È Rueven Rivlin, un dirigente del partito di destra
Likud, il decimo presidente di Israele. Succede a Shimon Peres che
appena qualche giorno fa aveva preso parte alla “preghiera per la pace”,
in Vaticano, con papa Francesco e il presidente dell’Autorità nazionale
palestinese, Abu Mazen. Il ballottaggio, ieri alla Knesset, seguito al
primo scrutinio senza un risultato definitivo, ha assegnato a Rivlin 63
voti contro i 53 del suo rivale, il candidato centrista Meir Shitrit.
Già presidente della Knesset, 74 anni, Rivlin é un esponente
storico della destra, legato al movimento dei coloni. Non ha espresso
mai alcuna comprensione per i palestinesi sotto occupazione, ai quali
non riconosce il diritto ad avere uno Stato indipendente tra Israele e
il fiume Giordano. E’ un sostenitore dello “Stato unico” per ebrei e
arabi, ma non nel senso progressista e democratico di questa possibile
soluzione del conflitto. Rivlin sostiene che i palestinesi
sotto occupazione potrebbero divenire cittadini di Israele, come i loro
connazionali in Galilea. Ma esclude categoricamente uno Stato
binazionale per tutti i suoi cittadini. Piuttosto suggerisce la
creazione di due parlamenti, uno per gli ebrei e uno per gli arabi,
all’interno di una Israele riconosciuta come Stato del popolo ebraico.
E’ superfluo precisare quale parte della popolazione avrebbe il
controllo dei poteri fondamentali in questo Stato.
Rivlin però si è segnalato anche per aver respinto nel 2010, in
qualità di presidente della Knesset, l’espulsione dall’assemblea della
parlamentare araba Hanin Zoubi messa sotto accusa da
gran parte dei suoi colleghi per aver partecipato alla Freedom Flotilla
diretta a Gaza (era sulla nave turca Mavi Marmara assaltata dai commando
israeliani, nove passeggeri uccisi). Ieri, appena eletto, Rivlin ha
detto che non sarà più un uomo del Likud ma il presidente di tutto il
popolo. «Mi levo di dosso i panni dell’uomo politico. La mia residenza –
ha proclamato – sarà aperta a tutti: dalla destra nazionalista alla
estrema sinistra».
Non è quello che desidera il premier Netanyahu dopo gli anni
di Shimon Peres che ha svolto il suo mandato di presidente talvolta in
velato contrasto col governo di destra. Il primo ministro ha descritto
l’elezione di Rivlin come «una vittoria del Likud». Il compito
del nuovo capo dello stato, ha spiegato Netanyahu, sarà «unificare il
popolo all’interno del Paese e rappresentare Israele nel mondo. Si
tratta di un compito gravoso – ha aggiunto – in quanto Israele è il
Paese più sfidato al mondo». Netanyahu – che per mesi aveva esitato a
sostenere la candidatura di Rivlin a causa di antichi dissapori – si è
detto certo che il nuovo capo di stato «farà tutto il possibile» a
favore del suo paese in quanto la sua personalità si basa su radici
profonde attinenti «alla tradizione di Israele, alla tradizione sionista
e alla tradizione ebraica».
Uscito di scena Peres, che terminerà il suo mandato a fine luglio,
Netanyahu chiede una maggiore cooperazione alla presidenza, in un
momento in cui la sua politica estera e nei confronti dei palestinesi
non trova sempre il consenso degli alleati occidentali.
Cauta l’Autorità nazionale palestinese: «Siamo abituati a giudicare i
politici israeliani per quello che fanno e non – ha detto il ministro
dell’economia Mohammed Shtayyeh – per la posizione che occupano». Al
tempo stesso ha sottolineato che Rivlin «è stato eletto tra le fila di
una forza politica di destra che rifiuta la pace e sostiene
l’occupazione della Palestina».
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