Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/08/2011

The American way.

Non in riferimento al disco dei Sacred Reich, ma alle disfunzioni strutturali degli Stati Uniti, nel cui merito non capita spesso di leggere critiche.


Con la crisi del debito, anche gli Stati Uniti si sono rivelati una nazione fragile e vulnerabile. L'amministrazione Obama non solo sta spendendo soldi che non ha, ma sta spendendo in settori dove gli investimenti non sono redditizi. O sono addirittura enormi sprechi. Un'interessante quadro dell situazione lo fornisce il sito di inchiesta americano Truth Out, che individua quattro aree critiche nelle quali Washington letteralmente butta via quattrini: la difesa, il sistema sanitario, l'energia e i trasporti.
Difesa. Gli Stati Uniti spendono in armamenti quanto il totale dei primi venti Paesi del mondo (700 miliardi di dollari nel 2010, secondo il Sipri). L'autore dello studio si chiede se tali spese siano giustificate per garantire la sicurezza nazionale e la stabilità economica e globale. La risposta è no.
Le gerarchie militari americane concordano nel ritenere i sistemi d'arma acquistati dal Pentagono obsoleti o inutili per le attuali necessità della difesa. In particolare, un analista militare il cui nome non è menzionato, sostiene che, nonostante i maggiori rischi provengano da insurrezioni locali e non da Stati-nazione (come in Iraq, Afghanistan, Pakistan), gli Usa hanno 760 basi militari nel mondo, 11 unità da guerra supportate da portaerei e altro harware senescente, "come se dovessero affrontare la Marina imperiale giapponese", spiega la fonte.
In realtà, gran parte del budget non è destinato alla difesa, ma a sostenere il giro di occupazione e di affari da cui dipendone tutta una classe politica che sfrutta la necessità di spese militari in funzione di propaganda elettorale. Combinando questo aspetto con le pressioni interne delle lobby della difesa, la conclusione è che l'economia Usa è agganciata come un tossicodipendente allo stimolo fiscale derivante dagli investimenti militari.
Eppure, dicono a TruthOut, è uno stimolo inefficace, perchè il milione e più di soldati Usa all'estero spendono i loro stipendi in altri Paesi, annullando l'effetto moltiplicatore': l'economia gira se il dollaro è speso in infrastrutture fisiche - la manutenzione di ponti, autostrade, porti, per esempio - che non in armi e soldati. A dispetto di tutti i miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti non hanno più il primato militare, e la loro sicurezza è minacciata in ognuno dei 'distaccamenti' militari all'estero.
Sistema sanitario. Gli Stati Uniti spendono il doppio, pro-capite, di qualsiasi Paese industrializzato, quasi il 17 percento del Pil. Ma il sistema è peggiore che in tutti questi Paesi. Dai 45 ai 50 milioni di americani non hanno assistenza sanitaria. Non è obbligatorio per l'azienda pagare la malattia al lavoratore. La competitività si riduce e così i profitti, mentre gli impiegati spendono dalle due alle tre volte di più di un loro collega europeo per i contributi. La sanità americana è costosissima perché legata ai profitti. Stipendi e bonus di amministratori delle compagnie sanitarie sono una delle voci che obbligano la sanità statunitense a restare privata.
Uso dell'energia e trasporti. L'americano medio consuma due volte l'elettricità di un europeo. Un'automobile statunitense consuma tra il 40 e il 50 percento in più di una vettura media europea. Come per la sanità, le compagnie americane spendono molto di più in energia e trasporti di quelle d'oltreoceano. La domanda di TruthOut è: il deficit Usa è causato dagli investimenti o dagli sprechi?
Nessun'altra nazione al mondo ha un budget militare così ipertrofico, sprechi così elevati nella sanità e un'abulia cronica nell'energia e nei trasporti. Di fronte a questi problemi, così radicati e interconnessi tra loro, difficilmente un rimedio potrà essere quello prospettato dai membri del Congresso con il loro sterile dibattito sull'innalzamento del tetto del debito.

Fonte.

Google piglia tutto.

