Corriere e Repubblica del 23 (ieri) hanno entrambi dato notizie di un accordo fra M5s, FdI e Lega,
che starebbe bollendo in segreto, per il dopo elezioni, finalizzato a
formare una maggioranza per il governo, da contrapporre all’asse
Pd-Forza Italia. Non so quanto ci sia di vero, ma propendo a credere che si tratti di esagerazioni giornalistiche, magari qualcosa di vero c’è, ma assai meno di quel che si dice.
Lo penso – e lo auspico – anche perché come si fa a
raccontare alla gente che il giorno pari si cerca di far gruppo con gli
ultrà euristi dell’Alde ed i giorni pari di allearsi con gli ultrà
antieuristi della Lega? E, peraltro, sarebbe una sciocchezza molto
pericolosa e priva di scopo.
Entriamo nel merito. Come si sa il M5S si è
presentato come l’alternativa alla casta nel suo complesso ed il mantra
“né di sinistra né di destra” (tornerò a parlarne, non avendo mai
nascosto di essere restato sempre di sinistra pur guardando con simpatia
a questo nuovo movimento) precludeva la via ad ogni alleanza.
Per la verità ho sempre trovato eccessivamente rigida questa
impostazione, perché, in assoluto non si può escludere da adesso al
giudizio universale di potere/dovere allearsi con qualcuno, ma il punto è
che, nell’attuale quadro politico, fra le tre forze maggiori (Lega, Fi e
Pd) non ce ne è una con cui il M5s possa decentemente allearsi, perché
sono tutte a pari merito casta. Anche la Lega, compagna ventennale di
Berlusconi nei suoi governi, per non dire delle giunte lombarde con il
“Celeste”. E neppure si può dire che la Lega possa decentemente gridare
“onestà onestà” con il M5s: Belsito, Tanzania, Università di Tirana... vi
ricordano niente?
D’accordo, sono storie di sei anni fa, ma è anche vero che, da
allora, la Lega di occasioni ne ha avute molto meno. Insomma un alleato
imbarazzante. Diverso sarebbe se ci trovassimo di fronte a forze
politiche nuove, sorte dal disfacimento di questo putrido sistema della
Seconda Repubblica, che potrebbero essere valutate di volta in volta.
Questi che ci sono, invece, già li conosciamo ed io, vecchio uomo di
sinistra, sarei contrarissimo anche a qualsiasi intesa con il Pd.
Poi, c’è modo e modo di “allearsi”, un conto è
concordare una campagna o una legge, un conto è confluire nella fiducia
ad un governo: c’è la partecipazione organica allo stesso governo, c’è
l’appoggio esterno con voto a favore e c’è quello con astensione.
Con un’avvertenza: nel caso di appoggio esterno, il più forte non è
quello che, stando al governo, lo riceve, ma quello che, standone fuori,
lo dà ed in ogni momento lo può ritirare facendo ballare il governo.
Ebbene, nel 2013 il M5S decise di negare ogni appoggio a Bersani (che
poi sarebbe consistito solo nell’uscire dall’aula al Senato, al momento
del voto), adesso invece dovrebbe essere pronto a cercare il voto della
Lega e di Fdi, mettendosi nelle loro mani.
Per di più, leggendo insieme i due episodi, si capirebbe che
il M5S non è disponibile ad alleanze con la sinistra, ma con la destra
si.
Che fine farebbe il “né di destra né di sinistra”? Mi pare che si
scioglierebbe in un semplicissimo “di destra”. Non può esser vero che
stanno facendo questa scemenza.
E la cosa sarebbe assai incauta perché nel M5S ci si dimentica spesso
che la zolla più cospicua del suo elettorato proviene dal Pd, da
Rifondazione, da Sel e dall’Idv che della sinistra era alleato.
Siamo sicuri che una scelta del genere non costerebbe cara al movimento sul piano elettorale?
Troppo spesso si fa un errore: si identificano gli umori
dell’elettorato con quelli degli iscritti on line ed in particolare con
quelli che partecipano alle consultazioni.
Vorrei ricordare che a fronte degli oltre 8 milioni di voti (quasi 10
se i sondaggi hanno ragione) gli iscritti sono solo 130.000 e quelli
che partecipano alle consultazioni sono circa 30.000. Peraltro, vorrei
ricordare che, quando si trattò della questione dello ius soli per la
cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, la consultazione
bocciò le posizioni proposte da Beppe e Roberto, votando per la tesi
favorevole agli immigrati. Lo si tenga presente quando ci si trovasse a
trattare con la Lega su quel tema. Ripeto: non può essere vero che si
stia andando in questa direzione.
