “razionalità della riflessività”, due sembrano essere gli elementi centrali: (i) un’analisi storico-critica e (ii) un cambiamento sostanziale nell’educazione dei nuovi scienziati.
Per quanto riguarda il primo punto, è della massima importanza notare che una conoscenza della storia della scienza, in particolare della storia del proprio “collettivo di pensiero”, è indispensabile per comprendere la responsabilità sociale di una determinata disciplina a posteriori. Ciò consente di individuare regolarità e di comprendere scelte specifiche nel loro contesto sociale e politico, permettendo così di prevedere gli effetti della ricerca futura. Ed è a questo punto che non posso fare a meno di lodare l’impostazione storico-critica nella didattica immaginata da Baracca ed altri scienziati “attivisti” della sua generazione per l’insegnamento della scienza (fisica in particolare).
Apprendere ad esempio che l’impostazione della scienza moderna (chimica e fisica nello specifico) sia stata plasmata sotto la spinta economico-politica dell’ascesa del sistema capitalistico durante la seconda rivoluzione industriale è una conoscenza indispensabile alla comprensione dei rapporti tra scienza moderna e società. Allo stesso tempo, gli scienziati dovrebbero essere educati con corsi specificamente dedicati su etica, STS, metodo scientifico e storia e filosofia della scienza.
Da un lustro vivo e lavoro in Austria dove tali corsi stanno lentamente, e forse un poco timidamente, entrando a far parte dei curricula dei corsi di laurea in fisica (come cosiddette materie “soft skills”), ma in Italia sembra che l’accademia sia rimasta cristallizzata con un’impostazione strettamente conservatrice che non solo non promuove ma addirittura scoraggia attivamente attività didattiche di questo genere, ovvero atte allo sviluppo di una coscienza critica riguardo al rapporto tra l’operato degli scienziati e la società.
Come iniziative concrete, è inoltre necessario ricordare la recentissima ascesa alla ribalta del concetto di “Ricerca ed Innovazione Responsabili” (Responsible Research and Innovation, RRI) che sta avendo un ruolo fondamentale nelle politiche di gestione delle scienze in Europa e negli USA.[7] In particolare, questo concetto cerca di integrare nella pratica scientifica quattro elementi principali: “anticipazione” (cercare di prevedere le conseguenze del proprio operato); “inclusione di terzi” (inteso come dialogo con coloro che potenzialmente beneficeranno o soffriranno dell’operato della scienza); “riflessività” (nell’accezione già discussa); e “reattività” (da parte di chi traduce le proposte scientifiche in applicazioni o chi norma tale pratica).
A questo punto è doveroso notare che tutte le iniziative moderne qui discusse hanno come bersaglio principale la sensibilizzazione degli scienziati verso le proprie responsabilità sociali, intese però come effetti collaterali del proprio operato. Un discorso tutto differente va riservato all’impiego volontario di scienziati in progetti finanziati e promossi da organizzazioni militari o industrie private coinvolte in sviluppi di tecnologie militari. Bisogna ammettere che tale tematica sembra avere una trattazione marginale nel sempre più vasto programma degli “Science and Technologies Studies”.
Tuttavia, una sensibilizzazione del tipo espresso dalla “razionalità della riflessività” sicuramente può portare grandi vantaggi per far sì che gli scienziati si impegnino sempre più in azioni concrete, boicottando attivamente il proprio coinvolgimento nell’industria bellica. A tal proposito, è interessante notare che nel mondo germanofono si stanno diffondendo sempre più le “clausole civili” (Zivilklausel), ovvero contratti vincolanti che le università si autoimpongono e che vietano il coinvolgimento dei propri ricercatori in progetti militari.[8]
Vorrei concludere queste considerazioni tornando sulla tematica delle diverse sensibilità riguardo a quello che la scienza rappresenta e cosa essa può fare per le persone. La conclusione sembra essere che è possibile, ma non dovuto, che i prodotti della “buona scienza” siano un bene per la società.
Ma questo non significa che gli scienziati siano tenuti a ignorare la società, piuttosto l’opposto. La scienza è meravigliosa perché è parte della nostra cultura, ma come tale deve essere trattata, con i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi potenziali pericoli, che condivide con il resto delle attività umane. Un “buon” scienziato dovrebbe essere messo nelle condizioni di vedere questi aspetti critici fin dai tempi della propria istruzione e non essere cresciuto nell’utopia dogmatica che il rigore della disciplina scientifica lo autorizzi a non pensare a sé stesso come parte della società qualora egli entri in un laboratorio.
Note:
[1] Baracca, A. 22019. Scienza e Guerra, Contropiano: http://contropiano.org/news/scienza-news/2019/12/06/scienza-e-guerra-0121609#sdfootnote2anc
[2] Brandi, V. Scienza e Guerra. 2019. Sul dibattito aperto da Angelo Baracca. Contropiano: http://contropiano.org/news/scienza-news/2019/12/11/scienza-e-guerra-sul-dibattito-aperto-aperto-da-angelo-baracca-0121853
[3] Baracca, A. 2019. Scienza e guarra. Prosegue la discussione. Contropiano: http://contropiano.org/news/politica-news/2019/12/17/scienza-e-guerra-prosegue-la-discussione-0122043
[4] Fleck, L., 1983. Genesi e sviluppo di un fatto scientifico. Il Mulino, Bologna.
[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Science_and_technology_studies
[6] Glerup, C., and Horst. M. 2014. Mapping ‘social responsibility’ in science. Journal of Responsible Innovation 1(1): 31-50.
[7] Koops, B.J., Oosterlaken, I., Romijn, H., Swierstra, T. and Van Den Hoven, J., 2015. Responsible Innovation 2. Springer.
