Una settimana di sit-in: 2.300 operai della National Cement Company
egiziana, ad Helwan, stanno protestando da sette giorni contro la
riduzione dei bonus mensili, un calo significativo, dal 390% dello
stipendio minimo al 75%.
La compagnia è ferma dal 6 novembre dello scorso anno, spiega un ingegnere in condizione di anonimato all’agenzia indipendente Mada Masr,
a causa di gravi perdite finanziarie (si parla di 11 milioni di euro di
deficit), senza che nulla venisse comunicato ai lavoratori. Secondo
Abdel Moneim al-Gamal, segretario del sindacato dei lavoratori nelle
costruzioni, le perdite e il conseguente stop è da imputare alla
corruzione interna alla National Cement Company e ha fatto
sapere che domenica scorsa il sindacato ha dato ai vertici un ultimatum
di 10 giorni per indagare sui casi di corruzione.
Altre fonti interne attribuiscono la crisi alla liberalizzazione dei
prezzi dell’energia, a partire da novembre 2016, che avrebbe aumentato i
costi di produzione perché la compagnia utilizza gas naturale e non si è
ancora convertita a risorse alternative.
Agli operai è stata offerta la pensione anticipata, ma pochi dettagli sono emersi, spingendoli alla protesta. Una
protesta comprensibile: lo stipendio base è pari a 1.500 sterline
egiziane, 68 euro, che con i bonus mensili sale a 6.150, 282 euro. Con
la riduzione dei bonus fino a maggio calerebbe a 206 euro e a partire da
giugno a 120 euro al mese.
La protesta dei 2.300 operai ha fatto da sfondo silenzioso alla
visita di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita che ha scelto
l’Egitto come prima tappa del suo tour mediorientale, il primo che
compie da re in pectore. Pochi giorni prima dell’arrivo al Cairo, la
Corte Costituzionale ha dato il via libera alla contestata cessione
delle isole Tiran e Sanafir, sul Mar Rosso, che tante proteste – e tanti
arresti – ha provocato in questi ultimi due anni contro il governo e il
presidente al-Sisi, da quando nell’aprile 2016 l’ex generale accolse re
Salman promettendogli la cessione di sovranità sulle due strategiche
isolette.
Ieri dalla capitale Mohammed bin Salman e al-Sisi hanno
confermato la forza dei rapporti tra i due paesi e promesso di
cementarli ulteriormente, una solidità che negli ultimi anni post-golpe
si è tradotta in ingenti aiuti finanziari da parte di Riyadh alla
debole economia egiziana e la conseguente dipendenza del Cairo alle
politiche regionali saudite, dalla guerra in Yemen a quella contro i Fratelli Musulmani.
I tre settori al centro della discussione sono stati petrolio,
infrastrutture ed elettricità. In particolare, fa sapere Tarek al Molla,
ministro egiziano del petrolio, la compagnia semistatale
saudita Aramco fornirà 500mila barili di greggio ogni mese all’Egitto,
mentre le reti elettriche dei due paesi saranno connesse per uno scambio
di 3mila megawatt l’ora. E ancora il ponte Re Salman che attraverserà
proprio Tiran e Sanafir per incrementare i flussi turistici,
costo previsto di quattro miliardi di dollari; il progetto Neom, una
mega città a cavallo tra Egitto, Giordania e Arabia Saudita, grande
26.500 km quadrati per un totale di 500 miliardi di investimenti; e un
oleodotto che passerà anche questo per le due isole sul Mar Rosso e che
attraverso il Canale di Suez raggiunga il Mar Mediterraneo e dunque
l’Europa.
Sullo sfondo la creazione di un Fondo d’investimento congiunto tra
Egitto e Arabia Saudita che parta da un capitale di 16 miliardi di
dollari e che finanzi, come primi progetti, una centrale elettrica a
Dairout, sud del Cairo, un impianto di trattamento delle acque e alcune
piani residenziali in Sinai e lungo la costa.
Una serie di accordi vitali per la debole economia egiziana che cementano ancora di più la subalternità del Cairo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/03/2018
03/04/2017
Egitto - Al-Sisi incontra Trump. Caos giudiziaro su Tiran e Sanafir
Le due isole disabitate di Tiran e Sanafir non trovano pace. L’ultimo
capitolo della vicenda a dir poco burrascosa è andato in scena ieri
quando la “Corte delle questioni urgenti” ha rovesciato una
precedente sentenza giudiziaria pronunciata a gennaio dalla Corte
suprema che bloccava la loro cessione alla monarchia wahhabita di re
Salman. Un rifiuto, in realtà, che era stato più volte ribadito
in questi mesi: lo scorso 21 giugno un tribunale amministrativo aveva
infatti annullato il loro trasferimento ai sauditi e a novembre una
corte di appello aveva rigettato il ricorso del governo egiziano
ribadendo nei fatti la proprietà egiziana di Tiran e Sanafir.