Peraltro, l’ipotetico patto rischierebbe anche di essere una pistola scarica.
Personalmente non sono affatto convinto che la sommatoria di M5s e
Lega-FdI raggiunga la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.
Vedremo la legge elettorale che verrà fuori, ma direi che per lo meno al
Senato non se ne parla nemmeno, atteso che: il M5S raccoglie una parte
significativa dei suoi consensi fra i 18-25enni che non votano al Senato
e che la Lega dall’Emilia in giù non becca un solo senatore e disperde i
voti (forse ne prende uno in Lazio, grazie a FdI).
Ma poi, siamo sicuri che andare al governo in questo momento sarebbe un gioco che vale la candela?
I prossimi 2-3 anni saranno i peggiori dall’inizio della crisi, tanto
per l’Europa quanto per l’Italia (ne parleremo analiticamente in un
prossimo pezzo) e, per di più, da gennaio in poi alla Bce non ci sarà
più Mario Draghi, con il suo ombrello protettivo e bisognerà rendere
conto all’Europa (e il ballo è già iniziato) di tutte le regalie
referendarie di Renzi. Sai che bello, trovarsi a gestire i disastri
prodotti dal Pd e gestendo un governo tenuto al guinzaglio dalla Lega!
Non può essere vero.
Il rischio è quello di fare un governo che duri un anno ed in una
situazione in cui la legislatura, in ogni caso, non andrà oltre i due.
Ne vale la pena? In politica alleanze e strategie non si decidono sulla
fregola governista di qualche giovanotto.
Insomma, non posso credere ad una prospettiva così autolesionista da parte del M5s.
Quanto a me, da sempre uomo di sinistra, mi è capitato in questi
giorni di riandare con la memoria ad una poesia di Giuseppe Giusti
studiata in quinta elementare. Poesia non eccelsa, in verità, ma che
rimase impressa nella mia memoria di ragazzino, al punto di ricordarla
ancora oggi:
E buon per me se la mia vita intera
mi porti alfine a meritare un sasso
che porti scritto “Non mutò bandiera”
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/01/2017
16/11/2015
Salvare l’Europa, l’Italia e la sinistra dall’Unione europea
Questo “contributo alla discussione” è stato presentato al CPN del 7/8 novembre 2015.
Tanti e tante, in Europa, avevano riposto molte speranze nella lotta di Syriza. La conclusione, dopo lunghe ed estenuanti trattative, ha lasciato grande delusione. Alla quale tuttavia si unisce anche una certezza: l’Unione Europea, così come si è storicamente formata ed evoluta sotto il dominio del capitale finanziario è sotto ogni aspetto nociva ed irriformabile. Questo trova conferma anche in Portogallo dove alle forze di sinistra, pur avendo la maggioranza degli eletti, è stato preventivamente impedito di candidarsi a governare perché non coerenti con le politiche dell’Unione.
La tragedia che si abbatte sui migranti è l’ultimo e definitivo sigillo che marchia d’infamia un’Europa prigioniera dell’ipocrisia, del cinismo dei propri governi, incapaci di affrontare le conseguenze di una politica di rapina e di guerre di cui essi portano la piena corresponsabilità. Ed sono ora vergognosamente inermi di fronte ad un esodo drammatico che si svolge fra un’ecatombe di morti, di persecuzioni ed umiliazioni senza quartiere inflitte a milioni di persone in fuga dai propri paesi d’origine ormai devastati, svuotati delle loro forze più vive, consegnati ad un sottosviluppo senza rimedio.
Quella a cui assistiamo con sbigottimento è una vera e propria caduta verticale della civiltà: una caduta che non va solo condannata con giudizi moralistici, ma indagata e compresa nella sua essenza, con l’ausilio delle categorie più penetranti che la nostra cultura ha pure messo a disposizione e che debbono aiutarci ad orientare la nostra azione.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario. La sua architettura monetarista serve a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa. E si configura come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione per riplasmare la conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da rendere difficile offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge: la struttura economica, cioè il modello di accumulazione che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo; i rapporti di proprietà, attraverso la spoliazione della proprietà pubblica e la messa a profitto tutto ciò che può assumere i caratteri della merce; la sovrastruttura politica, attraverso la sterilizzazione del parlamento, l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi e lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale; la superstruttura culturale e ideologica, sostenuta da un imponente apparato mediatico che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni cultura solidaristica, travolta dalla concezione individualistica e iper-competitiva.
