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13/04/2015

Iraq - L'Isis punta al petrolio perduto

Lo Stato Islamico punta a riconquistare il greggio iracheno. Pochi giorni fa i servizi segreti tedeschi avevano affermato che le controffensive dell’esercito governativo iracheno avevano permesso la ripresa di alcuni pozzi di petrolio, provocando un crollo nelle entrate economiche del califfato. Secondo l’intelligence, al-Baghdadi avrebbe perso il 75% dei pozzi su cui aveva assunto il controllo e di conseguenza il 95% del volume di vendite sottobanco di greggio.

Dati da confermare ma che se reali spiegherebbero la fretta di riprendere il più grande impianto petrolifero iracheno: sabato è arrivato il nuovo assalto alla più grande raffineria di petrolio irachena, già target nei mesi passati dello Stato Islamico, la raffineria di Baiji. Secondo fonti dell’Isis, dopo una serie di attacchi suicidi, i miliziani sarebbero entrati all’interno. Una notizia smentita dall’esercito di Baghdad: “Oggi l’Isis ha lanciato l’assalto al Baiji – ha detto sabato uno dei generali iracheni nella provincia di Salah-a-din – L’attacco più duro da quando abbiamo rotto l’assedio sulla raffineria alcuni mesi fa [ad ottobre 2014, ndr]. Tre kamikaze sono riuscii a raggiungere l’ingresso, due sono stati uccisi e uno si è fatto saltare in aria. Ma la raffineria è sotto il controllo governativo”.

Se Baiji è ancora sotto assedio islamista, a cadere è Ramadi, dove la battaglia non si è mai fermata: venerdì scorso i jihadisti hanno occupato alcuni quartieri nord della città, occupata in parte già la scorsa estate all’inizio dell’avanzata dell’Isis in Iraq. Ramadi resta strategica: a soli 110 km da Baghdad è parte della provincia sunnita di Anbar, tra le più instabili del paese sia per la vasta presenza dello Stato Islamico sia per la storica opposizione popolare al governo di Baghdad e all’invasione Usa del 2003.

Le nuove conquiste a Ramadi dimostrano che lo Stato Islamico è ancora capace di tenere le posizioni, nonostante gli arretramenti subiti grazie alle controffensive kurde in Siria e a quelle iraniane e irachene a Tikrit. In particolare in Iraq la parte del leone è giocata ancora dall’Iran, la cui fondamentale presenza sul terreno ha permesso la riconquista della città natale di Saddam Hussein. Un’avanzata, quella di Teheran, che preoccupa gli Stati Uniti, costretti dopo due settimane di controffensiva a partecipare all’operazione, dopo il rifiuto a lanciare raid contro le postazioni islamiste a Tikrit.

Il premier al-Abadi non ha mancato di mostrare il proprio fastidio per la lentezza della coalizione e la sua parziale inefficace nel ricacciare indietro il califfato, in particolare a Tikrit, operazione concepita come prova generale per la ripresa di Mosul. Per questo il primo ministro prova almeno ad ottenere da Washington le armi necessarie: questa settimana, nella prima visita ufficiale alla Casa Bianca, al-Abadi intende chiedere a Obama miliardi di dollari in droni, Apache e munizioni, ma posponendo il pagamento. Le casse di Baghdad sono vuote: secondo calcoli interni, quest’anno il deficit nel budget interno sfiorerà i 21 miliardi di dollari.

Pagare non si può, dirà chiaramente al-Abadi, che non manca di usare Teheran per costringere gli Usa ad accettare: “Se non otterremo l’aiuto richiesto da Washington – ha detto un funzionario iracheno in condizione di anonimato – chiederemo all’Iran”.

Continua, inesorabile, anche la distruzione del passato iracheno. Dopo il barbaro attacco al sito archeologico di Nimrud, nord dell’Iraq, lo Stato Islamico “completa” il lavoro: in un nuovo video pubblicato online dallo Stato Islamico, si vedono i miliziani islamisti distruggere quanto restava dell’antica città assira con trapani, bombe e martelli. Sculture risalenti a 3mila anni fa sono state distrutte, mentre un bulldozer demoliva tre diverse zone dell’antica città. “Un crimine contro l’umanità”, così l’Unesco aveva definito il mese scorso la serie di attacchi a siti archeologici iracheni, risalenti in alcuni casi al 13° secolo a. C.

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