Non la pensa così però la “Corte delle questioni urgenti” che ieri ha
rovesciato quanto finora sostenuto dalle autorità giudiziarie: la Corte
suprema, ha dichiarato, non ha alcuna giurisdizione a riguardo e
pertanto il suo parere è da considerarsi nullo. Una motivazione che è
stata subito respinta sulle pagine del quotidiano al-Ahram da Malek Adly, uno degli avvocati che ha sfidato l’accordo egiziano-saudita. Secondo Adly, l’organismo
giudiziario di ieri non può emettere sentenze su questo argomento né
può contraddire il parere della Corte amministrativa suprema che ha una
maggiore rilevanza giudiziaria. Che i due apparati giuridici abbiano
posizioni così diametralmente diverse non deve destare alcuna
sorpresa: la Corte delle questioni urgenti è spesso utilizzata dal
governo per passare risoluzioni veloci che favoriscono l’esecutivo o che
servono a silenziare il dissenso politico.
La proprietà di Tiran e Sanafir, per più di 30 anni sotto il
controllo egiziano, è stata a lungo dibattuta nel corso degli anni dal
Cairo e Riyadh che ne hanno rivendicato rispettivamente
l’appartenenza. Alla base dell’accesa disputa diplomatica vi è
l’importanza strategica che le due isole hanno poiché si trovano tra la
città giordana Aqaba e quella israeliana di Eilat. Una rilevanza
geopolitica, del resto, che non è sfuggita alla stessa Tel Aviv che le
aveva occupate nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni salvo poi
restituirle nel 1982 agli egiziani in seguito agli accordi di pace di
Camp David.
La loro recente cessione ai “fratelli” sauditi – stabilita l’anno scorso durante una visita al Cairo di re Salman – aveva
generato accese proteste da parte di numerosi egiziani che avevano
accusato il governo di averle “vendute” in cambio di aiuti economici. Un
sostegno finanziario di cui il governo egiziano ha sempre più bisogno
per sopravvivere vista la situazione economica in cui versa, ma che ha
un prezzo esoso: Riyadh ha comprato la fedeltà egiziana in
politica interna (nella repressione dei Fratelli Musulmani) e in quella
estera con prestiti, finanziamenti, donazioni e accordi sull’export di greggio.
Tutto sembrava procedere bene tra sauditi ed egiziani quando ad
ottobre la luna di miele tra i due sembra essersi interrotta: l’Egitto
ha infatti votato a favore della risoluzione russa sulla Siria avversata
dai sauditi per poi riallacciare i rapporti con Mosca e discutere anche
con l’Iran. Infine non ha mandato in Yemen i soldati che l’Arabia
Saudita si aspettava.
Il verdetto giunge nelle stesse ore in cui al-Sisi è impegnato in un’importante visita ufficiale di cinque giorni negli Usa. Oggi incontrerà il presidente statunitense Donald Trump
a cui ripeterà di essere l’alleato più affidabile nel mondo arabo. Tra i
temi discussi, massima priorità l’avrà la lotta ai gruppi islamisti
(più o meno radicali). Trump, che starebbe pensando di proclamare i
Fratelli Musulmani un “gruppo terroristico”, non avrà molte difficoltà
ad accordarsi con il Cairo che, da quando è salito al potere il golpista
al-Sisi, si è fatto paladino della lotta senza quartiere ai gruppi
dell’Islam politico (tout court considerati “terroristi”). Altri temi
caldi saranno le crisi che vive l’area Mena (Medio Oriente e Nord
Africa): dalla mattanza siro-irachena, al caos libico passando per il
dimenticato Yemen. Dovrebbe trovare spazio anche la questione
palestinese: ancora una volta verrà proposta dagli egiziani l’iniziativa
araba del 2002 che offre a Israele il riconoscimento dei trattati di
pace con tutti i Paesi della regione in cambio del suo ritiro dai
territori palestinesi e arabi che ha occupato nel 1967.
L’incontro tra i due presidenti – la prima visita ufficiale di un
capo di stato egiziano alla Casa Bianca dal 2010 – sarà sicuramente
“disteso”: al-Sisi, del resto, è stato il primo capo di stato arabo a
felicitarsi a novembre con il suo pari americano per la vittoria alle
presidenziali. Congratulazioni non soltanto figlie di retorica e
diplomazia, ma manifestazioni sincere di vicinanza a Trump dopo alcune
divergenze con l’amministrazione Obama. Differenze che, tuttavia, non
hanno mai ostacolato l’arrivo degli ingenti aiuti militari ed economici
americani all’Egitto (oltre 2 miliardi di dollari all’anno) previsti
dagli accordi di Camp David del 1979.
In attesa del vertice di oggi con il nuovo inquilino della Casa Bianca, ieri, intanto,
al-Sisi ha incontrato il capo della Banca Mondiale Jim Yong Kim con cui
ha discusso delle riforme economiche implementate dal suo governo, di
cooperazione nello sviluppo di importanti progetti sul suo territorio,
di energia e trasporti. Il presidente ha poi detto a Kim che il
suo esecutivo continuerà a realizzare il piano di riforme economiche
previsto espandendo i programmi e le reti di protezione sociale e
compiendo ulteriori passi in campo amministrativo e legislativo.
L’incontro, tra sorrisi e strette di mano, è giunto più o meno a una
settimana di distanza dalla consegna all’Egitto della prima tranche di
aiuti (1 miliardo di dollari sui 3 complessivi) stanziati dalla Banca
Mondiale per sostenere le “riforme economiche” del Cairo, in particolar
modo in campo fiscale, in quello energetico e nel settore privato.
