Chiara Cruciati
Un altro schiaffo al
regime del Cairo è arrivato ieri dopo la sentenza del 21 giugno con cui
una corte amministrativa egiziana aveva annullato la cessione delle
isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, decisa ad aprile dal
presidente al-Sisi durante la visita di re Salman nel paese.
Ieri la corte amministrativa di appello ha rigettato il
ricorso mosso a fine giugno dall’esecutivo, confermando di fatto
l’annullamento dell’accordo di cessione. Tiran e Sanafir, insiste la
magistratura egiziana, sono proprietà nazionale. Non si
svendono, come richiesto all’epoca da una mozione di un gruppo di
avvocati tra cui il noto Malek Adly della Rete degli avvocati
dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights, che ha trascorso
per questo cinque mesi in prigione in totale isolamento.
Non solo: la corte ha multato il presidente al-Sisi e il
premier Ismail. Dovranno pagare 800 sterline egiziane, poco più di 40
euro, a testa per aver fatto appello, ma non si fermano: il 5
dicembre è prevista l’udienza di fronte all’Alta Corte Amministrativa.
Una multa simbolica, è vero, ma che lascia il presidente golpista nudo.
Proprio quella cessione, ad aprile, scatenò proteste di massa nel paese,
manifestazioni popolari per la prima volta dal golpe del 2013 e dalla
repressione sanguinosa delle proteste dei Fratelli Musulmani.
Il paese si era sollevato per due isole, ma quella
sollevazione aveva il sapore chiaro del crollo di consenso verso un
governo repressivo e dittatoriale. In migliaia sono finiti in prigione
per aver difeso le due isole. E i tribunali continuano a dare
loro ragione, sebbene siano ancora tantissimi gli attivisti dietro le
sbarre. Oltre 150 di loro sono stati condannati a pene dai due ai cinque
anni.
Di quella cessione, però, il governo egiziano aveva bisogno per sopravvivere. Un
regalo che sottintendeva l’ingresso nella sfera d'influenza e potere
saudita che a suon di miliardi di dollari – linfa vitale per un paese in
grave crisi economica – si comprava la fedeltà egiziana in politica
interna (nella repressione dei Fratelli Musulmani) e in quella estera
con prestiti, finanziamenti, donazioni e accordi sull’export di
greggio. Ma ad ottobre Il Cairo ha preso decisioni decisamente negative
per Riyadh, la fine della luna di miele: l’Egitto ha infatti votato a
favore della risoluzione russa sulla Siria avversata dai sauditi, per
poi riallacciare i rapporti con Mosca e discutere anche con l’Iran.
Infine non ha mandato in Yemen i soldati che l’Arabia Saudita si
aspettava.
Non stupisce dunque la decisione di lunedì di Riyadh che ha
sospeso a tempo indeterminato un accordo di aiuti energetici da 23
miliardi di dollari al Cairo. A confermarlo è stato il ministro
del Petrolio egiziano El Molla: “Non ci hanno dato una motivazione. Ci
hanno solo informato di aver bloccato la spedizione di greggio fino a
prossima notifica”.
Anche questo accordo risaliva alla visita di aprile di re Salman al Cairo: 700mila
tonnellate di greggio raffinato al mese per cinque anni. I primi cargo
sono partiti e arrivati fino all’inizio di ottobre. Poi i primi screzi e
oggi il blocco. A monte, dicono fonti saudite, la visita che
il ministro El Molla avrebbe dovuto fare in Iran, proprio per negoziare
un altro accordo petrolifero. El Molla nega, ma la rottura non si è
ricucita. Forse al-Sisi si sente abbastanza coperto dai generosi
prestiti di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.
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