Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/10/2023

The constant gardener - La cospirazione (2005) di F. Meirelles - Minirece

Morti di lavoro, settembre nero: 4 vittime al giorno, quasi 900 da inizio anno. Firma per introdurre il reato di omicidio sul lavoro

Settembre 2023 è stato un mese tragico per i lavoratori: si sono contate infatti ben 118 vittime del lavoro (111 maschi e 7 femmine), con una media giornaliera di morti che sfiora i 4 (3,93), ben oltre i tre solitamente riportati. Il totale del 2023 sale a 896 vittime.

USB e Rete Iside hanno da tempo indicato la via per fermare la strage di lavoratrici e lavoratori: introdurre il reato di omicidio e lesioni gravi o gravissime sul lavoro nel codice penale. Vogliamo che abbia un effetto di deterrenza pratica immediato; troppo spesso, infatti, siamo costretti a commentare decessi evitabili se si fossero rispettate le misure a tutela di salute e sicurezza. Nel nostro paese è diffusa una cultura imprenditoriale che vede nelle misure a tutela di salute e sicurezza un costo, da ridurre al minimo per aumentare i profitti.

USB e Rete Iside sono tra le promotrici, insieme ad altri soggetti politici e sociali, di una legge di iniziativa popolare per introdurre la nuova fattispecie di reato dell’omicidio sul lavoro: è possibile firmare ai banchetti e online, tutte le informazioni su leggeomicidiosullavoro.it

Presentiamo una breve analisi dei dati dei morti di lavoro di settembre.

Undici sono i lavoratori morti provenienti dall’estero: 4 dall’Europa e dall’Asia, 2 dall’Africa, uno dal Sud America.

La Lombardia è la regione con il maggior numero di vittime (14), seguita da Veneto e Campania (12), Lazio (11), Piemonte ed Emilia Romagna (10).

Tra le province è Brescia quella con più morti di lavoro: ben 7, seguita da Padova, Roma, Chieti, Napoli e Salerno (4).

Le vittime del lavoro si concentrano soprattutto nella fascia d’età 60-69 anni (27 morti), seguita da 50-59 (25) e 30-39 (24). Ben 4 gli ultraottantenni deceduti.

Il settore con il maggior numero di morti è quello agricolo, piagato dagli incidenti con i trattori: 30 vittime. A seguire l’edilizia (16) e l’industria (9).

Venti, infine, i morti in itinere, cioè andando o tornando dal posto di lavoro.

I 118 morti divisi per regione *

Lombardia 14

Veneto, Campania 12

Lazio 11

Piemonte, Emilia Romagna 10

Toscana, Abruzzo 8

Sicilia 7

Puglia 5

Marche, Sardegna 4

Calabria 3

Trentino, Friuli Venezia Giulia 2

Alto Adige, Umbria, Molise 1

* 3 i lavoratori morti all’estero

NELL'ANNO: 896 (sul lavoro 696; in itinere 200) media 3,28

REGIONI: Lombardia 123; Campania 89; Veneto 79; Piemonte 66: Lazio 64, Sicilia 59; Puglia 53, Emilia Romagna 52; Toscana 48; Abruzzo 47; Calabria 44; Marche 33; Friuli Venezia Giulia 276; Sardegna 25; Umbria 19; Liguria 17; Alto Adige, Basilicata 11; Trentino, Estero 9; Molise 5; Valle d'Aosta 4.

Unione Sindacale di Base

Rete Iside


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Polonia - Dopo l’embargo sul grano ucraino, stop alla fornitura di armi

Sebbene la Polonia sia uno dei maggiori sostenitori militari e politici dell’Ucraina, mercoledì scorso il Primo Ministro polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato che la Polonia non avrebbe più armato Kiev.

Per saperne di più sul significato di queste dichiarazioni, abbiamo parlato con Bruno Drewski, storico, politologo e professore all’Institut National des Langues et Civilisations Orientales (INALCO). Bruno Drewski è anche responsabile degli affari e delle relazioni internazionali dell’ANC (Association Nationale des Communistes).

