di Anna Rosaria Forno licenziata Almaviva
Egregia Viceministra Teresa Bellanova
Sono una LICENZIATA Almaviva, una dei 1666, a breve compirò cinquantun'anni. Non tema, non sono qui a rivolgerle la classica supplica, tra l'altro non è la madonna di Pompei che, a crederci, forse sarebbe riuscita a fare qualcosa di diverso per quelli come me. Le scrivo perché, in seguito alla fine della vertenza che ha prodotto 1666 lettere di licenziamento, sento la prepotente necessità di interpretare, decodificare e spiegare le ragioni di noi lavoratori ma anche, e soprattutto, farle delle domande, cercare di comprendere perché la politica abbia consentito tutto questo.
Del mio ex-datore di lavoro non vorrei parlare. In fondo l'imprenditore non è che un incrocio tra un istrione e un camaleonte, pronto a piangere miseria sia nei periodi buoni sia nei cattivi. È il Padrone, anche se nella forma parole del genere sono state abolite dal nostro vocabolario nella sostanza ci sono rimaste e con radici profondissime. Il profitto è il suo unico scopo e, per quanto vergognose, le sue richieste, destituite di etica, buonsenso e umanità, esprimono una volontà comprensibile considerandone la provenienza. È come pretendere dal lupo di diventare vegetariano, oltretutto da un lupo giovane e anche un po' pigro che fino a oggi ha beneficiato di bocconi facili, in una sorta di riserva naturale in cui il “foraggio” gli è stato fornito a ogni ululato, a ogni ringhiosa minaccia. Ci sarebbe poi da riflettere sull'eventualità che questo lupo sia stato realmente nutrito per salvare le pecore o per salvare lui solo, in quanto componente di un “branco” non meglio identificato.
Altro velo pietoso ma direi più una densa, spessissima coltre, è quella che bisogna stendere sui sindacati confederali, che in barba alla loro stessa essenza di paladini dei lavoratori hanno creato le condizioni ideali perché questo scempio giungesse a compimento. Un lento lavorio che si compie da anni, un fenomeno carsico che sta erodendo pian piano ogni diritto e che anche lo scorso 22 dicembre è stato fedele a sé stesso. Per loro davvero non ci sono parole!
E IL GOVERNO?
Quest'ultima vertenza è nata male e ha partorito mostri della cui nocività sarà difficile stabilire la portata. Le ho già detto che ho cinquant'anni e un po' di memoria storica. Nel paese in cui sono nata, nel lontano 1966, le richieste di un Marco Tripi sarebbero state considerate inaccettabili. Nel paese in cui sono nata e cresciuta non si sarebbe consentito a un'azienda di affamare i propri dipendenti come è successo a noi che dopo la stabilizzazione saremmo dovuti passare, tutti, a sei ore (accordo mai rispettato!). O crede che ci siano persone contente di fare settanta chilometri al giorno per poco più di 600 euro al mese? Nel paese in cui sono nata e cresciuta la richiesta di bloccare gli scatti di anzianità, di azzerare i livelli, di applicare il controllo individuale sarebbe stata irricevibile. E lei è la rappresentante di un governo di sinistra?! È stata sempre presente, sin dal primo giorno in questa vertenza ma con quale scopo, quale obiettivo?! A parte la proposta “ a scatola chiusa” sulla quale non mi soffermo, quali erano concretamente le sue intenzioni? Non sente di aver fallito? Non crede di doverne rispondere?
Lo sconforto è vedere che alla fine si sta realizzando il vaticinio di George Orwell, e allora visto che ci troviamo, legittimate il Grande Fratello nelle aziende, introducete l'ipnopedia negli asili nido, sottoponete tutti a test di valutazione del Q.I. e gli scemi metteteli tutti nei call-center! Le sembro eccessiva? Ci rifletta, è quello che sta succedendo e lei ne è complice. Nemmeno nel peggiore dei miei incubi avrei potuto vedere un governo scendere a patti così scellerati. Addirittura il nostro NO lo avete considerato da irresponsabili?! Secondo lei, allora, qual è il senso di responsabilità? Ha affermato che il nostro era un NO ideologico. Noi siamo stati ideologici? Lei di certo non ha avuto un comportamento ideale. Con quel termine ha voluto dire che la nostra chiusura è stata condizionata da idee preconcette. Cosa c'era di preconcetto nel nostro NO? Forse non sapevamo a che tipo di fine saremmo stati destinati, perciò ci ha definiti irresponsabili? Forse qualcuno, a partire da lei, ci aveva prospettato qualcosa di diverso dalla nostra totale riduzione in schiavitù? Avevamo tutti gli elementi per fare delle valutazioni e il NO è scaturito da un giudizio non da un pre-giudizio. I conti li abbiamo fatti e non tornavano e non stia a guardare quelli che poi hanno virato verso un sì tardivo quanto infamante, sono da comprendere e dovrebbero essere ancor più messi sotto l'egida di un garante che, ahimè, è mancato.
A cosa servirà per i colleghi di Napoli questa proroga fino a marzo? Lo sa che per molti (anche per coloro che hanno votato “sì” al referendum) questo procrastinare sottende la speranza di andare a casa con un ammortizzatore, con delle tutele maggiori rispetto al nulla che ci è stato riservato? O crede che ci siano tanti cretini disposti a finire nelle fauci dell'imprenditore di cui sopra, pronto a mettere le mani su una classe di lavoratori negletti e annichiliti?
In un mondo ideale ( E NON IDEOLOGICO!) questa storia avrebbe visto un governo che avrebbe innanzitutto ponderato la liceità delle posizioni dell'azienda e, dopo il “gran rifiuto” fatto per tutto tranne che per viltà (e Dante mi perdoni se lo porto in un inferno molto meno appassionante del suo), si sarebbe fatto carico dei lavoratori con degli ammortizzatori validi traghettandoli verso altre opportunità attraverso percorsi di formazione e riqualificazione professionale.
Anche la mente più ideologica, con tutti i pregiudizi del caso, non sarebbe stata in grado di prevedere quello che è accaduto. Milleseicentosessantasei persone buttate in strada con l'avallo del governo e dei sindacati nazionali. Lo scrivo perché devo leggerlo per crederci.
Avrebbe dovuto fargli chiudere i battenti, avrebbe dovuto mandare i nostri imprenditori a fare i negrieri in altri paesi, avrebbe dovuto agire come se l'Italia fosse un paese civile, anche lei avrebbe dovuto dire NO e si sarebbe dovuta occupare delle pecore, essere il nostro pastore e fare fuori il lupo. Invece non è andata così!
Come faccio a farle capire con quante altre voci potrebbero essere pronunciate le parole che ho scritto finora? Immagini un coro di 1666 persone, immagini che ognuno sia un solista, ci metta in un teatro... non si sente nulla, ci hanno fatto tacere e lei ha fatto buio in sala, rendendoci anche invisibili.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/01/2017
Hackerato il sito del gruppo Bildeberg. Anonymus colpisce ancora
Un gruppo di hacker di Anonymous ha un messaggio per quei 120 – 150 “ricchi cazzoni dell’élite politica dominante dell’1%” che si riuniscono ogni anno in occasione della conferenza annuale nota come la “riunione del gruppo Bilderberg” e ha deciso di impadronirsi del sito web dell’organizzazione per condividere il suo messaggio con il mondo.