Ma soldi arrivano anche dal Fondo Monetario che a novembre ha
consegnato all’Egitto la prima parte degli aiuti economici (2,75
miliardi di dollari, sui 12 totali).
Rimpinguare le casse vuote egiziane è solo uno dei problemi che deve affrontare al-Sisi. Un altro tema chiave è quello legato alla sicurezza. Ieri l’esercito egiziano ha confermato l’uccisione (avvenuto lo scorso 18 marzo) di Abu Anas al-Ansari,
uno dei membri fondatori del gruppo jihadista Ansar Beit al-Maqdis. La
sua organizzazione aveva giurato alleanza all’autoproclamato califfato
nel novembre del 2014 cambiando il nome in “Stato Islamico – provincia
del Sinai”.
09/11/2016
Egitto - Al-Sisi non riesce a liberarsi di Tiran e Sanafir
Chiara Cruciati
Un altro schiaffo al regime del Cairo è arrivato ieri dopo la sentenza del 21 giugno con cui una corte amministrativa egiziana aveva annullato la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, decisa ad aprile dal presidente al-Sisi durante la visita di re Salman nel paese.
Ieri la corte amministrativa di appello ha rigettato il ricorso mosso a fine giugno dall’esecutivo, confermando di fatto l’annullamento dell’accordo di cessione. Tiran e Sanafir, insiste la magistratura egiziana, sono proprietà nazionale. Non si svendono, come richiesto all’epoca da una mozione di un gruppo di avvocati tra cui il noto Malek Adly della Rete degli avvocati dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights, che ha trascorso per questo cinque mesi in prigione in totale isolamento.
Non solo: la corte ha multato il presidente al-Sisi e il premier Ismail. Dovranno pagare 800 sterline egiziane, poco più di 40 euro, a testa per aver fatto appello, ma non si fermano: il 5 dicembre è prevista l’udienza di fronte all’Alta Corte Amministrativa. Una multa simbolica, è vero, ma che lascia il presidente golpista nudo. Proprio quella cessione, ad aprile, scatenò proteste di massa nel paese, manifestazioni popolari per la prima volta dal golpe del 2013 e dalla repressione sanguinosa delle proteste dei Fratelli Musulmani.
Il paese si era sollevato per due isole, ma quella sollevazione aveva il sapore chiaro del crollo di consenso verso un governo repressivo e dittatoriale. In migliaia sono finiti in prigione per aver difeso le due isole. E i tribunali continuano a dare loro ragione, sebbene siano ancora tantissimi gli attivisti dietro le sbarre. Oltre 150 di loro sono stati condannati a pene dai due ai cinque anni.
Di quella cessione, però, il governo egiziano aveva bisogno per sopravvivere. Un regalo che sottintendeva l’ingresso nella sfera d'influenza e potere saudita che a suon di miliardi di dollari – linfa vitale per un paese in grave crisi economica – si comprava la fedeltà egiziana in politica interna (nella repressione dei Fratelli Musulmani) e in quella estera con prestiti, finanziamenti, donazioni e accordi sull’export di greggio. Ma ad ottobre Il Cairo ha preso decisioni decisamente negative per Riyadh, la fine della luna di miele: l’Egitto ha infatti votato a favore della risoluzione russa sulla Siria avversata dai sauditi, per poi riallacciare i rapporti con Mosca e discutere anche con l’Iran. Infine non ha mandato in Yemen i soldati che l’Arabia Saudita si aspettava.
Non stupisce dunque la decisione di lunedì di Riyadh che ha sospeso a tempo indeterminato un accordo di aiuti energetici da 23 miliardi di dollari al Cairo. A confermarlo è stato il ministro del Petrolio egiziano El Molla: “Non ci hanno dato una motivazione. Ci hanno solo informato di aver bloccato la spedizione di greggio fino a prossima notifica”.
Anche questo accordo risaliva alla visita di aprile di re Salman al Cairo: 700mila tonnellate di greggio raffinato al mese per cinque anni. I primi cargo sono partiti e arrivati fino all’inizio di ottobre. Poi i primi screzi e oggi il blocco. A monte, dicono fonti saudite, la visita che il ministro El Molla avrebbe dovuto fare in Iran, proprio per negoziare un altro accordo petrolifero. El Molla nega, ma la rottura non si è ricucita. Forse al-Sisi si sente abbastanza coperto dai generosi prestiti di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.
Fonte
Un altro schiaffo al regime del Cairo è arrivato ieri dopo la sentenza del 21 giugno con cui una corte amministrativa egiziana aveva annullato la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, decisa ad aprile dal presidente al-Sisi durante la visita di re Salman nel paese.
Ieri la corte amministrativa di appello ha rigettato il ricorso mosso a fine giugno dall’esecutivo, confermando di fatto l’annullamento dell’accordo di cessione. Tiran e Sanafir, insiste la magistratura egiziana, sono proprietà nazionale. Non si svendono, come richiesto all’epoca da una mozione di un gruppo di avvocati tra cui il noto Malek Adly della Rete degli avvocati dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights, che ha trascorso per questo cinque mesi in prigione in totale isolamento.
Non solo: la corte ha multato il presidente al-Sisi e il premier Ismail. Dovranno pagare 800 sterline egiziane, poco più di 40 euro, a testa per aver fatto appello, ma non si fermano: il 5 dicembre è prevista l’udienza di fronte all’Alta Corte Amministrativa. Una multa simbolica, è vero, ma che lascia il presidente golpista nudo. Proprio quella cessione, ad aprile, scatenò proteste di massa nel paese, manifestazioni popolari per la prima volta dal golpe del 2013 e dalla repressione sanguinosa delle proteste dei Fratelli Musulmani.
Il paese si era sollevato per due isole, ma quella sollevazione aveva il sapore chiaro del crollo di consenso verso un governo repressivo e dittatoriale. In migliaia sono finiti in prigione per aver difeso le due isole. E i tribunali continuano a dare loro ragione, sebbene siano ancora tantissimi gli attivisti dietro le sbarre. Oltre 150 di loro sono stati condannati a pene dai due ai cinque anni.
Di quella cessione, però, il governo egiziano aveva bisogno per sopravvivere. Un regalo che sottintendeva l’ingresso nella sfera d'influenza e potere saudita che a suon di miliardi di dollari – linfa vitale per un paese in grave crisi economica – si comprava la fedeltà egiziana in politica interna (nella repressione dei Fratelli Musulmani) e in quella estera con prestiti, finanziamenti, donazioni e accordi sull’export di greggio. Ma ad ottobre Il Cairo ha preso decisioni decisamente negative per Riyadh, la fine della luna di miele: l’Egitto ha infatti votato a favore della risoluzione russa sulla Siria avversata dai sauditi, per poi riallacciare i rapporti con Mosca e discutere anche con l’Iran. Infine non ha mandato in Yemen i soldati che l’Arabia Saudita si aspettava.
Non stupisce dunque la decisione di lunedì di Riyadh che ha sospeso a tempo indeterminato un accordo di aiuti energetici da 23 miliardi di dollari al Cairo. A confermarlo è stato il ministro del Petrolio egiziano El Molla: “Non ci hanno dato una motivazione. Ci hanno solo informato di aver bloccato la spedizione di greggio fino a prossima notifica”.
Anche questo accordo risaliva alla visita di aprile di re Salman al Cairo: 700mila tonnellate di greggio raffinato al mese per cinque anni. I primi cargo sono partiti e arrivati fino all’inizio di ottobre. Poi i primi screzi e oggi il blocco. A monte, dicono fonti saudite, la visita che il ministro El Molla avrebbe dovuto fare in Iran, proprio per negoziare un altro accordo petrolifero. El Molla nega, ma la rottura non si è ricucita. Forse al-Sisi si sente abbastanza coperto dai generosi prestiti di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.
Fonte
16/04/2016
Egitto - Decine di arresti nella manifestazione anti al-Sisi
Chiara Cruciati - il Manifesto
Nelle strade egiziane della protesta anti-governativa appare anche Giulio. A reggere un cartello con il suo volto è una donna: «Giustizia per Regeni, i cinque uccisi e tutti i martiri», dice il manifesto esibito proprio di fronte alla sede della Corte Suprema. In realtà i manifestanti non sono riusciti a raggiungere Piazza Tahrir, a impedirglielo cordoni di polizia impossibili da passare: poliziotti in tenuta anti-sommossa, un centinaio di veicoli blindati a circondare la piazza, checkpoint militari in ingresso al Cairo, gas lacrimogeni e proiettili di gomma che hanno invaso le strade che portano alla piazza simbolo della rivoluzione del 2011. E la fermata della metropolitana di Sadat chiusa fin dalle prime ore del mattino, come nei giorni bui successivi al golpe del 2013.
Le marce contro il presidente al-Sisi erano partite da due moschee, la Mustafa Mahmoud e la al-Istiqama, per dirigersi verso Tahrir dopo la preghiera del venerdì. Forte la concentrazione anche di fronte alla sede del sindacato della stampa, teatro nei giorni scorsi del sit-in delle famiglie dei 42 giornalisti egiziani tuttora in carcere. Sono stati esibiti cartelli con su scritto “La terra è onore”, chiaro riferimento alle due isole sul Mar Rosso, Tinar e Sanafir, cedute ai sauditi, ma soprattutto si sono sentiti slogan urlati con forza: «La gente vuole la fine del regime», «Basta con il potere militare», «Al-Sisi vattene». Al fitto lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma la folla si è dispersa in ogni direzione, cinquanta gli arrestati tra cui una trentina di giornalisti e fotografi. Dopotutto il Ministero degli interni aveva lanciato giovedì tetri avvertimenti: «Non scendete in piazza o saranno prese tutte le misure legali necessarie a garantire la sicurezza».
E con legali si intende la repressione violenta, garantita dalla nuova legge promossa dal regime militare che non autorizza sit-in o marce se non previa comunicazione e accettazione delle autorità. Ovviamente si parla della sicurezza del regime, non del paese. In strada ieri c’erano tutte le anime di opposizione, dai Fratelli Musulmani al Movimento 6 Aprile, tra i più colpiti dalla repressione di al-Sisi, dai movimenti giovanili ai nasseriani ai socialisti rivoluzionari. Perché se la chiamata alla protesta è partita dalla cessione delle due isole, in strada si è scesi per gridare la rabbia contro il regime.