[8] https://de.wikipedia.org/wiki/Zivilklausel La prima Università ad adottare tale iniziativa fu quella di Brema nel 1986. Oggi clausole civili sono in vigore in molte università tedesche e in alcune giapponesi, mentre l’università di Vienna ed altre università austriache stanno cercando di introdurla nei prossimi anni.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2017
Un’esistenza ostinatamente superficiale
L’editore Minimum fax propone ai lettori italiani il romanzo della scrittrice californiana Nell Zink, con il titolo Senza pelle (The Wallcreeper, invece, il titolo originale). È un libro estremamente intrigante, perché nonostante risulti a tratti respingente, lascia intravedere le tracce di una profondità tragica.
La narrazione prende le mosse da un episodio drammatico, eppure vissuto con estrema superficialità. Una coppia di sposini, lui un ricco rampollo appassionato di birdwatching, lei una contorta laureata con la vocazione della mantenuta, nel bel mezzo di un’escursione tra le montagne svizzere, investono con l’auto un volatile; in quel frangente, con una manovra improvvisa, Stephen – questo il nome del giovane marito – riesce a evitare di ucciderlo. Ciononostante, in conseguenza dell’evento, Tiffany è costretta a interrompere una gravidanza iniziata da poco.
Un aborto, insomma, infrangerà l’equilibrio della loro esistenza bernese, eppure a tale evento nessuno dei due sembra attribuire particolare rilevanza. La vita ricomincia ordinaria, e tuttavia l’uno e l’altra iniziano a gestire come atomi impazziti due esistenze assurde. Si tradiscono sistematicamente e ripetutamente, con relazioni improbabili e improvvisate, talvolta fondate sulla mera attrazione sessuale, tal’altra su sentimenti ipotizzati o banalmente concepiti. Il personaggio maschile è tratteggiato nelle prime pagine come un perfetto idiota, viziato e sessualmente egoista; incapace di una progettualità esistenziale ponderata e facilmente trascinabile in imprese soggettivistiche poco strutturate. Decide di lasciare il proprio lavoro e si dedica a tempo pieno a inconsistenti campagne ambientaliste, oscillando tra Berlino, i boschi attraversati dall’Elba, per poi finire in Montenegro e Albania per svolgere missioni naturalistiche sempre più improbabili.
Anche la protagonista, che è poi l’io narrante, ostenta una certa stupidità. Rivendica con orgoglio un buon numero di stereotipi sulla donna attraente e sciocca, e soprattutto “attaccata ai soldi”. Si prodiga in malcelati comportamenti adulteri, ma si preoccupa di perdere la stabilità economica, e teme soprattutto di dover lavorare. Parrebbe dunque connessa a questa sua esigenza di reddito la scelta di seguire ovunque il marito, ritagliandosi di tanto in tanto qualche spazio di autonomia per finire nel letto di qualcuno o provare a cercare una propria dimensione ecologista.
Giunti a tre quarti del libro, tuttavia, quando si è divenuti ormai completamente insofferenti per questi due soggetti evidentemente antipatici, si comincia a insinuare nel lettore un dubbio, una sorpresa, quasi un imprevisto senso di colpa. Occorre ricordare infatti l’inizio della storia. La vicenda di una coppia qualunque, nella pacificata esistenza svizzera, che per un banale incidente si scontra con la “durezza” del reale: l’aborto.
Il libro dunque ci fa conoscere un dato che già ci è noto, ma non dominato.
La nostra è un’esistenza disattenta, soprattutto da giovani, e tendiamo a credere che tra i nostri passatempi, i vestiti e le vacanze, tutto possa procedere sempre e perennemente come un reiterarsi dell’identica ora dell’aperitivo. Poi però arriva la realtà, che come un rapace afferra la preda – cioè noi – e ci strappa dal sogno. La conseguenza, tuttavia, non è un processo di consapevolezza pieno. Ma è l’ostinato attaccamento al nostro nulla, un aggrapparsi a qualcosa da fare, da credere, a una relazione interessante.
Il romanzo non perde ritmo, ma s’immalinconisce, e lo fa rimarcando la sua buona dose di sarcasmo e cinismo. Ma alla fine, forse, quel senso di supponenza con cui osservavamo i protagonisti, come specchiato, arriva dritto verso di noi, e ci ferisce un po’.
Fonte
La narrazione prende le mosse da un episodio drammatico, eppure vissuto con estrema superficialità. Una coppia di sposini, lui un ricco rampollo appassionato di birdwatching, lei una contorta laureata con la vocazione della mantenuta, nel bel mezzo di un’escursione tra le montagne svizzere, investono con l’auto un volatile; in quel frangente, con una manovra improvvisa, Stephen – questo il nome del giovane marito – riesce a evitare di ucciderlo. Ciononostante, in conseguenza dell’evento, Tiffany è costretta a interrompere una gravidanza iniziata da poco.
Un aborto, insomma, infrangerà l’equilibrio della loro esistenza bernese, eppure a tale evento nessuno dei due sembra attribuire particolare rilevanza. La vita ricomincia ordinaria, e tuttavia l’uno e l’altra iniziano a gestire come atomi impazziti due esistenze assurde. Si tradiscono sistematicamente e ripetutamente, con relazioni improbabili e improvvisate, talvolta fondate sulla mera attrazione sessuale, tal’altra su sentimenti ipotizzati o banalmente concepiti. Il personaggio maschile è tratteggiato nelle prime pagine come un perfetto idiota, viziato e sessualmente egoista; incapace di una progettualità esistenziale ponderata e facilmente trascinabile in imprese soggettivistiche poco strutturate. Decide di lasciare il proprio lavoro e si dedica a tempo pieno a inconsistenti campagne ambientaliste, oscillando tra Berlino, i boschi attraversati dall’Elba, per poi finire in Montenegro e Albania per svolgere missioni naturalistiche sempre più improbabili.
