di Barbara Antonelli
Capirci qualcosa non è facile.
Se provate a cercare su googlemaps l’isola di Tiran e la più piccola
Sanafir scoprirete che le isole appartengono all’Arabia Saudita. Lo
stesso indicano altre mappe, anche quelle del National Geographic. Sul
sito della Cia invece, si legge che «l’Arabia Saudita reclama» la
sovranità delle due isole, di fatto «amministrate dal governo egiziano». E infatti da una qualsiasi veloce ricerca su internet emerge che le due isole sono parte integrante della riserva marina del Parco Nazionale egiziano di Ras Mohammed,
e i reef nei dintorni possono essere esplorati con escursioni
giornaliere da Sharm El Sheikh che diverse agenzie di turismo propongono
ad appassionati di diving e snorkeling.
La stampa araba non ha mai parlato troppo di Tiran e Sanafir:
queste due isole granitiche erano cadute nell’oblio nonostante la
loro posizione strategica, tre miglia dal Sinai e quattro dalla costa
saudita, proprio alla bocca del Golfo di Aqaba e sino a ieri l’Arabia
Saudita non aveva mai fatto grandi passi per rientrarne in possesso. Eppure le due isole sono state al centro di molte delle vicende che hanno interessato la regione. Nel 1949 fu King Faisal
a consentire all’Egitto di occupare le due isole per escludere il
passaggio delle navi israeliane nelle acque dello stretto di Tiran. L’accordo
egiziano-saudita che concedeva all’Egitto di disporre del territorio fu
comunicato a Regno Unito e Usa rispettivamente nel gennaio e nel
febbraio del 1950. Nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Penisola del Sinai (oltre a West Bank, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan) e di fatto anche le due isole divennero territorio occupato. Ma nel 1979 con gli Accordi di Pace tra Egitto e Israele, in seguito a
Camp David, Sadat non fece includere le due isole nelle negoziazioni,
rispolverando la questione della proprietà saudita. Accordi che
prevedevano oltre al ritiro completo di Israele dal Sinai, anche il
passaggio delle navi israeliane nel Canale di Suez e il riconoscimento
dello stretto di Tiran e del golfo di Aqaba come vie di navigazione
internazionale.
Pochi sanno che sull’isola di Tiran c’è una postazione operativa remota (la
OP3-11) della MFO, la Multinational Force & Observers, una missione
di cosiddetto «peacekeeping», in realtà una presenza militare, nata
proprio in seguito alla firma degli Accordi di pace tra Egitto e
Israele. Nel 1979, entrambi le parti richiesero una presenza
ONU nel Sinai. Ma quando fu chiaro che il Consiglio di Sicurezza non
avrebbe potuto approvare lo stazionamento nel Sinai di forze ONU (per
via della minaccia di veto da parte dell’Unione Sovietica), fu negoziato
un protocollo aggiuntivo nel 1981 che stabiliva la creazione della MFO,
come forza «alternativa». Un contingente militare con personale
fornito da 12 paesi, tra cui anche l’Italia, con un quartier generale a
Roma, due uffici, uno a Il Cairo e l’altro a Tel Aviv. Le
spese di gestione del MFO sono equamente ripartite tra Egitto e Israele e
ovviamente la terza parte è coperta dagli USA. Sul sito globalsecurity.org, le informazioni riguardanti la postazione OP3-11
di Tiran sono ancora più dettagliate e apprendiamo che «le isole
ufficialmente appartengono all’Arabia Saudita, ma sono date in uso
dall’Egitto e sono sottoposte a strette restrizioni militari che non ne
consentono l’accesso».
Insomma è pur vero che si tratta di due massi di granito
ricoperti da rocce sedimentarie, qualche foresta di mangrovia e qualche
reef di corallo ma nessuno per decenni si è dato la briga di chiarirne
l’effettiva proprietà. E la stessa Arabia Saudita era stata riluttante a intraprendere qualsiasi aperta richiesta di sovranità,
consentendo che le isole rimanessero di fatto «occupate».
Fonte
Per approfondire Al Sisi cede Tiran e Sanafir a re Salman, rabbia in Egitto
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