di Giovanni Iozzoli
E adesso parliamo un pò di sovrastruttura, che tra gas e swift non se ne puo più! (scherzo, eh: senza parlare di gas non si capisce niente dell’Ucraina; l’importante è non fermarsi a quello...)
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In ogni teatro di guerra – mai definizione fu più pertinente, perché ogni conflitto bellico è anche un grande allestimento scenico – la costruzione retorica dei due campi avversi, quello glorioso e nobile dell’alleato e quello mostruoso e barbaro del nemico, è operazione bellica di primissimo piano. E questo fin dall’antichità – quando narratori, poeti, teologi e artisti venivano arruolati sui due fronti, come oggi lo sono gli operatori dell’informazione e della “cultura”. Le menzogne e le mitizzazioni diventano un elemento naturale del racconto e gli addetti ai lavori presidiano i rispettivi campi come trincee: è così che il TG2, in un eccesso di zelo, manda in onda la clip di un videogioco spacciandola per i cieli di Kiev; e se qualche eroico “partigiano” del battaglione Azov inalberasse uno stendardo con la svastica, il pudore giornalistico certo si rifiuterebbe di mostrarlo; così come le vittime russe o russofone del Donbass appartengono, dal 2014, ad una umanità minore, non degna di racconto, né di tutela, automaticamente arruolata d’ufficio nel campo della nemicità.
In questi termini, l’odierna ondata di russofobia, malcelata dietro una semplice ostilità anti-Putin, ha qualcosa a che vedere con l’islamofobia vista all’opera negli ultimi vent’anni per giustificare le guerre americane in medio oriente: il nemico come altro assoluto, infido, dal sistema valoriale assurdo, arcaico, capovolto, sempre pronto a versare l’innocente sangue democratico. Il russo – pur se biondo e cristiano – si adatta oggi a rivestire i panni dell’antagonista perfetto, di cui l’occidente sente un disperato bisogno. Senza nemici il blocco “della civiltà e delle democrazie” deperisce, si sfianca, smarrisce le sue ragioni, travolto dalle proprie crisi materiali e di consenso. E’ nella perenne competizione con l'“altro” – il socialismo, il sovranismo, l’islamismo o qualsiasi altra rappresentazione simbolica del male – che l’occidente sembra recuperare un po' di vitalità.
Curioso, ma nè la Cina nè la Russia, sembrano avvertire questa spasmodica necessità di contrapposizione; quando si muovono lo fanno sempre per reazione a una qualche “rivoluzione colorata”, tipo la maledetta Maidan, che mina i loro confini e sposta sotto il loro muso la minaccia di destabilizzazione. I barbari starebbero bene anche senza guerra. E questa è la storia della Nato post-'89: la più straordinaria macchina da guerra mai accumulata dall’umanità – mai sazia, mai appagata del suo potere, sempre in costante espansione e fibrillazione, a caccia di nemici grazie ai quali giustificare la propria stessa esistenza.
Verso i russi c’è però un “di più” di rabbia e rimpianto. I russi hanno profondamente deluso pensatori, politici, intellettuali e strateghi del mondo libero; e questo non sarà mai perdonato loro. Perché diciamo ciò? Perché dopo il 26 dicembre 1991, ammainata l’esangue bandiera rossa sul Cremlino, mentre a Washington, Londra, Parigi e Berlino si celebrava la riunificazione dei mercati mondiali e il sogno di un potere imperiale monocratico, enormi aspettative covavano nei confronti del popolo russo, giovane, vitale e affamato di libertà e mercato. I russi tornavano nella comunità dei paesi civili e venivano accolti a braccia aperte, come figliuoli prodighi e necessari. Certo, in cambio avrebbero dovuto accettare la svendita a prezzi di saldo del patrimonio industriale del paese, delle sue immense risorse naturali (allora ancora non pienamente sfruttate), nonché diventare serbatoio di forza lavoro per l’industria globale che guardava ad est con l’acquolina in gola. Qualche prezzo da pagare c’era: ma vuoi mettere la soddisfazione del Mac Donalds sulla Piazza Rossa e il presidente ubriaco che balla il twist sul palco di un concerto rock?
Ecco, Boris Eltsin era una buona approssimazione di ciò che l’Occidente si aspettava dalla Russia: un simpatico alcolista, un orso bonaccione e ammiccante, pronto a vendere anche sua madre, sbruffone nei modi ma tremendamente realista nella valutazione dei rapporti di forza. Il leader di un paese a pezzi in cui con l’ammainabandiera era bruscamente calata anche l’aspettativa di vita – una grande nazione che si consegnava mani e piedi al “mondo libero” dichiarando la propria bancarotta etica, la fine di ogni alterità, la disponibilità ad una omologazione irreversibile.
E invece cosa ti combinano, questi russi ingrati? Resistono. Resistono a questa azione di conquista. Dapprima in modo passivo, con gli strumenti di cui la gente semplice dispone – tipo la riscoperta della religione o la silenziosa ripulsa verso “la decadenza occidentale”; e poi attivamente, rimettendo in piedi un apparato industriale e militare e ricostituendo uno Stato che nel volgere di un ventennio ridiventa grande e imprescindibile attore globale. Putin non è il demiurgo di questi processi: ne è il prodotto storico. Putin è il figlio (repellente ma legittimo) della rinascita dello Stato Russo nel ventunesimo secolo. Dargli del pazzoide dittatore è facile, ma lui le elezioni le ha sempre vinte – a differenza di quel che succede nel nostro paese, dove tra l’instaurazione dei governi e il processo democratico, si è da tempo persa ogni connessione.
Lo ricordava la buonanima di Giulietto Chiesa: i russi non sono occidentali, non si sono mai sentiti tali. Hanno una storia e una cultura propria. Basta aver letto qualche buon romanzo, per averne contezza. È il primo paese al mondo dove si è realizzata una rivoluzione proletaria, la matrice di un popolo capace di sacrifici inenarrabili per spezzare la schiena della belva nazista. Certo, le sirene del consumismo occidentale hanno avuto un fortissimo impatto sulla gente comune, ma non l’hanno mai pienamente convinta circa la bontà assoluta dell’american way of life.
E qui il discorso diventa complesso e scivoloso e non mi azzardo – si rischia sempre di scivolare nel politicamente scorretto. Ma qual è il sistema di valori che noi “occidente” rivendichiamo come essenziale, per distinguerci dalla barbarie russa? Che là ci sono gli oligarchi e da noi no? Libere elezioni? Sono poi così libere, le nostre? E se alle prossime presidenziali Ghennadi Zyuganov battesse Putin, il giudizio del “mondo libero” cambierebbe – o diventerebbe ancora più istericamente ostile? I russi alla stregua dei cinesi, degli indiani e della maggior parte dei paesi di cultura musulmana, non hanno mai assimilato integralmente il “pacchetto occidente” – l’offerta speciale dell’estremismo liberale, piena di caramelline, cotillons e veleni. La stragrande maggioranza del mondo si ostina a coltivare un immaginario in cui l’iper-individualismo borghese, l’ideologia dell’apogeo capitalista, riguarda solo alcune ristrette élite economiche o culturali. Può piacere o meno: ma questa è la cruda verità. In Russia, a trent’anni dalla caduta del muro, il nichilismo d’occidente non è riuscito a far innamorare di sé i 147 milioni di abitanti di questo gigante orgoglioso e malinconico. In qualche recesso della loro anima, sentono di non appartenere del tutto a questo tipo di modernità e recalcitrano al destino a binario unico, che era stato scritto per loro. Non si sono rassegnati ad uscire in buon ordine dalla storia – l’ombra dell’impero che fu, si allunga sul presente e rende pallido e stinto il sogno occidentale.