I numeri previsti sono stati disattesi, forse per paura dei servizi di sicurezza: alla fine, secondo i media arabi, i manifestanti erano 3-4mila. Molti di meno, qualche decina, i manifestanti pro-governativi che hanno marciato ad Alessandria, in risposta a Piazza Tahrir. Ma la portata della protesta di ieri è comunque molto significativa: è la prima vera manifestazione di massa dall’elezione dell’ex generale al-Sisi alla presidenza, dall’estate del 2014. Una protesta che si accompagna alle sferzanti critiche che nelle ultime settimane la stampa egiziana, pro governativa e non, hanno riservato al Cairo.
Fonte
Nelle strade egiziane della protesta anti-governativa appare anche Giulio. A reggere un cartello con il suo volto è una donna: «Giustizia per Regeni, i cinque uccisi e tutti i martiri», dice il manifesto esibito proprio di fronte alla sede della Corte Suprema. In realtà i manifestanti non sono riusciti a raggiungere Piazza Tahrir, a impedirglielo cordoni di polizia impossibili da passare: poliziotti in tenuta anti-sommossa, un centinaio di veicoli blindati a circondare la piazza, checkpoint militari in ingresso al Cairo, gas lacrimogeni e proiettili di gomma che hanno invaso le strade che portano alla piazza simbolo della rivoluzione del 2011. E la fermata della metropolitana di Sadat chiusa fin dalle prime ore del mattino, come nei giorni bui successivi al golpe del 2013.
Le marce contro il presidente al-Sisi erano partite da due moschee, la Mustafa Mahmoud e la al-Istiqama, per dirigersi verso Tahrir dopo la preghiera del venerdì. Forte la concentrazione anche di fronte alla sede del sindacato della stampa, teatro nei giorni scorsi del sit-in delle famiglie dei 42 giornalisti egiziani tuttora in carcere. Sono stati esibiti cartelli con su scritto “La terra è onore”, chiaro riferimento alle due isole sul Mar Rosso, Tinar e Sanafir, cedute ai sauditi, ma soprattutto si sono sentiti slogan urlati con forza: «La gente vuole la fine del regime», «Basta con il potere militare», «Al-Sisi vattene». Al fitto lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma la folla si è dispersa in ogni direzione, cinquanta gli arrestati tra cui una trentina di giornalisti e fotografi. Dopotutto il Ministero degli interni aveva lanciato giovedì tetri avvertimenti: «Non scendete in piazza o saranno prese tutte le misure legali necessarie a garantire la sicurezza».
E con legali si intende la repressione violenta, garantita dalla nuova legge promossa dal regime militare che non autorizza sit-in o marce se non previa comunicazione e accettazione delle autorità. Ovviamente si parla della sicurezza del regime, non del paese. In strada ieri c’erano tutte le anime di opposizione, dai Fratelli Musulmani al Movimento 6 Aprile, tra i più colpiti dalla repressione di al-Sisi, dai movimenti giovanili ai nasseriani ai socialisti rivoluzionari. Perché se la chiamata alla protesta è partita dalla cessione delle due isole, in strada si è scesi per gridare la rabbia contro il regime.
I numeri previsti sono stati disattesi, forse per paura dei servizi di sicurezza: alla fine, secondo i media arabi, i manifestanti erano 3-4mila. Molti di meno, qualche decina, i manifestanti pro-governativi che hanno marciato ad Alessandria, in risposta a Piazza Tahrir. Ma la portata della protesta di ieri è comunque molto significativa: è la prima vera manifestazione di massa dall’elezione dell’ex generale al-Sisi alla presidenza, dall’estate del 2014. Una protesta che si accompagna alle sferzanti critiche che nelle ultime settimane la stampa egiziana, pro governativa e non, hanno riservato al Cairo.
Fonte
Egitto - Opposizioni in piazza contro Al-Sisi
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Dalla rete alla piazza il passo è breve: il Movimento 6 Aprile, leader della rivoluzione del 2011 (dichiarato organizzazione terroristica, i suoi esponenti tutti in carcere), ha annunciato per oggi una manifestazione in Piazza Tahrir e in altre province egiziane contro la cessione delle isole del Mar Rosso, Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Sotto lo slogan «Sopra i nostri cadaveri», i sostenitori del movimento si ritroveranno a Tahrir dopo essere partiti da 30 diverse moschee del Cairo. Hanno già aderito molti movimenti di base, i socialisti rivoluzionari, il partito al-Dustour (fondato dal premio Nobel al-Baradei), il nasseriano Popular Current Party e i Fratelli Musulmani, considerati terroristi dal governo. Gli organizzatori puntano ad un milione di manifestanti.
Manifestazione, ovviamente, non autorizzata dal Ministero degli Interni che dichiara all’agenzia al-Bawaba di non aver ricevuto alcuna richiesta: la legge promossa da al-Sisi vieta proteste senza via libera del governo. Poco dopo viene pubblicato un avvertimento ufficiale: non scendete in piazza, scrive il Ministero degli Interni. «Facciamo appello ai cittadini: vi mettiamo in guardia contro ogni tentativo di violare la legge o saranno prese le misure necessarie a garantire la sicurezza».