L’Unione europea è infine un meccanismo non democratizzabile perché distrugge, deliberatamente e con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
L’Unione europea non è nemmeno un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa: l’approvazione del Ttip rappresenterà il definitivo suggello alla supremazia del profitto sui diritti dei popoli e sulle loro costituzioni, mentre già le guerre commerciali si trasformano in conflitti combattuti sul campo e con le armi in teatri sempre più prossimi a noi.
La sinistra europea deve dunque riflettere a fondo sulla strategia utile per condurre una battaglia credibile ed efficace contro la deriva reazionaria in atto e sottrarsi al rischio di una definitiva subalternità all’ideologia dominante.
La ricerca può e deve essere intrapresa considerando senza pregiudizi tutte le opzioni in campo, sia che si pensi ad una rottura sinergica su scala continentale, sia che si ritengano indispensabili atti unilaterali su scala nazionale.
L’Italia ha molti buoni motivi per rompere l’Unione.
Il primo è la messa in mora della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza nella costruzione delle proprie politiche e dei propri bilanci.
Il secondo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’Unione si è rivelata una camicia di forza costruita con la deliberata missione programmatica di comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, generare disoccupazione, tagliare la spesa sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica di progresso sociale.
Il terzo è l’ammontare del debito pubblico che stretto nella morsa del Patto di stabilità e del Fiscal Compact, rende impossibile qualsiasi vera politica espansiva.
Senza una svolta nella nostra strategia, la protesta contro l’austerity rischia di essere monopolizzata dalla demagogia parafascista di Salvini e di ridurre la dialettica ad un affare fra la Lega lepenista, il Partito democratico organico al liberismo europeo e l’ambiguo del M5S.
Si tratta allora di costruire un’alleanza sociale e politica ampia tra orientamenti politici diversi per la democrazia, per una politica economica di piena occupazione e per conquistare la centralità politica dei lavoratori, senza la qual cosa l’evoluzione della crisi non potrà che avere un epilogo reazionario.
Il riferimento alla Costituzione del ’48 – lungi dal rappresentare un esercizio di rievocazione nostalgica – è il faro che può illuminare quanto è oggi necessario all’Italia: l’idea di uno Stato fondato su un compromesso democratico aperto a diversi sviluppi dinamici, un’economia mista e tuttavia caratterizzata dal primato dell’interesse sociale e dalla funzione programmatrice della mano pubblica, la riunificazione di tutto il lavoro eterodiretto dentro un quadro di diritti sociali e civili, individuali e collettivi certi e esigibili, il ripristino di una rappresentanza politico-istituzionale fondata su regole di assoluta proporzionalità.
Oggi, visto il volto ferocemente anticostituzionale del liberismo, istituzionalizzato nell’architettura politica dell’Ue, una qualche riedizione di quel compromesso pare l’unico modo per ridare dignità al lavoro ed al paese, gestire la non facile liberazione dal giogo dell’Unione e riaprire una prospettiva socialista. E per costruire una forma di identificazione collettiva che si basi sul riferimento ad una civiltà politica.
La costruzione di una forte alleanza popolare è dunque necessaria contro gli avversari interni, contro la troika, il capitalismo nordatlantico, di cui siamo alleati subalterni, che non sopporta le costituzioni antifasciste e nessuna sovranità al di fuori di quella statunitense.
Tutto ciò impone una mutazione profonda nelle abitudini mentali, nella cultura politica italiana, nelle forze politiche. E, per ciò che più direttamente ci riguarda, per definire un palinsesto programmatico che orienti, non episodicamente, tutta la nostra iniziativa, delineando, nel contempo, il profilo di una ri-civilizzazione del paese fondata sul recupero delle radici di classe della lotta per la democrazia.
Ecco, per punti, i tratti di questo rinnovato ingaggio:
- rilanciare il ruolo politico dei lavoratori e del lavoro, proteggere i salari e ridare ruolo contrattuale ai sindacati;
- reintegrare i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia;
- riproporre l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
- ridurre su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
- ricostruire un regime previdenziale che così com’è ora precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
- porre un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
- predisporre un piano per il lavoro che persegua davvero l’obiettivo della piena occupazione e della conversione ecologica dell’economia;
Si tratta altresì di conquistare condizioni fondamentali per una nuova e diversa politica:
- ricostruire il ruolo della Banca d’Italia e la relazione con il Ministero del Tesoro;
- nazionalizzare le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
- varare nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedere una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
- ridefinire le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale;
- ridefinire un nuovo quadro di relazioni internazionali.