A quanto pare gli hacker, che fanno riferimento a se stessi come “Movimento Hackback,” sono stufi di quell’ “1% di cazzoni ricchi che dominano il mondo” sfruttando perennemente i più deboli in favore dei propri interessi privati, e hanno dato loro esattamente 1 anno per rimediare al loro cattivo comportamento:
Il messaggio prosegue con una minaccia, che ricorda molto il Progetto Mayhem, con la quale si avverte che il mancato rispetto delle loro richieste comporterà un hackeraggio implacabile di tutto il possibile, dalle “vostre costose automobili connesse” agli “smartwatch delle vostre escort favorite”:
Qui di seguito il messaggio completo pubblicato sul sito del Bildeberg (e la nostra traduzione):
=== Messaggio al Popolo ===
Sin dall’inizio dei tempi, gli esseri umani hanno a lungo dimenticato l’amore e la cura per il prossimo.
Nelle loro menti egoiste, incentrate su di sé, un gruppo di persone è riuscito a ottenere il Potere e ad abusarne contro i più deboli.
La storia si ripete.
Non c’è uguaglianza tra gli esseri umani su scala mondiale e i cosiddetti diritti umani non sono altro che un’illusione.
La globalizzazione e il sistema dell’ordine mondiale stanno favorendo questa situazione insostenibile, o che almeno è tale per coloro che hanno cura degli esseri umani. Oggi sta succedendo questo: i deboli soffrono, muoiono o vivono in povertà per servire interessi superiori.
L’élite al potere interpreta il ruolo dei grandi del mondo.
Questo ordine mondiale è condotto da gruppi che sono composti dall’1% più ricco dell’iper–élite e dai politici corrotti da loro autorizzati.
Non seguite la loro propaganda che nega questa situazione definendola una paranoia.
Il capitalismo liberale post guerra fredda ha fatto in modo di diffondere l’IDEA che $$$ uguale felicità e che dovrebbe essere l’obiettivo della vita per il 99%. Un obiettivo egoista.
Questo sistema, inoltre, ha stabilito il durevole dominio di questi gruppi.
Ci hanno detto “Dovete lavorare duro!” Loro non lo fanno, ereditano il potere dai loro genitori e da questi gruppi di “amici”.
Non vi è alcuna storia di successo, ci dispiace: il Top delle100 persone più ricche sarebbero forse ancora ricche se fossero nate in Africa da genitori poveri? No.
Questi gruppi e interessi sono guidati dall’idea diabolica che alcuni esseri umani (loro) sono superiori ad altri (voi).
L’attuale sistema li manterrà al potere, in buone posizioni e per un lungo periodo di tempo.
I vostri figli non hanno alcuna possibilità in confronto a loro. In qualunque scuola li mandiate.
ORA () è il tempo di cui avete bisogno per pensarci.
ORA () è il tempo di cui avete bisogno per mettere fine a tutto questo
Come avrete intuito questa è una lotta Impari
Il potere è nelle mani di questi gruppi
Ma non ogni speranza è perduta
Noi, il popolo libero, combatteremo per voi senza che ci venga chiesto
Ma abbiamo bisogno di qualcosa: vi preghiamo di sostenerci
Senza di voi, il pubblico, non possiamo fare nulla
Ascoltate i vostri cuori, osservate la situazione e fate il vostro dovere
Voi * POTETE * rendere il mondo un posto migliore.
=== Messaggio per l’1% dei ricchi cazzoni dell’élite politica dominante ===
Non ci sono parole per esprimere il nostro disprezzo per voi e per il vostro comportamento dominante.
Nessun essere umano deve ergersi al di sopra degli altri e dovrete impararlo
Cari membri del Bilderberg, a partire da ora (), ognuno di voi ha 1 anno (365 giorni) per lavorare veramente in favore degli esseri umani e non per i vostri interessi privati
Ogni argomento di cui discuterete o qualsiasi progetto che perseguirete nei vostri incontri super privati da ora in poi dovrebbero andare a vantaggio della popolazione del mondo e non di questo o quel gruppo di persone
Altrimenti, vi troveremo e accederemo ai vostri dati
Rendetevi conto della situazione: noi controlliamo le vostre costose auto connesse, noi controlliamo i dispositivi di sicurezza di casa vostra, noi controlliamo il computer portatile di vostra figlia, abbiamo il controllo del cellulare di vostra moglie.
Registriamo i vostri incontri segreti, leggiamo le vostre e-mail, noi controlliamo lo smartwatch della vostra escort preferita, siamo dentro le vostre amate banche e prendiamo visione del vostro patrimonio.
Non sarete più al sicuro da nessuna parte se starete vicini all’elettricità.
Vi osserveremo, da ora in poi è arrivato il momento di lavorare per Noi, l’Umanità, il Popolo.
======================Saluti==========================
Fonte
A quanto pare gli hacker, che fanno riferimento a se stessi come “Movimento Hackback,” sono stufi di quell’ “1% di cazzoni ricchi che dominano il mondo” sfruttando perennemente i più deboli in favore dei propri interessi privati, e hanno dato loro esattamente 1 anno per rimediare al loro cattivo comportamento:
=== Messaggio per l’1% dei ricchi cazzoni dell’élite politica dominante ===
Non ci sono parole per esprimere il nostro disprezzo per voi e per il vostro comportamento dominante
Nessun essere umano deve ergersi al di sopra degli altri e dovrete impararlo
Cari membri del Bilderberg, a partire da ora (), ognuno di voi ha 1 anno (365 giorni) per lavorare veramente in favore degli esseri umani e non per i vostri interessi privati
Il messaggio prosegue con una minaccia, che ricorda molto il Progetto Mayhem, con la quale si avverte che il mancato rispetto delle loro richieste comporterà un hackeraggio implacabile di tutto il possibile, dalle “vostre costose automobili connesse” agli “smartwatch delle vostre escort favorite”:
In caso contrario, vi troveremo e accederemo ai vostri dati.Abbiamo il sospetto che queste minacce siano veramente ben poco cordiali, per le abitudini dell’ “1% dei cazzoni più ricchi che dominano il mondo“.
Rendetevi conto della situazione: noi controlliamo le vostre costose auto connesse, noi controlliamo i dispositivi di sicurezza di casa vostra, noi controlliamo il computer portatile di vostra figlia, abbiamo il controllo del cellulare di vostra moglie, registriamo i vostri incontri segreti, leggiamo le vostre e-mail, noi controlliamo lo smartwatch della vostra escort preferita, siamo dentro le vostre amate banche e prendiamo visione del vostro patrimonio.
Non sarete più al sicuro da nessuna parte se starete vicini all’elettricità.
Vi osserveremo, da ora in poi è arrivato il momento di lavorare per noi, l’umanità, il Popolo.
Qui di seguito il messaggio completo pubblicato sul sito del Bildeberg (e la nostra traduzione):
=== Messaggio al Popolo ===
Sin dall’inizio dei tempi, gli esseri umani hanno a lungo dimenticato l’amore e la cura per il prossimo.
Nelle loro menti egoiste, incentrate su di sé, un gruppo di persone è riuscito a ottenere il Potere e ad abusarne contro i più deboli.
La storia si ripete.
Non c’è uguaglianza tra gli esseri umani su scala mondiale e i cosiddetti diritti umani non sono altro che un’illusione.
La globalizzazione e il sistema dell’ordine mondiale stanno favorendo questa situazione insostenibile, o che almeno è tale per coloro che hanno cura degli esseri umani. Oggi sta succedendo questo: i deboli soffrono, muoiono o vivono in povertà per servire interessi superiori.
L’élite al potere interpreta il ruolo dei grandi del mondo.
Questo ordine mondiale è condotto da gruppi che sono composti dall’1% più ricco dell’iper–élite e dai politici corrotti da loro autorizzati.
Non seguite la loro propaganda che nega questa situazione definendola una paranoia.
Il capitalismo liberale post guerra fredda ha fatto in modo di diffondere l’IDEA che $$$ uguale felicità e che dovrebbe essere l’obiettivo della vita per il 99%. Un obiettivo egoista.