Anche la protagonista, che è poi l’io narrante, ostenta una certa stupidità. Rivendica con orgoglio un buon numero di stereotipi sulla donna attraente e sciocca, e soprattutto “attaccata ai soldi”. Si prodiga in malcelati comportamenti adulteri, ma si preoccupa di perdere la stabilità economica, e teme soprattutto di dover lavorare. Parrebbe dunque connessa a questa sua esigenza di reddito la scelta di seguire ovunque il marito, ritagliandosi di tanto in tanto qualche spazio di autonomia per finire nel letto di qualcuno o provare a cercare una propria dimensione ecologista.
Giunti a tre quarti del libro, tuttavia, quando si è divenuti ormai completamente insofferenti per questi due soggetti evidentemente antipatici, si comincia a insinuare nel lettore un dubbio, una sorpresa, quasi un imprevisto senso di colpa. Occorre ricordare infatti l’inizio della storia. La vicenda di una coppia qualunque, nella pacificata esistenza svizzera, che per un banale incidente si scontra con la “durezza” del reale: l’aborto.
Il libro dunque ci fa conoscere un dato che già ci è noto, ma non dominato.
La nostra è un’esistenza disattenta, soprattutto da giovani, e tendiamo a credere che tra i nostri passatempi, i vestiti e le vacanze, tutto possa procedere sempre e perennemente come un reiterarsi dell’identica ora dell’aperitivo. Poi però arriva la realtà, che come un rapace afferra la preda – cioè noi – e ci strappa dal sogno. La conseguenza, tuttavia, non è un processo di consapevolezza pieno. Ma è l’ostinato attaccamento al nostro nulla, un aggrapparsi a qualcosa da fare, da credere, a una relazione interessante.
Il romanzo non perde ritmo, ma s’immalinconisce, e lo fa rimarcando la sua buona dose di sarcasmo e cinismo. Ma alla fine, forse, quel senso di supponenza con cui osservavamo i protagonisti, come specchiato, arriva dritto verso di noi, e ci ferisce un po’.
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03/12/2015
Avere diciassette anni e dover ricorrere all’aborto clandestino
Ho letto la storia della ragazza di 17 anni che ha abortito con il Cytotec. Da tempo quel farmaco viene usato soprattutto dalle donne straniere assieme ad altri metodi altrettanto rischiosi per la propria vita. Nessuno però si ferma a pensare che se l’aborto clandestino è diventato nuovamente un enorme rischio per le donne si deve all’assenza di educazione sessuale, ai troppi obiettori di coscienza e alla disinformazione sull’aborto. Davvero le ragazze sanno che si può abortire legalmente solo entro le prime dodici settimane, che diventano 21 in caso di aborto terapeutico? Le ragazze sanno che i metodi contraccettivi più sicuri deve consigliarteli qualcuno in un consultorio? Chi sa se i minorenni possono o non possono farsi prescrivere contraccettivi, pillole del giorno dopo o possono abortire? Perché una ragazza di 17 anni e anche il ragazzo hanno avuto paura di dirlo agli adulti?
Io sono molto scossa da questa vicenda perché è accaduto anche a me. E’ stato un po’ diverso ma io capisco le paure e capisco come quella ragazza sia arrivata a farsi comprare un farmaco dannoso per abortire senza dirlo a nessuno. Quello che non ho capito da come viene trattata la notizia è perché lui si sia beccato una denuncia per procurato aborto se anche lei era d’accordo. Lei è minorenne e lui un ventenne, ma cosa cambia?
Avevo sedici anni quando ingenuamente ebbi rapporti non protetti con il mio ragazzo che allora aveva diciotto anni. Sono rimasta incinta e quando è saltato il ciclo ho fatto il test. Ero più o meno di tre settimane e ci prese il panico. I miei genitori non erano così aperti e disponibili. Non raccontavo niente della mia vita perché anche solo per aver perso la verginità mi avrebbero punita per il resto della vita. I genitori del mio ragazzo erano separati e lui non parlava con nessuno dei due e viveva con sua nonna, troppo anziana per aiutarlo. Dopo aver cercato di capire se ci fosse un metodo legale che mi autorizzasse ad abortire senza dirlo ai miei alla fine il mio ragazzo fece un viaggio e con l’aiuto di un’amica comune che viveva in un’altra nazione comprò il farmaco antiabortivo, l’ru486, che lì si poteva comprare in farmacia.
Adottai tutte le precauzioni che consigliavano su alcuni siti online e tuttavia sono stata molto male. Non ho rischiato di morire ma ho interpretato alcuni dolori come pericolosi per la mia salute. Quando lo dissi a mia madre lei mi urlò contro tutto il male possibile e diede anche lei la colpa al mio ragazzo, perché si resta incinte per incoscienza di colui che ti penetra e non di quella penetrata, questa è la convinzione errata di molte persone. Mio padre lo prese a pugni e lo cacciò via quando lui si presentò dai miei per assumersi le sue responsabilità. Voleva scusarsi con loro per aver messo a rischio la mia vita, anche se non era vero, e si scusò per non aver pensato ad un metodo contraccettivo che mi evitasse quel dolore. Mio padre lo cacciò a pedate e fui costretta a non vederlo per un po’ di tempo. Convinsi i miei a non denunciarlo e ancora adesso lui non è visto benissimo da mio padre. Quando mi sono laureata io e lui ci siamo sposati e ora abbiamo due splendidi bambini.
Credo di essere una buona madre e lui è di sicuro un buon padre. Siamo genitori di due figli voluti e non siamo pentiti di quell’aborto fatto di comune accordo quando eravamo troppo giovani per assumercene la responsabilità.