La faccenda dello “spirito di un popolo” può sembrare una romanticheria vagamente reazionaria. Eppure nel dibattito all’interno del movimento socialista, soprattutto ai suoi albori, era naturale discuterne. Bakunin e Marx si accapigliarono anche su questo. La “educazione spirituale della classe operaia” doveva essere nell’agenda di ogni vero partito socialista: era il riconoscimento che non di solo pane, vive il proletario; il socialismo era una visione del mondo, mica solo una faccenda di forze produttive. Certo, oggi chi accetterebbe di farsi “educare”? Ci crediamo già “educati”, mentre siamo solo formattati. L’occidente ha sparato, nell’ultimo trentennio, tutte le sue cartucce – non solo metaforiche – per convincere i popoli ad aderire alla sua ideologia. Non c’è stato verso. Il mondo non sopporta la riduzione ad uno; così come la vera analisi politica non sopporta la “riduzione ad Hitler”, come argomento di critica alle politiche di questo o quell’avversario dell’atlantismo.
È questo che fa impazzire tutti, ad Ovest del Donbass. Solo vent’anni fa si discuteva a Pratica di Mare, di una possibile integrazione della Russia dentro il sistema Nato. Oggi Biden parla della terza guerra mondiale come di uno scenario possibile. E questo in assenza di qualsiasi contraddizione reale basata su modi di produzione alternativi. Il capitalismo ha fallito la sua missione universalista, la folle pretesa di rendere gli uomini e le donne del ventunesimo secolo una massa amorfa di consumatori soddisfatti. Il nazionalismo riemerge ovunque come sottoprodotto della crisi. Il mondo è ferocemente ingovernabile, visto dalle stanze ovattate degli strateghi geo-politici. Certo, mancano all’appello gli “strateghi del popolo”, quelle intelligenze – collettive – che dovrebbero dire alla povera gente tutta – da est a ovest – che le guerre vanno sabotate e le baionette vanno rivolte contro il nemico interno. Ma tutto ciò, al momento, appare ancora molto lontano, guardando gli 800 km, desolati e infuocati, che separano Kiev da Mosca. Oggi, siamo ancora immersi nello scontro fittizio Oriente/Occidente, l’ultima droga che può suscitare un po' di adrenalina nel corpo esausto del capitalismo globale.
P.S. I nostri giornalisti sono riusciti ad esaltarsi anche per quella specie di corso popolare di costruzione delle molotov, tenuto in una piazza ucraina e trasmesso in pompa magna da tutti i tg. Prudenza, amici dell’informazione: la gioventù vi guarda...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/03/2022
Il conflitto Russia-Ucraina visto dall’America Latina
di Atilio Boron
Mentre l’occupazione russa dell’Ucraina – e dico “occupazione” per usare il termine applicato alle invasioni che hanno la benedizione delle potenze consolidate: occupazione dell’Iraq, della Libia, della Siria, dei territori palestinesi, ecc. – si diffonde, le domande sulla natura e sul significato di questa operazione si moltiplicano.
Fin dall’inizio, le presunte “verità” e “prove” fornite dalla stampa occidentale dalle sue ammiraglie negli Stati Uniti e in Europa devono essere completamente respinte, perché ciò che questi media stanno diffondendo è una palese propaganda.
Certo, da un punto di vista strettamente militare è vero che la Russia ha “invaso” l’Ucraina. Ma poiché “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, come ci ricordava von Clausewitz, questo spiegamento militare deve essere qualificato e interpretato secondo le premesse politiche che gli danno senso.
Questo è ciò che cercheremo di fare di seguito.
E queste premesse sono molto chiare: la Russia ha adottato questa misura eccezionale, che in astratto merita una condanna, come risposta a trent’anni di attacchi iniziati dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Qualche tempo fa Vladimir Putin, con la sua solita forza, ha detto ai leader occidentali: “Non vi siete accontentati di sconfiggere la Russia nella Guerra fredda. L’avete umiliata”.
La lotta politica (e militare) non è un esercizio astratto o una gara di gesti o frasi retoriche. È per questo che ciò che su un comodo piano d’intelletto si presenta con assoluta chiarezza e senza fessure, nella lotta feroce nel fango e nel sangue della storia, l’“invasione” in questione appare con un significato completamente diverso: come una reazione difensiva a vessazioni infinite e ingiustificate.
Dopo la disintegrazione dell’URSS, la Russia ha sciolto il Patto di Varsavia, ha stabilito un regime politico nello stile delle democrazie europee, ha ripristinato un capitalismo profondamente oligarchico con metodi mafiosi, ha aperto la sua economia al capitale straniero e ha persino accarezzato l’idea di entrare nella NATO.
Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi per adattarsi al consenso ideologico–politico occidentale, la Russia è ancora vista come un attore aberrante nel sistema internazionale, proprio come lo era in epoca sovietica; come un nemico dal quale proteggersi e, allo stesso tempo, al quale viene impedito di proteggersi, perché se la sicurezza internazionale non è negoziabile per gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, alla Russia non è riconosciuto tale privilegio.
L’operazione militare lanciata contro l’Ucraina è la logica conseguenza di una situazione politica ingiusta, o il punto di arrivo di quella che Boaventura de Sousa Santos ha diagnosticato come “l’assoluta inettitudine dei leader occidentali” a rendersi conto che non c’è e non ci sarà sicurezza europea se non è garantita anche alla Russia.
Inettitudine da parte di una leadership europea che merita anche altre etichette: miope, corrotta, ignorante e sottomessa fino all’ignominia di fronte all’egemonismo statunitense, che non esiterà a scatenare nuove guerre in Europa o nel suo cortile mediorientale tutte le volte che gli farà comodo.
Questo fallimento di leadership li ha portati prima a disprezzare o sottovalutare la Russia (esprimendo una diffusa russofobia che non è percepita da molti russi) e poi a demonizzare Putin, un processo in cui Joe Biden si è spinto a lunghezze inimmaginabili nel campo della diplomazia.
Infatti, in piena campagna elettorale, e per dimostrare il suo atteggiamento dialogante, ha caratterizzato Putin come il capo di una “cleptocrazia autoritaria”.