Questo sistema, inoltre, ha stabilito il durevole dominio di questi gruppi.
Ci hanno detto “Dovete lavorare duro!” Loro non lo fanno, ereditano il potere dai loro genitori e da questi gruppi di “amici”.
Non vi è alcuna storia di successo, ci dispiace: il Top delle100 persone più ricche sarebbero forse ancora ricche se fossero nate in Africa da genitori poveri? No.
Questi gruppi e interessi sono guidati dall’idea diabolica che alcuni esseri umani (loro) sono superiori ad altri (voi).
L’attuale sistema li manterrà al potere, in buone posizioni e per un lungo periodo di tempo.
I vostri figli non hanno alcuna possibilità in confronto a loro. In qualunque scuola li mandiate.
ORA () è il tempo di cui avete bisogno per pensarci.
ORA () è il tempo di cui avete bisogno per mettere fine a tutto questo
Come avrete intuito questa è una lotta Impari
Il potere è nelle mani di questi gruppi
Ma non ogni speranza è perduta
Noi, il popolo libero, combatteremo per voi senza che ci venga chiesto
Ma abbiamo bisogno di qualcosa: vi preghiamo di sostenerci
Senza di voi, il pubblico, non possiamo fare nulla
Ascoltate i vostri cuori, osservate la situazione e fate il vostro dovere
Voi * POTETE * rendere il mondo un posto migliore.
=== Messaggio per l’1% dei ricchi cazzoni dell’élite politica dominante ===
Non ci sono parole per esprimere il nostro disprezzo per voi e per il vostro comportamento dominante.
Nessun essere umano deve ergersi al di sopra degli altri e dovrete impararlo
Cari membri del Bilderberg, a partire da ora (), ognuno di voi ha 1 anno (365 giorni) per lavorare veramente in favore degli esseri umani e non per i vostri interessi privati
Ogni argomento di cui discuterete o qualsiasi progetto che perseguirete nei vostri incontri super privati da ora in poi dovrebbero andare a vantaggio della popolazione del mondo e non di questo o quel gruppo di persone
Altrimenti, vi troveremo e accederemo ai vostri dati
Rendetevi conto della situazione: noi controlliamo le vostre costose auto connesse, noi controlliamo i dispositivi di sicurezza di casa vostra, noi controlliamo il computer portatile di vostra figlia, abbiamo il controllo del cellulare di vostra moglie.
Registriamo i vostri incontri segreti, leggiamo le vostre e-mail, noi controlliamo lo smartwatch della vostra escort preferita, siamo dentro le vostre amate banche e prendiamo visione del vostro patrimonio.
Non sarete più al sicuro da nessuna parte se starete vicini all’elettricità.
Vi osserveremo, da ora in poi è arrivato il momento di lavorare per Noi, l’Umanità, il Popolo.
======================Saluti==========================
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Dopo Almaviva tocca ad Alitalia? 1500 esuberi e tagli ai salari
Nell’incontro del 27 dicembre tra azienda e sindacati, l’Alitalia ha chiesto un congelamento temporaneo (per due mesi, gennaio e febbraio) degli automatismi (cioè gli scatti di anzianità) a decorrere da gennaio. Una misura che riguarda solo una parte del personale di volo (dei 5 mila piloti e assistenti di volo, quelli con più di 24 anni di anzianità non maturano più scatti).
Intanto circolano indiscrezioni sul Piano Industriale dell’azienda. Preoccupa la dimensione degli esuberi (sembra si stia ragionando su circa 1.500 lavoratori), ma l’azienda ha annunciato cinque giorni fa che presenterà ai sindacati il Piano industriale solo il 10 gennaio prossimo.
La decisione di Alitalia di bloccare gli scatti di anzianità del personale segue lo stesso schema che ha portato alla infinita crisi della maggiore compagnia aerea italiana. Ancora non si è aperta la discussione di merito sul piano industriale, di cui sono solo delineate alcune generiche linee guida, che la dirigenza ha già fatto il primo passo attaccando il costo del lavoro.
Dopo i disastrosi risultati delle recenti e dolorose ristrutturazioni basate su migliaia di licenziamenti e tagli ai salari, si persevera su una strada sbagliata, come dire “schema che perde non si cambia”.
E’ ormai palese che l’unica strada che porta alla salvezza e al rilancio della compagnia è quella che passa per gli investimenti sulla flotta di Lungo Raggio, che rimette in discussione i vincoli di un’alleanza con Air France-Klm che ha impedito sviluppo e sottratto risorse e chieda allo Stato regole uguali per tutti gli operatori del settore per mettere fine a una condizione che va ben oltre la più folle deregulation. Una strada onerosa e lunga che avrà bisogno del supporto dello Stato, non solo attraverso un nuovo sistema di regole finora mai attuato, ma anche con un intervento diretto se la situazione dovesse tracollare.
Pensare che anche questa volta si possa attingere al pozzo senza fine del fattore lavoro sarebbe sbagliato, iniquo e insostenibile, oltre che molto poco credibile da parte di una dirigenza che si trova a presentare per la terza volta un piano lacrime e sangue ai lavoratori.
Per questo motivo, oltre a una doverosa verifica tecnico giuridica della decisione aziendale, motivata dalla mancanza della clausola di ultrattività del CCNL, improvvidamente disdettato da Cgil, Cisl, Uil e Ugl 6 mesi fa, USB ha chiesto alla dirigenza Alitalia il ritiro di tale provvedimento e ha annunciato l’apertura dello stato di agitazione di tutto il personale del Gruppo Alitalia Sai.
Fonte
Intanto circolano indiscrezioni sul Piano Industriale dell’azienda. Preoccupa la dimensione degli esuberi (sembra si stia ragionando su circa 1.500 lavoratori), ma l’azienda ha annunciato cinque giorni fa che presenterà ai sindacati il Piano industriale solo il 10 gennaio prossimo.
La decisione di Alitalia di bloccare gli scatti di anzianità del personale segue lo stesso schema che ha portato alla infinita crisi della maggiore compagnia aerea italiana. Ancora non si è aperta la discussione di merito sul piano industriale, di cui sono solo delineate alcune generiche linee guida, che la dirigenza ha già fatto il primo passo attaccando il costo del lavoro.
Dopo i disastrosi risultati delle recenti e dolorose ristrutturazioni basate su migliaia di licenziamenti e tagli ai salari, si persevera su una strada sbagliata, come dire “schema che perde non si cambia”.
E’ ormai palese che l’unica strada che porta alla salvezza e al rilancio della compagnia è quella che passa per gli investimenti sulla flotta di Lungo Raggio, che rimette in discussione i vincoli di un’alleanza con Air France-Klm che ha impedito sviluppo e sottratto risorse e chieda allo Stato regole uguali per tutti gli operatori del settore per mettere fine a una condizione che va ben oltre la più folle deregulation. Una strada onerosa e lunga che avrà bisogno del supporto dello Stato, non solo attraverso un nuovo sistema di regole finora mai attuato, ma anche con un intervento diretto se la situazione dovesse tracollare.
Pensare che anche questa volta si possa attingere al pozzo senza fine del fattore lavoro sarebbe sbagliato, iniquo e insostenibile, oltre che molto poco credibile da parte di una dirigenza che si trova a presentare per la terza volta un piano lacrime e sangue ai lavoratori.
Per questo motivo, oltre a una doverosa verifica tecnico giuridica della decisione aziendale, motivata dalla mancanza della clausola di ultrattività del CCNL, improvvidamente disdettato da Cgil, Cisl, Uil e Ugl 6 mesi fa, USB ha chiesto alla dirigenza Alitalia il ritiro di tale provvedimento e ha annunciato l’apertura dello stato di agitazione di tutto il personale del Gruppo Alitalia Sai.