Allora mi chiedo perché tante cattiverie dette contro la ragazza, o contro quel ragazzo che è stato di certo incosciente ma al di là del reato, per cui deciderà un giudice, mi chiedo perché sono così in tanti quelli che si sgravano di qualunque responsabilità attribuendo il danno a questi due ragazzi invece che cercare di capire come evitarlo. Invece che condannare due capri espiatori di una situazione difficilissima che riguarda tante donne in Italia perché non si rivolge l’attenzione a chi o cosa – obiettori, regole assurde, disinformazione voluta, paura dell’educazione sessuale – potrebbe averli costretti a quella scelta?
Fonte
Io sono molto scossa da questa vicenda perché è accaduto anche a me. E’ stato un po’ diverso ma io capisco le paure e capisco come quella ragazza sia arrivata a farsi comprare un farmaco dannoso per abortire senza dirlo a nessuno. Quello che non ho capito da come viene trattata la notizia è perché lui si sia beccato una denuncia per procurato aborto se anche lei era d’accordo. Lei è minorenne e lui un ventenne, ma cosa cambia?
Avevo sedici anni quando ingenuamente ebbi rapporti non protetti con il mio ragazzo che allora aveva diciotto anni. Sono rimasta incinta e quando è saltato il ciclo ho fatto il test. Ero più o meno di tre settimane e ci prese il panico. I miei genitori non erano così aperti e disponibili. Non raccontavo niente della mia vita perché anche solo per aver perso la verginità mi avrebbero punita per il resto della vita. I genitori del mio ragazzo erano separati e lui non parlava con nessuno dei due e viveva con sua nonna, troppo anziana per aiutarlo. Dopo aver cercato di capire se ci fosse un metodo legale che mi autorizzasse ad abortire senza dirlo ai miei alla fine il mio ragazzo fece un viaggio e con l’aiuto di un’amica comune che viveva in un’altra nazione comprò il farmaco antiabortivo, l’ru486, che lì si poteva comprare in farmacia.
Adottai tutte le precauzioni che consigliavano su alcuni siti online e tuttavia sono stata molto male. Non ho rischiato di morire ma ho interpretato alcuni dolori come pericolosi per la mia salute. Quando lo dissi a mia madre lei mi urlò contro tutto il male possibile e diede anche lei la colpa al mio ragazzo, perché si resta incinte per incoscienza di colui che ti penetra e non di quella penetrata, questa è la convinzione errata di molte persone. Mio padre lo prese a pugni e lo cacciò via quando lui si presentò dai miei per assumersi le sue responsabilità. Voleva scusarsi con loro per aver messo a rischio la mia vita, anche se non era vero, e si scusò per non aver pensato ad un metodo contraccettivo che mi evitasse quel dolore. Mio padre lo cacciò a pedate e fui costretta a non vederlo per un po’ di tempo. Convinsi i miei a non denunciarlo e ancora adesso lui non è visto benissimo da mio padre. Quando mi sono laureata io e lui ci siamo sposati e ora abbiamo due splendidi bambini.
Credo di essere una buona madre e lui è di sicuro un buon padre. Siamo genitori di due figli voluti e non siamo pentiti di quell’aborto fatto di comune accordo quando eravamo troppo giovani per assumercene la responsabilità.
Allora mi chiedo perché tante cattiverie dette contro la ragazza, o contro quel ragazzo che è stato di certo incosciente ma al di là del reato, per cui deciderà un giudice, mi chiedo perché sono così in tanti quelli che si sgravano di qualunque responsabilità attribuendo il danno a questi due ragazzi invece che cercare di capire come evitarlo. Invece che condannare due capri espiatori di una situazione difficilissima che riguarda tante donne in Italia perché non si rivolge l’attenzione a chi o cosa – obiettori, regole assurde, disinformazione voluta, paura dell’educazione sessuale – potrebbe averli costretti a quella scelta?
Fonte
30/11/2015
Lo scandalo riguardo al legittimo uso della forza
Ragazzi, vorrei fare un po’ di chiarezza riguardo un paio di cose.
Il pretesto è l’ennesimo post feisbucchiano in cui si grida allo scandalo per l’utilizzo della celere durante uno sgombero d’un liceo occupato.
E quindi, sì, proseguiamo.
Allora, la prima parola è consapevolezza: nel senso che bisogna sempre avere ben chiaro cosa si sta facendo, come lo si sta facendo, in che contesto si agisce e contro chi e che cosa si agisce.
Soprattutto, bisogna essere consapevoli di ciò che queste azioni comportano.
Come qualcuno ha già ben detto prima di me, solo chi è male informato si indigna.
Da qui, a cascata:
– lo stato, parole di Max Weber, è l’unico attore che detiene il monopolio della forza, della quale può fare legittimo uso. Poi, parafrasando Charles Tilly, si può aggiungere che ogni stato si è formato tramite atti di forza – per loro natura violenti – e che, quindi, la violenza è un aspetto proprio di ogni forma statale, anche quelle più democratiche. Le forze dell’ordine non sono nient’altro che il mezzo attraverso il quale lo stato si difende dai suoi cittadini, mantenendo l’ordine e l’equilibrio.
– Le parole diritto e legittimo sarebbero da bandire dal vocabolario, perché non si può usare un metro di classificazione basato su regole statali per qualificare un atto di contestazione alle stesse.
Se violi la legge, si può quindi dedurre, non stai compiendo un’azione legittima e, di conseguenza, lo stato – lui sì – è legittimato – dalle sue stesse leggi – a redarguirti. Generalmente dandoti una scarica di legnate che te le ricordi, così impari ad alzare la testa, stronz*!
Sui diritti il discorso è più complicato, ma possiamo provare con una domanda retorica: che diritti sono, se per essere tali qualcuno deve stabilire per legge che lo sono?
Mi vengono in mentre i matrimoni tra persone di identico sesso, o il diritto alla casa.