Dodici miliardi e mezzo. Tanto è costata l’acquisizione di Motorola Mobility da parte del colosso informatico Google. A darne notizia le due società in una nota congiunta. Secondo i dati a disposizione di Bloomberg si tratta della più grande operazione nel settore almeno nell’ultimo decennio.

Google e Motorola Mobility, si legge nella nota, annunciano di aver firmato un accordo definitivo in base al quale il gruppo di Mountain View rileverà il produttore di telefoni cellulari al prezzo di 40 euro ad azione, per un controvalore complessivo di circa 12,5 miliardi di dollari, il 63% in più rispetto al prezzo di chiusura del titolo Motorola venerdì scorso.

L’acquisto di Motorola Solutions, il ramo di Motorola che produce Smartphone, telefoni cellulari e tablet, permetterà a Google di diventare un concorrente di tutti i produttori di dispositivi mobili, inclusa la Apple di Steve Jobs.

“L’acquisizione di Motorola Mobility, già partner di Android – si legge nella nota – permetterà a Google di sviluppare ulteriormente l’ecosistema di Android (il sistema operativo per dispostivi mobili di Google, ndr) che resterà comunque un sistema aperto”, a cui potranno quindi continuare ad avere accesso gli altri produttori di smartphone e telefoni mobili. Motorola Mobility resterà “un business separato” all’interno del gruppo di Mountain View.

Secondo l’amministratore delegato di Google, Larry Page, che parla di “una naturale complementarietà” tra Google e Motorola, lo sviluppo del sistema Android porterà “beneficio ai consumatori, ai partner e agli sviluppatori”. “Non vedo l’ora – ha aggiunto – di dare il benvenuto ai ‘Motorolans’ nella nostra famiglia di ‘Googlers’”. Inoltre, “l’acquisizione di Motorola aumenterà la competizione rafforzando il portafoglio di brevetti di Google, fatto che ci permetterà di proteggere meglio Android dalle minacce anti concorrenziali di Microsoft, Apple e altri gruppi”. “La combinazione di Google e Motorola – ha detto ancora Page – non solo migliorerà Android ma rafforzerà anche la competizione e offrirà ai consumatori una maggiore innovazione, più scelta e meravigliose esperienze di uso”.

“L’operazione – ha spiegato Sanjay Jha, amministratore delegato di Motorola Mobility – offre una valutazione significativa per gli azionisti e nuove stimolanti opportunità per i nostri azionisti, clienti e partners nel mondo. Abbiamo condiviso una proficua partnership con Google per migliorare la piattaforma Android e adesso attraverso questa unione saremo in grado di fare ancora di più per realizzare straordinarie soluzioni mobili”.

L’operazione resta soggetta alle ordinarie condizioni sospensive, tra cui l’approvazione delle autorità competenti negli Usa, in unione Europea e in altre giurisdizioni. La transazione dovrebbe chiudersi definitivamente “entro la fine del 2011 o all’inizio del 2012”.

Fonte.

E' curioso (e si presterebbe a numerose speculazioni) constatare come, a fronte della peggiore crisi finanziario - economica dagli anni 30 del '900 a oggi, le multinazionali possiedono comunque la liquidità per operare gigantesche acquisizioni.
Di recente era già successo con Microsoft nei confronti di Skype, ieri invece è stato il turno di Google, che portandosi a casa la divisione mobile di Motorola ha probabilmente fatto il colpo più grande del settore, quanto meno a livello d'immagine visto che sì porta a casa parte dell'azienda che ha inventato le comunicazioni cellulari.
A livello teorico l'operazione dovrebbe segnare il definitivo rilancio del marchio Motorola nel settore mobile, sarà interessante vedere come reagiranno gli altri pezzi da 90 del mercato, non tanto Apple che è ormai un oracolo tecnologico difficile da scalfire, quanto Samsung e l'agonizzante Nokia che se non si riprende alla svelta, rischia di mandare a ramengo una fetta consistente di occupazione (di prima qualità) europea a cui per altro abbiamo contribuito tutti noi con i finanziamenti comunitari dello scorso anno.

15/08/2011

Fastidio senza pessimismo.