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Gli scheletri nell’armadio di Junker sul dumping fiscale
L’attuale presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker, quando era primo ministro del Lussemburgo (paese fondatore del Trattato di Maastricht), si era dato molto da fare per bloccare segretamente le proposte di riforme dell’Unione Europea finalizzate a combattere l'evasione fiscale da parte della multinazionali.
A rivelarlo sono alcuni documenti riservati, pubblicati dal quotidiano britannico The Guardian insieme ad un gruppi di giornalisti di inchiesta coalizzatisi nel Consortium of Investigative Journalists. Dai documenti non emergono atti illeciti da parte di Junker, ma sul piano politico la rivelazione è "altamente imbarazzante". The Guardian scrive che l'attuale presidente della Commissione in quel periodo ricopriva, oltre all'incarico di premier, anche quello di ministro delle finanze lussemburghese, quindi era il primo responsabile delle questioni relative alle imposte societarie.
I documenti illustrano una serie di proposte prese in considerazione dal Comitato di Condotta sulla Tassazione delle Imprese, un organismo europeo che ha l’obiettivo di impedire che le multinazionali potessero usare uno Stato europeo contro l'altro – il dumping fiscale – al fine di trovare la sede più vantaggiosa dal punto di vista della tassazione. Almeno tre proposte valutate positivamente dal comitato vennero bocciate ogni volta con l'opposizione decisiva del Lussemburgo, sulla base della regola comunitaria che prevede su questo argomento un voto unanime, e non a maggioranza, per ogni decisione. Francia, Germania e Svezia proposero più volte di abolire tale principio, ma il Lussemburgo, con il sostegno della sola Olanda, ha sempre ottenuto che fosse confermato.
Il Lussemburgo è stato di fatto un paradiso fiscale nel cuore dell’Unione Europea, attirando le sedi legali di alcune fra le maggiori multinazionali grazie a imposte dell'1 per cento o meno. Recentemente il nuovo governo del “Granducato” sta mostrando maggiore collaborazione con il resto della Ue per chiudere le scappatoie che permettono alle multinazionali di approfittare di una politica fiscale non uniforme all'interno dell’Unione.
Su Junker e le sue responsabilità nel dumping fiscale, due anni fa c’era stata un’altra fuga di notizia che aveva svelto gli accordi segreti tra il governo del Lussemburgo – durante il mandato di Junker – e alcune grandi multinazionali.
Fonte
A rivelarlo sono alcuni documenti riservati, pubblicati dal quotidiano britannico The Guardian insieme ad un gruppi di giornalisti di inchiesta coalizzatisi nel Consortium of Investigative Journalists. Dai documenti non emergono atti illeciti da parte di Junker, ma sul piano politico la rivelazione è "altamente imbarazzante". The Guardian scrive che l'attuale presidente della Commissione in quel periodo ricopriva, oltre all'incarico di premier, anche quello di ministro delle finanze lussemburghese, quindi era il primo responsabile delle questioni relative alle imposte societarie.
I documenti illustrano una serie di proposte prese in considerazione dal Comitato di Condotta sulla Tassazione delle Imprese, un organismo europeo che ha l’obiettivo di impedire che le multinazionali potessero usare uno Stato europeo contro l'altro – il dumping fiscale – al fine di trovare la sede più vantaggiosa dal punto di vista della tassazione. Almeno tre proposte valutate positivamente dal comitato vennero bocciate ogni volta con l'opposizione decisiva del Lussemburgo, sulla base della regola comunitaria che prevede su questo argomento un voto unanime, e non a maggioranza, per ogni decisione. Francia, Germania e Svezia proposero più volte di abolire tale principio, ma il Lussemburgo, con il sostegno della sola Olanda, ha sempre ottenuto che fosse confermato.
Il Lussemburgo è stato di fatto un paradiso fiscale nel cuore dell’Unione Europea, attirando le sedi legali di alcune fra le maggiori multinazionali grazie a imposte dell'1 per cento o meno. Recentemente il nuovo governo del “Granducato” sta mostrando maggiore collaborazione con il resto della Ue per chiudere le scappatoie che permettono alle multinazionali di approfittare di una politica fiscale non uniforme all'interno dell’Unione.
Su Junker e le sue responsabilità nel dumping fiscale, due anni fa c’era stata un’altra fuga di notizia che aveva svelto gli accordi segreti tra il governo del Lussemburgo – durante il mandato di Junker – e alcune grandi multinazionali.
Fonte
Instanbul. L’Isis rivendica l’attentato. Strage anche a Bagdad
L'Isis ha rivendicato l'attentato al club Reina nella notte di Capodanno a Istanbul in cui sono morte 39 persone, la maggior parte stranieri. A riferirlo è l'agenzia turca Dogan. L'attentatore è ancora in fuga. Secondo il quotidiano turco "Hurriyet" si tratterebbe di un uomo proveniente da Kyrghizistan o Uzbekistan.
Il video con cui l'Isis ha rivendicato l'attentato, oltre che in arabo, per la prima volta è stato diffuso anche in lingua turca.
Nel comunicato di rivendicazione, l'Isis definisce la Turchia, "serva della croce". E poi, riferendosi al suo ruolo nel conflitto in Siria, avverte che "il governo di Ankara dovrebbe sapere che il sangue dei musulmani, uccisi dai suoi aerei e dalla sua artiglieria, provocherà un fuoco nella sua casa per volere di Dio" sostenendo che il killer ha agito "in risposta agli ordini" del leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi".
La polizia e l'intelligence – riporta "Hurriyet" – avevano ricevuto informazioni sul rischio di attentati per Capodanno da parte dell'Isis in diverse città turche e sulla base di queste, nel corso del mese di dicembre, hanno effettuato diversi raid e arresti. Senza citare fonti specifiche, Hurriyet sostiene che l'attentatore – ancora in fuga – possa essere kirghizo o uzbeko. Gli investigatori ritengono che l'uomo possa essere collegato alla stessa cellula che aveva colpito con un triplice attentato a giugno l'aeroporto Ataturk di Istanbul. In un editoriale di Abdulkadir Selvi sullo stesso quotidiano si riferisce che l'intelligence Usa aveva inviato il 30 dicembre un avvertimento sul rischio di attacchi legato all'Isis a Istanbul e Ankara per la notte tra il 31 dicembre e l'1 gennaio 2017.
A Bagdad intanto, alla vigilia della visita di Holland, almeno 33 persone sono rimaste uccise oggi in un popoloso quartiere sciita della capitale irachena. A causare l'esplosione è stata un'autobomba, secondo quanto riferisce la televisione panaraba satellitare Al Jazeera.
Fonte
Il video con cui l'Isis ha rivendicato l'attentato, oltre che in arabo, per la prima volta è stato diffuso anche in lingua turca.
Nel comunicato di rivendicazione, l'Isis definisce la Turchia, "serva della croce". E poi, riferendosi al suo ruolo nel conflitto in Siria, avverte che "il governo di Ankara dovrebbe sapere che il sangue dei musulmani, uccisi dai suoi aerei e dalla sua artiglieria, provocherà un fuoco nella sua casa per volere di Dio" sostenendo che il killer ha agito "in risposta agli ordini" del leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi".
La polizia e l'intelligence – riporta "Hurriyet" – avevano ricevuto informazioni sul rischio di attentati per Capodanno da parte dell'Isis in diverse città turche e sulla base di queste, nel corso del mese di dicembre, hanno effettuato diversi raid e arresti. Senza citare fonti specifiche, Hurriyet sostiene che l'attentatore – ancora in fuga – possa essere kirghizo o uzbeko. Gli investigatori ritengono che l'uomo possa essere collegato alla stessa cellula che aveva colpito con un triplice attentato a giugno l'aeroporto Ataturk di Istanbul. In un editoriale di Abdulkadir Selvi sullo stesso quotidiano si riferisce che l'intelligence Usa aveva inviato il 30 dicembre un avvertimento sul rischio di attacchi legato all'Isis a Istanbul e Ankara per la notte tra il 31 dicembre e l'1 gennaio 2017.