Che diritto è un diritto che non è tale finché non lo è per legge?
Un diritto, se tale, lo è sempre, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo conceda o meno.
I diritti non si concedono, esistono. Quindi, conseguentemente, è pleonastico definire qualcosa un diritto. A meno che non si voglia fare un discorso legalitario, però qui si cade in un paradosso: non puoi occupare ed invocare la legge allo stesso tempo, perché sarebbe come mangiare una mela e lamentarsi del fatto che le mele ci facciano schifo – non so se rendo –.
Quindi, avendo stabilito – spero spiegato, una minima – che l’occupare stabili pubblici o privati è un’infrazione della legge – e che, per questo motivo, non è azione legittima – di che cosa ci si scandalizza se lo stato manda la sua guardia personale a risolvere la questione?
Io mi stupisco di più quando una manifestazione non viene caricata, piuttosto che il contrario.
Perché – e il G8 di Genova, a chiunque sia in grado di guardarlo con occhio critico, questa cosa l’ha insegnata e pure bene – se alzi la testa, se contesti l’istituzione, l’unico modo che questa conosce per rimetterti a posto è bastonarti.
Ogni tipo di ordine statale si basa su forme di terrore e minacce, più o meno bianche, più o meno velate, più o meno violente.
Un’altra frase di Charles Tilly – che definisce lo stato un’associazione simile al racket, nata con l’unico scopo di delinquere – è che il cittadino paga allo stato le tasse per proteggersi da se stesso e, se ci pensate, è così: di fronte alla minaccia della coercizione fisica, vengono versati emolumenti (per il mantenimento della classe politica, fondamentalmente – ciao medioevo, non sei mai andato via! –). Di conseguenza non è atto spontaneo, ma conseguenza di una minaccia.
Quindi, tornando allo stupore, è necessario sapere da che parte si sta.
E’ necessario sapere che, se ti manganellano, fondamentalmente hanno ragione. Fosse anche solo per il fatto che la legge la fanno loro, quindi c’è poco da star lì a discutere, gridare allo scandalo. E’ la prassi, prassi che viene perpetrata da quando sono nati gli stati, quindi da sempre.
Questo non vuol dire che bisogna stare zitti e subire. Questo vuol dire che bisogna sapere a cosa si va incontro, sapere cosa si rischia.
Forse, ancora prima di tutto ciò, bisogna sapere per cosa si sta combattendo e insieme a chi si sta combattendo.
Non c’è spazio – nel mio mondo ideale non c’è mai spazio – per la moderazione, per prendere tempo, per continuare a non scegliere da che parte stare.
O di qua, o di là. O si chiedono i diritti allo stato, la protezione della legge – la stessa che ti manganella in manifestazione e derubrica l’omicidio di Carlo Giuliani come legittima difesa (il primo che parla dell’estintore, giuro, ne compro uno e cristosanto) – o si contesta lo stato con azioni non legittime.
Poi, può essere considerata giusta una cosa non legittima?
Io dico di sì.
Fosse anche solo per il fatto che l’amore tra due simili è una cosa giusta, e solo la legge d’uno stato retrogrado, ignorante può non considerarla legittima.
Detto questo, passo e chiudo.
Ascoltatevi la canzone, se volete.
Vostro,
Inchiostro.
Il pretesto è l’ennesimo post feisbucchiano in cui si grida allo scandalo per l’utilizzo della celere durante uno sgombero d’un liceo occupato.
E quindi, sì, proseguiamo.
Allora, la prima parola è consapevolezza: nel senso che bisogna sempre avere ben chiaro cosa si sta facendo, come lo si sta facendo, in che contesto si agisce e contro chi e che cosa si agisce.
Soprattutto, bisogna essere consapevoli di ciò che queste azioni comportano.
Come qualcuno ha già ben detto prima di me, solo chi è male informato si indigna.
Da qui, a cascata:
– lo stato, parole di Max Weber, è l’unico attore che detiene il monopolio della forza, della quale può fare legittimo uso. Poi, parafrasando Charles Tilly, si può aggiungere che ogni stato si è formato tramite atti di forza – per loro natura violenti – e che, quindi, la violenza è un aspetto proprio di ogni forma statale, anche quelle più democratiche. Le forze dell’ordine non sono nient’altro che il mezzo attraverso il quale lo stato si difende dai suoi cittadini, mantenendo l’ordine e l’equilibrio.
– Le parole diritto e legittimo sarebbero da bandire dal vocabolario, perché non si può usare un metro di classificazione basato su regole statali per qualificare un atto di contestazione alle stesse.
Se violi la legge, si può quindi dedurre, non stai compiendo un’azione legittima e, di conseguenza, lo stato – lui sì – è legittimato – dalle sue stesse leggi – a redarguirti. Generalmente dandoti una scarica di legnate che te le ricordi, così impari ad alzare la testa, stronz*!
Sui diritti il discorso è più complicato, ma possiamo provare con una domanda retorica: che diritti sono, se per essere tali qualcuno deve stabilire per legge che lo sono?
Mi vengono in mentre i matrimoni tra persone di identico sesso, o il diritto alla casa.
Che diritto è un diritto che non è tale finché non lo è per legge?
Un diritto, se tale, lo è sempre, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo conceda o meno.
I diritti non si concedono, esistono. Quindi, conseguentemente, è pleonastico definire qualcosa un diritto. A meno che non si voglia fare un discorso legalitario, però qui si cade in un paradosso: non puoi occupare ed invocare la legge allo stesso tempo, perché sarebbe come mangiare una mela e lamentarsi del fatto che le mele ci facciano schifo – non so se rendo –.
Quindi, avendo stabilito – spero spiegato, una minima – che l’occupare stabili pubblici o privati è un’infrazione della legge – e che, per questo motivo, non è azione legittima – di che cosa ci si scandalizza se lo stato manda la sua guardia personale a risolvere la questione?