In una nota pubblicata poco dopo il colpo di Stato del 2014, Henry Kissinger, un criminale di guerra ma a differenza di Biden un profondo conoscitore delle realtà internazionali, ha scritto che “Putin è uno stratega serio, in linea con le premesse della storia russa”, nonostante ciò è stato sistematicamente sottovalutato in Occidente. Egli conclude che “per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per coprire l’assenza di una politica”.
Nello stesso articolo, altamente raccomandabile per la sinistra postmoderna sempre più confusa, sia in America Latina che in Europa, l’ex segretario di Stato dell'amministrazione Nixon fornisce una riflessione necessaria per comprendere l’eccezionalità della crisi ucraina.
Per i russi, “l’Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. La storia della Russia inizia in quella che è conosciuta come Kievan–Russia”. Ed è per questo che anche dissidenti del sistema sovietico come Alexander Solzhenitsyn e Josep Brodsky “hanno insistito nel sottolineare che l’Ucraina era parte integrante della storia russa, e quindi della Russia”.
Nessuno dei leader occidentali sembra avere la minima idea di questa eredità storica, che è decisiva per capire perché Putin ha tracciato la “linea rossa” della NATO proprio in Ucraina.
Questi riferimenti, che sembrano incoraggiare un atteggiamento di fuga o di negazione dell’orrore del momento presente, sono essenziali per comprendere il conflitto e alla fine risolverlo. Vale quindi la pena leggere ciò che un internazionalista americano, John Mearsheimer, ha scritto nel 2014, quando Washington, in collaborazione con le bande naziste, ha organizzato il colpo di stato che ha rovesciato il legittimo governo di Viktor Yanukovych.
In quell’articolo, il professore dell’Università di Chicago ha scritto che la crisi ucraina e la riconquista della Crimea da parte di Putin è “colpa dell’Occidente” per la sua maldestra gestione delle relazioni con Mosca.
Ha anche aggiunto che qualsiasi presidente americano avrebbe reagito violentemente se una potenza come la Russia avesse precipitato in un colpo di Stato un paese vicino, diciamo il Messico, deposto un governo amico di Washington e installato al suo posto un regime profondamente anti–americano (“Why the Ukraine crisis is the West’s fault”, in Foreign Affairs, Vol. 93, No. 5, settembre–ottobre 2014).
In sintesi: le apparenze non sempre rivelano l’essenza delle cose, e ciò che a prima vista sembra essere una cosa – un’invasione – se visto da un’altra prospettiva e tenendo conto dei dati contestuali può risultare qualcosa di completamente diverso.
Fonte
Mentre l’occupazione russa dell’Ucraina – e dico “occupazione” per usare il termine applicato alle invasioni che hanno la benedizione delle potenze consolidate: occupazione dell’Iraq, della Libia, della Siria, dei territori palestinesi, ecc. – si diffonde, le domande sulla natura e sul significato di questa operazione si moltiplicano.
Fin dall’inizio, le presunte “verità” e “prove” fornite dalla stampa occidentale dalle sue ammiraglie negli Stati Uniti e in Europa devono essere completamente respinte, perché ciò che questi media stanno diffondendo è una palese propaganda.
Certo, da un punto di vista strettamente militare è vero che la Russia ha “invaso” l’Ucraina. Ma poiché “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, come ci ricordava von Clausewitz, questo spiegamento militare deve essere qualificato e interpretato secondo le premesse politiche che gli danno senso.
Questo è ciò che cercheremo di fare di seguito.
E queste premesse sono molto chiare: la Russia ha adottato questa misura eccezionale, che in astratto merita una condanna, come risposta a trent’anni di attacchi iniziati dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Qualche tempo fa Vladimir Putin, con la sua solita forza, ha detto ai leader occidentali: “Non vi siete accontentati di sconfiggere la Russia nella Guerra fredda. L’avete umiliata”.
La lotta politica (e militare) non è un esercizio astratto o una gara di gesti o frasi retoriche. È per questo che ciò che su un comodo piano d’intelletto si presenta con assoluta chiarezza e senza fessure, nella lotta feroce nel fango e nel sangue della storia, l’“invasione” in questione appare con un significato completamente diverso: come una reazione difensiva a vessazioni infinite e ingiustificate.
Dopo la disintegrazione dell’URSS, la Russia ha sciolto il Patto di Varsavia, ha stabilito un regime politico nello stile delle democrazie europee, ha ripristinato un capitalismo profondamente oligarchico con metodi mafiosi, ha aperto la sua economia al capitale straniero e ha persino accarezzato l’idea di entrare nella NATO.
Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi per adattarsi al consenso ideologico–politico occidentale, la Russia è ancora vista come un attore aberrante nel sistema internazionale, proprio come lo era in epoca sovietica; come un nemico dal quale proteggersi e, allo stesso tempo, al quale viene impedito di proteggersi, perché se la sicurezza internazionale non è negoziabile per gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, alla Russia non è riconosciuto tale privilegio.
L’operazione militare lanciata contro l’Ucraina è la logica conseguenza di una situazione politica ingiusta, o il punto di arrivo di quella che Boaventura de Sousa Santos ha diagnosticato come “l’assoluta inettitudine dei leader occidentali” a rendersi conto che non c’è e non ci sarà sicurezza europea se non è garantita anche alla Russia.
Inettitudine da parte di una leadership europea che merita anche altre etichette: miope, corrotta, ignorante e sottomessa fino all’ignominia di fronte all’egemonismo statunitense, che non esiterà a scatenare nuove guerre in Europa o nel suo cortile mediorientale tutte le volte che gli farà comodo.
Questo fallimento di leadership li ha portati prima a disprezzare o sottovalutare la Russia (esprimendo una diffusa russofobia che non è percepita da molti russi) e poi a demonizzare Putin, un processo in cui Joe Biden si è spinto a lunghezze inimmaginabili nel campo della diplomazia.
Infatti, in piena campagna elettorale, e per dimostrare il suo atteggiamento dialogante, ha caratterizzato Putin come il capo di una “cleptocrazia autoritaria”.
In una nota pubblicata poco dopo il colpo di Stato del 2014, Henry Kissinger, un criminale di guerra ma a differenza di Biden un profondo conoscitore delle realtà internazionali, ha scritto che “Putin è uno stratega serio, in linea con le premesse della storia russa”, nonostante ciò è stato sistematicamente sottovalutato in Occidente. Egli conclude che “per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per coprire l’assenza di una politica”.
Nello stesso articolo, altamente raccomandabile per la sinistra postmoderna sempre più confusa, sia in America Latina che in Europa, l’ex segretario di Stato dell'amministrazione Nixon fornisce una riflessione necessaria per comprendere l’eccezionalità della crisi ucraina.
Per i russi, “l’Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. La storia della Russia inizia in quella che è conosciuta come Kievan–Russia”. Ed è per questo che anche dissidenti del sistema sovietico come Alexander Solzhenitsyn e Josep Brodsky “hanno insistito nel sottolineare che l’Ucraina era parte integrante della storia russa, e quindi della Russia”.
Nessuno dei leader occidentali sembra avere la minima idea di questa eredità storica, che è decisiva per capire perché Putin ha tracciato la “linea rossa” della NATO proprio in Ucraina.
