Lo Stato Islamico punta a riconquistare il greggio iracheno. Pochi
giorni fa i servizi segreti tedeschi avevano affermato che le
controffensive dell’esercito governativo iracheno avevano permesso la
ripresa di alcuni pozzi di petrolio, provocando un crollo nelle entrate
economiche del califfato. Secondo l’intelligence, al-Baghdadi
avrebbe perso il 75% dei pozzi su cui aveva assunto il controllo e di
conseguenza il 95% del volume di vendite sottobanco di greggio.
Dati da confermare ma che se reali spiegherebbero la fretta di
riprendere il più grande impianto petrolifero iracheno: sabato è
arrivato il nuovo assalto alla più grande raffineria di petrolio
irachena, già target nei mesi passati dello Stato Islamico, la
raffineria di Baiji. Secondo fonti dell’Isis, dopo una serie di attacchi
suicidi, i miliziani sarebbero entrati all’interno. Una notizia
smentita dall’esercito di Baghdad: “Oggi l’Isis ha lanciato l’assalto al
Baiji – ha detto sabato uno dei generali iracheni nella provincia di
Salah-a-din – L’attacco più duro da quando abbiamo rotto l’assedio sulla
raffineria alcuni mesi fa [ad ottobre 2014, ndr]. Tre kamikaze sono
riuscii a raggiungere l’ingresso, due sono stati uccisi e uno si è fatto
saltare in aria. Ma la raffineria è sotto il controllo governativo”.
Se Baiji è ancora sotto assedio islamista, a cadere è Ramadi, dove la battaglia non si è mai fermata:
venerdì scorso i jihadisti hanno occupato alcuni quartieri nord della
città, occupata in parte già la scorsa estate all’inizio dell’avanzata
dell’Isis in Iraq. Ramadi resta strategica: a soli 110 km da
Baghdad è parte della provincia sunnita di Anbar, tra le più instabili
del paese sia per la vasta presenza dello Stato Islamico sia per la
storica opposizione popolare al governo di Baghdad e all’invasione Usa
del 2003.
Le nuove conquiste a Ramadi dimostrano che lo Stato Islamico è ancora
capace di tenere le posizioni, nonostante gli arretramenti subiti
grazie alle controffensive kurde in Siria e a quelle iraniane e irachene
a Tikrit. In particolare in Iraq la parte del leone è giocata ancora
dall’Iran, la cui fondamentale presenza sul terreno ha permesso
la riconquista della città natale di Saddam Hussein. Un’avanzata, quella
di Teheran, che preoccupa gli Stati Uniti, costretti dopo due settimane
di controffensiva a partecipare all’operazione, dopo il rifiuto a
lanciare raid contro le postazioni islamiste a Tikrit.
Il premier al-Abadi non ha mancato di mostrare il proprio fastidio
per la lentezza della coalizione e la sua parziale inefficace nel
ricacciare indietro il califfato, in particolare a Tikrit, operazione
concepita come prova generale per la ripresa di Mosul. Per questo il
primo ministro prova almeno ad ottenere da Washington le armi
necessarie: questa settimana, nella prima visita ufficiale alla Casa
Bianca, al-Abadi intende chiedere a Obama miliardi di dollari in droni,
Apache e munizioni, ma posponendo il pagamento. Le casse di Baghdad sono
vuote: secondo calcoli interni, quest’anno il deficit nel budget
interno sfiorerà i 21 miliardi di dollari.
Pagare non si può, dirà chiaramente al-Abadi, che non manca di usare
Teheran per costringere gli Usa ad accettare: “Se non otterremo l’aiuto
richiesto da Washington – ha detto un funzionario iracheno in condizione
di anonimato – chiederemo all’Iran”.
Continua, inesorabile, anche la distruzione del passato iracheno. Dopo il barbaro attacco al sito archeologico di Nimrud, nord dell’Iraq, lo Stato Islamico “completa” il lavoro:
in un nuovo video pubblicato online dallo Stato Islamico, si vedono i
miliziani islamisti distruggere quanto restava dell’antica città assira
con trapani, bombe e martelli. Sculture risalenti a 3mila anni fa sono
state distrutte, mentre un bulldozer demoliva tre diverse zone
dell’antica città. “Un crimine contro l’umanità”, così l’Unesco aveva
definito il mese scorso la serie di attacchi a siti archeologici
iracheni, risalenti in alcuni casi al 13° secolo a. C.
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