Come dobbiamo interpretare questo cambio di atteggiamento della Polonia? La questione delle armi è un fattore di questo recente cambiamento di posizione della Polonia?

Si potrebbe quasi definire un’inversione di tendenza. Le ragioni sono due: una a breve termine e una a più lungo termine. La Polonia è in periodo elettorale e la posizione del partito di governo non è chiara per le elezioni.

L’Ucraina è un tema che divide la società polacca, in particolare l’elettorato del partito di governo PiS [Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia in italiano, ndt], che è in parte rurale e particolarmente irritato dalle massicce importazioni di grano e altri prodotti agricoli dall’Ucraina che competono con la produzione polacca.

Molti polacchi considerano l’Ucraina particolarmente ingrata perché ha ricevuto molti aiuti dalla Polonia. La situazione elettorale spinge il partito di governo a cercare di lusingare una parte dell’elettorato disturbata dal peso economico delle misure adottate per l’Ucraina.

Tuttavia, questo aspetto a breve termine potrebbe cessare dopo le elezioni. Data la configurazione politica della Polonia, non credo che il governo polacco prenderà posizioni strategiche, cioè a lungo termine, senza il sostegno degli Stati Uniti.

Penso che quanto detto dal Presidente a New York in occasione della sessione annuale dell’ONU, non sia una coincidenza che sia avvenuto a New York in un momento in cui il New York Times pubblicava articoli critici nei confronti della situazione militare e generale in Ucraina.

All’interno dell’élite americana deve esserci un dibattito virulento tra coloro che vogliono continuare ad armare l’Ucraina e coloro che dicono che sta iniziando a costare molto denaro e non sta producendo risultati. La posizione dei “filo-ucraini” appare sempre più precaria.

Ne sapremo di più dopo le elezioni polacche per capire se si tratta solo di ruffianeria elettorale o di un vero e proprio cambio di strategia.

Per quanto riguarda la questione delle armi, la Polonia aveva armi ereditate dall’Unione Sovietica che sono state inviate in Ucraina. La Polonia le ha sostituite con armi più moderne per le quali ha pagato molto, armi importate dai Paesi occidentali, la maggior parte delle quali dagli Stati Uniti. La Polonia ha approfittato del conflitto per liberarsi delle vecchie armi e rinnovare il proprio arsenale militare.

Ma questo si aggiunge e non è la radice del problema, che è il costo generale degli aiuti all’Ucraina, il costo dei rifugiati ucraini e soprattutto il costo per il mercato polacco e gli agricoltori polacchi delle importazioni agricole ucraine, in particolare del grano.

Per coloro che non conoscono la politica polacca, puoi spiegare perché Varsavia avrebbe bisogno del sostegno degli Stati Uniti?

Nel complesso, la classe politica polacca e gran parte dell’opposizione sono state cullate dagli Stati Uniti dopo il 1989. All’inizio degli anni ‘90 c’è stata una vera e propria ristrutturazione e un riorientamento delle élite politiche.

Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per riorientare le élite polacche verso l’Alleanza Nord-Atlantica, comprese le cosiddette élite ex-comuniste. I consiglieri americani accorsero per aiutare a “trasformare” l’economia polacca.

Da allora la Polonia è stata “incancrenita” da agenti d’influenza filoamericani, ovviamente con una certa paura della Russia. Anche se l’aspetto storico della paura della Russia è spesso esagerato, le relazioni tra polacchi e russi non sono sempre state così tese come generalmente si crede.

La situazione economica e sociale era difficile e c’era bisogno di un nemico. Fino al 1989, il nemico più ovvio era la Germania, ma dopo è stato necessario trovarne un altro. Le relazioni tra Polonia e Germania sono complesse. Il partner preferito, e anche il meno problematico, erano gli Stati Uniti.