A Bagdad intanto, alla vigilia della visita di Holland, almeno 33 persone sono rimaste uccise oggi in un popoloso quartiere sciita della capitale irachena. A causare l'esplosione è stata un'autobomba, secondo quanto riferisce la televisione panaraba satellitare Al Jazeera.
Fonte
01/01/2017
Territori occupati - 2016, anno record di minorenni uccisi da Israele
Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui Israele ha ucciso più
minorenni nell’ultimo decennio in Cisgiordania e Gerusalemme est. A
sostenerlo è uno studio dell’organizzazione non governativa “Defence for Children International-Palestine” (DCIP) pubblicato la scorsa settimana. Secondo la ricerca, sono 31 i giovani palestinesi che sono stati uccisi dall’esercito israeliano quest’anno.
L’ultimo è stato il 15enne Farid Ziyad Atta al-Bayed morto il 23
dicembre dopo 69 giorni di coma. Faris era rimasto ferito negli scontri
con i militari di Tel Aviv divampati lo scorso 15 ottobre nel campo
profughi di Jalazoun (vicino a Ramallah).
Nel suo rapporto l’ong denuncia come per queste morti le autorità israeliane non hanno mai accusato nessun soldato. Non è una novità: secondo lo studio, infatti, negli ultimi 3 anni solo una volta un militare è stato iscritto nel registro degli indagati. “Dal 2014 le forze israeliane fanno maggior utilizzo di una forza eccessiva per reprimere le manifestazioni” accusa Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma “Responsabilità” presso il DCIP. “La forza letale sembra essere usata regolarmente dall’esercito perfino in situazioni dove non è giustificata e nessuno ne paga il prezzo. In questo modo, però, sempre più bambini sono a rischio”.
La politica del grilletto facile dei soldati israeliani contro i minori palestinesi è apparsa con tutta evidenza questo mese. Il 18 dicembre Israele ha ucciso Ahmad Hazem Atta Zeidani (17 anni) nel villaggio cisgiordano di Beit Rima (nord ovest di Ramallah) nel corso degli scontri notturni con le truppe israeliane. Sorte “migliore”, invece, è toccata il 14 dicembre a Fahmi Juweilis (13 anni) che è riuscito a sopravvivere nonostante sia stato colpito alla testa da un frammento di proiettile mentre ritornava a casa dopo essere uscito da scuola. I militari, si difende però l’esercito, avevano aperto il fuoco per uccidere un palestinese che a Gerusalemme li voleva accoltellare.
Tra il 29 novembre e il 12 dicembre, l’Ocha (l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari) riferisce che l’esercito ha ferito 11 bambini durante gli scontri con i palestinesi tra Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza (81 nel corso dell’interno 2016 secondo i dati raccolti dal DCIP). La stampa palestinese sostiene, inoltre, che in molti casi in cui sono rimasti feriti o uccisi i minorenni le operazioni di soccorso sarebbero state rallentate dalle forze armate israeliane.
Non meglio se la passano però i più anziani. Ieri una donna palestinese, la 35enne Jihan Mohmmaed Hashimeh, è rimasta ferita dopo essere stata raggiunta dai proiettili sparati dai soldati presso il checkpoint di Qalandiya (fra Ramallah e Gerusalemme). Secondo la portavoce militare Luba al-Samri, la “sospetta avente carta d’identità araba” si sarebbe avvicinata ai militari nella corsia destinata ai veicoli. Avendo notato un coltello in mano della donna, scrive l’esercito in una nota, i soldati avrebbero chiesto alla donna di fermarsi. Hashimeh avrebbe però ignorato il loro stop e avrebbe proseguito verso di loro. A quel punto, sentendosi “minacciati”, i soldati le avrebbero sparata. Secondo fonti palestinesi, invece, la donna con problemi di salute si sarebbe dovuta recare a Gerusalemme per una visita e sarebbe entrata nella corsia destinata ai veicoli per errore.
L’inflessibilità mostrata dalle autorità israeliane contro i palestinesi diminuisce quando a sparare sono gli israeliani. Emblematico il caso di Elor Azarya, il soldato accusato di aver ucciso a Hebron lo scorso marzo un presunto aggressore palestinese gravemente ferito e inerte a terra. Ieri ad Azarya è stato concesso di fare ritorno a casa per “una breve pausa” (fino a domenica) in vista della ormai prossima sentenza. Il 19enne – “eroe” per gran parte degli israeliani – da aprile è in “detenzione aperta” in una base militare israeliana dove è libero di muoversi e ricevere visite dei familiari. Un trattamento di tutto rispetto che contrasta nettamente con quello che spetta ai detenuti palestinesi, come i report dell’organizzazione ad-Dameer da anni mostrano.
Il 2016 sarà ricordato anche come l’anno in cui il complesso di al-Aqsa ha registrato il più alto numero di incursioni da parte degli estremisti di destra israeliani. A sostenerlo è una dichiarazione rilasciata oggi dal Waqf che gestisce il luogo sacro. Il direttore del dipartimento delle relazioni pubbliche del fondo fiduciario islamico, Firas ad-Dibs, ha detto che solo quest’anno ci sono state 14.806 incursioni dei coloni nel compund santo. Quelle che Israele definisce “visite di turisti” (quasi come fossero innocue gite di ingenui visitatori) hanno un chiaro intento politico: mirano ad alterare lo status quo nel luogo sacro (il terzo per l’Islam) rivendicando il pieno possesso ebraico del sito. Da tempo i “turisti” (con l’appoggio di parte del governo israeliano) parlano esplicitamente di distruzione dei luoghi santi islamici presenti sulla Spianata e della ricostruzione del Tempio ebraico di cui oggi resta solo il Muro del Pianto.
Nei Territori Occupati palestinesi non se la passa bene neanche il mondo dell’informazione. Martedì il Centro palestinese per lo sviluppo delle libertà dei media (Mada) ha rivelato come il mese di novembre abbia registrato un significativo aumento nelle violazioni contro la stampa. La maggior parte delle infrazioni, ha denunciato Mada, sono state commesse dalle forze armate israeliane. Secondo lo studio della ong che ha base a Ramallah, solo lo scorso mese sono state registrate nei Territori Occupati 31 “violazioni contro la libertà dei media”: 27 compiute dai militari di Tel Aviv (erano state 11 ad ottobre) e 4 da parte dell’Autorità palestinese. Tra i reati commessi dai soldati israeliani, Mada ha denunciato le restrizioni di movimento per molti giornalisti, i raid presso le redazioni, la distruzione di proprietà e la detenzione degli operatori dell’informazione palestinesi.
Fonte
Nel suo rapporto l’ong denuncia come per queste morti le autorità israeliane non hanno mai accusato nessun soldato. Non è una novità: secondo lo studio, infatti, negli ultimi 3 anni solo una volta un militare è stato iscritto nel registro degli indagati. “Dal 2014 le forze israeliane fanno maggior utilizzo di una forza eccessiva per reprimere le manifestazioni” accusa Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma “Responsabilità” presso il DCIP. “La forza letale sembra essere usata regolarmente dall’esercito perfino in situazioni dove non è giustificata e nessuno ne paga il prezzo. In questo modo, però, sempre più bambini sono a rischio”.
