L’effetto domino continua. Dopo il collasso dei miliziani “moderati”
creati e pagati da Washington, dopo l’apertura dell’opposizione siriana a
Bashar al-Assad e dopo che, qualche giorno fa, lo stesso capo della Cia
John Brennan aveva fatto sapere che gli Stati Uniti “non vogliono un
collasso caotico del regime di Assad, in quanto questo potrebbe aprire
la strada di Damasco all’Isis”, cede pubblicamente anche la Casa Bianca:
Assad, che fino a qualche settimana fa “aveva perso ogni legittimità e
doveva andarsene”, ora deve essere parte della transizione.
A dichiararlo è stato ieri il segretario di Stato americano John
Kerry in un’intervista all’emittente CBS. “Alla fine – ha detto Kerry –
dovremo negoziare. Siamo sempre stati disponibili a negoziare, nel
contesto del processo di Ginevra I”. Il suddetto contesto, però, non
contemplava la presenza di Assad nel futuro prossimo del conflitto
siriano: quello che i litigiosi incontri di Ginevra tra delegazione
governativa e opposizione riconosciuta dall’Occidente avevano sortito
era uno stallo tacitamente accettato da tutti, con il Consiglio
nazionale siriano che continuava a chiedere la cacciata immediata di
Assad e il presidente che rifiutava di farlo. Nel frattempo, il numero
dei morti continuava a salire e le formazioni jihadiste finanziate dal
Golfo si prendevano un terzo del territorio siriano.
Con l’opposizione cosiddetta moderata allo stremo per la
lotta su due fronti – milizie jihadiste e truppe governative – e la
minaccia dell’Isis che fa tremare l’Europa, il cambio di strategia non
solo era prossimo, ma soprattutto necessario. I primi ad
annunciarlo erano stati proprio i ribelli “moderati” finanziati da
Washington: “Insistiamo – aveva detto due settimane fa Khaled Khoja,
capo dell’opposizione siriana – nell’obiettivo di far cadere Assad e i
servizi di sicurezza. Ma non è necessario avere queste condizioni
all’inizio del processo, sarà necessario alla fine del processo, con un
nuovo regime e una nuova Siria”. Così il Consiglio nazionale
siriano, che gode del favore della comunità internazionale e decide le
sorti dei negoziati non presenziandoli pur essendo praticamente assente
dal campo di battaglia, aveva aperto per la prima volta ad Assad
dall’inizio del conflitto.
Ma Obama sembrava non mollare. Solo qualche giorno fa il dipartimento
di Stato annunciava una nuova pioggia di finanziamenti all’opposizione
siriana “moderata”: circa 70 milioni di dollari di aiuti “non
letali” per combattere Assad, che avrebbero portato l’investimento
statunitense su un’opposizione che in quattro anni di guerra civile
appare sempre più debole a 400 milioni. Il mantra, fino a
venerdì scorso, era sempre lo stesso: “Come diciamo da tempo – aveva
dichiarato in un comunicato Alistair Baskey, un portavoce del Consiglio
di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca – Assad deve andarsene ed
essere sostituito con una transizione politica negoziata che sia
rappresentativa del popolo siriano”.
Poi erano arrivati gli avvertimenti della Cia sul caos che potrebbe
portare una Siria senza Assad letteralmente infestata dall’Isis. Ma la
svolta sembra sia arrivata con le notizie in provenienza dall’altra
parte della frontiera, nell’Iraq occupato dall’autoproclamato Califfato.
I successi della coalizione messa su dal governo iracheno a
Tikrit, che Baghdad annuncia “riconquistata all’80 per cento”, sono
indirettamente opera dell’Iran. Delle 30mila truppe schierate nella regione di Niniveh, infatti, oltre
20mila sono miliziani sciiti delle unità ufficiose (come le potenti
unità Badr, legate a doppio filo a Teheran) dell’esercito iracheno.
Senza neanche avvalersi di una sola bomba della coalizione anti-Isis
guidata dagli Usa, l’offensiva di Baghdad ha riconquistato più
territorio iracheno in due settimane che i bombardamenti della comunità
internazionale in mesi. E ora si fa sempre più necessario dialogare anche con la Repubblica islamica in merito al conflitto siriano.
Tutto sembra suggerire che la prossima conferenza di pace sulla
Siria, che la Russia si è già offerta di sponsorizzare, questa volta
includerà anche una rappresentanza della Repubblica islamica, non
invitata alle precedenti edizioni del tavolo negoziale (2012 e 2014) su
pressione dell’Arabia Saudita. E sebbene non sia ancora chiaro in quale
misura la comunità internazionale voglia includere Damasco in
un’eventuale transizione – Kerry ha spiegato ai microfoni della CBS che
gli Stati Uniti, assieme ad altri paesi, stavano cercando una via per
riaccendere i negoziati – sul campo si avvicina la data di inizio
dell’offensiva che lanceranno i ribelli “moderati”, addestrati nel Golfo
e armati dagli Usa, contro lo Stato islamico.
Assad ha già fatto sapere che qualsiasi formazione militare che non abbia il benestare di Damasco verrà combattuta come nemica.
Appare quindi chiaro che qualsiasi azione bellica che la coalizione
stia per intraprendere sul suolo siriano contro l’Isis necessiterà del
coordinamento con Assad. E, quindi, anche con Teheran.
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