C’è un cambiamento globale nel sostegno a Zelenski? Anche da parte degli altri vicini dell’Ucraina, di cui si sente parlare meno?

Per quanto riguarda la Polonia, l’opinione polacca non è mai stata molto favorevole all’Ucraina. Ma lo shock della guerra ha spinto molti polacchi a tornare a sostenere Kiev e Zelenski.

Da allora le cose sono cambiate molto, ma la situazione militare in Ucraina dimostra che la guerra si sta trascinando e la vittoria è ben lungi dall’essere alla fine del tunnel.

Il sostegno economico all’Ucraina sta costando caro alla popolazione polacca. In secondo luogo, la presenza di un milione di rifugiati ucraini in Polonia, oltre alla popolazione già presente prima del febbraio 2022, è altrettanto costosa.

Gli ucraini in Polonia ricevono molti benefici sociali in un Paese in cui gran parte della società è precaria. Hanno anche ottenuto tutta una serie di privilegi. I polacchi non capiscono perché, ad esempio, gli ucraini siano più avanti di loro in termini di accesso agli alloggi.

Più in generale, il cambiamento della politica polacca riflette il fatto che in Occidente, e in particolare negli Stati Uniti, ci si stia interrogando sulle prospettive future delle scelte fatte dalla NATO in Ucraina.

L’Ucraina comincia a costare molto e non è più chiaro cosa possa portare. Tanto più che gli Stati Uniti avevano ambizioni agricole con i terreni ucraini. Ma la metà è in mano ai russi e l’altra metà è in prima linea, quindi non possiamo utilizzarla davvero. La redditività del progetto ucraino comincia a essere dubbia.

Tutti i Paesi confinanti con l’Ucraina sono stati colpiti dal massiccio afflusso di grano ucraino a basso costo. Si trovano in competizione economica con il Paese che stanno aiutando. Ogni Paese sta reagendo con diversi gradi di virulenza, ma nessuno di loro è contento della situazione.

Slovacchia, Ungheria e Polonia si sono pronunciate contro queste importazioni e l’Unione Europea non sa bene cosa fare. Da un lato, vuole sostenere l’Ucraina, ma dall’altro, i suoi membri ne stanno pagando il prezzo.

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Slovacchia - Vince il socialdemocratico che non piace a Bruxelles

Dalle urne elettorali in Slovacchia è uscito vincitore quello che l’Unione Europea non voleva, dando così un dispiacere sia a Bruxelles che a Kiev.

Lo spoglio dei voti ha incoronato vincitore, ma con una maggioranza relativa, il Partito Socialdemocratico “Smer” dell’ex premier Robert Fico, che ha già guidato l’esecutivo di Bratislava dal 2006 al 2010 e poi ancora dal 2012 al 2018.

Fico ha battuto il candidato liberale ed europeista Simecka, sostenuto dalla Ue e allineato all’attuale presidentessa della Repubblica, Susanna Kaputova, anche lei sponsorizzata da Bruxelles.

Prima e durante le elezioni, dalle capitali dell’Europa occidentale c’è stato un sistematico cannoneggiamento contro Fico, arrivando a livelli di demonizzazione che hanno rasentato l’isteria.

Al momento però Fico ha gettato acqua sul fuoco. “Il posto della Slovacchia resta all’interno della Ue e dell’area Schengen. Non abbiamo mai pensato a qualcosa di diverso”, ha dichiarato Robert Fico, incontrando i giornalisti, ricordando a chi lo accusa che furono proprio i suoi governi a far entrare Bratislava prima dentro Schengen e poi dentro l’euro.

Ma è sul fronte della complicità europea con l’Ucraina nella guerra che Fico può dare seri dispiaceri, dando forza alla crescente esigenza di “disimpegno” dal sostegno militare incondizionato all’Ucraina da parte dell’Unione Europea. In campagna elettorale Fico ha infatti promesso di bloccare gli aiuti militari a Kiev, nonostante la Slovacchia sia stato praticamente il primo paese a mandare aiuti all’Ucraina.

