di Chiara Cruciati
Come un domino: prima cade una pedina e un istante dopo si trascina con sé tutte le altre. Prima
cadono i ribelli inventati dalla Cia, poi collassa la strategia Usa e
dopo le opposizioni moderate sono costrette a rimangiarsi quanto
ripetuto per tre anni: non è detto che il presidente Assad debba restare fuori dalla transizione politica siriana.
È successo tutto in pochi giorni: all’inizio di questa settimana il
gruppo di ribelli Harakat Hazm, creato, armato e gestito direttamente da
Washington, figlioccio della Cia con 5mila combattenti, ha sventolato
bandiera bianca. Incapace di frenare il principale avversario, il Fronte
al-Nusra, ha perso svariati scontri, ha visto morire decine di uomini e
alla fine ha ceduto la base militare 46 di Aleppo, usata come proprio
quartier generale.
Una sconfitta cocente per Obama, seppure quella che sta
combattendo in Siria contro Damasco pare ormai da tempo una novella
armata Brancaleone, priva di una strategia militare e cacciata in un
angolo, prima che dall’esercito di Assad, dai gruppi islamisti e
qaedisti.
Nonostante tale assordante assenza sul piano militare, le opposizioni
moderate sostenute dall’Occidente hanno continuato per anni a rigettare
qualsiasi forma di dialogo con il governo di Damasco, anche dopo
l’inizio dell’avanzata dello Stato Islamico che oggi controlla quasi un
terzo del paese. E per mesi hanno rigettato il piano di cessate il fuoco
locale ad Aleppo, su cui l’inviato Onu de Mistura sta fondando la sua
missione siriana. Assad ha detto sì, la Coalizione Nazionale no. Ha
detto no fino a due giorni fa.
E se fino a mercoledì era stato ripetuto come un mantra il
rifiuto di un tregua umanitaria ad Aleppo, ieri è arrivato il cambio di
strategia, forse per l’intervento di un atavico istinto di sopravvivenza:
per la prima volta il capo della Coalizione, Khaled Khoja, ha detto che
la caduta di Assad non è più precondizione al dialogo. Da Parigi, Khoja
ha parlato della necessità di una “nuova strategia”: “Insistiamo
nell’obiettivo di far cadere Assad e i servizi di sicurezza. Ma non è
necessario avere queste condizioni all’inizio del processo, sarà
necessario alla fine del processo, con un nuovo regime e una nuova
Siria”.
La notizia arriva mentre la Russia rilancia il tavolo del negoziato
che aveva proposto per la fine di gennaio: ad aprile potrebbe partire
una nuova conferenza di pace, fa sapere Mosca. E le opposizioni stavolta
potrebbero prenderne parte: “Un’ampia sezione delle opposizioni
siriane” è attesa in Russia, dicono funzionari del Cremlino.
La decisione della Coalizione sarebbe stata dettata dalle troppe sconfitte subite, soprattutto negli ultimi mesi: in
questi giorni Aleppo è teatro di durissimi scontri tra le forze
governative e quelle ribelli vicino ad una base dell’intelligence,
target delle opposizioni. Dietro, sta però il fallimento più generale
della strategia militare e politica statunitense. Mentre la
Coalizione cedeva e Mosca annunciava nuovi negoziati, il segretario di
Stato Usa Kerry in Arabia Saudita continuava a premere sulla caccia di
Assad, a cui imporre il dialogo con la forza militare.
Washington, in Siria, ha fallito. Ha fallito nella scelta dei
partner militari, gruppi di ribelli armati e addestrati ma finiti in
poco tempo in un angolo del campo di battaglia. Ha fallito a livello
diplomatico, incapace di rovesciare il nemico Assad per quattro anni e
facendo leva su opposizioni in esilio ormai disconnesse dalla base.
Ha investito denaro e aiuti militari a favore di regimi arabi il cui
solo obiettivo era il crollo del governo di Damasco, obiettivo da
raggiungere con ogni mezzo, anche finanziando e formando gruppi radicali
che oggi minacciano la stabilità della regione.
Lo stesso scioglimento del gruppo Harakat Hazm, copertura della Cia
per operazioni di armamento e mantenimento dei ribelli (armi spesso
finite in mano a gruppi islamisti, come accaduto pochi giorni fa con
al-Nusra che pubblicava sul web foto dei propri miliziani con in mano
armi made in Usa), è sintomo inequivocabile del fallimento. Un elemento
preoccupante, soprattutto in vista del programma appena lanciato in
Turchia di armamento e addestramento di 15mila ribelli moderati siriani.
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