Io mi stupisco di più quando una manifestazione non viene caricata, piuttosto che il contrario.
Perché – e il G8 di Genova, a chiunque sia in grado di guardarlo con occhio critico, questa cosa l’ha insegnata e pure bene – se alzi la testa, se contesti l’istituzione, l’unico modo che questa conosce per rimetterti a posto è bastonarti.
Ogni tipo di ordine statale si basa su forme di terrore e minacce, più o meno bianche, più o meno velate, più o meno violente.
Un’altra frase di Charles Tilly – che definisce lo stato un’associazione simile al racket, nata con l’unico scopo di delinquere – è che il cittadino paga allo stato le tasse per proteggersi da se stesso e, se ci pensate, è così: di fronte alla minaccia della coercizione fisica, vengono versati emolumenti (per il mantenimento della classe politica, fondamentalmente – ciao medioevo, non sei mai andato via! –). Di conseguenza non è atto spontaneo, ma conseguenza di una minaccia.
Quindi, tornando allo stupore, è necessario sapere da che parte si sta.
E’ necessario sapere che, se ti manganellano, fondamentalmente hanno ragione. Fosse anche solo per il fatto che la legge la fanno loro, quindi c’è poco da star lì a discutere, gridare allo scandalo. E’ la prassi, prassi che viene perpetrata da quando sono nati gli stati, quindi da sempre.
Questo non vuol dire che bisogna stare zitti e subire. Questo vuol dire che bisogna sapere a cosa si va incontro, sapere cosa si rischia.
Forse, ancora prima di tutto ciò, bisogna sapere per cosa si sta combattendo e insieme a chi si sta combattendo.
Non c’è spazio – nel mio mondo ideale non c’è mai spazio – per la moderazione, per prendere tempo, per continuare a non scegliere da che parte stare.
O di qua, o di là. O si chiedono i diritti allo stato, la protezione della legge – la stessa che ti manganella in manifestazione e derubrica l’omicidio di Carlo Giuliani come legittima difesa (il primo che parla dell’estintore, giuro, ne compro uno e cristosanto) – o si contesta lo stato con azioni non legittime.
Poi, può essere considerata giusta una cosa non legittima?
Io dico di sì.
Fosse anche solo per il fatto che l’amore tra due simili è una cosa giusta, e solo la legge d’uno stato retrogrado, ignorante può non considerarla legittima.
Detto questo, passo e chiudo.
Ascoltatevi la canzone, se volete.
Vostro,
Inchiostro.
12/08/2015
La relazione tra i corpi secondo me
“La premessa da fare è che questo mio coso potrebbe essere scambiato per una sparata moralista su usi e costumi di chicchessia, però così non è.
Dunque.
Ci stiamo buttando via.
Io vedo i miei coetanei, donne-uomini-alieni-ufo-animali a pelo corto e pelo lungo, e parlo con loro e assisto, indirettamente sia chiaro, alla loro vita sessuale, al loro modo di relazionarsi con altri individui, di viversi il proprio tempo.
Non so, di certo non ho la verità in tasca, però mi sembra che ci sia poca consapevolezza del sé nelle persone, poca consapevolezza del proprio valore.
Nietzsche parlerebbe di volontà di potenza.
Non scomodo Foucault perché sennò non finisco più.
Il mio non è un giudizio morale, quello l’ho sospeso a vent’anni, quando ho scoperto che la donna per la quale provavo un sentimento molto simile all’amore, nella sua manifestazione borghese, si prostituiva per pagarsi il soggiorno in Inghilterra.
Da quel momento smisi di giudicare le persone secondo la morale.
Il mio è un giudizio politico, se vogliamo.
Il sesso, sostanzialmente, viene trattato come un bisogno prettamente fisico. Io invece trovo che sia tutto l’opposto. E non sto dicendo che non si debba ballare il mambo orizzontale se non si hanno serie intenzioni o se non c’è – mioddio – l’ammmore.
Dico che, secondo me, farlo per dieci minuti bam bam bam non ha senso. Trovo, anzi, che sia la perfetta fotografia di questi tempi, in cui tutto è apparenza senza contenuto. Secondo me ogni esperienza deve arricchire d’un qualcosa, deve lasciare una sensazione sulla pelle, bella o brutta che sia.
Non si può vedere il corpo altrui solo come l’oggetto della soddisfazione dei propri pruriti sessuali – per quello uso la mia mano, e sono anche ambidestro, e confesso che si fa anche molta meno fatica –.
Un corpo è un libro da conoscere, una terra da esplorare. Ogni corpo è diverso da un altro, ogni ansa, ogni curva. Ogni vagina differisce dalle altre, ogni piacere è diverso.
Trovo molto triste che i miei consimili dotati di pisello non si dedichino troppo alla scoperta del corpo femminile e si limitino solo a un ritmico e ripetuto movimento che, generalmente, culmina nel piacere di uno solo.
Perdio, voglio dire, conosco soggetti che credono che il clitoride, IL CLITORIDE, sia verso l’ano.
E trovo molto triste che molte mie amiche siano orientate solo al piacere dell’uomo e non pretendano di provarne anche loro. O che non siano riuscite a vivere un’esperienza che non sia “mmm, ci sta”.
Per dio, le persone dovrebbero stabilire che meritano molto di più di un “mmm, ci sta”.
Io credo che l’autodeterminazione passi anche attraverso il sesso e credo che il sesso, nella stragrande maggioranza dei casi, sia oggi totalmente sovradeterminato da una struttura che affida agli attori dei ruoli prestabiliti.
Perché, ad esempio, l’uomo deve per forza arrivare a fine corsa e la donna anche se non ci arriva pace?