“Questo Paese ha problemi più grandi degli aiuti all’Ucraina”, ha dichiarato Fico in campagna elettorale. “Fornendo sostegno finanziario all’Ucraina, prendiamo soldi dagli slovacchi che ne hanno più bisogno”.

Le cancellerie occidentali temono però che il ritiro della Slovacchia dalla campagna militare a sostegno dell’Ucraina – dopo quello dell’Ungheria – possa estendersi ad altri, che potrebbero imitare le richieste di cessare o di ridurre gli aiuti militari a Kiev.

In campagna elettorale, Fico ha promesso di voler porre fine alle sanzioni contro la Russia e di opporsi agli aiuti militari in favore di Kiev. La Slovacchia porrà il veto ad una eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO mentre è più possibilista rispetto alla sua adesione alla Ue.

In Slovacchia ha vinto dunque una sinistra socialdemocratica che non piace a Bruxelles e alle sinistre occidentali ma che piace al premier ungherese Viktor Orbán, il quale è stato fra i primi a felicitarsi con lui. Il partito socialdemocratico “Semer” di Fico al momento fa parte del gruppo dei socialisti nel Parlamento europeo.

La presidente slovacca Caputova ha dichiarato che: “In conformità con la Costituzione, domani autorizzerò il vincitore delle elezioni a formare il governo. Allo stesso tempo sono pronta a informare i leader dei partiti del mio procedere”.

Ci vorranno almeno due settimane per la formazione del nuovo governo e Fico sarà costretto a formare un governo di coalizione.

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L’Ucraina si candida a diventare l’hub europeo delle armi

Il 29 settembre si è svolto il primo Forum internazionale delle industrie della difesa (DFNC1) e, significativamente, ha avuto luogo in Ucraina. Ben 252 produttori di armi e armamenti di tutti i tipi, provenienti da oltre 30 paesi, si sono dati appuntamento a Kiev per discutere del futuro comune del settore.

L’incontro è stato organizzato da tre ministeri ucraini: quello delle industrie strategiche, quello della Difesa e quello degli Affari Esteri. Un segnale chiaro di come la dirigenza ucraina stia consapevolmente orientando il proprio modello sociale verso un bellicismo estremo e identificativo del paese stesso.

Ma è lo slogan dell’evento che desta ancora maggiore attenzione: “Costruire insieme l’arsenale del mondo libero, perché la libertà ha bisogno di forza per difendersi dalla tirannia“.

Un modo, anche molto poco velato, per dire che il blocco euroatlantico e i suoi burattini si vogliono davvero preparare a uno scontro serio, in cui la dimensione militare avrà sempre più peso.

Il fatto che questo sia il primo meeting del genere, e che le aziende presenti accettino poi anche l’assunzione ideologica di essere responsabili di una lotta contro la tirannia mette davvero paura.

Il rilancio della NATO passerà ovviamente dalle armi, ma lo slogan impone una concezione di libertà che è tale solo se armata, rappresentata perfettamente dalla narrazione ucraina e dai riflessi strategici di questo conflitto.

Zelensky, nel suo discorso ha detto che sulle terre ucraine verranno determinate per decenni le sorti dei più potenti complessi industriali e di difesa, le priorità e la definizione di standard internazionali. E dunque il suo paese vuole essere il luogo che aiuti a indirizzare questo futuro in favore dei paesi occidentali.

“L’Ucraina nel futuro prossimo vuole essere insieme hub della tecnologia bellica occidentale più avanzata e prima utilizzatrice delle forniture realizzate nel suo stesso territorio“.

Per questo verrà approvato anche un regime economico speciale per queste imprese, per attirare gli investimenti e insediare lì la produzione, passando da importatore a esportatore di materiale bellico.