In questo quadro, compito dei comunisti è costruire con pazienza e lungimiranza un fronte, un’alleanza popolare e costituzionale per cambiare l’Europa, per cambiare l’Italia.
Un fronte che per sua natura e soprattutto per la natura degli altri interlocutori non può che essere elettorale e soltanto elettorale, finalizzato cioè a rompere l’Unione Europea, gestire la fase tumultuosa che ne deriverà, attuare la Costituzione, contrastare il capitale finanziario, i poteri forti nazionali ed internazionali.
Non è difficile intravedere quale straordinario compito questa prospettiva restituisca ai comunisti nella costruzione di un Fronte e di un blocco sociale che riunifichi l’insieme del mondo del lavoro eterodiretto oggi in larga parte deprivato di soggettività culturale e politica.
Qui il rapporto fra il partito rivoluzionario che ha per obiettivo la trasformazione dei rapporti sociali capitalistici fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la costruzione di fasi intermedie nelle quali possono (debbono) vivere alleanze “spurie” è chiaro e privo di equivoci: strategia e tattica si intrecciano senza confondersi, dentro una processualità che senza ambiguità lega la lotta di classe allo sviluppo della democrazia.
Fonte
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Tanti e tante, in Europa, avevano riposto molte speranze nella lotta di Syriza. La conclusione, dopo lunghe ed estenuanti trattative, ha lasciato grande delusione. Alla quale tuttavia si unisce anche una certezza: l’Unione Europea, così come si è storicamente formata ed evoluta sotto il dominio del capitale finanziario è sotto ogni aspetto nociva ed irriformabile. Questo trova conferma anche in Portogallo dove alle forze di sinistra, pur avendo la maggioranza degli eletti, è stato preventivamente impedito di candidarsi a governare perché non coerenti con le politiche dell’Unione.
La tragedia che si abbatte sui migranti è l’ultimo e definitivo sigillo che marchia d’infamia un’Europa prigioniera dell’ipocrisia, del cinismo dei propri governi, incapaci di affrontare le conseguenze di una politica di rapina e di guerre di cui essi portano la piena corresponsabilità. Ed sono ora vergognosamente inermi di fronte ad un esodo drammatico che si svolge fra un’ecatombe di morti, di persecuzioni ed umiliazioni senza quartiere inflitte a milioni di persone in fuga dai propri paesi d’origine ormai devastati, svuotati delle loro forze più vive, consegnati ad un sottosviluppo senza rimedio.
Quella a cui assistiamo con sbigottimento è una vera e propria caduta verticale della civiltà: una caduta che non va solo condannata con giudizi moralistici, ma indagata e compresa nella sua essenza, con l’ausilio delle categorie più penetranti che la nostra cultura ha pure messo a disposizione e che debbono aiutarci ad orientare la nostra azione.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario. La sua architettura monetarista serve a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa. E si configura come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione per riplasmare la conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da rendere difficile offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge: la struttura economica, cioè il modello di accumulazione che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo; i rapporti di proprietà, attraverso la spoliazione della proprietà pubblica e la messa a profitto tutto ciò che può assumere i caratteri della merce; la sovrastruttura politica, attraverso la sterilizzazione del parlamento, l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi e lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale; la superstruttura culturale e ideologica, sostenuta da un imponente apparato mediatico che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni cultura solidaristica, travolta dalla concezione individualistica e iper-competitiva.
L’Unione europea è infine un meccanismo non democratizzabile perché distrugge, deliberatamente e con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
L’Unione europea non è nemmeno un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa: l’approvazione del Ttip rappresenterà il definitivo suggello alla supremazia del profitto sui diritti dei popoli e sulle loro costituzioni, mentre già le guerre commerciali si trasformano in conflitti combattuti sul campo e con le armi in teatri sempre più prossimi a noi.
La sinistra europea deve dunque riflettere a fondo sulla strategia utile per condurre una battaglia credibile ed efficace contro la deriva reazionaria in atto e sottrarsi al rischio di una definitiva subalternità all’ideologia dominante.
La ricerca può e deve essere intrapresa considerando senza pregiudizi tutte le opzioni in campo, sia che si pensi ad una rottura sinergica su scala continentale, sia che si ritengano indispensabili atti unilaterali su scala nazionale.
L’Italia ha molti buoni motivi per rompere l’Unione.
Il primo è la messa in mora della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza nella costruzione delle proprie politiche e dei propri bilanci.
Il secondo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’Unione si è rivelata una camicia di forza costruita con la deliberata missione programmatica di comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, generare disoccupazione, tagliare la spesa sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica di progresso sociale.