Quando attraverso la mia città (ma pure le altre) la sensazione più intensa che provo è lo schifo.
Schifo per l'ambiente cementificato e lurido, per la gente cafona, svaccata in ogni dove e lercia come i selciati su cui si accascia (madonna che umanità di merda!), schifo per i servizi sempre più carenti e qualitativamente scarsi.
L'unico piacere viene dalla constatazione che alcuni pezzi che fungevano da valvola di sfogo in passato ricoprono ancora alla perfezione il proprio ruolo, come questo



Peccato mi prenda male a pensare come s'è rincoglionito Kasparek in tempi recenti.

Ferragosto in mìande.

Apro la finestra e trovo il grigiore indefinito e pallido del cielo. Il quartiere è silenzioso nonostante le auto e di conseguenza la gente sia rimasta tutta a casa, alla faccia dei milioni di vacanzieri sulle autostrade, mi sa che a sto giro Benetton incasserà poco.
In lontananza ma nemmeno troppo, odo lo scampanare della chiesa che rompe i coglioni annunciando l'ennesima funzione in cui si imbucheranno i timorati della domenica.
Il resto è solo noiosa precarietà che sì può palpare costantemente nel corso della giornata; è l'assenza di vita, la fiacchezza dell'intera città a trasmetterla in continuazione. La situazione palesa chiaramente le propri dimensioni la sera quando pare scenda il coprifuoco. Esco di casa alle 22 e non incontro un'anima nemmeno a pagare, impresa titanica trovare anche un bar o una gelateria aperta. Mancano solo i figuri in mimetica e fucile d'assalto agli angoli delle strade, poi il quadretto cileno da "emergenza nazionale" sarebbe perfetto.
In un anno, la vita è peggiorata in maniera allarmante.

14/08/2011

One night love affair



Ennesimo singolo da enciclopedia.

I tagli che non s'hanno da fare.

Che la nuova manovra economica votata in Consiglio dei Ministri ed emanata a tempo di record da Napolitano (sempre solerte quando si tratta di metterlo nel culo alla gente onesta) sia una farsa, dovrebbe essere chiaro a ogni persona dotata d'un briciolo di buon senso. Identico discorso per le condizioni che hanno dato il via a questa ennesima purga seguita al salasso varato a luglio che già mungeva dalle tasche del Paese 70 miliardi di €. In un mese abbondante di speculazione finanziaria ai danni dell'Italia non s'è levata nemmeno una voce di un qualsivoglia commentatore che sottolineasse l'anomalia insita nella finanzia internazionale che si sostituisce ai popoli nel determinare le scelte di una Nazione. Roba da colpo di stato senza fucili, ma ovviamente nessuno ne parla, sarà perché il 99% della stampa è al soldo di corporazioni e multinazionali, mentre il restante 1% è troppo impegnata a fare prevalentemente campagna contro Berlusconi che a sto giro non è certo il maggior responsabile dello sfascio che, come successe nel 1992 (la maxi manovra Amato), aveva origini completamente foreste.
Ammettiamo, comunque, per un istante che la situazione attuale non sia causata da una precisa scelta della finanza internazionale, determinata a spolpare quanto resta del patrimonio italiano (a cominciare dalle municipalizzate la cui privatizzazione è stata rigettata dal referendum di giugno), ma piuttosto dal perdurare di criticità sistemiche, quelle che tutti menzionano ma nessuno ha mai i coglioni di sanare per ovvi motivi di convenienza politica.
Il buon senso imporrebbe prima l'analisi di tutto quanto fa acqua e successivamente lo studio delle misure da prendere per recuperare credito inizialmente sul breve termine (così rassicuriamo sti cazzo di mercati) e poi sul medio - lungo al fine di chiudere definitivamente quelle falle che hanno affondato la nave Italia.
Per identificare le falle non serve essere super ministri dell'economia, ma è sufficiente gettare un occhio a libri come Soldi rubati di Nunzia Penelope per ricavare un computo preciso dell'oceano di risorse che ogni anno lo Stato Italiano perde. A quel punto, sarebbe chiaro che "limitandosi" a combattere seriamente l'evasione fiscale, la corruzione e il lavoro nero l'Italia sarebbe in grado di contare su un gettito "extra" superiore ai 150 miliardi di € l'anno, una cifra che fa impallidire qualsiasi manovra del Tremonti di turno.
Va da se che le strategie da mettere in campo per riportare nelle casse dello Stato quello che finisce in conti all'estero o cemento sulle nostre coste non garantirebbe immediato effetto, sorge quindi il problema della monetizzazione istantanea per dare il contentino ai mercati degli avvoltoi. Anche in questo caso il salasso ai soliti noti si potrebbe tranquillamente e comodamente evitare tagliando la spesa più inutile che ogni anno sosteniamo: quella militare. Azzerando dall'oggi al domani ogni nuovo acquisto a partire dai 131 Lockeed F-35 e ritirando immediatamente le nostre truppe da ogni teatro operativo in cui sono coinvolte, sì potrebbe agevolmente sfondare il tetto dei 17 miliardi di € risparmiati, ma nessuno ne parla, a parte rare eccezioni che purtroppo non riescono a fare la differenza. Nel frattempo, la politica si dimostra sempre estremamente compatta nel sostenere l'interesse di armaioli e alleati NATO di cui siamo lo zerbino da 60 anni, salvo pretendere i sacrifici da chi giornalmente tira la cinghia per arrivare alla prossima busta paga, sempre ammesso che ce ne sia una.