L’Ucraina diventerebbe definitivamente una Israele europea, figura già usata da molti analisti. Ma, come detto, non è un semplice avamposto militare in territori ostili, è un’intesa finalizzata a essere pronti (o forse meglio a preparare?) alla precipitazione delle tensioni internazionali, in cui come al solito non può mancare la manovalanza nazista.

Intanto, al Forum è nata l’Alleanza delle industrie della difesa a cui 38 aziende provenienti da 19 Paesi hanno già aderito.

Non un buon segnale, anche perché si vede che nel blocco euroatlantico la cooperazione funziona solo quando bisogna prepararsi a mandare nel caos interi territori.

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La "politica di dissuasione" del governo Meloni

«Il governo porta avanti una politica di dissuasione dai salvataggi dei migranti». Lo ha detto ieri l’altro il deputato di Fratelli d’Italia, tal Federico Mollicone.

Voce dal sen fuggita? Macché. È una macabra dichiarazione che il Mollicone ha rilasciato, senza peli sulla lingua, rispondendo alla giornalista Roberta Benvenuto (video della trasmissione de La7 , “Piazzapulita”, che trovate facilmente in rete) arricchendola pure con le farlocche argomentazioni che ora vanno alla grande nel suo partito.

Secondo Mollicone l’invio dei migranti da parte dei paesi stranieri non è una teoria complottista, ma una realtà: “Ci sono le notizie, e lo confermano i servizi segreti, che la Wagner (!) gestisce i flussi migratori”.

E poi c’è la Germania che “paga le ONG“, ma non basta. Per il Mollicone l’Italia è proprio vittima di un fantomatico “disegno estero”. Guidato da chi? “dal panorama internazionale che favorisce la migrazione”, chiarisce il deputato di Fratelli d’Italia.

Ma chi è che sta manovrando questo famigerato “panorama internazionale” contro l’Italia?

Ma certo, come non ricordarselo? Sono quelli del “Piano Kalergi”! Ovvero i fautori del complotto mondiale che prevederebbe la “sostituzione etnica dei bianchi europei”.

Sono diversi anni che il “Piano Kalergi” è uscito dalle tenebrose nicchie dei cospirazionisti per entrare a pieno titolo nel dibattito pubblico italiano ed ora assurge a vera e propria linea di governo: l’immigrazione non è un fenomeno economico e sociale di portata secolare e globale quanto, piuttosto, un preciso piano organizzato dall’alto.

Secondo questa tesi, l’arrivo di milioni di persone in Europa sarebbe parte di un piano segreto architettato dalle élite “mondialiste” per importare orde di lavoratori a basso costo, mischiarli con le “razze europee” e creare così un meticciato debole e facilmente manipolabile.

Il piano sarebbe stato ideato da un filosofo aristocratico austro-giapponese dei primi del Novecento: tal Richard Nikolaus Eijiro. Poi una decina di anni fa, uno scrittore, complottista e negazionista, ne usò il titolo nobiliare (“conte di Kalergi”) per dare un nome al terribile complotto.

Nacque così il “Piano Kalergi”, il nuovissimo cavallo di battaglia del suprematismo bianco dei fascio-sovranisti italiani che ora serve a nascondere l’evidente assoluta incapacità del governo Meloni – e di una classe dirigente di dilettanti allo sbaraglio – di affrontare, in modo serio, efficace ed umanamente accettabile, un fenomeno strutturale qual è l’immigrazione da almeno trent’anni.

E che è destinato a crescere nei prossimi decenni a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici, della progressiva carenza di risorse (soprattutto quelle vitali come l’acqua e il cibo), dell’aumento esponenziale delle popolazioni dei paesi più poveri e dei conflitti – locali e regionali – che ne conseguono.

Che poi, il “Piano Kalergi” non sarebbe altro che la solita “cospirazione ebraica internazionale” che mirerebbe alla “grande sostituzione” della popolazione europea con un’altra, di origine extra-europea.

Il tutto avverrebbe grazie a una precisa regia “pluto-giudaico-massonica” (con il solito Soros a fare da grande burattinaio).