Il terzo è l’ammontare del debito pubblico che stretto nella morsa del Patto di stabilità e del Fiscal Compact, rende impossibile qualsiasi vera politica espansiva.
Senza una svolta nella nostra strategia, la protesta contro l’austerity rischia di essere monopolizzata dalla demagogia parafascista di Salvini e di ridurre la dialettica ad un affare fra la Lega lepenista, il Partito democratico organico al liberismo europeo e l’ambiguo del M5S.
Si tratta allora di costruire un’alleanza sociale e politica ampia tra orientamenti politici diversi per la democrazia, per una politica economica di piena occupazione e per conquistare la centralità politica dei lavoratori, senza la qual cosa l’evoluzione della crisi non potrà che avere un epilogo reazionario.
Il riferimento alla Costituzione del ’48 – lungi dal rappresentare un esercizio di rievocazione nostalgica – è il faro che può illuminare quanto è oggi necessario all’Italia: l’idea di uno Stato fondato su un compromesso democratico aperto a diversi sviluppi dinamici, un’economia mista e tuttavia caratterizzata dal primato dell’interesse sociale e dalla funzione programmatrice della mano pubblica, la riunificazione di tutto il lavoro eterodiretto dentro un quadro di diritti sociali e civili, individuali e collettivi certi e esigibili, il ripristino di una rappresentanza politico-istituzionale fondata su regole di assoluta proporzionalità.
Oggi, visto il volto ferocemente anticostituzionale del liberismo, istituzionalizzato nell’architettura politica dell’Ue, una qualche riedizione di quel compromesso pare l’unico modo per ridare dignità al lavoro ed al paese, gestire la non facile liberazione dal giogo dell’Unione e riaprire una prospettiva socialista. E per costruire una forma di identificazione collettiva che si basi sul riferimento ad una civiltà politica.
La costruzione di una forte alleanza popolare è dunque necessaria contro gli avversari interni, contro la troika, il capitalismo nordatlantico, di cui siamo alleati subalterni, che non sopporta le costituzioni antifasciste e nessuna sovranità al di fuori di quella statunitense.
Tutto ciò impone una mutazione profonda nelle abitudini mentali, nella cultura politica italiana, nelle forze politiche. E, per ciò che più direttamente ci riguarda, per definire un palinsesto programmatico che orienti, non episodicamente, tutta la nostra iniziativa, delineando, nel contempo, il profilo di una ri-civilizzazione del paese fondata sul recupero delle radici di classe della lotta per la democrazia.
Ecco, per punti, i tratti di questo rinnovato ingaggio:
- rilanciare il ruolo politico dei lavoratori e del lavoro, proteggere i salari e ridare ruolo contrattuale ai sindacati;
- reintegrare i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia;
- riproporre l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
- ridurre su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
- ricostruire un regime previdenziale che così com’è ora precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
- porre un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
- predisporre un piano per il lavoro che persegua davvero l’obiettivo della piena occupazione e della conversione ecologica dell’economia;
Si tratta altresì di conquistare condizioni fondamentali per una nuova e diversa politica:
- ricostruire il ruolo della Banca d’Italia e la relazione con il Ministero del Tesoro;
- nazionalizzare le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
- varare nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedere una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
- ridefinire le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale;
- ridefinire un nuovo quadro di relazioni internazionali.
In questo quadro, compito dei comunisti è costruire con pazienza e lungimiranza un fronte, un’alleanza popolare e costituzionale per cambiare l’Europa, per cambiare l’Italia.
Un fronte che per sua natura e soprattutto per la natura degli altri interlocutori non può che essere elettorale e soltanto elettorale, finalizzato cioè a rompere l’Unione Europea, gestire la fase tumultuosa che ne deriverà, attuare la Costituzione, contrastare il capitale finanziario, i poteri forti nazionali ed internazionali.
Non è difficile intravedere quale straordinario compito questa prospettiva restituisca ai comunisti nella costruzione di un Fronte e di un blocco sociale che riunifichi l’insieme del mondo del lavoro eterodiretto oggi in larga parte deprivato di soggettività culturale e politica.
Qui il rapporto fra il partito rivoluzionario che ha per obiettivo la trasformazione dei rapporti sociali capitalistici fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la costruzione di fasi intermedie nelle quali possono (debbono) vivere alleanze “spurie” è chiaro e privo di equivoci: strategia e tattica si intrecciano senza confondersi, dentro una processualità che senza ambiguità lega la lotta di classe allo sviluppo della democrazia.
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