Questi riferimenti, che sembrano incoraggiare un atteggiamento di fuga o di negazione dell’orrore del momento presente, sono essenziali per comprendere il conflitto e alla fine risolverlo. Vale quindi la pena leggere ciò che un internazionalista americano, John Mearsheimer, ha scritto nel 2014, quando Washington, in collaborazione con le bande naziste, ha organizzato il colpo di stato che ha rovesciato il legittimo governo di Viktor Yanukovych.
In quell’articolo, il professore dell’Università di Chicago ha scritto che la crisi ucraina e la riconquista della Crimea da parte di Putin è “colpa dell’Occidente” per la sua maldestra gestione delle relazioni con Mosca.
Ha anche aggiunto che qualsiasi presidente americano avrebbe reagito violentemente se una potenza come la Russia avesse precipitato in un colpo di Stato un paese vicino, diciamo il Messico, deposto un governo amico di Washington e installato al suo posto un regime profondamente anti–americano (“Why the Ukraine crisis is the West’s fault”, in Foreign Affairs, Vol. 93, No. 5, settembre–ottobre 2014).
In sintesi: le apparenze non sempre rivelano l’essenza delle cose, e ciò che a prima vista sembra essere una cosa – un’invasione – se visto da un’altra prospettiva e tenendo conto dei dati contestuali può risultare qualcosa di completamente diverso.
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Gli Usa, dopo il Fronte Sud, bloccano anche quello Est della Via della Seta
Non mi addentro nelle tematiche della guerra, voglio fare un’altra considerazione. Nei siti cinesi durante l’ultimo anno e mezzo si dava conto dell’esplosione dei transiti ferroviari, anche a seguito del boom dei prezzi dei noli marittimi, tra la Cina e l’Europa.
Il mercato era arrivato a valere il 14% dell’intero interscambio Cina Europa. Il transito passava per la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, per poi arrivare a Duisburg, Germania, dove c’è uno snodo merci fondamentale per l’intera Europa. La stessa Italia era arrivata a programmare transiti ferroviari con la Cina, attraverso lo snodo di Melzo, in Lombardia.
Il transito ferroviario suggellava l’asse Germania, Russia, Cina, un asse commerciale che aveva ricadute politiche visto che era criticata dagli Stati Uniti.
Non solo gli Usa, inglobando l’Ue nella guerra con la Russia, hanno bloccato North Stream 2, non solo ci saranno sanzioni che colpiranno la Russia e come un boomerang l’Ue, ma lo stesso interscambio ferroviario con la Cina si bloccherà con conseguenze gravi per gli esportatori europei. Certo, c’è il mare, ma il costo dei noli marittimi è esplosivo da due anni e molti piccoli operatori non se li possono permettere. Viene dunque bloccato il fronte Est.
Gli Usa avevano già bloccato il Fronte Sud (Italia) con i repentini cambi di politica governativa ed estera del nostro Paese, che nel giro di tre anni passava dall’accordo sulla Via della Seta a ostracismi diplomatici fomentati dagli americani.
Ai cinesi rimane il Pireo, ma non ha linee autostradali e ferroviarie. La Cina dunque perde una parte dei commerci con l’Ue. Gli Usa a questo punto si rivolgeranno al Mar cinese meridionale per bloccare i traffici marittimi cinesi e fomenteranno rivolte in Egitto per bloccare il canale di Suez. Alla Cina rimane l’Asia e l’asse Cina, Russia, Pakistan, Iran, un blocco unico capace di compensare le perdite europee. Di fondamentale importanza il “Corridoio Pakistano” che la Cina ha ultimato e che arriva al porto di Gwdar.
Se questo blocco regge e si sviluppa, assieme al Rcep, la storia dei commerci internazionali potrebbe dopo secoli cambiare, con perdita di centralità europea.
Tre di questi paesi sono potenze atomiche, la Cina da anni contribuisce alla loro industrializzazione in cambio di sbocchi al mare e/o materie prime. Non ho idea di come finirà in Ucraina, il fronte est commerciale è perduto. Si tratta di vedere quali altri verranno aperti. Di certo, l’Europa ci perderà. Aver rinunciato ad una propria autonomia strategica e aver seguito gli americani, che altro non volevano che la rottura dell’asse Germania, Russia, Cina sarà nei prossimi decenni fatale.
Fonte
Il mercato era arrivato a valere il 14% dell’intero interscambio Cina Europa. Il transito passava per la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, per poi arrivare a Duisburg, Germania, dove c’è uno snodo merci fondamentale per l’intera Europa. La stessa Italia era arrivata a programmare transiti ferroviari con la Cina, attraverso lo snodo di Melzo, in Lombardia.
Il transito ferroviario suggellava l’asse Germania, Russia, Cina, un asse commerciale che aveva ricadute politiche visto che era criticata dagli Stati Uniti.
Non solo gli Usa, inglobando l’Ue nella guerra con la Russia, hanno bloccato North Stream 2, non solo ci saranno sanzioni che colpiranno la Russia e come un boomerang l’Ue, ma lo stesso interscambio ferroviario con la Cina si bloccherà con conseguenze gravi per gli esportatori europei. Certo, c’è il mare, ma il costo dei noli marittimi è esplosivo da due anni e molti piccoli operatori non se li possono permettere. Viene dunque bloccato il fronte Est.
Gli Usa avevano già bloccato il Fronte Sud (Italia) con i repentini cambi di politica governativa ed estera del nostro Paese, che nel giro di tre anni passava dall’accordo sulla Via della Seta a ostracismi diplomatici fomentati dagli americani.
Ai cinesi rimane il Pireo, ma non ha linee autostradali e ferroviarie. La Cina dunque perde una parte dei commerci con l’Ue. Gli Usa a questo punto si rivolgeranno al Mar cinese meridionale per bloccare i traffici marittimi cinesi e fomenteranno rivolte in Egitto per bloccare il canale di Suez. Alla Cina rimane l’Asia e l’asse Cina, Russia, Pakistan, Iran, un blocco unico capace di compensare le perdite europee. Di fondamentale importanza il “Corridoio Pakistano” che la Cina ha ultimato e che arriva al porto di Gwdar.
Se questo blocco regge e si sviluppa, assieme al Rcep, la storia dei commerci internazionali potrebbe dopo secoli cambiare, con perdita di centralità europea.
Tre di questi paesi sono potenze atomiche, la Cina da anni contribuisce alla loro industrializzazione in cambio di sbocchi al mare e/o materie prime. Non ho idea di come finirà in Ucraina, il fronte est commerciale è perduto. Si tratta di vedere quali altri verranno aperti. Di certo, l’Europa ci perderà. Aver rinunciato ad una propria autonomia strategica e aver seguito gli americani, che altro non volevano che la rottura dell’asse Germania, Russia, Cina sarà nei prossimi decenni fatale.