Il rischio è che la protesta dia l’opportunità alla polizia di intervenire con la violenza, come spesso accaduto dal luglio 2013 ad oggi. Massacri e arresti di massa che mercoledì un rapporto di Human Rights Watch ha in parte fotografato: dall’ottobre 2014 almeno 7.420 civili sono stati giudicati da corti militari, spesso in processi di massa che – dice l’organizzazione – «violano il diritto fondamentale ad un giudizio equo» e «accelerano la repressione degli oppositori».
Fondato sui dati raccolti dall’associazione indipendente Egyptian Coordination for Rights and Freedom, l’Hrw riporta di confessioni strappate sotto tortura e di 86 minorenni in giudizio, grazie all’autorità regalata da al-Sisi alla sicurezza interna con la legge anti-terrorismo che pone ogni proprietà pubblica – comprese strade e piazza – sotto giurisdizione militare.
Solo un giorno prima il presidente aveva assicurato: «Il problema più grave dell’Egitto non è la libertà di espressione». Ieri i media hanno risposto al presidente e all’accusa di propaganda. Nel mirino della stampa, molto più del caso Regeni, c’è la cessione delle due isole a Riyadh. Per al-Sisi l’ancora di salvataggio dalla crisi economica, per l’opinione pubblica una vergognosa violazione della sovranità. Tra i più critici c’è il quotidiano del governo al-Ahram che in un editoriale di Osama al-Ghazaly Harb rigira la questione: «La colpa non è dei media, ma del governo».
Sul Daily News Egypt le reazioni sono lasciate agli analisti: «Il presidente getta le responsabilità sui media, senza guardare ai fallimenti dovuti alla sua cattiva gestione e alla mancanza di esperienza – dice il commentatore politico Ammar Ali Hassan – Temo che la prossima volta manderà un messaggio più diretto, misure contro gli oppositori».
Ma è sui social network che il popolo egiziano si prende gioco del presidente-golpista: vignette che ritraggono il monarca saudita portarsi via le due isole su un tappeto volante a forma di dollaro e tweet sui regali di Riyadh al presidente e ai ministri egiziani. Orologi Rolex da 150mila e 300mila dollari, riporta il sito Middle East Observer, e Tissot da 1.500 dollari a oltre 500 membri del parlamento. Intanto una petizione online contro la cessione ha già raggiunto quasi 20mila firme.
Eppure Il Cairo del golpe gode ancora di protezione internazionale. Così si comprende l’ostinata spavalderia di al-Sisi nei confronti di un alleato come l’Italia: ha salvagenti a cui aggrapparsi. Ha l’Arabia Saudita e i suoi 20 miliardi di dollari in investimenti; ha la Francia pronta a sostituire Roma come primo partner europeo nel settore commerciale e militare (basta buttare un occhio alle ambizioni belliche di Parigi nella vicina Libia); ha la Banca Mondiale che ieri ha dato il via libera al primo di tre miliardi di dollari di prestito per sostenere la traballante economia egiziana.
E ha l’Unione Europea che, pur condannando l’omicidio di Giulio, non discute le relazioni con il principale partner nel Mediterraneo del Sud: dal 2004 ad oggi il commercio bilaterale è raddoppiato, con un apice di 24 miliardi di euro nel 2012. Tra le importazioni crescono carburante, tessile e prodotti chimici; nell’export servizi di terziario e macchinari.
Fonte
Dalla rete alla piazza il passo è breve: il Movimento 6 Aprile, leader della rivoluzione del 2011 (dichiarato organizzazione terroristica, i suoi esponenti tutti in carcere), ha annunciato per oggi una manifestazione in Piazza Tahrir e in altre province egiziane contro la cessione delle isole del Mar Rosso, Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Sotto lo slogan «Sopra i nostri cadaveri», i sostenitori del movimento si ritroveranno a Tahrir dopo essere partiti da 30 diverse moschee del Cairo. Hanno già aderito molti movimenti di base, i socialisti rivoluzionari, il partito al-Dustour (fondato dal premio Nobel al-Baradei), il nasseriano Popular Current Party e i Fratelli Musulmani, considerati terroristi dal governo. Gli organizzatori puntano ad un milione di manifestanti.
Manifestazione, ovviamente, non autorizzata dal Ministero degli Interni che dichiara all’agenzia al-Bawaba di non aver ricevuto alcuna richiesta: la legge promossa da al-Sisi vieta proteste senza via libera del governo. Poco dopo viene pubblicato un avvertimento ufficiale: non scendete in piazza, scrive il Ministero degli Interni. «Facciamo appello ai cittadini: vi mettiamo in guardia contro ogni tentativo di violare la legge o saranno prese le misure necessarie a garantire la sicurezza».
Il rischio è che la protesta dia l’opportunità alla polizia di intervenire con la violenza, come spesso accaduto dal luglio 2013 ad oggi. Massacri e arresti di massa che mercoledì un rapporto di Human Rights Watch ha in parte fotografato: dall’ottobre 2014 almeno 7.420 civili sono stati giudicati da corti militari, spesso in processi di massa che – dice l’organizzazione – «violano il diritto fondamentale ad un giudizio equo» e «accelerano la repressione degli oppositori».
Fondato sui dati raccolti dall’associazione indipendente Egyptian Coordination for Rights and Freedom, l’Hrw riporta di confessioni strappate sotto tortura e di 86 minorenni in giudizio, grazie all’autorità regalata da al-Sisi alla sicurezza interna con la legge anti-terrorismo che pone ogni proprietà pubblica – comprese strade e piazza – sotto giurisdizione militare.
