In una guerra asimmetrica anche il peso delle perdite non è simmetrico. Se da una parte c’è una forza militare straripante che si ammanta di invulnerabilità e dall’altra una massa indistinta considerata poco più come animali o selvaggi, è inevitabile che se quella «massa» riesce a produrre anche piccole perdite al super-nemico queste perdite «pesano» più delle migliaia di morti subiti.
Non siamo diventati cinici. È ovvio per noi che ogni singola vita umana vale allo stesso modo, anche con tutti i caveat di una guerra di resistenza o liberazione. Stiamo parlando dell’atteggiamento neocoloniale di Usa e Israele, condiviso da tutti i media mainstream senza eccezione.
Un esempio? Ieri sera Enrico Mentana, direttore del Tg La7, ha definito subito «ostaggio» il pilota statunitense del cacciabombardiere F-15E abbattuto sui cieli iraniani e fatto poi probabilmente prigioniero dalle forze militari del paese che stava bombardando.
La differenza di linguaggio è sostanza, non una questione formale. In una guerra i combattenti delle due parti possono avere la sfortuna di esser fatti prigionieri. Ma Israele e Usa stanno conducendo una guerra di soli bombardamenti, per ora, e non prevedevano la possibilità né di dover lasciare qualche soldato in mano nemica, né tanto meno di «fare prigionieri», visto che puntano solo allo sterminio dall’aria.
Non c’è stato insomma nessun «rapimento» o «azione terroristica» con presa di ostaggi, ma una normale e ultralegittima azione difensiva che ha portato a terra uno dei serial killer che da 35 giorni sganciavano bombe su uomini, donne, bambini, infrastrutture, ecc. Adesso potrà guardare negli occhi quelli che cercava di uccidere, che si mostreranno migliori di lui e dei suoi comandanti già per il solo fatto di lasciarlo in vita.
Arriviamo dunque alla notizia appena data. C’era già stato un F-35 colpito nelle prime settimane dell’aggressione, ma era stato solo danneggiato, non abbattuto. I piloti erano riusciti ad atterrare in una base del Golfo Persico, benché feriti non gravemente.
Stavolta no. L'aereo è finito proprio schiantato al suolo, le immagini sono girate sulle tv iraniane, al punto che anche il Pentagono ha dovuto ammettere che in effetti non se ne aveva più notizia.
Nella narrazione dell’invulnerabilità è centrale anche il recupero dei dispersi in territorio nemico. Il cinema hollywoodiano ci ha letteralmente sommerso di film tutti simili, per guerre tutte simili (con appena qualche miglioria tecnologica), in stile Black hawk down.
E in effetti pare che oltre ad un pilota prigioniero ci sia stato un problema serio per un elicottero del gruppo di ricerca, dopo aver recuperato il secondo pilota dell’aereo, al punto che non si è capito bene se sia precipitato a sua volta, moltiplicando inevitabilmente le perdite (portano a bordo un gruppo di navy seals), oppure se sia riuscito miracolosamente a rientrare.
L’agenzia di Teheran, Tasnim, riferisce che diverse fonti locali testimoniano che il tentativo di recupero del pilota c’è stato, ma è fallito. La zona interessata è la provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nell’Iran occidentale. Quindi l’aereo stava rientrando in una base saudita o kuwaitiana, o addirittura irachena.
I video trasmessi dalle tv e poi dai social mostrano un Hercules C-130 appoggiato appunto da due elicotteri Black Hawk.
Nella notte però si aggiungeva l’abbattimento di un secondo aereo statunitense – un A-10 Warthog, con funzioni di appoggio – il cui pilota sarebbe stato recuperato nel Golfo, non in territorio iraniano.
Dopo 35 giorni di guerra senza perdite ufficiali tra gli aerei in volo – tranne appunto uno «incerto» ad inizio raid – anche il Pentagono è costretto ad ammettere due abbattimenti in un giorno. Pochi, certamente, nell’equazione militare complessiva, ma tanti per la narrazione sull’«invulnerabilità» dell’«armada» sionista-statunitense.
Nel conto passivo della giornata rientrano anche due missili intercettati nella provincia di Zanjan, due droni d’attacco abbattuti nei pressi di Isfahan e un altro diretto su Bushehr. Un’altra decina di aerei risultano seriamente danneggiati dopo essere stati colpiti, a terra, da missili e droni iraniani contro le basi Usa nel Golfo. ‘Na tragedia…
Significa che qualcosa è cambiato – in meglio – nell’apparato difensivo di Teheran, che infatti ha subito rivendicato di aver utilizzato un “nuovo sistema di difesa aerea avanzato”.
Di fatto questi abbattimenti cambiano parecchio nella definizione degli sviluppi della guerra, sia per Tel Aviv che per Washington. Avere la certezza di poter scorrazzare impunemente sui cieli iraniani consente di ipotizzare certi tipi di operazioni anche a terra – tipo incursioni di forze speciali, ecc. – ma se il dominio incontrastato non c’è più allora bisogna cambiare i piani.
E con essi anche le previsioni sulla durata della guerra stessa.
Il problema politico per l’amministrazione Usa è evidente. Quando Trump si è rivolto alla nazione, mercoledì sera, ha fondamentalmente sostenuto che la guerra sarebbe finita nelle prossime due o tre settimane a meno che l’Iran non si rifiutasse di accettare il piano degli Stati Uniti per porle fine. Un gioco facile, nelle sue parole, praticamente una resa senza condizioni.