Perché, ad esempio, nell’immaginario comune il sesso orale è visto solo come fellatio e mai come quella grandissima pratica che si chiama cunnilingus?
Non dico tutte, ma alcune delle donne con le quali mi è capitato di trovarmi nudo, seguivano dei noiosissimi schemi prestabiliti.
Saran cazzate, ma perché la donna aspetta di essere spogliata? A me è capitato di essere letteralmente privato dei vestiti – nel senso che è stato più o meno un assalto improvviso – ed è stato una cosa bellissima.
A me sta sui coglioni che in molte cose, la maggior parte impercettibili, si sia sovradeterminati in questo modo.
La cosa triste è che a volte basta davvero far provare un orgasmo alla propria partner per essere considerati alla stregua di un’esperienza indimenticabile.
Questa è una cosa che più di una volta mi ha fatto riflettere.
Che poi magari sbaglio io a politicizzare in questo modo il sesso, però sono convinto che le pretese che si hanno per il proprio io sono poi quelle che si hanno per il proprio divenire.
E io voglio fare la rivoluzione, quindi non posso accontentarmi di uno scialbo rapporto da dieci minuti netti che culmina col rumore d’un accendino, del fumo nella stanza e un ammiccamento da faccia da schiaffi del tipo “sono incredibile”.
Dirò di più.
Molte persone sono insoddisfatte perché fanno un sesso di merda.
Cosa che dipende dalla qualità del partner che si sceglie, ma anche dalle pretese che si ha nei confronti del proprio corpo.
Anziché dire “ho questo, mi accontento”, sarebbe opportuno iniziare a stabilire cosa si vuole.
Secondo me far sesso per lenire un prurito è come chi scende in piazza quando s’indigna e basta. In piazza bisogna starci sempre, anche senza l’indignazione, perché la rivoluzione non la si fa con l’indignazione, ma costruendo mattone su mattone tutti i giorni.
Sono andato un po’ a stream of consciousness, spero si capisca cosa voglio intendere.
Sarebbe bello venisse insegnata un’educazione sessuale che insegni a vivere i corpi, ad esplorarli, ad esplorarsi, capire se stessi in relazione agli altri.
Sarebbe bello venisse spiegato che il piacere non sta nella conclusione del rapporto, ma in tutto quello che accade tra l’inizio e la fine.
Io sono triste, ogni volta che eiaculo, perché devo aspettare per poter essere in grado di ritornare a provare tutti quei piaceri diversi che comporta il rapportarsi nudo ad un corpo nudo.
A provare quella sensazione d’immortalità che è poi una delle interpretazioni etimologiche di amore – dal latino a-mors, assenza di morte -, perché io penso anche che non sia necessario desiderare dei figli insieme per chiamare amore quello che si sente nello stomaco.
Io dico che ci stiamo buttando via perché viviamo – direi vivono ma mi sta sul cristo fare l’inquisitore – relazioni di plastica, dove si tromba ma non ci si conosce mai per davvero, dove il giorno dopo del corpo dell’altro non si ricorda niente.
Io sono amareggiato ogni volta che sento un mio conoscente che mi racconta un qualche rapporto.
Sono stanco delle persone che si accontentano, che non si pongono dei quesiti, che non indagano.
Che è poi tutto riassumibile in una mancanza di sensibilità verso se stessi e verso gli altri, figlia di una indifferenza di fondo che porta a fregarsene dei problemi sociali della comunità – che sono poi anche i propri – e ad indignarsi solo se muoiono più di duecento individui da qualche parte nel globo, nello stesso modo in cui non ce ne importa nulla del piacere proprio o altrui, ma ci si incazza solo nel caso ci vengano in faccia.
In sostanza odio gli indifferenti, e trovo che, oggi, nella maggior parte dei casi si trovi nelle persone un sesso indifferente, talmente piatto che, come detto, basta praticare del dozzinale cunnilingus per sentirsi dire “sei molto generoso”.
Quando ne parlo in giro mi guardano come fossi scemo, spero non sia l’impressione che ho dato a te!
Ho finito le minchiate sparse, spero siano minimamente comprensibili.
Buon proseguimento e complimenti, è interessante leggerti.
Soprattutto rincuorante sapere che almeno qualcuno prova a creare dibattiti politicamente e socialmente stimolanti.”
Fonte
Dunque.
Ci stiamo buttando via.
Io vedo i miei coetanei, donne-uomini-alieni-ufo-animali a pelo corto e pelo lungo, e parlo con loro e assisto, indirettamente sia chiaro, alla loro vita sessuale, al loro modo di relazionarsi con altri individui, di viversi il proprio tempo.
Non so, di certo non ho la verità in tasca, però mi sembra che ci sia poca consapevolezza del sé nelle persone, poca consapevolezza del proprio valore.
Nietzsche parlerebbe di volontà di potenza.
Non scomodo Foucault perché sennò non finisco più.
Il mio non è un giudizio morale, quello l’ho sospeso a vent’anni, quando ho scoperto che la donna per la quale provavo un sentimento molto simile all’amore, nella sua manifestazione borghese, si prostituiva per pagarsi il soggiorno in Inghilterra.
Da quel momento smisi di giudicare le persone secondo la morale.
Il mio è un giudizio politico, se vogliamo.
Il sesso, sostanzialmente, viene trattato come un bisogno prettamente fisico. Io invece trovo che sia tutto l’opposto. E non sto dicendo che non si debba ballare il mambo orizzontale se non si hanno serie intenzioni o se non c’è – mioddio – l’ammmore.
Dico che, secondo me, farlo per dieci minuti bam bam bam non ha senso. Trovo, anzi, che sia la perfetta fotografia di questi tempi, in cui tutto è apparenza senza contenuto. Secondo me ogni esperienza deve arricchire d’un qualcosa, deve lasciare una sensazione sulla pelle, bella o brutta che sia.