13/08/2011

La crisi si sconfigge sfasciando il mondo del lavoro.

Un governo allo sfascio, morale e materiale, dopo aver approvato una finanziaria da 70 miliardi un mese fa ne ha approvata un'altra da 45 miliardi come pensiero di ferragosto.
Complessivamente si tratta di un mese di manovra da 120 miliardi di euro circa. Il più grande colpo all'economia del paese che un governo in Italia, non a caso commissariato dalla Bce, abbia mai assestato alla popolazione.
Nel decreto, che andrà analizzato nel dettaglio nei prossimi giorni, c'è di tutto. Tasse ai lavoratori autonomi, congelamento delle tredicesime, privatizzazione dei servizi locali (che così costeranno di più e non saranno controllati dalla popolazione), azzeramento dei servizi sociali tramite il mancato trasferimento di fondi a regioni, province, comuni.
Inoltre tra le pieghe del decreto emerge l'attacco più pesante che un governo abbia mai portato a chi lavora.
Come conferma Sacconi, il decreto liquida in un colpo solo contratto nazionale di lavoro e statuto dei lavoratori. Introduce infatti il modello giuridico Marchionne, la deroga ai contratti nazionali, come norma e prassi.
Siccome l'arroganza inqualificabile di questo governo non ha limiti oltre all'abolizione, di fatto, del contratto nazionale il prossimo 25 aprile non sarà festa. E neanche il primo maggio. Per la prima volta dal governo Mussolini.
Una norma voluta, viste gli scarsissimi effetti sull'economia del provvedimento, per azzerare culturamente ogni tradizione di sinistra di questo paese.
Il bello, si fa per dire, è che queste norme rischiano di non servire a nulla. I mercati finanziari promettono ulteriori bagni di sangue. Sull'opposizione istituzionale, politica e sindacale, inutile parlare. Stiamo parlando di relitti che non fanno nemmeno ridere. Un mese fa il PD aveva fatto approvare la manovra finanziaria da 70 miliardi, Napolitano aveva parlato di "miracolo". Bel miracolo, impoverire il paese e dare fiato ad un governo che ha liquidato decenni di diritti in una serata di metà agosto. Con quello che tecnicamente è un golpe, come conseguenza del commissariamento della maggioranza da parte della Bce.
L'auspicio è che, appena possibile, il paese ruggisca.
Questo ceto politico di disperati, che ha agganciato il proprio destino al delirio dei mercati finanziari, è capace di portarci al medioevo. (red) 13 agosto 2011
agenzia asca.it, dichiarazioni di Sacconi

MANOVRA BIS: SACCONI, CONTRATTAZIONE DIVENTA AZIENDALE E TERRITORIALE

(ASCA) - Roma, 12 ago - ''Le norme approvate in materia di lavoro contengono il cuore dello Statuto dei lavori in quanto attribuiscono ai contratti aziendali o territoriali la capacita' di regolare tutto cio' che attiene all'organizzazione del lavoro e della produzione anche in deroga i contratti collettivi e alle disposizioni di legge quando non attengano ai diritti fondamentali nel lavoro che in quanto tali sono inderogabili e universali''. E' quanto afferma in un comunicato il ministro del lavoro Maurizio Sacconi sottolineando che ''come si e gia' fatto nei Paesi che hanno piu' intense relazioni industriali il cuore della contrattazione diventa l'azienda o il territorio''.