In caso contrario, gli Stati Uniti avrebbero lanciato una nuova ondata di attacchi aerei altamente distruttivi, anche sulle infrastrutture energetiche civili. Come esempio, Trump ha esultato per la distruzione di un ponte autostradale di recente costruzione.
Due giorni dopo negli Stati Uniti si parla soltanto del fatto che l’esercito americano ha perso due aerei e che uno dei piloti è scomparso.
Questo porta la guerra dentro le case dei cittadini statunitensi. L’attacco all’Iran smette di essere un costoso videogioco in cui per vedere obbiettivi colpiti si spendono soldi, si fa aumentare il prezzo della benzina, si manda in crisi l’economia mondiale. «I nostri ragazzi» ci stanno perdendo la vita – come i 13 già sepolti ad Arlington – e bisogna preoccuparsi di quanti altri faranno la stessa fine. In ogni caso, non sta andando come il governo aveva promesso...
L’amministrazione Trump sta già affrontando il fatto che la guerra in Iran è altamente impopolare tra gli americani, con due su tre che dicono che la guerra dovrebbe finire molto rapidamente. Ma ora, l’amministrazione deve giustificare il fatto di mettere le forze statunitensi in pericolo per una guerra che è iniziata 36 giorni fa senza alcun dibattito pubblico. Il tutto mentre stava cercando il «colpo grosso» che gli permettesse di dichiarare vittoria e chiudere qui una partita che non può vincere «facile».
Come in tutte le guerre moderne, giocate con supponenza colonialista e senza una strategia ben definita, ad ogni intoppo l’aggressore si ritrova a dover decidere se aumentare la dose oppure disintossicarsi. E sono gli Stati Uniti ad avere il tempo che gli alita sul collo...
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07/12/2014
Contro il ‘Califfato’ armi d’antiquariato e tanti ferrivecchi
| A-10 Warthog - USAF |
Non è soltanto l’Italia a cercare di riciclare armi decisamente datate, come accaduto per le tonnellate di kalashnikov che forse abbiamo (mancano conferme o dettagli se la consegna è già avvenuta) ai ‘peshmerga’ curdi sul fronte anti Stato Islamico. Non è solo opportunismo economico. Nella guerra contro chi taglia le teste con la spada, troppa tecnologia non aiuta. Anzi. Sembra che il conflitto langua per mancanza di obiettivi da colpire. Finora le forze Isis sono riuscite a occultarsi sul terreno barricandosi in mezzo ai civili nei centri urbani e nascondendo blindati, corazzati e artiglierie.
Ed ecco che da qualche giorni - ci informa Analisi Difesa - sui cieli di Iraq e Siria sono in volo gli aerei da attacco americani A10 ‘Fairchild’ noti anche come Warthog ‘Facocero’ o, irriguardosamente ‘frullino’. Velivoli datati (fine anni 60) e a bassa tecnologia, pensati per contrastare le ondate di carri armati sovietici nelle pianure europee ma collaudati nei conflitti dal Golfo ai Balcani e Afghanistan. Con risultati sorprendenti: la capacità di incassare colpi e rientrare alla base, cosa riusciva a sparare con il suo cannone a ‘canne rotanti’, e poi le 12 tonnellate di bombe e missili che può sganciare.
Come reintrodurre il mulo per le troppe alpine. Il fatto è che Facocero e Frullino che sia è in grado di volare a bassa quota e a velocità minime: velivolo ideale per trovare e distruggere le postazioni dell’IS anche se risulta decisamente pericoloso. Dal 24 novembre gli A-10 son schierati in Kuwait nella stessa base Ahmed al-Jabr che ospita i Tornado italiani, e sono operativi solo da alcuni giorni. L’ultimo atto bellico degli A-10, destinati alla rottamazione - capita anche per le armi - sostituiti dagli onnipresenti e ‘multidubbi’ F-35, che tra un po’ ci diranno che sono in grado anche di fare l’espresso.
La radiazione degli A-10 doveva avvenire quest’anno - sempre Analisi Difesa - per risparmiare qualche miliardo di dollari da destinare al programma F-35 (sempre quelli) ma negli Stati Uniti in molti si sono levati a difendere la specificità di un velivolo nato per la Guerra Fredda ma rivelatosi prezioso in termini di efficacia e di costi operativi nei ‘conflitti asimmetrici’. Del resto, se i jihadisti usano la scimitarra, anche chi li contrasta deve regredire nelle armi. Nei raid aerei dall’Aeronautica iraniana contro IS è spuntato un ‘veterano' più datato del Facocero. Il cacciabombardiere F-4 Phantom D/E.
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| F-4E Phantom II - Forze aeree iraniane |
Per appassionati e per la cronaca, il ‘Fantasma’ fu costruito dalla McDonnell Douglas all’inizio degli anni ’60. È il cacciabombardiere che garantì la superiorità aerea americana (e solo quella) durante la Guerra in Vietnam e nel periodo della Guerra fredda. Phantom, 60 anni dopo essere stato concepito, è ancora in uso tra molte forze aeree. In Iran arrivò ai tempi dello Shah e prima di Komeini. 225 esemplari ridotti per età a una cinquantina e tenuti in volo con avionica cinese. Ma ora volano con ‘noi’ contro lo stesso nemico. Per il ritorno alle cariche di cavalleria c’è ancora un po’ di tempo.
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