Non si può vedere il corpo altrui solo come l’oggetto della soddisfazione dei propri pruriti sessuali – per quello uso la mia mano, e sono anche ambidestro, e confesso che si fa anche molta meno fatica –.
Un corpo è un libro da conoscere, una terra da esplorare. Ogni corpo è diverso da un altro, ogni ansa, ogni curva. Ogni vagina differisce dalle altre, ogni piacere è diverso.
Trovo molto triste che i miei consimili dotati di pisello non si dedichino troppo alla scoperta del corpo femminile e si limitino solo a un ritmico e ripetuto movimento che, generalmente, culmina nel piacere di uno solo.
Perdio, voglio dire, conosco soggetti che credono che il clitoride, IL CLITORIDE, sia verso l’ano.
E trovo molto triste che molte mie amiche siano orientate solo al piacere dell’uomo e non pretendano di provarne anche loro. O che non siano riuscite a vivere un’esperienza che non sia “mmm, ci sta”.
Per dio, le persone dovrebbero stabilire che meritano molto di più di un “mmm, ci sta”.
Io credo che l’autodeterminazione passi anche attraverso il sesso e credo che il sesso, nella stragrande maggioranza dei casi, sia oggi totalmente sovradeterminato da una struttura che affida agli attori dei ruoli prestabiliti.
Perché, ad esempio, l’uomo deve per forza arrivare a fine corsa e la donna anche se non ci arriva pace?
Perché, ad esempio, nell’immaginario comune il sesso orale è visto solo come fellatio e mai come quella grandissima pratica che si chiama cunnilingus?
Non dico tutte, ma alcune delle donne con le quali mi è capitato di trovarmi nudo, seguivano dei noiosissimi schemi prestabiliti.
Saran cazzate, ma perché la donna aspetta di essere spogliata? A me è capitato di essere letteralmente privato dei vestiti – nel senso che è stato più o meno un assalto improvviso – ed è stato una cosa bellissima.
A me sta sui coglioni che in molte cose, la maggior parte impercettibili, si sia sovradeterminati in questo modo.
La cosa triste è che a volte basta davvero far provare un orgasmo alla propria partner per essere considerati alla stregua di un’esperienza indimenticabile.
Questa è una cosa che più di una volta mi ha fatto riflettere.
Che poi magari sbaglio io a politicizzare in questo modo il sesso, però sono convinto che le pretese che si hanno per il proprio io sono poi quelle che si hanno per il proprio divenire.
E io voglio fare la rivoluzione, quindi non posso accontentarmi di uno scialbo rapporto da dieci minuti netti che culmina col rumore d’un accendino, del fumo nella stanza e un ammiccamento da faccia da schiaffi del tipo “sono incredibile”.
Dirò di più.
Molte persone sono insoddisfatte perché fanno un sesso di merda.
Cosa che dipende dalla qualità del partner che si sceglie, ma anche dalle pretese che si ha nei confronti del proprio corpo.
Anziché dire “ho questo, mi accontento”, sarebbe opportuno iniziare a stabilire cosa si vuole.
Secondo me far sesso per lenire un prurito è come chi scende in piazza quando s’indigna e basta. In piazza bisogna starci sempre, anche senza l’indignazione, perché la rivoluzione non la si fa con l’indignazione, ma costruendo mattone su mattone tutti i giorni.
Sono andato un po’ a stream of consciousness, spero si capisca cosa voglio intendere.
Sarebbe bello venisse insegnata un’educazione sessuale che insegni a vivere i corpi, ad esplorarli, ad esplorarsi, capire se stessi in relazione agli altri.
Sarebbe bello venisse spiegato che il piacere non sta nella conclusione del rapporto, ma in tutto quello che accade tra l’inizio e la fine.
Io sono triste, ogni volta che eiaculo, perché devo aspettare per poter essere in grado di ritornare a provare tutti quei piaceri diversi che comporta il rapportarsi nudo ad un corpo nudo.
A provare quella sensazione d’immortalità che è poi una delle interpretazioni etimologiche di amore – dal latino a-mors, assenza di morte -, perché io penso anche che non sia necessario desiderare dei figli insieme per chiamare amore quello che si sente nello stomaco.
Io dico che ci stiamo buttando via perché viviamo – direi vivono ma mi sta sul cristo fare l’inquisitore – relazioni di plastica, dove si tromba ma non ci si conosce mai per davvero, dove il giorno dopo del corpo dell’altro non si ricorda niente.
Io sono amareggiato ogni volta che sento un mio conoscente che mi racconta un qualche rapporto.
Sono stanco delle persone che si accontentano, che non si pongono dei quesiti, che non indagano.
Che è poi tutto riassumibile in una mancanza di sensibilità verso se stessi e verso gli altri, figlia di una indifferenza di fondo che porta a fregarsene dei problemi sociali della comunità – che sono poi anche i propri – e ad indignarsi solo se muoiono più di duecento individui da qualche parte nel globo, nello stesso modo in cui non ce ne importa nulla del piacere proprio o altrui, ma ci si incazza solo nel caso ci vengano in faccia.
In sostanza odio gli indifferenti, e trovo che, oggi, nella maggior parte dei casi si trovi nelle persone un sesso indifferente, talmente piatto che, come detto, basta praticare del dozzinale cunnilingus per sentirsi dire “sei molto generoso”.
Quando ne parlo in giro mi guardano come fossi scemo, spero non sia l’impressione che ho dato a te!
Ho finito le minchiate sparse, spero siano minimamente comprensibili.
Buon proseguimento e complimenti, è interessante leggerti.
Soprattutto rincuorante sapere che almeno qualcuno prova a creare dibattiti politicamente e socialmente stimolanti.”
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