La politica del grilletto facile dei soldati israeliani contro i minori palestinesi è apparsa con tutta evidenza questo mese. Il 18 dicembre Israele ha ucciso Ahmad Hazem Atta Zeidani (17 anni) nel villaggio cisgiordano di Beit Rima (nord ovest di Ramallah) nel corso degli scontri notturni con le truppe israeliane. Sorte “migliore”, invece, è toccata il 14 dicembre a Fahmi Juweilis (13 anni) che è riuscito a sopravvivere nonostante sia stato colpito alla testa da un frammento di proiettile mentre ritornava a casa dopo essere uscito da scuola. I militari, si difende però l’esercito, avevano aperto il fuoco per uccidere un palestinese che a Gerusalemme li voleva accoltellare.
Tra il 29 novembre e il 12 dicembre, l’Ocha (l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari) riferisce che l’esercito ha ferito 11 bambini durante gli scontri con i palestinesi tra Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza (81 nel corso dell’interno 2016 secondo i dati raccolti dal DCIP). La stampa palestinese sostiene, inoltre, che in molti casi in cui sono rimasti feriti o uccisi i minorenni le operazioni di soccorso sarebbero state rallentate dalle forze armate israeliane.
Non meglio se la passano però i più anziani. Ieri una donna palestinese, la 35enne Jihan Mohmmaed Hashimeh, è rimasta ferita dopo essere stata raggiunta dai proiettili sparati dai soldati presso il checkpoint di Qalandiya (fra Ramallah e Gerusalemme). Secondo la portavoce militare Luba al-Samri, la “sospetta avente carta d’identità araba” si sarebbe avvicinata ai militari nella corsia destinata ai veicoli. Avendo notato un coltello in mano della donna, scrive l’esercito in una nota, i soldati avrebbero chiesto alla donna di fermarsi. Hashimeh avrebbe però ignorato il loro stop e avrebbe proseguito verso di loro. A quel punto, sentendosi “minacciati”, i soldati le avrebbero sparata. Secondo fonti palestinesi, invece, la donna con problemi di salute si sarebbe dovuta recare a Gerusalemme per una visita e sarebbe entrata nella corsia destinata ai veicoli per errore.
L’inflessibilità mostrata dalle autorità israeliane contro i palestinesi diminuisce quando a sparare sono gli israeliani. Emblematico il caso di Elor Azarya, il soldato accusato di aver ucciso a Hebron lo scorso marzo un presunto aggressore palestinese gravemente ferito e inerte a terra. Ieri ad Azarya è stato concesso di fare ritorno a casa per “una breve pausa” (fino a domenica) in vista della ormai prossima sentenza. Il 19enne – “eroe” per gran parte degli israeliani – da aprile è in “detenzione aperta” in una base militare israeliana dove è libero di muoversi e ricevere visite dei familiari. Un trattamento di tutto rispetto che contrasta nettamente con quello che spetta ai detenuti palestinesi, come i report dell’organizzazione ad-Dameer da anni mostrano.
Il 2016 sarà ricordato anche come l’anno in cui il complesso di al-Aqsa ha registrato il più alto numero di incursioni da parte degli estremisti di destra israeliani. A sostenerlo è una dichiarazione rilasciata oggi dal Waqf che gestisce il luogo sacro. Il direttore del dipartimento delle relazioni pubbliche del fondo fiduciario islamico, Firas ad-Dibs, ha detto che solo quest’anno ci sono state 14.806 incursioni dei coloni nel compund santo. Quelle che Israele definisce “visite di turisti” (quasi come fossero innocue gite di ingenui visitatori) hanno un chiaro intento politico: mirano ad alterare lo status quo nel luogo sacro (il terzo per l’Islam) rivendicando il pieno possesso ebraico del sito. Da tempo i “turisti” (con l’appoggio di parte del governo israeliano) parlano esplicitamente di distruzione dei luoghi santi islamici presenti sulla Spianata e della ricostruzione del Tempio ebraico di cui oggi resta solo il Muro del Pianto.
Nei Territori Occupati palestinesi non se la passa bene neanche il mondo dell’informazione. Martedì il Centro palestinese per lo sviluppo delle libertà dei media (Mada) ha rivelato come il mese di novembre abbia registrato un significativo aumento nelle violazioni contro la stampa. La maggior parte delle infrazioni, ha denunciato Mada, sono state commesse dalle forze armate israeliane. Secondo lo studio della ong che ha base a Ramallah, solo lo scorso mese sono state registrate nei Territori Occupati 31 “violazioni contro la libertà dei media”: 27 compiute dai militari di Tel Aviv (erano state 11 ad ottobre) e 4 da parte dell’Autorità palestinese. Tra i reati commessi dai soldati israeliani, Mada ha denunciato le restrizioni di movimento per molti giornalisti, i raid presso le redazioni, la distruzione di proprietà e la detenzione degli operatori dell’informazione palestinesi.
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Istanbul, il sangue di Capodanno
Sembra non esserci tregua al terrore. La morte arriva anche nella notte di Capodanno, ancora a Istanbul, stavolta vestita da Babbo Natale. Portata da un killer nel night club Reina del quartiere di Besiktaş, dov’erano stipate almeno 500 persone. L’attentatore uccide un poliziotto e un addetto alla vigilanza all’ingresso del locale, penetra all’interno e inizia a sparare come accadde al Bataclan. Il pubblico, prevalentemente giovanile, che festeggia l’inizio del nuovo anno in uno spazio ritenuto protetto, è nel panico. Tutti si gettano a terra, chi è vicino a una finestra fugge all’esterno tuffandosi addirittura nelle gelide acque del Bosforo. Pur di non morire. Perché nella sparatoria alcuni corpi iniziano a cadere. Quanti? Due, si dice inizialmente e molti feriti. Ma dopo un paio d’ore, con l’ipotesi d’un blitz delle forze di sicurezza, un responsabile della polizia riferisce alla Cnn turca la drammatica cifra di trentacinque vittime e una cinquantina di feriti.
Alle 2:30, quando scriviamo, non ci sono certezze, perché intanto è sopraggiunto un black out di notizie e gli stessi media turchi online non vengono più aggiornati. (Alle 8,50 il numero delle vittime è stato aggiornato a 39, di cui 15 o 16 di nazionalità straniera).
Il luogo dell’assalto armato è centrale, in quell’area di Besiktaş dove venti giorni fa era esplosa un’autobomba che aveva mietuto 38 vittime, molte delle quali agenti di polizia in servizio nei pressi dello stadio per una partita di calcio che s’era appena conclusa. Quell’esplosione di un’autobomba venne rivendicata dalla frazione dissidente della guerriglia kurda denominata ‘Falchi della Libertà’. Invece quest’agguato in stile Isis (così simile all’attacco parigino del novembre 2015) non è stato ancora rivendicato, cosa che potrebbe accadere nelle prossime ore.
Di fatto la sicurezza nazionale è stata violata per l’ennesima volta, stanotte sembra che Istanbul fosse controllata da 17.000 poliziotti. E mentre alcune telecamere fisse mostrano lo “spogliarello” dell’attentare, che dopo la sparatoria cerca di dileguarsi in abiti normali, il silenzio stampa turco non offre notizie sull’efficacia del blitz poliziesco.
Sull’insicura sicurezza interna, uno degli intricatissimi nodi che Erdoğan ha di fronte, tornato alla ribalta in occasione dell’incredibile omicidio in diretta dell’ambasciatore russo ad Ankara, il presidente si gioca il desiderato presidenzialismo. Taluni rumors lasciano trasparire una crepa in seno al partito di governo, proprio ora che lo staff del sultano ha trovato una sponda vitale nel consenso del partito nazionalista. Il voto parlamentare sul tema e l’eventuale referendum confermativo previsto per la primavera dovrebbero svolgersi in un clima di stato d’emergenza protratto nel tempo. Ma i vari nemici additati: i traditori gülenisti, i kurdi della guerriglia e i deputati Hdp rimasti in Parlamento, l’Isis, potrebbero non bastare a saldare le fila che consegnano a Erdoğan la nazione, concentrando nelle sue mani ogni potere: politico, militare e giudiziario. Intanto il Paese ha paura.