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La Bundeswehr ringrazia. 100mila in piazza per la pace, 100miliardi di spese militari
Questa coreografia può essere definita cinica: mentre oltre 100.000 persone manifestavano per la pace e contro la guerra in Ucraina, a Berlino domenica pomeriggio, il governo federale “rosso-verde-giallo” ha usato l’invasione russa dell'Uraina come pretesto per annunciare un programma di riarmo globale senza precedenti nella storia della Repubblica federale.
Nel 2022, ci sarà un “fondo speciale” una tantum per la Bundeswehr pari a 100 miliardi di euro, ha detto il cancelliere Olaf Scholz in una sessione speciale del Bundestag.
Si tratta di più di due ulteriori bilanci annuali aggiunti all’attuale bilancio del ministero della Difesa di 46,9 miliardi di euro. I fondi sarebbero usati “per investimenti necessari e progetti di armamento”, ha detto il politico della SPD.
Inoltre, il governo vuole aumentare permanentemente la spesa annuale per la difesa a “più del due per cento del prodotto interno lordo”. Il dibattito sulla presunta incapacità della Bundeswehr di agire era stato innescato giovedì dall’ispettore dell’esercito, Alfons Mais, con l’affermazione che l’esercito era “più o meno spoglio”. Quasi tutta la stampa tedesca ha approvato questo slogan.
Scholz ha condannato con forza l’attacco russo all’Ucraina. Stiamo vivendo “una svolta nel tempo”. Ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler riportare indietro gli orologi all’era della politica delle grandi potenze nel XIX secolo e stabilire un “impero russo”.
Scholz non ha fatto altri commenti sui retroscena di questa guerra. Ha cercato di convincere i partecipanti alla manifestazione per la pace a seguire la rotta del governo. Ha ringraziato tutti coloro “che stanno dando l’esempio in questi giorni”. Ciò che è sostenuto da un ampio consenso sociale e politico durerà.
Nel suo discorso, Scholz ha anche annunciato la costruzione accelerata di due terminali per il gas liquido. Ha indicato come località Brunsbüttel e Wilhelmshaven. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre drasticamente la quota di importazioni di gas dalla Russia. Gli Stati Uniti, che si sono opposti per anni al gasdotto Nord Stream 2, sono particolarmente interessati all’esportazione di gas liquefatto.
Già sabato, Berlino aveva annunciato che avrebbe iniziato a fornire armi a una delle due parti in guerra: l’Ucraina. Domenica, questo intervento militare indiretto è stato sostenuto da una politica simbolica: molti deputati hanno salutato l’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, seduto nella tribuna degli ospiti, con un applauso.
L’ex presidente tedesco Joachim Gauck ha abbracciato l’ambasciatore. La bandiera ucraina sventolava davanti al palazzo del Reichstag. Scholz ha detto nel suo discorso che bisogna “sostenere l’Ucraina in questa situazione disperata”. La nuova situazione richiede una risposta chiara. Pertanto, ha detto, è stato deciso che la Germania “fornirà all’Ucraina armi per difendere il paese”.
Friedrich Merz, leader del gruppo parlamentare CDU/CSU, ha assicurato al governo il sostegno della CDU e della CSU. Se Scholz vuole un “aggiornamento” completo della Bundeswehr, la CDU/CSU lo seguirà “anche contro ogni resistenza”.
Vogliono anche aiutare a riorientare la politica energetica. Allo stesso tempo, ha chiesto che i dettagli del fondo speciale siano discussi “con calma e in dettaglio”. Ha definito il presidente russo un “criminale di guerra”.
Kochefin Amira Mohamed Ali ha parlato a nome del gruppo di sinistra (Linke). Ha sottolineato che nulla può relativizzare o giustificare l’attacco russo. La sinistra, ha detto apertamente, aveva “giudicato male le intenzioni del governo russo”. Per molti aspetti, ha detto, erano d’accordo con i partiti di governo nella loro valutazione degli eventi. Tuttavia, il partito rifiuta il riarmo annunciato, così come la consegna di armi alla zona di guerra.
da Junge Welt
Fonte
Nel 2022, ci sarà un “fondo speciale” una tantum per la Bundeswehr pari a 100 miliardi di euro, ha detto il cancelliere Olaf Scholz in una sessione speciale del Bundestag.
Si tratta di più di due ulteriori bilanci annuali aggiunti all’attuale bilancio del ministero della Difesa di 46,9 miliardi di euro. I fondi sarebbero usati “per investimenti necessari e progetti di armamento”, ha detto il politico della SPD.
Inoltre, il governo vuole aumentare permanentemente la spesa annuale per la difesa a “più del due per cento del prodotto interno lordo”. Il dibattito sulla presunta incapacità della Bundeswehr di agire era stato innescato giovedì dall’ispettore dell’esercito, Alfons Mais, con l’affermazione che l’esercito era “più o meno spoglio”. Quasi tutta la stampa tedesca ha approvato questo slogan.
Scholz ha condannato con forza l’attacco russo all’Ucraina. Stiamo vivendo “una svolta nel tempo”. Ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler riportare indietro gli orologi all’era della politica delle grandi potenze nel XIX secolo e stabilire un “impero russo”.
Scholz non ha fatto altri commenti sui retroscena di questa guerra. Ha cercato di convincere i partecipanti alla manifestazione per la pace a seguire la rotta del governo. Ha ringraziato tutti coloro “che stanno dando l’esempio in questi giorni”. Ciò che è sostenuto da un ampio consenso sociale e politico durerà.
Nel suo discorso, Scholz ha anche annunciato la costruzione accelerata di due terminali per il gas liquido. Ha indicato come località Brunsbüttel e Wilhelmshaven. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre drasticamente la quota di importazioni di gas dalla Russia. Gli Stati Uniti, che si sono opposti per anni al gasdotto Nord Stream 2, sono particolarmente interessati all’esportazione di gas liquefatto.
Già sabato, Berlino aveva annunciato che avrebbe iniziato a fornire armi a una delle due parti in guerra: l’Ucraina. Domenica, questo intervento militare indiretto è stato sostenuto da una politica simbolica: molti deputati hanno salutato l’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, seduto nella tribuna degli ospiti, con un applauso.
L’ex presidente tedesco Joachim Gauck ha abbracciato l’ambasciatore. La bandiera ucraina sventolava davanti al palazzo del Reichstag. Scholz ha detto nel suo discorso che bisogna “sostenere l’Ucraina in questa situazione disperata”. La nuova situazione richiede una risposta chiara. Pertanto, ha detto, è stato deciso che la Germania “fornirà all’Ucraina armi per difendere il paese”.
Friedrich Merz, leader del gruppo parlamentare CDU/CSU, ha assicurato al governo il sostegno della CDU e della CSU. Se Scholz vuole un “aggiornamento” completo della Bundeswehr, la CDU/CSU lo seguirà “anche contro ogni resistenza”.
Vogliono anche aiutare a riorientare la politica energetica. Allo stesso tempo, ha chiesto che i dettagli del fondo speciale siano discussi “con calma e in dettaglio”. Ha definito il presidente russo un “criminale di guerra”.