Solo un giorno prima il presidente aveva assicurato: «Il problema più grave dell’Egitto non è la libertà di espressione». Ieri i media hanno risposto al presidente e all’accusa di propaganda. Nel mirino della stampa, molto più del caso Regeni, c’è la cessione delle due isole a Riyadh. Per al-Sisi l’ancora di salvataggio dalla crisi economica, per l’opinione pubblica una vergognosa violazione della sovranità. Tra i più critici c’è il quotidiano del governo al-Ahram che in un editoriale di Osama al-Ghazaly Harb rigira la questione: «La colpa non è dei media, ma del governo».
Sul Daily News Egypt le reazioni sono lasciate agli analisti: «Il presidente getta le responsabilità sui media, senza guardare ai fallimenti dovuti alla sua cattiva gestione e alla mancanza di esperienza – dice il commentatore politico Ammar Ali Hassan – Temo che la prossima volta manderà un messaggio più diretto, misure contro gli oppositori».
Ma è sui social network che il popolo egiziano si prende gioco del presidente-golpista: vignette che ritraggono il monarca saudita portarsi via le due isole su un tappeto volante a forma di dollaro e tweet sui regali di Riyadh al presidente e ai ministri egiziani. Orologi Rolex da 150mila e 300mila dollari, riporta il sito Middle East Observer, e Tissot da 1.500 dollari a oltre 500 membri del parlamento. Intanto una petizione online contro la cessione ha già raggiunto quasi 20mila firme.
Eppure Il Cairo del golpe gode ancora di protezione internazionale. Così si comprende l’ostinata spavalderia di al-Sisi nei confronti di un alleato come l’Italia: ha salvagenti a cui aggrapparsi. Ha l’Arabia Saudita e i suoi 20 miliardi di dollari in investimenti; ha la Francia pronta a sostituire Roma come primo partner europeo nel settore commerciale e militare (basta buttare un occhio alle ambizioni belliche di Parigi nella vicina Libia); ha la Banca Mondiale che ieri ha dato il via libera al primo di tre miliardi di dollari di prestito per sostenere la traballante economia egiziana.
E ha l’Unione Europea che, pur condannando l’omicidio di Giulio, non discute le relazioni con il principale partner nel Mediterraneo del Sud: dal 2004 ad oggi il commercio bilaterale è raddoppiato, con un apice di 24 miliardi di euro nel 2012. Tra le importazioni crescono carburante, tessile e prodotti chimici; nell’export servizi di terziario e macchinari.
Fonte
13/04/2016
Tiran e Sanafir: la porta del Golfo di Aqaba
di Barbara Antonelli
Capirci qualcosa non è facile. Se provate a cercare su googlemaps l’isola di Tiran e la più piccola Sanafir scoprirete che le isole appartengono all’Arabia Saudita. Lo stesso indicano altre mappe, anche quelle del National Geographic. Sul sito della Cia invece, si legge che «l’Arabia Saudita reclama» la sovranità delle due isole, di fatto «amministrate dal governo egiziano». E infatti da una qualsiasi veloce ricerca su internet emerge che le due isole sono parte integrante della riserva marina del Parco Nazionale egiziano di Ras Mohammed, e i reef nei dintorni possono essere esplorati con escursioni giornaliere da Sharm El Sheikh che diverse agenzie di turismo propongono ad appassionati di diving e snorkeling.
La stampa araba non ha mai parlato troppo di Tiran e Sanafir: queste due isole granitiche erano cadute nell’oblio nonostante la loro posizione strategica, tre miglia dal Sinai e quattro dalla costa saudita, proprio alla bocca del Golfo di Aqaba e sino a ieri l’Arabia Saudita non aveva mai fatto grandi passi per rientrarne in possesso. Eppure le due isole sono state al centro di molte delle vicende che hanno interessato la regione. Nel 1949 fu King Faisal a consentire all’Egitto di occupare le due isole per escludere il passaggio delle navi israeliane nelle acque dello stretto di Tiran. L’accordo egiziano-saudita che concedeva all’Egitto di disporre del territorio fu comunicato a Regno Unito e Usa rispettivamente nel gennaio e nel febbraio del 1950. Nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Penisola del Sinai (oltre a West Bank, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan) e di fatto anche le due isole divennero territorio occupato. Ma nel 1979 con gli Accordi di Pace tra Egitto e Israele, in seguito a Camp David, Sadat non fece includere le due isole nelle negoziazioni, rispolverando la questione della proprietà saudita. Accordi che prevedevano oltre al ritiro completo di Israele dal Sinai, anche il passaggio delle navi israeliane nel Canale di Suez e il riconoscimento dello stretto di Tiran e del golfo di Aqaba come vie di navigazione internazionale.