Una narrazione tanto farlocca quanto pericolosa, la teoria della “cospirazione ebraica” ottenne una rinnovata popolarità in Europa negli anni ’30 del '900, anni di profonda crisi, dopo essere stata sviluppata nel libro di Adolf Hitler Mein kampf e che, purtroppo, sta, nuovamente, riconquistando sempre più proseliti ed alimentando tendenze reazionarie estreme in gran parte dell’Europa.

Ma tant’è: «L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari» come ci ricordava il buon Antonio Gramsci.

Il governo italiano (va detto: quello attuale quanto i precedenti ), nonostante le recenti stragi, continua a violare trattati, norme e convenzioni internazionali sull’obbligo di soccorso in mare causando centinaia e centinaia di morti affogati in mare? E chi se frega!

I migranti scappano da guerre, fame, persecuzioni, carestie, catastrofi ambientali che il buon occidente ha causato a tanti popoli della Terra con le sue sporche politiche neocoloniali? Che crepino tutti in mare i terribili invasori che minacciano ogni giorno i nostri sacri confini e che vogliono, addirittura, “sostituirci”! Che il “carico residuale” finisca in pasto ai pesci o venga rispedito nei lager libici!

E se provate a dirgli: ma tutto ciò è disumano, vi risponderanno, ahimé, senza tema di smentita, “Ma che volete? Ha cominciato tutto Minniti, noi stiamo soltanto continuando il lavoro”.

E, in effetti, basterebbe, semplicemente ricordare che l’intesa italo-libica del 2017 porta la firma dell’ex ministro dell’interno (ora in Leonardo ad occuparsi di vendite di armi), Marco Minniti, ma anche quella di Paolo Gentiloni che, allora, era presidente del Consiglio e capo del governo in carica.

Si, proprio Paolo Gentiloni, attuale Presidente del Partito Democratico nonché commissario europeo per gli affari economici e monetari nella Commissione von der Leyen a partire dal 1º dicembre 2019.

Quell’ignobile trattato firmato per la prima volta il 2 febbraio 2017, sotto il governo Gentiloni aveva durata di tre anni e rinnovo automatico e prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche per “ridurre i flussi migratori”, ai quali viene affidata la sorveglianza del Mediterraneo attraverso la fornitura di motovedette (quelle che prima speronano e poi prendono a bastonate in acqua i naufraghi), di un “centro di coordinamento marittimo” e di “attività di formazione”.

Quell’ignobile accordo ha provocato – secondo i dati di Amnesty International – il rinvio in Libia di 82.000 persone: donne, bambini, uomini costretti a detenzioni arbitrarie, torture, stupri (dati riferiti ad ottobre 2022).

Il 2 febbraio 2020 è stato prorogato alle stesse condizioni per 3 anni e poi dal 2 novembre 2022, in assenza di atti di revoca, si è rinnovato automaticamente per altri tre anni. Negli ultimi 10 anni secondo Save The Children sono morti oltre 1.100 bimbi nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Secondo le stime diffuse dall’organizzazione oltre 28.000 persone risultano morte o disperse dal 2014 ad oggi nel Mar Mediterraneo. Un mare che poteva e doveva essere un luogo di incontro e di pace tra popoli diversi e che, invece, grazie alle ottuse politiche di chiusura e respingimento dell’Unione Europea e dell’Italia, è stato trasformato in un immenso cimitero acquatico.

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Ciad, “una pentola pronta ad esplodere”

L’ondata di sentimenti antifrancesi che sta investendo la regione del Sahel sta risuonando anche in Ciad.

Mentre la giunta militare ciadiana sostenuta dalla Francia ha ricevuto il sostegno della comunità internazionale, compresi i funzionari delle Nazioni Unite, all’interno sta affrontando un’intensa resistenza. Un attivista ha descritto il Paese come una “pentola a pressione in attesa di esplodere”.

