Non è un caso che gli Houthi abbiano rilasciato il premier Khaled
Bahah e tutti i ministri del suo gabinetto dagli arresti domiciliari. E’
accaduto oggi, dopo un braccio di ferro iniziato lo scorso gennaio con
l’occupazione, da parte delle milizie sciite, dei posti chiave
dell’amministrazione yemenita nella capitale Sanaa. Nel mezzo, c’era
stata la proclamazione di un governo di transizione, la fuga del
presidente dimissionario Abd Rabbo Mansour Hadi – anch’egli intrappolato
in casa – verso Aden e la velata minaccia di intervento da parte del
Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) per il ripristino dello status quo.
E ora, visti i successi iraniani contro l’Isis in Iraq al fianco
delle truppe governative – successi descritti dal principe saudita Turki
al Faysal come “occupazione dell’Iraq” e definiti “inaccettabili” –
Riyadh sembra voler cambiare strategia nei confronti dei ribelli sciiti
dietro ai quali si nasconderebbe, a detta degli analisti, la mano di
Teheran.
Il primo passo è stato l’apertura al dialogo con gli Houthi.
Lo hanno confermato ieri i ribelli sciiti stessi: “I nostri contatti
con l’Arabia Saudita – ha dichiarato il leader della milizia sciita,
Abdel Malek al-Houthi – non si sono fermati e negli ultimi due giorni ci
sono stati alcuni contatti indiretti”. “Diamo il benvenuto – ha
aggiunto – a tutti i rapporti con i nostri vicini arabi e islamici sulla
base del rispetto per l’altro e della non ingerenza nei suoi affari”.
Così, in una mossa inaudita, gli Houthi hanno liberato oggi
gli ostaggi dello spettro politico yemenita dai loro domicili carcerari.
Khaled Bahah, ex premier yemenita, è stato il primo a elogiare sulla
sua pagina Facebook il “gesto di buona volontà volto a facilitare i
colloqui sulla transizione politica dello Yemen”. Ma non solo: ora dal
movimento Houthi trapelano notizie secondo le quali parte dei
ribelli vorrebbe partecipare ai colloqui di pace indetti dal presidente
Abd Rabbo Mansour Hadi a Riyadh sotto l’egida del Consiglio di
Cooperazione del Golfo.
Hadi – che da Aden proclama di voler governare di nuovo lo Yemen –
invece di negoziare direttamente con il gruppo nemico nell’ambito del
dialogo nazionale più volte richiesto dagli Houthi aveva
infatti invitato “tutti i partiti ansiosi di preservare la sicurezza e
la stabilità dello Yemen” a intavolare un negoziato in un “luogo
neutrale”. E gli Houthi, per i quali Riyadh è territorio nemico, avevano
fatto sapere che avrebbero boicottato qualsiasi trattativa che non si
fosse svolta a Sanaa.
E’ a Riyadh, infatti, che si è svolta la morbida “abdicazione” di Ali
Abdallah Saleh, autocrate trentennale che ha schiacciato le periodiche
ribellioni degli Houthi al nord-ovest del Paese soprattutto grazie ai
carri armati e alle milizie saudite. Lì Saleh, che la piazza voleva
processare al termine di una sanguinosa “primavera araba”, è scivolato
nell’oblio grazie a un accordo che istituiva il suo vice come presidente
ad interim dello Yemen: Abd Rabbo Mansour Hadi, appunto, unico
candidato alle prime elezioni presidenziali “libere” del febbraio 2013.
Andare in Arabia Saudita sarebbe stato come andare nella tana del lupo. Ma ora la Reuters
riferisce che, sebbene la maggioranza dei ribelli resti contraria a
spostare i colloqui fuori Sanaa, un gruppo moderato di leader Houthi
sarebbe invece aperto alla partecipazione al dialogo in Arabia Saudita.
Che sia stata una questione economica ad averli convinti potrebbe
sembrare una frase azzardata. Ma l’Arabia Saudita, storica finanziatrice
delle amministrazioni yemenite, ha interrotto il pompaggio di milioni
di rial verso Sanaa subito dopo la presa della città da parte degli
Houthi. Lo Yemen, il paese più povero e arretrato del Medio Oriente, si
è poi visto togliere l’assistenza della Banca Mondiale giovedì scorso.
Questa ha infatti annunciato la sospensione di tutti i progetti portati
avanti nel paese dall’Associazione di Sviluppo Internazionale, braccio
della banca nei paesi sottosviluppati, a causa del “deterioramento della
situazione” nel paese: una sospensione da oltre un miliardo di
dollari, cui si aggiunge il congelamento dei fondi fiduciari bancari
gestiti dall’istituto.
Ma Riyadh è andata oltre: per assicurarsi la totale collaborazione
del litigioso carrozzone della maggioranza pro-Hadi guidata dal partito
costola della Fratellanza musulmana al-Islah, infatti, ha chiamato Khaled Meshaal come mediatore.
Proprio lui, capo dell’ufficio politico di Hamas – che prima del
conflitto siriano era parte dell’asse iraniano in Medio Oriente – ora
sarebbe stato contattato dal neo-incoronato monarca saudita re Salman, assieme al ministro della Difesa, il principe Mohammed bin Salman, al
principe ereditario Sultan bin Abdulaziz e al vice principe ereditario
Mohammed bin Nayef.
Tutti a corteggiare Meshaal perché avrebbe stretti legami con
i Fratelli musulmani yemeniti, che da partito di maggioranza padrone
dell’assemblea a Sanaa sostenuto da Riyadh, si è ritrovato a diventare
l’opposizione fuggitiva ad Aden messa sulla lista nera dall’Arabia
Saudita nella sua corsa all’eradicazione della Fratellanza in chiave
anti-Qatar. Proprio ad al-Islah gli Houthi contestano lo
strapotere che ha fatto sì che gli sciiti fossero gli storici esclusi
dalla gestione del paese, relegati nell’angolo nord-occidentale dello
Yemen come guerriglia da schiacciare. Più volte da gennaio al-Islah è
stata invitata dagli Houthi a sedersi al tavolo delle trattative, invito
che gli islamisti hanno sempre rifiutato.
Ora però Riyadh ha bisogno di riconquistare la Fratellanza yemenita contro l’Iran. E già si vocifera di un’imminente visita di Meshaal a Riyadh. Come riporta l’agenzia Anadolou,
il capo dell’ufficio politico di Hamas avrebbe confessato che le
relazioni con l’Arabia Saudita sono migliorate. E si profila persino una
riabilitazione del movimento islamico dopo la sua collocazione, da
parte dell’Egitto di al-Sisi, nella lista delle organizzazioni
terroristiche mondiali. Che gli Houthi, sedotti da Riyadh, vengano
incanalati in una trappola non è ancora dato dirlo. Sarà Riyadh a
guadagnarci in ogni caso.
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