Pochi sanno che sull’isola di Tiran c’è una postazione operativa remota (la OP3-11) della MFO, la Multinational Force & Observers, una missione di cosiddetto «peacekeeping», in realtà una presenza militare, nata proprio in seguito alla firma degli Accordi di pace tra Egitto e Israele. Nel 1979, entrambi le parti richiesero una presenza ONU nel Sinai. Ma quando fu chiaro che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe potuto approvare lo stazionamento nel Sinai di forze ONU (per via della minaccia di veto da parte dell’Unione Sovietica), fu negoziato un protocollo aggiuntivo nel 1981 che stabiliva la creazione della MFO, come forza «alternativa». Un contingente militare con personale fornito da 12 paesi, tra cui anche l’Italia, con un quartier generale a Roma, due uffici, uno a Il Cairo e l’altro a Tel Aviv. Le spese di gestione del MFO sono equamente ripartite tra Egitto e Israele e ovviamente la terza parte è coperta dagli USA. Sul sito globalsecurity.org, le informazioni riguardanti la postazione OP3-11 di Tiran sono ancora più dettagliate e apprendiamo che «le isole ufficialmente appartengono all’Arabia Saudita, ma sono date in uso dall’Egitto e sono sottoposte a strette restrizioni militari che non ne consentono l’accesso».
Insomma è pur vero che si tratta di due massi di granito ricoperti da rocce sedimentarie, qualche foresta di mangrovia e qualche reef di corallo ma nessuno per decenni si è dato la briga di chiarirne l’effettiva proprietà. E la stessa Arabia Saudita era stata riluttante a intraprendere qualsiasi aperta richiesta di sovranità, consentendo che le isole rimanessero di fatto «occupate».
Fonte
Per approfondire Al Sisi cede Tiran e Sanafir a re Salman, rabbia in Egitto
Capirci qualcosa non è facile. Se provate a cercare su googlemaps l’isola di Tiran e la più piccola Sanafir scoprirete che le isole appartengono all’Arabia Saudita. Lo stesso indicano altre mappe, anche quelle del National Geographic. Sul sito della Cia invece, si legge che «l’Arabia Saudita reclama» la sovranità delle due isole, di fatto «amministrate dal governo egiziano». E infatti da una qualsiasi veloce ricerca su internet emerge che le due isole sono parte integrante della riserva marina del Parco Nazionale egiziano di Ras Mohammed, e i reef nei dintorni possono essere esplorati con escursioni giornaliere da Sharm El Sheikh che diverse agenzie di turismo propongono ad appassionati di diving e snorkeling.
La stampa araba non ha mai parlato troppo di Tiran e Sanafir: queste due isole granitiche erano cadute nell’oblio nonostante la loro posizione strategica, tre miglia dal Sinai e quattro dalla costa saudita, proprio alla bocca del Golfo di Aqaba e sino a ieri l’Arabia Saudita non aveva mai fatto grandi passi per rientrarne in possesso. Eppure le due isole sono state al centro di molte delle vicende che hanno interessato la regione. Nel 1949 fu King Faisal a consentire all’Egitto di occupare le due isole per escludere il passaggio delle navi israeliane nelle acque dello stretto di Tiran. L’accordo egiziano-saudita che concedeva all’Egitto di disporre del territorio fu comunicato a Regno Unito e Usa rispettivamente nel gennaio e nel febbraio del 1950. Nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Penisola del Sinai (oltre a West Bank, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan) e di fatto anche le due isole divennero territorio occupato. Ma nel 1979 con gli Accordi di Pace tra Egitto e Israele, in seguito a Camp David, Sadat non fece includere le due isole nelle negoziazioni, rispolverando la questione della proprietà saudita. Accordi che prevedevano oltre al ritiro completo di Israele dal Sinai, anche il passaggio delle navi israeliane nel Canale di Suez e il riconoscimento dello stretto di Tiran e del golfo di Aqaba come vie di navigazione internazionale.
Pochi sanno che sull’isola di Tiran c’è una postazione operativa remota (la OP3-11) della MFO, la Multinational Force & Observers, una missione di cosiddetto «peacekeeping», in realtà una presenza militare, nata proprio in seguito alla firma degli Accordi di pace tra Egitto e Israele. Nel 1979, entrambi le parti richiesero una presenza ONU nel Sinai. Ma quando fu chiaro che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe potuto approvare lo stazionamento nel Sinai di forze ONU (per via della minaccia di veto da parte dell’Unione Sovietica), fu negoziato un protocollo aggiuntivo nel 1981 che stabiliva la creazione della MFO, come forza «alternativa». Un contingente militare con personale fornito da 12 paesi, tra cui anche l’Italia, con un quartier generale a Roma, due uffici, uno a Il Cairo e l’altro a Tel Aviv. Le spese di gestione del MFO sono equamente ripartite tra Egitto e Israele e ovviamente la terza parte è coperta dagli USA. Sul sito globalsecurity.org, le informazioni riguardanti la postazione OP3-11 di Tiran sono ancora più dettagliate e apprendiamo che «le isole ufficialmente appartengono all’Arabia Saudita, ma sono date in uso dall’Egitto e sono sottoposte a strette restrizioni militari che non ne consentono l’accesso».
Insomma è pur vero che si tratta di due massi di granito ricoperti da rocce sedimentarie, qualche foresta di mangrovia e qualche reef di corallo ma nessuno per decenni si è dato la briga di chiarirne l’effettiva proprietà. E la stessa Arabia Saudita era stata riluttante a intraprendere qualsiasi aperta richiesta di sovranità, consentendo che le isole rimanessero di fatto «occupate».
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Per approfondire Al Sisi cede Tiran e Sanafir a re Salman, rabbia in Egitto
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