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Alle 2:30, quando scriviamo, non ci sono certezze, perché intanto è sopraggiunto un black out di notizie e gli stessi media turchi online non vengono più aggiornati. (Alle 8,50 il numero delle vittime è stato aggiornato a 39, di cui 15 o 16 di nazionalità straniera).
Il luogo dell’assalto armato è centrale, in quell’area di Besiktaş dove venti giorni fa era esplosa un’autobomba che aveva mietuto 38 vittime, molte delle quali agenti di polizia in servizio nei pressi dello stadio per una partita di calcio che s’era appena conclusa. Quell’esplosione di un’autobomba venne rivendicata dalla frazione dissidente della guerriglia kurda denominata ‘Falchi della Libertà’. Invece quest’agguato in stile Isis (così simile all’attacco parigino del novembre 2015) non è stato ancora rivendicato, cosa che potrebbe accadere nelle prossime ore.
Di fatto la sicurezza nazionale è stata violata per l’ennesima volta, stanotte sembra che Istanbul fosse controllata da 17.000 poliziotti. E mentre alcune telecamere fisse mostrano lo “spogliarello” dell’attentare, che dopo la sparatoria cerca di dileguarsi in abiti normali, il silenzio stampa turco non offre notizie sull’efficacia del blitz poliziesco.
Sull’insicura sicurezza interna, uno degli intricatissimi nodi che Erdoğan ha di fronte, tornato alla ribalta in occasione dell’incredibile omicidio in diretta dell’ambasciatore russo ad Ankara, il presidente si gioca il desiderato presidenzialismo. Taluni rumors lasciano trasparire una crepa in seno al partito di governo, proprio ora che lo staff del sultano ha trovato una sponda vitale nel consenso del partito nazionalista. Il voto parlamentare sul tema e l’eventuale referendum confermativo previsto per la primavera dovrebbero svolgersi in un clima di stato d’emergenza protratto nel tempo. Ma i vari nemici additati: i traditori gülenisti, i kurdi della guerriglia e i deputati Hdp rimasti in Parlamento, l’Isis, potrebbero non bastare a saldare le fila che consegnano a Erdoğan la nazione, concentrando nelle sue mani ogni potere: politico, militare e giudiziario. Intanto il Paese ha paura.
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L’anno del nostro scontento
Lo scontento di massa attraversa il mondo: tutte le proposte dell’establishment sono bocciate dalla risposta popolare, dall’elezione di Trump alla Brexit al referendum nell’Italietta già renziana e velocemente scesa dal carro degli ottanta euro.
Si è arrestata la globalizzazione e i processi finanziari che a essa erano legati (compresi quelli sui quali si basava la Comunità Europea) appaiono in difficoltà mentre riprende il peso delle superpotenze tradizionali che, in sintonia con la loro vocazione tradizionale, sembrano puntare su arnesi considerati desueti come il nucleare, oltre alla solita strategia degli armamenti e la ricerca dell’egemonia nel campo della disponibilità delle risorse energetiche.
L’elezione di Trump ha sicuramente rappresentato un punto di svolta all’interno del processo d’indebolimento complessivo dei meccanismi tradizionali della “politica”.
Come scrive Judith Butler: ..Forse il tema di cui dovremmo parlare è la perdita di democrazia partecipativa negli Stati Uniti (un Paese sicuramente anticipatore dei processi di strutturazione e riarticolazione sociale nella post – modernità n.d.r.) Trump ha scatenato una rabbia che ha diversi oggetti e diverse cause. Lo stato di devastazione economica e di delusione, la perdita di speranza nei confronti di un futuro economico determinato da movimenti economici e finanziari che devastano intere comunità hanno senza dubbio un ruolo importante. Ma altrettanto si può dire dei processi di crescita nella complessità demografica e le forme di razzismo, sia vecchie sia nuove. Il desiderio di “fermezza” riguarda da una parte l’accrescimento del potere dello Stato contro gli stranieri, i lavoratori clandestini ma si accompagna anche al desiderio di liberarsi dal peso dello Stato, slogan che torna utile al tempo stesso all’individualismo e al mercato”.
In questo contesto l’Europa appare però il soggetto percorso dalle maggiori difficoltà anche perché soffrirà di un isolamento complessivo sul piano dello scenario internazionale nel momento in cui si trova investito direttamente dalla questione delle grandi migrazioni.
La risposta sembra essere quella del ritorno alle frontiere (in questo modo, per qualcuno, la sinistra si dimostrerebbe finalmente “matura per governare”) mentre nessuno riflette sui giganteschi errori di valutazione e d’analisi compiuti nel corso dell’ultimo ventennio di trasformazione del nucleo originario del Mercato Comune e dell’Euratom (fallita la CED) che rappresentava l’avamposto USA sulla frontiera della cortina di ferro fino a un indiscriminato allargamento avvenuto soltanto in nome del “mercato” e della sua variante finanziaria, fondata su derivati e subprime.
Ora la storia dell’ “avamposto” sembra proprio definitivamente finita e la storia ha voltato pagina, proseguendo nel suo cammino e lasciando il Vecchio continente con il riproporsi delle sue storiche frontiere a Est, con la parte Occidentale quasi fosse un’isola alla deriva nell’oceano, senza guida politica e in balia degli speculatori più feroci e raffinati.
Ed è proprio in questa Europa, che ha visto il ritorno della guerra sul suo territorio, che si sviluppa una crisi profonda della forma classica della democrazia, quella definita “liberaldemocratica” sottoposta all’attacco di quella che si potrebbe definire “vis populistica” e che sta alla base di questa rivolta verso il potere costituito.
C’è chi pensa a un’evoluzione/regressione verso forme di tipo dittatoriali frutto di un impasto tra l’antico Le Bon del dialogo diretto tra il capo e le masse e la post – modernità della politica agita attraverso il web, quale soluzione obbligata per questa “impasse”.
Bernard Manin, il teorico della democrazia del pubblico, chiama alla resistenza sulla frontiera di forme “democratiche” miste in intreccio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e invita a non parlare proprio di post – democrazia.
Bauman scrive di “retrotopia”: utopia retroattiva, richiamo a un passato mitico inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalle angustie di un incerto presente.
Secondo il teorico della “società liquida” sarebbe proprio la retrotopia a spiegare la vittoria di Trump, proprio per l’assenza di una visione del futuro e il brusco richiamo alle logiche del passato rurale e proletario degli Stati dell’America profonda.
Si scrive anche di divorzio tra il “potere e la politica”, quel fenomeno che vede il potere che si slega dal territorio e si verticalizza in autonomia, mentre la società si organizza orizzontalmente in forme neo – corporative rinunciando alla rappresentanza politica.
Ecco, il nodo sta forse nella questione della rappresentanza e dell’organizzazione.
Una rappresentanza che, ormai ridotti al lumicino (in Italia) spariti i grandi partiti a integrazione di massa, non trova più spazio e ragione nel raccordo diretto con le fratture sociali.
Non c’è divorzio tra potere e politica: è sparita la “politica” e di conseguenza la possibilità della rappresentanza.