Kochefin Amira Mohamed Ali ha parlato a nome del gruppo di sinistra (Linke). Ha sottolineato che nulla può relativizzare o giustificare l’attacco russo. La sinistra, ha detto apertamente, aveva “giudicato male le intenzioni del governo russo”. Per molti aspetti, ha detto, erano d’accordo con i partiti di governo nella loro valutazione degli eventi. Tuttavia, il partito rifiuta il riarmo annunciato, così come la consegna di armi alla zona di guerra.
da Junge Welt
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RUSSIA-UCRAINA. Biden deluso: gli alleati arabi non rompono con Putin
di Michele Giorgio
Ha colto non pochi di sorpresa la decisione degli Emirati di unirsi venerdì a Cina e India nell’astensione sulla risoluzione dell’Onu – sponsorizzata da Usa e Albania e bloccata dal veto di Mosca – di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. «Gli Emirati Arabi Uniti ribadiscono il loro impegno per l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza di tutti gli Stati membri. Chiediamo un’immediata riduzione dell’escalation e la cessazione delle ostilità», si è limitata a dichiarare l’ambasciatrice Lana Nusseibeh senza nominare la Russia e indicare l’Ucraina come vittima. Al Palazzo di Vetro, Abu Dhabi ha confermato la politica estera spregiudicata che porta avanti da qualche anno. Da fedele alleata di Washington, dell’Occidente e dal 2020 anche di Israele, non teme a tenere mezza aperta la porta all’Iran e alla Siria di Bashar Assad contro la posizione dei cugini sauditi. E ora dialoga con la Russia nel momento in cui è bersaglio di condanne e sanzioni per l’attacco a Kiev.
Il giorno prima dell’inizio dell’offensiva russa, il ministro degli esteri emiratino, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo Sergei Lavrov. Al termine ha diffuso un comunicato in cui si sottolinea soltanto l’intento di «migliorare le prospettive della cooperazione tra Emirati e Russia in vari campi». Abu Dhabi come Mosca fa parte del gruppo di paesi produttori di petrolio OPEC+ che si riunirà virtualmente mercoledì per discutere la futura politica di produzione. Meno di un mese fa l’Amministrazione Usa aveva inviato una nave e sistemi missilistici a difendere gli Emirati finiti sotto attacco di droni e razzi dei ribelli yemeniti Houthi. Biden in quell’occasione aveva proclamato che «l’America non abbandona gli amici» in Medio Oriente. Ma le monarchie sunnite, inclusa l’Arabia Saudita, se da un lato restano fedeli a Washington dall’altro non vogliono farsi legare troppo le mani. D’altronde anche Israele, l’alleato principale degli Stati Uniti nella regione, ha adottato una linea di cauto sostegno a Kiev senza attaccare frontalmente Putin.
Giornali e analisti arabi da tre giorni si affannano a difendere l’Ucraina sotto attacco o, al contrario, a criticare gli Usa, la Nato e a ricordare le ragioni che hanno portato Putin a scegliere la via della guerra. Ne sono un esempio le pagine di giornali come l’emiratino e filo-occidentale Al Khaleej, il libanese Al Akhbar vicino a Siria e Iran e Raya al Youm diretto da un noto giornalista anti-Usa, Abdel Bari Atwan. Che il Cremlino sia (ri)diventato un attore chiave in Medio Oriente, e a danno della Casa Bianca, mette d’accordo tutti. E re e leader arabi non vogliono andare contro la rinnovata superpotenza russa. Nel 2015, un anno dopo l’annessione della Crimea, Putin è intervenuto in Siria a sostegno del presidente Bashar Assad lanciando un messaggio chiaro ad arabi e agli Usa. Assad due giorni fa ha ricambiato descrivendo l’attacco all’Ucraina «una correzione della storia». Mosca scendendo in campo in Siria ha infranto l’esclusività dell’America nella gestione delle crisi regionali e creato le condizioni per un nuovo equilibrio di potere di cui i paesi mediorientali non possono non tener conto. «Dover accettare l’invasione russa di un altro paese indipendentemente dalle circostanze è preoccupante», ha scritto due giorni fa l’editorialista Ibrahim al Amin su Al Akhbar. «Tuttavia – ha aggiunto – possiamo rallegrarci per la direzione che hanno preso gli equilibri globali. Quello che ha fatto Putin vuol dire che oggi esistono di nuovo due campi: Est e Ovest».
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Ha colto non pochi di sorpresa la decisione degli Emirati di unirsi venerdì a Cina e India nell’astensione sulla risoluzione dell’Onu – sponsorizzata da Usa e Albania e bloccata dal veto di Mosca – di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. «Gli Emirati Arabi Uniti ribadiscono il loro impegno per l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza di tutti gli Stati membri. Chiediamo un’immediata riduzione dell’escalation e la cessazione delle ostilità», si è limitata a dichiarare l’ambasciatrice Lana Nusseibeh senza nominare la Russia e indicare l’Ucraina come vittima. Al Palazzo di Vetro, Abu Dhabi ha confermato la politica estera spregiudicata che porta avanti da qualche anno. Da fedele alleata di Washington, dell’Occidente e dal 2020 anche di Israele, non teme a tenere mezza aperta la porta all’Iran e alla Siria di Bashar Assad contro la posizione dei cugini sauditi. E ora dialoga con la Russia nel momento in cui è bersaglio di condanne e sanzioni per l’attacco a Kiev.
Il giorno prima dell’inizio dell’offensiva russa, il ministro degli esteri emiratino, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo Sergei Lavrov. Al termine ha diffuso un comunicato in cui si sottolinea soltanto l’intento di «migliorare le prospettive della cooperazione tra Emirati e Russia in vari campi». Abu Dhabi come Mosca fa parte del gruppo di paesi produttori di petrolio OPEC+ che si riunirà virtualmente mercoledì per discutere la futura politica di produzione. Meno di un mese fa l’Amministrazione Usa aveva inviato una nave e sistemi missilistici a difendere gli Emirati finiti sotto attacco di droni e razzi dei ribelli yemeniti Houthi. Biden in quell’occasione aveva proclamato che «l’America non abbandona gli amici» in Medio Oriente. Ma le monarchie sunnite, inclusa l’Arabia Saudita, se da un lato restano fedeli a Washington dall’altro non vogliono farsi legare troppo le mani. D’altronde anche Israele, l’alleato principale degli Stati Uniti nella regione, ha adottato una linea di cauto sostegno a Kiev senza attaccare frontalmente Putin.
Giornali e analisti arabi da tre giorni si affannano a difendere l’Ucraina sotto attacco o, al contrario, a criticare gli Usa, la Nato e a ricordare le ragioni che hanno portato Putin a scegliere la via della guerra. Ne sono un esempio le pagine di giornali come l’emiratino e filo-occidentale Al Khaleej, il libanese Al Akhbar vicino a Siria e Iran e Raya al Youm diretto da un noto giornalista anti-Usa, Abdel Bari Atwan. Che il Cremlino sia (ri)diventato un attore chiave in Medio Oriente, e a danno della Casa Bianca, mette d’accordo tutti. E re e leader arabi non vogliono andare contro la rinnovata superpotenza russa. Nel 2015, un anno dopo l’annessione della Crimea, Putin è intervenuto in Siria a sostegno del presidente Bashar Assad lanciando un messaggio chiaro ad arabi e agli Usa. Assad due giorni fa ha ricambiato descrivendo l’attacco all’Ucraina «una correzione della storia». Mosca scendendo in campo in Siria ha infranto l’esclusività dell’America nella gestione delle crisi regionali e creato le condizioni per un nuovo equilibrio di potere di cui i paesi mediorientali non possono non tener conto. «Dover accettare l’invasione russa di un altro paese indipendentemente dalle circostanze è preoccupante», ha scritto due giorni fa l’editorialista Ibrahim al Amin su Al Akhbar. «Tuttavia – ha aggiunto – possiamo rallegrarci per la direzione che hanno preso gli equilibri globali. Quello che ha fatto Putin vuol dire che oggi esistono di nuovo due campi: Est e Ovest».
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Diritto e rovescio in Ucraina
Il diritto internazionale sembrerebbe tornare di moda. Occorre ovviamente dire le cose come stanno. E cioè che l’offensiva iniziata il 24 febbraio 2022 ha costituito un’evidente violazione dell’art. 2, para. 4 della Carta delle Nazioni Unite, secondo il quale “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.
E però sembrerebbe che il primo a violare il diritto internazionale nella storia sia stato Putin. Che dire di Iraq, Libia, ex Jugoslavia, Kosovo? Che dire dei colpi di Stato militari in America Latina? Che dire del diritto di autodeterminazione di Palestinesi, Kurdi, Saharoui? L’ipocrisia delle Potenze occidentali che fanno capo alla NATO è veramente stupefacente.
Nei confronti di Putin si adottano “sanzioni devastanti”. Agli Ucraini si forniscono armamenti letali per sostenerne la resistenza contro l’invasione russa. I regimi israeliano, turco, marocchino che opprimono popoli formati da esseri umani al pari degli ucraini non solo non vengono sanzionati in alcun modo, ma si continua a fornire loro armamenti altrettanto letali.
È quindi chiaro come le potenze occidentali non abbiano alcun titolo per invocare il diritto internazionale, che hanno più volte dolosamente violato nel corso della loro storia. L’attuale ricchezza dell’Occidente, sia Stati Uniti che Unione europea, è fondata sulla sistematica trasgressione delle norme di diritto internazionale, che peraltro hanno sempre voluto forgiare come uno strumento che si univa a quelli dell’oppressione militare e poliziesca per mantenere il dominio sui popoli e sulle risorse del mondo.
L’applicazione selettiva del diritto internazionale e la manipolazione delle sue norme sono direttamente funzionali al mantenimento del pianeta nelle deplorevoli condizioni in cui si trova e degli enormi problemi globali cui dobbiamo far fronte, dal riscaldamento globale alle pandemie.
Tutto ciò ovviamente non giustifica la violazione del diritto internazionale portata avanti da Putin coll’invasione dell’Ucraina. Occorre anzi auspicare che tale aggressione sia fermata e che le truppe che vi hanno preso parte siano ritirate.
Il diritto internazionale però, neanche in questo caso può essere invocato selettivamente ad usum delphini. Va tenuto conto delle esigenze e delle aspirazioni di tutti i popoli dell’area compresi quelli che hanno votato per l’instaurazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass. E ovviamente va tenuto conto dei diritti della consistente minoranza russofona che vive sul territorio ucraino.
Non attuare queste elementari misure non significa solo non tenere conto delle esigenze di un diritto che va applicato tenendo conto di tutti gli aspetti della situazione e non solo di uno di essa (l’aggressione russa) per quanto importante, ma significa non tenere conto della storia e della logica elementare. Un giurista o aspirante tale che si fermi alla condanna dell’invasione non rende alcun servizio alla causa della pace ma si mette l’elmetto e contribuisce alla continuazione della guerra.
Bisogna quindi parlare anche del carattere fortemente autoritario, con evidenti sfumature di neonazismo militante, assunto a partire dal colpo di Stato del 2014 dal governo ucraino. Lo stesso Zelensky, per quanto eletto su di un programma che prevedeva la pace e la riconciliazione nazionale, si è piegato alle esigenze e alle aspirazioni del più becero nazionalismo. I primi a sotterrare gli accordi di Minsk sono stati i governanti ucraini, su pressione della destra nazifascista. L’invasione russa ha radicalizzato ulteriormente la situazione.
Ciò però non toglie che queste problematiche di fondo necessitino risposte concrete, così come va risolto il problema costituito dall’espansione della NATO verso Est. Che senso ha oggi un’alleanza militare costituita oltre settanta anni fa all’inizio della Guerra fredda se non la volontà cinica di perpetuare in eterno la Guerra fredda come condizione ottimale per mantenere ed estenderne il predominio statunitense oggi in crisi in varie parti del mondo, dall’America Latina al Medio Oriente all’Asia centrale ed insidiato in modo crescente dalla crescita pacifica del potere cinese?
Il popolo ucraino in tutte le sue componenti, compresi coloro che hanno proclamato le Repubbliche del Donbass per rispondere al colpo di Stato attuato dalla destra nel febbraio 2014, sta pagando un prezzo elevatissimo in questo scontro tra le Superpotenze. Il diritto internazionale deve costituire uno strumento per porre fine a questo conflitto andando alle sue radici profonde, a condizione tuttavia di non farne l’uso propagandistico, selettivo e in malafede che ne fanno oggi Stati Uniti, NATO ed Unione europea.
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E però sembrerebbe che il primo a violare il diritto internazionale nella storia sia stato Putin. Che dire di Iraq, Libia, ex Jugoslavia, Kosovo? Che dire dei colpi di Stato militari in America Latina? Che dire del diritto di autodeterminazione di Palestinesi, Kurdi, Saharoui? L’ipocrisia delle Potenze occidentali che fanno capo alla NATO è veramente stupefacente.
Nei confronti di Putin si adottano “sanzioni devastanti”. Agli Ucraini si forniscono armamenti letali per sostenerne la resistenza contro l’invasione russa. I regimi israeliano, turco, marocchino che opprimono popoli formati da esseri umani al pari degli ucraini non solo non vengono sanzionati in alcun modo, ma si continua a fornire loro armamenti altrettanto letali.
È quindi chiaro come le potenze occidentali non abbiano alcun titolo per invocare il diritto internazionale, che hanno più volte dolosamente violato nel corso della loro storia. L’attuale ricchezza dell’Occidente, sia Stati Uniti che Unione europea, è fondata sulla sistematica trasgressione delle norme di diritto internazionale, che peraltro hanno sempre voluto forgiare come uno strumento che si univa a quelli dell’oppressione militare e poliziesca per mantenere il dominio sui popoli e sulle risorse del mondo.
L’applicazione selettiva del diritto internazionale e la manipolazione delle sue norme sono direttamente funzionali al mantenimento del pianeta nelle deplorevoli condizioni in cui si trova e degli enormi problemi globali cui dobbiamo far fronte, dal riscaldamento globale alle pandemie.
Tutto ciò ovviamente non giustifica la violazione del diritto internazionale portata avanti da Putin coll’invasione dell’Ucraina. Occorre anzi auspicare che tale aggressione sia fermata e che le truppe che vi hanno preso parte siano ritirate.
Il diritto internazionale però, neanche in questo caso può essere invocato selettivamente ad usum delphini. Va tenuto conto delle esigenze e delle aspirazioni di tutti i popoli dell’area compresi quelli che hanno votato per l’instaurazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass. E ovviamente va tenuto conto dei diritti della consistente minoranza russofona che vive sul territorio ucraino.
Non attuare queste elementari misure non significa solo non tenere conto delle esigenze di un diritto che va applicato tenendo conto di tutti gli aspetti della situazione e non solo di uno di essa (l’aggressione russa) per quanto importante, ma significa non tenere conto della storia e della logica elementare. Un giurista o aspirante tale che si fermi alla condanna dell’invasione non rende alcun servizio alla causa della pace ma si mette l’elmetto e contribuisce alla continuazione della guerra.
Bisogna quindi parlare anche del carattere fortemente autoritario, con evidenti sfumature di neonazismo militante, assunto a partire dal colpo di Stato del 2014 dal governo ucraino. Lo stesso Zelensky, per quanto eletto su di un programma che prevedeva la pace e la riconciliazione nazionale, si è piegato alle esigenze e alle aspirazioni del più becero nazionalismo. I primi a sotterrare gli accordi di Minsk sono stati i governanti ucraini, su pressione della destra nazifascista. L’invasione russa ha radicalizzato ulteriormente la situazione.
Ciò però non toglie che queste problematiche di fondo necessitino risposte concrete, così come va risolto il problema costituito dall’espansione della NATO verso Est. Che senso ha oggi un’alleanza militare costituita oltre settanta anni fa all’inizio della Guerra fredda se non la volontà cinica di perpetuare in eterno la Guerra fredda come condizione ottimale per mantenere ed estenderne il predominio statunitense oggi in crisi in varie parti del mondo, dall’America Latina al Medio Oriente all’Asia centrale ed insidiato in modo crescente dalla crescita pacifica del potere cinese?
Il popolo ucraino in tutte le sue componenti, compresi coloro che hanno proclamato le Repubbliche del Donbass per rispondere al colpo di Stato attuato dalla destra nel febbraio 2014, sta pagando un prezzo elevatissimo in questo scontro tra le Superpotenze. Il diritto internazionale deve costituire uno strumento per porre fine a questo conflitto andando alle sue radici profonde, a condizione tuttavia di non farne l’uso propagandistico, selettivo e in malafede che ne fanno oggi Stati Uniti, NATO ed Unione europea.
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Il governo decreta 3 mesi di stato di emergenza per partecipare al potenziamento dei dispositivi Nato
Risorse per 174,4 milioni per partecipare al potenziamento dei dispositivi Nato a fronte dell’attacco russo all’Ucraina. Lo prevede una bozza del decreto legge con disposizioni urgenti sulla crisi ucraina approvato oggi dal Consiglio dei ministri.
«È autorizzata, fino al 30 settembre 2022 – si legge nel documento – la partecipazione di personale militare alle iniziative della Nato per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf).
È autorizzata, per l’anno 2022, la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della Nato: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza».
Per la task force Vjtf «è autorizzata la spesa di 86.081.634 euro per l’anno 2022”, per gli altri dispositivi sono previsti “67.366.416 euro per l’anno 2022 e 21.000.000 per l’anno 2023».
Arrivano anche 11 milioni di euro per potenziare la protezione degli uffici italiani all’estero e del relativo personale. La Farnesina è autorizzata a provvedere con questi fondi alle spese per il vitto e per l’alloggio del personale e dei cittadini che, per ragioni di sicurezza, saranno alloggiati in locali indicati dai diplomatici. Degli 11 milioni di euro, un milione finanzierà l’invio di dieci carabinieri a tutela degli uffici all’estero maggiormente esposti e del relativo personale in servizio.
Questo decreto non proroga lo stato di emergenza Covid, il quale scadrà il 31 marzo. Se a fine marzo l’Italia potrà dire addio alle norme anti-Covid, ciò non comporterà la fine del nuovo stato di emergenza per la situazione in Ucraina, per la quale l’Italia prevede il dispiegamento delle proprie forze militari.
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«È autorizzata, fino al 30 settembre 2022 – si legge nel documento – la partecipazione di personale militare alle iniziative della Nato per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf).
È autorizzata, per l’anno 2022, la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della Nato: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza».
Per la task force Vjtf «è autorizzata la spesa di 86.081.634 euro per l’anno 2022”, per gli altri dispositivi sono previsti “67.366.416 euro per l’anno 2022 e 21.000.000 per l’anno 2023».
Arrivano anche 11 milioni di euro per potenziare la protezione degli uffici italiani all’estero e del relativo personale. La Farnesina è autorizzata a provvedere con questi fondi alle spese per il vitto e per l’alloggio del personale e dei cittadini che, per ragioni di sicurezza, saranno alloggiati in locali indicati dai diplomatici. Degli 11 milioni di euro, un milione finanzierà l’invio di dieci carabinieri a tutela degli uffici all’estero maggiormente esposti e del relativo personale in servizio.
Questo decreto non proroga lo stato di emergenza Covid, il quale scadrà il 31 marzo. Se a fine marzo l’Italia potrà dire addio alle norme anti-Covid, ciò non comporterà la fine del nuovo stato di emergenza per la situazione in Ucraina, per la quale l’Italia prevede il dispiegamento delle proprie forze militari.
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No alla guerra, si alla verità. Il “J’accuse” di Barbara Spinelli
Imprevisto ma non imprevedibile. Nei momenti più bui c’è chi non perde la bussola. Un articolo di Barbara Spinelli su Il Fatto squarcia il velo delle ipocrisie sulla guerra in cui i governi europei e la Nato ci stanno trascinando approfittando dell’invasione russa dell’Ucraina.
*****
di Barbara Spinelli
Paragonando l’invasione russa dell’Ucraina all’assalto dell’11settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo.
Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate.
Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-Zelenski, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca.
Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione Europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria.
È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda.
L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa.
Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda.
Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie?”.
Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.
Primo: né Washington né la Nato né l’Europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica. Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini.
Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato.
Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice.
Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata.
Secondo punto: l’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca.
Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina.
L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali – da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker).
Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta.
Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica).
Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).
Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan.
Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est.
La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.
Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo.
L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento).
Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo.
Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare).
Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe.
Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, che pretendiamo? Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica.
Riarmando il fronte Est dell’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte celebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato.
Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.
da Il Fatto Quotidiano
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