Missing in Canada

Il Canada, oltre ad essere terra (splendida) di grizzly e querce rosse, negli ultimi 3 decenni è stata anche la patria di diverse formazioni metal di notevole caratura.

Dei migliori, cioè i Voivod, parlammo in passato (parte prima, parte seconda), questa volta tocca agli Annihilator.

Rispetto a tutti gli altri nomi che si potrebbero tirare in ballo (dai Rush ai Gorguts), il gruppo diretto da Jeff Waters è senza dubbio quello che più facilmente salta fuori quando ci sì avvicina alla musica pesa canadese.

A dispetto di quanto si potrebbe pensare, gli Annihilator si guadagnarono questo merito sul campo, pubblicando quello che probabilmente è il miglior disco d'esordio, quanto meno nell'ambito del thrash metal, che sì sia mai visto. Parlo ovviamente di Alice In Hell, un album di caratura superiore, che nell'89 riuscì ad emergere in un panorama thrash già ampiamente spremuto dal mercato e prossimo al collasso. Prima del fattaccio, gli Annihilator piazzeranno un'altra perla intitolata Never, Neverland, che in buona sostanza riprende e perfeziona a livello maniacale lo stile presentato appena un anno prima, uno stile in cui la tecnica non è mai il fine ma il mezzo, per altro padroneggiato con maestria sopraffina, per costruire brani carichi di coinvolgimento in cui la banalità non è mai contemplata. In ambito schiettamente thrash, ai tempi, solo i Megadeth erano in grado di fare altrettanto.

Tanta roba insomma, peccato sia durata poco. A partire dal successivo Set the World on Fire il gruppo sì concede una serie di aperture stilistiche che, a seconda dei punti di vista, sì possono interpretare con l'esigenza di allargare gli orizzonti artistici oppure il conto in banca della Roadrunner. Sta di fatto che il thrash che rese famoso Waters e compagni è andato completamente a farsi benedire, a favore di composizioni il cui intento pare sia quello di dar battaglia nelle classifiche del rock più o meno melodico. Il trend non sarà invertito dal successivo King Of The Kill in cui a discapito del nome si salva (per altro benissmo) solo la traccia che da nome al disco, il resto merita considerazione giusto se vi garbano la melodia che sfocia ogni tre per due nel melenso.

Sì capisce abbastanza chiaramente che gli annientatori di Ottawa sono ormai alla frutta, situazione che non sarà smentita dai successivi Refresh The Demon e Remains, senza dubbio i punti più bassi toccati dall'estro di Waters (per capirci, paragonabili a cagate stile Load/Reload, Risk o Jugulator). Un parziale ritorno alla luce sì verifica solo nel 1999 con la pubblicazione di Criteria for a Black Widow che merita un ascolto se non altro perché al microfono ritorna Randy Rampage. Una permanenza nuovamente breve la sua, a conclusione del toru promozionale dell'album, infatti, il suo posto verrà rilevato da Joe Comeau, già chitarrista negli Overkill che inaspettatamente fornisce una prova di tutto rispetto sia su Carnival Diablos (che non è nulla di che) sia sul successivo Waking the Fury probabilmente il miglior album pubblicato da Waters dopo Never, Neverland.

Delle uscite successive si può giusto apprezzare il tentativo del gruppo di tornare "in carreggiata", i risultati tuttavia sono stati ampiamente sotto la decenza, rendendo gli Annihilator una formazione sostanzialmente priva di un perché, il cui limite sta tutto in quel Waters che 20 anni era invece il valore aggiunto.
Meglio ricordarli così: