| Tenuta Patrignani alla Bolognina (particolare), di Aldo Barbieri. |
Nel solo 1949 vanno addebitati sul conto del ministro degli interni i braccianti morti a Mazara del Vallo, Molinella, Forlì, Gambara, Minervino Murge, Melissa, Isola di Caporizzuto, Bondeno, Crotone, Torremaggiore, Bagheria, Montescaglioso. Le esecuzioni di lavoratori in sciopero e degli occupanti di terre avvenivano in un contesto di occupazione militare, che comprendeva il tiro a segno sulla folla, migliaia di arresti e fermi, i pestaggi generalizzati, la distruzione dei beni. Un contesto dove veniva del tutto legittimata anche la violenza privata degli agrari affiancati da bande di squadristi, come negli anni ’20.
Per dare un’idea del clima è utile questa testimonianza sulla repressione dello sciopero bracciantile nei giorni che precedettero l’uccisione di Loredano Bizzarri presso la tenuta Lenzi di San Giovanni in Persiceto:
“Il 10 giugno 1949 ci trovavamo nel fondo di un colono allo scopo di far desistere in forma amichevole i lavoratori che continuavano a lavorare nonostante lo sciopero, allorquando fummo accerchiati ed arrestati dai militi della “Celere” che, dopo averci preso a manganellate, ci fecero incolonnare tre per tre e ci portarono nel cortile della tenuta Lenzi dove, sotto la minaccia armi, ci costrinsero a porci sull’asfalto rovente, e qui sotto il sole fummo obbligati mezz’ora con la faccia rivolta in avanti mentre i militi comandati dallo stesso maggiore ci tenevano sotto una costante minaccia.
| Aldo Barbieri: tenuta dei Torlonia alla Barchessa di Crevalcore (1946-47). |
Non parliamo poi delle offese e degli insulti. Alle violenze brutali si sono aggiunte le minacce. Mentre eravamo nella Villa, abbiamo inteso un milite della “Celere” che ha informato il maggiore che all’ingresso erano presenti l’onorevole Bottonelli e il senatore Mancinelli. Il maggiore rispose: ”Non fateli entrare; se insistono rompete la testa anche a loro”.
Dal maggio al luglio ‘49 i braccianti di Persiceto subirono 320 arresti, 505 pestaggi e ferimenti, 155 biciclette distrutte. Spesso venivano tolte loro le scarpe, e così a piedi nudi venivano trasportati a 10 o 12 chilometri di distanza e lasciati in aperta campagna (la stessa forma di umiliazione veniva ancora usata, 40 anni dopo, contro i fermati dalle volanti della Questura di Bologna).
| Aldo Barbieri: squadristi e crumiri alla tenuta Patrignani di Crevalcore (1949). |
A tratti gli squadristi sembravano in posizione di comando rispetto ai “tutori dell’ordine pubblico”: “Si attesta che il giorno 3 giugno 1949 alle ore 12,30, dopo gli arresti fatti dai carabinieri dentro la lavanderia dell’azienda Patrignani, fummo bastonati da un agente della «Celere», dietro indicazione di un borghese armato, il quale diceva all’agente: «picchia quello, picchia quell’altro”. “Nei brevi istanti che si apriva la porta per fare entrare i nuovi arrestati, notammo uno degli uomini di Patrignani che stando su un albero, armato, indicava agli agenti di polizia dove dovevano dirigersi per bastonare i lavoratori”.
Sempre a Crevalcore, l’agrario (ed ex partigiano azionista) Leonida Patrignani poteva permettersi di irrompere armato nella Casa del Popolo e sparare sul custode senza subire alcuna conseguenza.
Forti erano gli scontri fra scioperanti ed esponenti dei “Sindacati Liberi” (poi CISL), accusati di organizzare il crumiraggio. Oggetto del conflitto erano, fra l’altro, i contratti di compartecipazione promossi dai futuri cislini, una sorta di mezzadria stagionale che retribuiva i contadini con una percentuale sul raccolto. Era un modo per indurre i senza terra a condividere con gli agrari gli obbiettivi della produzione pur senza possedere niente, e a rompere il fronte della lotta in occasione degli scioperi nelle campagne.
| Aldo Barbieri: Crevalcore – Fossetta delle armi (1948/49). |
La filippica del senatore della DC bolognese Raffaele Ottani aveva il merito di palesare la continuità fra le lotte bracciantili e la guerra partigiana. Non ci voleva poi un genio per capire che molti fra quelli che lottavano nelle campagne erano gli stessi che pochi anni prima avevano liberato il paese dai nazifascisti, e che ora riadattavano le modalità di azione della resistenza alle necessità del conflitto sociale.
| Renato Guttuso: Morte di Maria Margotti. |
Nulla veniva detto dal senatore sui motivi della lotta, sullo sfruttamento nelle campagne, sulle frotte di crumiri importate dalle zone più povere, sui morti che stavano, con poche eccezioni, da una parte sola. Egli si dedicava piuttosto ad imputare agli scioperanti la loro politicità, la loro capacità organizzativa, l’indisponibilità a farsi massacrare inermi, l’esercizio della solidarietà di classe da parte di lavoratori di altri settori. Tutti crimini che a suo parere andavano puniti col sangue.
Comunque, grazie proprio a quelle “manifestazioni di carattere politico e rivoluzionario” fu possibile raggiungere alcuni risultati (per la verità molto riformisti) di minima civiltà, quali la legge sulla durata minima di due anni per i contratti dei salariati fissi (agosto ’49), i contratti nazionali dei braccianti e avventizi (maggio 1950) e dei salariati fissi (luglio 1951).
Le lotte del ’49 non riuscirono però ad ottenere il divieto di disdetta del rapporto di lavoro senza giusta causa, uno dei principali obiettivi dello sciopero. La Confagricoltura alzò un muro contro questa rivendicazione, perché “lesiva del buon andamento della conduzione agricola, oltre che per il normale e proficuo esercizio del diritto di proprietà”. L’organizzazione datoriale era ben spalleggiata: “La scelta compiuta dalla Dc, dal governo e dalla Cisl contraria alla introduzione del principio della giusta causa fu una delle ragioni essenziali della conclusione non positiva di quelle lotte”.
| Aprile 1949: gli operai della Baroncini in lotta contro la serrata ricevono il pranzo dai lavoratori dell’Azienda municipalizzata del gas. |
Era un’operazione sporchissima, avvallata palesemente dall’Ufficio Provinciale del Lavoro che aveva agito ignorando l’obbligo di precedenza nella riassunzione per i lavoratori licenziati. Il tutto alla faccia della riforma del collocamento appena varata, che normava l’accesso al lavoro ispirandosi a principi di equità.
Dal giorno della chiusura, per otto mesi i lavoratori della Leonardi si mobilitarono, appoggiati dall’intera popolazione della zona Casaralta. Ricevettero dai compagni delle altre fabbriche solidarietà e aiuto materiale, affrontarono il reparto carabinieri del capitano Bianco, famoso per l’uso dei fucili come clave. Ma sulle riassunzioni non la spuntarono.
Fu così che fondarono la Cooperativa Industrie Chimiche Affini. La solidarietà ai licenziati della Leonardi cominciò ad esprimersi allora con l’acquisto degli inchiostri e dei chimici per cancelleria prodotti della CICA, che ben presto divenne fornitrice degli enti locali del territorio, del sindacato, dei partiti e delle associazioni della sinistra bolognese.
L’epilogo cooperativo della vertenza Leonardi non sarebbe stato un’eccezione. L’anno dopo i licenziati dalla Valdevit di Modena si organizzarono nella Cooperativa Fonditori, grazie anche al credito e alle commesse assicurate da Enzo Ferrari. Aveva capito, l’imprenditore del cavallino rampante, che quei “facinorosi” estromessi per rappresaglia politica e sindacale erano anche i migliori fonditori sulla piazza, gli unici a poter garantire pezzi perfetti per le sue monoposto da competizione. Anni dopo la Valdevit venne messa in liquidazione, la Cooperativa Fonditori no.
| Modena: Cooperativa Fonditori. |
Non si riusciva a far rientrare in fabbrica i militanti, a riconquistare l’agibilità sindacale, con tutto quel che ne poteva conseguire in termini di difesa della classe sui luoghi di lavoro.
Inoltre il passaggio alla cooperativa (o al lavoro autonomo) coincideva con la mutazione genetica delle avanguardie di lotta in imprenditori di se stessi, entro contesti che, se mai lo sono stati, non potevano restare a lungo immuni dal germe dello sfruttamento, visto che operavano in un regime di mercato. Ma nel ’49 questo era un aspetto secondario. Erano altri tempi, tempi in cui le cooperative servivano a sottrarre i lavoratori alla fame e all’arroganza padronale, e non a licenziarli dopo uno sciopero, pestarli o farli pestare, devastare territori, spartirsi appalti in maniera intimidatoria e fraudolenta, corrompere funzionari pubblici o stringere sodalizi con mafiosi e neofascisti. (Continua)
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