La giunta militare del Ciad guidata da Mahamat Déby avrebbe dovuto cedere il potere a un governo civile eletto entro il 20 ottobre 2022. Tuttavia, le elezioni non si sono tenute e il governo militare è stato prorogato di altri due anni a ottobre.

Opponendosi alla proroga, il 20 ottobre 2022 i manifestanti sono scesi in piazza nella capitale N’Djamena e in tutto il Paese, innalzando slogan contro la giunta al potere e la Francia.

La giunta ha risposto con la repressione, uccidendo almeno 128 persone. La Commissione nazionale per i diritti umani del Ciad (CNDH) ha riferito all’inizio di quest’anno che 943 persone sono state arrestate, altre 435 detenute e 12 sono scomparse durante la repressione del 20 ottobre, che è diventata nota come il “giovedì nero”.

“Gli eventi del 20 ottobre hanno avuto un forte impatto sulla politica ciadiana. Il regime ora teme visibilmente le proteste“, ha dichiarato Max Loalngar, presidente della Lega ciadiana per i diritti umani (LTDH).

La giunta militare del Ciad è stata formata con il sostegno della Francia nell’aprile 2021 dal generale Mahamat Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato dopo che suo padre, l’allora presidente Idriss Déby, è stato ucciso mentre era in visita ai soldati che stavano combattendo i ribelli.

Idriss Déby, che ha governato il Ciad per oltre 30 anni fino alla sua morte nel 2021, è stato ampiamente descritto come un dittatore. Al suo funerale, il Presidente francese Emmanuel Macron lo ha salutato come “un grande soldato” e un “coraggioso amico” della Francia. Macron ha poi rassicurato il figlio, Mahamat Déby, sul sostegno della Francia.

Il 5 settembre, l’esercito ciadiano ha sparato a diversi manifestanti per disperdere le manifestazioni antifrancesi nella città di Faya-Largeau. I manifestanti avevano circondato la guarnigione francese nella città e, secondo quanto riferito, alcuni avevano cercato di fare irruzione, dopo aver appreso che un soldato ciadiano, Mahamat Dakou Hamid, 35 anni, era stato ucciso da un medico dell’esercito francese.

Sebbene le circostanze della sua morte siano controverse, le proteste militanti che ha immediatamente scatenato, dimostrano che sotto la relativa stabilità che il regime di Déby ha mantenuto in superficie dal Giovedì Nero, c’è quella che Loalngar ha definito “una pentola a pressione pronta a esplodere“.

In Ciad sono presenti contingenti militari francesi e statunitensi.

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Ordine pubblico

Suscita grande preoccupazione la decisione del Governo di usare l’esercito per compiti di ordine pubblico. Una preoccupazione che va misurata ben oltre il numero degli effettivi che saranno impiegati nel lavoro di controllo del territorio, in luoghi strategici come aeroporti e stazioni ferroviarie.

Il segnale che ne deriva è quella di una irresistibile tendenza alla militarizzazione del territorio prima ancora che del conflitto e del contrasto a situazioni “devianti”.

Una situazione che, naturalmente, fa il paio con l’idea della chiusura dei porti e dell’utilizzo della marina militare: ricordando come, in questi casi, si tratti del respingimento dei migranti e non tanto della lotta ai cosiddetti “scafisti”.

Si tratta di un tema di grande delicatezza considerato che si intende rubricarlo alla voce “sicurezza” mentre l’esatta catalogazione del provvedimento dovrebbe essere quella di “repressione” esercitata senza individuare con chiarezza bersagli e limiti possibili degli interventi.

Debbono essere sollecitate, allora, le forze parlamentari della sinistra, democratiche e progressiste allo scopo di aprire immediatamente un dibattito su questo punto con l’eventuale coinvolgimento delle Camere in una precisa presa di posizione.

Vale la pena ricordare la definizione di Eduardo Galeano circa il termine “democratura” (il modello cui si ispira la destra italiana che guarda ai regimi polacco e ungherese): “regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”.

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