di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Le porte delle celle
turche continuano ad aprirsi: ieri è stato arrestato un altro
parlamentare dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di
sinistra pro-kurda decapitata da un’ondata di arresti senza precedenti. È
stato preso ieri ad Hakkari Nihat Akdagon, uno dei tre deputati che
mancavano alla lista nera di Ankara. Non cessano nemmeno le proteste,
violentemente attaccate dalla polizia: ieri è toccato ad una
manifestazione indetta da organizzazioni di donne, aggredite con
proiettili di gomma a Istanbul.
All’autoritarismo governativo, l’Hdp ha risposto domenica annunciando
la sospensione delle attività parlamentari, interne all’assemblea e
nelle commissioni. Quasi una secessione dell’Aventino, se ci è permesso
il paragone, a cui reagisce il premier Yildirim: dopo aver arrestato 12
deputati Hdp, minaccia di accusare di tradimento gli altri 46 se non si
presenteranno in parlamento. Ma li accusa anche di finanziare il
terrorismo, pur volendoli seduti sugli scranni parlamentari: domenica ha
parlato di trasferimento di denaro dai comuni guidati dall’Hdp al Pkk.
Una guerra senza quartiere, che arriva all’Europa: ieri il governo ha
convocato gli ambasciatori dei paesi della Ue per le condanna espresse
dopo gli arresti. Ne abbiamo parlato con il giornalista turco di origine
azera Mahir Zeynalov, editorialista di Al Arabiya e commentatore per Cnn e Bbc, deportato dal paese nel febbraio 2014.
Cosa ci si deve aspettare dalla nuova ondata repressiva?
Con la crescente repressione contro media e politici kurdi, il
governo turco li sta portando al limite: aprirà ad una battaglia interna
tra kurdi e esercito, una guerra civile che potrebbe allargarsi
ulteriormente. Sono le azioni di Ankara a rendere concreto un simile
scenario.
L’obiettivo è distruggere la sola opposizione al
presidenzialismo. Ma l’attacco va letto anche come parte di una
strategia più ampia che coinvolge Siria e Iraq?
Erdogan non tollera chiunque metta in dubbio la sua autorità mentre è
alla caccia di pieni poteri presidenziali. Lo stato di emergenza è lo
strumento perfetto per la sua campagna di eliminazione delle
opposizioni. Per questo, ha bisogno del caos. Le guerre in Siria e Iraq,
come quella nel sud-est turco, sono buone ragioni per ampliare lo stato
di emergenza. Provocando un’escalation dei conflitti nei due paesi
vicini e inviandoci l’esercito, Erdogan prova a convincere l’opinione
pubblica che il governo sta affrontando nemici sia all’interno che
all’esterno. E questo gli permetterà di ampliare lo stato di emergenza e
reprimere ogni dissidente.
Quali settori della società sostengono Erdogan?
Gode di un ampio e fedele sostegno dalla base della società turca,
per lo più conservatrice e nazionalista. Non manca un numero
significativo di kurdi conservatori che, come in ogni autocrazia,
sperano in affari lucrosi o posti di lavoro.
La guerra all’Hdp può essere vista anche come uno scontro tra
visioni socio-economiche? Neoliberismo contro un’idea più egualitaria
di società?
Non sono certo che sia causa di frizione. Ci sono gruppi che non si
sono piegati a Erdogan e i kurdi sono uno di questi. Li vuole punire, è
semplice.
Perché il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il Pkk?
Dopo che Erdogan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno
2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la
maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a
presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente
nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a novembre 2015 ha
preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento