di Francesca la Bella
La crisi yemenita ha radici
profonde. Radici che affondano in un terreno di povertà, esclusione e
mancato riconoscimento dei diritti fondamentali di gran parte della
popolazione. La crisi, però, sembra oggi ancor più grave e le divisioni
ancor più profonde rispetto a qualche mese fa. Si configura una
nuova divisione dello Yemen tra nord e sud come è stato fino al 1990.
Sarebbero cambiati solo gli attori di questo dramma: il nord e la
capitale Sana’a nelle mani delle milizie Houthi e il sud e la
neo-rinominata capitale Aden come sede del Governo del Presidente Abd
Rabbuh Mansour Hadi. Una guerra civile, dunque, che con
arresti, sequestri e massacri da entrambe le parti, starebbe portando
alla creazione di due entità statuali.
Guerra civile, colpo di Stato, profonda divisione
etnico-religiosa tra sciiti e sunniti sono state le parole chiave
principali di quello che è stato detto e scritto in quest’ultimo periodo
sul piccolo Paese della Penisola arabica. Alla situazione
interna si è, però, spesso trascurato di sovrapporre la dimensione
internazionale. Per quanto piccolo e poverissimo, lo Yemen è un Paese
altamente strategico per le dinamiche e gli interessi internazionali di
area. Molti sono i soggetti interessati ai risvolti degli eventi
yemeniti e forte è l’interferenza internazionale nelle dinamiche
interne. Così, mentre le ambasciate della maggior parte dei
Paesi stranieri chiudevano e ordinavano l’evacuazione dei propri
cittadini, i Paesi del Golfo e l’Iran hanno deciso di prendere parola e
di schierarsi, anche se non sempre in maniera ufficale, su uno dei due
fronti.
Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) avrebbe, infatti,
accettato di ospitare nella capitale dell’Arabia Saudita un tavolo
negoziale tra le parti in conflitto. A richiedere la mediazione del
Consiglio sarebbe stato l’ex Presidente Hadi e l’accettazione sarebbe
legata al fatto che lo Yemen viene considerato parte integrante della
sicurezza dell’area. Sembrerebbe altresì che il CCG abbia chiesto
formalmente la partecipazione della dirigenza Houthi all’incontro, che
non ha ancora una data ufficiale, di Riyadh di modo da garantire la
legittimità del meeting e l’eventuale messa in atto delle decisioni
prese nel suo corso. Durante la conferenza stampa a seguito della seduta
del Consiglio che ha dato l’annuncio, il portavoce, Khaled
Al-Attiyah, Ministro degli Esteri del Qatar, ha anche tenuto a delineare
alcuni aspetti fondamentali per la sicurezza del Medio Oriente in senso
ampio. A questo proposito l’invito all’Iran a sviluppare il proprio
programma nucleare all’interno dei confini delineati dalla IAEA
(International Atomic Energy Agency) e la richiesta di operare per il
mantenimento dell’integrità irachena sono un chiaro indizio dei timori
del CCG in merito al ruolo di Teheran nella questione yemenita.
Da molto tempo, ormai, il territorio yemenita è diventato
campo di battaglia della “Guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita. Una
guerra diplomatica tra Riyadh e Teheran che ha trovato molti terreni di
scontro nei Paesi dell’area dove i due Paesi si sono sempre trovati, con
opere di addestramento, finanziamento e armamento, su fronti opposti.
Nel caso dello Yemen questo risulta ancor più significativo per il
lungo confine condiviso tra il territorio yemenita e la monarchia
saudita. Così, se le dichiarazioni del Consiglio e la volontà di
spostare i negoziati a Riyadh sembrano parte della strategia saudita di
mantenere un certo grado di controllo diretto sulla situazione yemenita,
anche l’Iran, che a lungo ha perseguito una strategia di appoggio non
ufficiale, sembra ora aver scelto di ricoprire un ruolo maggiormente
attivo. All’indomani dell’annuncio del CCG, anche Teheran ha, infatti,
preso parola sulla questione per bocca del vice Ministro degli Esteri,
Hossein Amir Abdollahian, accusando il Presidente Hadi di guidare il
Paese verso la disintegrazione e la guerra civile con la sua scelta di
ritirare le dimissioni e di spostare la capitale ad Aden.
L’aver reso, da entrambe le parti, così palese il dissidio potrebbe
essere sintomo di una situazione in veloce evoluzione. Le incognite
sono, però, molte. I gruppi Houthi sceglieranno di sedere al
tavolo del negoziato? Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, già pronto
ad una azione militare a seguito della presa del potere da parte degli
Houthi, opterà per la via militare se i colloqui dovessero fallire?
L’Iran ricoprirà un profilo da spettatore o da attore nella questione?
Queste domande probabilmente troveranno una risposta solo con il
succedersi degli eventi, ma ciò che ci preme in questo momento
sottolineare è la netta frattura che sta attraversando l’intero Medio
Oriente e lo Yemen nel nostro caso specifico. Nel contesto yemenita,
infatti, questo solco è sempre più profondo e lascia spazio allo
sviluppo di movimenti radicali come lo Stato Islamico o AQAP (Al Qaeda
nella Penisola Arabica). Il sostegno informale, ma sostanziale, a questi
gruppi per indebolire gli avversari, il Governo Assad in Siria come i
gruppi Houthi a Sana’a, non solo ha acuito i già esistenti problemi di
sicurezza, ma potrebbe cancellare ogni possibilità di riconciliazione e
di soluzione della problematica nel breve periodo. Le ingerenze esterne e
le variabili interne potrebbero, dunque, portare un ulteriore
aggravamento della crisi yemenita che, ad oggi, appare sempre più come
terreno di conquista di interessi che trascendono la mera questione
nazionale.
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