Una sola strada è possibile: recuperare sul piano teorico l’analisi delle contraddizioni sociali, comprenderne i nuovi intrecci e partire da lì per la ricerca delle frontiere possibili oggi, per reclamare e rappresentare la complessità delle disuguaglianze a tutti i livelli, nella geo politica e nella logica delle discriminazioni insite nella complessità sociale (sfruttamento di razza, di genere, dell’opera e della fatica quotidiana) e delle nuove frontiere della dimensione dei rapporti politici e umani.
Risalta qui il nodo irrisolto delle forme dell’organizzazione.
Etienne Balibar scrive di “riscoprire il conflitto”: un’affermazione che probabilmente andrebbe corretta in “riorganizzare” il conflitto nel profondo delle contraddizioni e delle fratture che segnano incerti confini nelle vecchie e nuove stratificazioni sociali, generando trasversalità e spurie istanze tra esigenza di disegnare nuovi orizzonti collettivi mentre cresce l’individualismo consumistico e proprietario.
La sinistra è necessariamente costretta a ripensare il conflitto come sua priorità teorico – politica, comprendendo alfine che non ne è possibile una visione volontaristica ma – appunto – organizzandone e strutturandone le forme in modo da farle scaturire dalla complessità delle contraddizioni in atto nella società, annullando i deleteri effetti di una “autonomia del politico” ormai ridotta alla costruzione di un ceto autoreferenziale e sostanzialmente delegittimato, almeno in quelle parti del mondo definite di “democrazia matura”.
Intanto l’inverno del nostro scontento prosegue e non s’intravede alcun ”sole di York” e neppure le nostre fronti sembrano poter essere cinte di ghirlande di vittoria.
Fonte
Si è arrestata la globalizzazione e i processi finanziari che a essa erano legati (compresi quelli sui quali si basava la Comunità Europea) appaiono in difficoltà mentre riprende il peso delle superpotenze tradizionali che, in sintonia con la loro vocazione tradizionale, sembrano puntare su arnesi considerati desueti come il nucleare, oltre alla solita strategia degli armamenti e la ricerca dell’egemonia nel campo della disponibilità delle risorse energetiche.
L’elezione di Trump ha sicuramente rappresentato un punto di svolta all’interno del processo d’indebolimento complessivo dei meccanismi tradizionali della “politica”.
Come scrive Judith Butler: ..Forse il tema di cui dovremmo parlare è la perdita di democrazia partecipativa negli Stati Uniti (un Paese sicuramente anticipatore dei processi di strutturazione e riarticolazione sociale nella post – modernità n.d.r.) Trump ha scatenato una rabbia che ha diversi oggetti e diverse cause. Lo stato di devastazione economica e di delusione, la perdita di speranza nei confronti di un futuro economico determinato da movimenti economici e finanziari che devastano intere comunità hanno senza dubbio un ruolo importante. Ma altrettanto si può dire dei processi di crescita nella complessità demografica e le forme di razzismo, sia vecchie sia nuove. Il desiderio di “fermezza” riguarda da una parte l’accrescimento del potere dello Stato contro gli stranieri, i lavoratori clandestini ma si accompagna anche al desiderio di liberarsi dal peso dello Stato, slogan che torna utile al tempo stesso all’individualismo e al mercato”.
In questo contesto l’Europa appare però il soggetto percorso dalle maggiori difficoltà anche perché soffrirà di un isolamento complessivo sul piano dello scenario internazionale nel momento in cui si trova investito direttamente dalla questione delle grandi migrazioni.
La risposta sembra essere quella del ritorno alle frontiere (in questo modo, per qualcuno, la sinistra si dimostrerebbe finalmente “matura per governare”) mentre nessuno riflette sui giganteschi errori di valutazione e d’analisi compiuti nel corso dell’ultimo ventennio di trasformazione del nucleo originario del Mercato Comune e dell’Euratom (fallita la CED) che rappresentava l’avamposto USA sulla frontiera della cortina di ferro fino a un indiscriminato allargamento avvenuto soltanto in nome del “mercato” e della sua variante finanziaria, fondata su derivati e subprime.
Ora la storia dell’ “avamposto” sembra proprio definitivamente finita e la storia ha voltato pagina, proseguendo nel suo cammino e lasciando il Vecchio continente con il riproporsi delle sue storiche frontiere a Est, con la parte Occidentale quasi fosse un’isola alla deriva nell’oceano, senza guida politica e in balia degli speculatori più feroci e raffinati.
Ed è proprio in questa Europa, che ha visto il ritorno della guerra sul suo territorio, che si sviluppa una crisi profonda della forma classica della democrazia, quella definita “liberaldemocratica” sottoposta all’attacco di quella che si potrebbe definire “vis populistica” e che sta alla base di questa rivolta verso il potere costituito.
C’è chi pensa a un’evoluzione/regressione verso forme di tipo dittatoriali frutto di un impasto tra l’antico Le Bon del dialogo diretto tra il capo e le masse e la post – modernità della politica agita attraverso il web, quale soluzione obbligata per questa “impasse”.
Bernard Manin, il teorico della democrazia del pubblico, chiama alla resistenza sulla frontiera di forme “democratiche” miste in intreccio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e invita a non parlare proprio di post – democrazia.
Bauman scrive di “retrotopia”: utopia retroattiva, richiamo a un passato mitico inventato e che si presenta come la più seducente possibilità di fuga dalle angustie di un incerto presente.
Secondo il teorico della “società liquida” sarebbe proprio la retrotopia a spiegare la vittoria di Trump, proprio per l’assenza di una visione del futuro e il brusco richiamo alle logiche del passato rurale e proletario degli Stati dell’America profonda.
Si scrive anche di divorzio tra il “potere e la politica”, quel fenomeno che vede il potere che si slega dal territorio e si verticalizza in autonomia, mentre la società si organizza orizzontalmente in forme neo – corporative rinunciando alla rappresentanza politica.
Ecco, il nodo sta forse nella questione della rappresentanza e dell’organizzazione.
Una rappresentanza che, ormai ridotti al lumicino (in Italia) spariti i grandi partiti a integrazione di massa, non trova più spazio e ragione nel raccordo diretto con le fratture sociali.
Non c’è divorzio tra potere e politica: è sparita la “politica” e di conseguenza la possibilità della rappresentanza.
Una sola strada è possibile: recuperare sul piano teorico l’analisi delle contraddizioni sociali, comprenderne i nuovi intrecci e partire da lì per la ricerca delle frontiere possibili oggi, per reclamare e rappresentare la complessità delle disuguaglianze a tutti i livelli, nella geo politica e nella logica delle discriminazioni insite nella complessità sociale (sfruttamento di razza, di genere, dell’opera e della fatica quotidiana) e delle nuove frontiere della dimensione dei rapporti politici e umani.
Risalta qui il nodo irrisolto delle forme dell’organizzazione.
Etienne Balibar scrive di “riscoprire il conflitto”: un’affermazione che probabilmente andrebbe corretta in “riorganizzare” il conflitto nel profondo delle contraddizioni e delle fratture che segnano incerti confini nelle vecchie e nuove stratificazioni sociali, generando trasversalità e spurie istanze tra esigenza di disegnare nuovi orizzonti collettivi mentre cresce l’individualismo consumistico e proprietario.
La sinistra è necessariamente costretta a ripensare il conflitto come sua priorità teorico – politica, comprendendo alfine che non ne è possibile una visione volontaristica ma – appunto – organizzandone e strutturandone le forme in modo da farle scaturire dalla complessità delle contraddizioni in atto nella società, annullando i deleteri effetti di una “autonomia del politico” ormai ridotta alla costruzione di un ceto autoreferenziale e sostanzialmente delegittimato, almeno in quelle parti del mondo definite di “democrazia matura”.
Intanto l’inverno del nostro scontento prosegue e non s’intravede alcun ”sole di York” e neppure le nostre fronti sembrano poter essere cinte di ghirlande di vittoria.
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