Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/10/2025
Attaccata la Flottiglia. Mobilitazione in corso in tutto il paese
Notizie in aggiornamento:
Ultim’ora: Almeno 56 persone di nazionalità diversa sono state arrestate fino ad adesso da Israele durante l’assalto alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Tra di essi figurano 25 cittadini spagnoli, 9 turchi, 7 brasiliani, 4 francesi, 3 tedeschi, 3 britannici. Almeno cinque degli attivisti arrestati sono cittadini statunitensi.
Al momento risultano 4 navi assaltate e sequestrate e 3 senza contatto. Il resto delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla continua la navigazione con la “Mango” alla guida. Le navi sequestrate sembrano essere quelle che trasportano reporter, giornalisti e attivisti più noti.
La Marina israeliana ha iniziato a usare cannoni ad acqua contro la nave Meteque. “Se spegnete il motore, noi chiudiamo l’acqua”, hanno avvertito i militari con gli altoparlanti.
(Fonte: Pagineesteri)
*****
Arrivata ormai a poche decine di miglia dalle coste di Gaza, la Global Sumud Flotilla è stata abbordata dalle unità militari israeliane.
Dalle prima frammentarie notizie la prima nave ad essere attaccata è stata la Alma. “Potremmo perdere la connessione a breve – dicono gli attivisti a bordo -. L’invito a tutti è a sostenere la Global Sumud Flotilla, ma soprattutto il diritto all’esistenza del popolo palestinese. Siamo una flotta autorganizzata e pacifica”.
Pochi minuti fa le forze israeliane hanno sequestrato anche i partecipanti delle navi Sirius e Adara della Global Sumud Flottila.
Secondo il ministro degli esteri Tajani gli attivisti delle imbarcazioni assaltate dalle forze armate israeliane saranno portati ad Ashdod per essere successivamente espulsi.
Una volta arrivate a meno di 90 miglia dalle coste di Gaza, entrando nella ‘zona ad alto rischio’ in cui Israele in passato ha bloccato le missioni umanitarie, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla hanno cominciato ad essere attaccate dalla marina e dalle forze speciali israeliane.
È da sottolineare ancora una volta che a quella distanza da qualsiasi terra un abbordaggio è un atto di pirateria internazionale, che ogni Stato sottoscrittore dei relativi trattati (in pratica tutta l’Unione Europea, tra gli altri) dovrebbe attivarsi per sanzionare in qualsiasi modo il criminale. Anche se si chiama Israele.
In Italia alla diffusione della notizia dell’attacco alla Flotilla sono scattate le prime mobilitazioni.
Aggiornamenti.
A Napoli già questa sera un corteo è dilagato dentro la stazione centrale bloccando i binari (foto a sinistra). Anche a Pisa e Piacenza sono state bloccate le stazioni (foto in basso). A Livorno è stato bloccato il porto.
A Roma cortei stanno convergendo sul presidio permanente in Piazza dei Cinquecento. E’ partito un corteo con l’obiettivo di raggiungere Palazzo Chigi ma il corteo è stato bloccato dalla polizia all’altezza di Piazza Barberini. La manifestazione chiede alla polizia di spostarsi e consentire di far passare la manifestazione. Dopo mezzora di fronteggiamento la polizia è arretrata e il corteo sta proseguendo su via del Tritone verso Palazzo Chigi con destinazione Piazza San Silvestro.
A Bologna l’appuntamento è a Piazza Maggiore. A Genova a Varco Albertazzi alle 22.00. A Livorno Presidio permanente al porto ore 21:00; a Lodi Piazza Duomo 20:30; Palermo Piazza Sant’Anna 22:00, Siena Piazza del Campo 21:00; a Firenze a Piazza SS. Annunziata 21:30; a Milano in Piazza della Scala alle 21:30; a Torino in Piazza Palazzo di Città; a Brescia in piazza Duomo alle 21.30…
Molti dei concentramenti si sono trasformati in cortei con migliaia di persone nelle strade delle varie città.
In aggiornamento.
Usb e Cgil hanno confermato in serata l’annunciato sciopero generale di emergenza per venerdi 3 ottobre.
Qui di seguito il comunicato dell’Unione Sindacale di Base
*****
AGGREDITA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA: 3 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE
ISRAELE ATTACCA IL DIRITTO INTERNAZIONALE. ORA È IL MOMENTO DI BLOCCARE TUTTO.
La Global Sumud Flotilla è stata abbordata e aggredita in mare aperto dallo Stato genocida di Israele, mentre era impegnata in una missione civile e pacifica per rompere l’assedio alla Striscia di Gaza e consegnare aiuti umanitari alla popolazione stremata.
Una flotta composta da lavoratori, volontari, rappresentanti di movimenti e società civile, in navigazione con un carico di beni di prima necessità, è stata colpita da un atto di guerra contro la pace, contro l’umanità, contro il diritto internazionale. Israele, con questo atto di pirateria, viola apertamente le Convenzioni internazionali e la Carta delle Nazioni Unite, e mette a rischio la vita di cittadini di diversi paesi, impegnati a garantire un canale umanitario permanente verso Gaza.
È un’aggressione che riguarda tutti e tutte noi.
Riguarda il principio stesso della libertà dei popoli, della solidarietà e della giustizia internazionale.
Riguarda il nostro ordine costituzionale, che all’articolo 11 ripudia la guerra e fonda la Repubblica sulla pace e sulla cooperazione tra i popoli.
Quando uno Stato, come Israele, colpisce una missione civile umanitaria riconosciuta e sostenuta da decine di organizzazioni in tutto il mondo, viola la sovranità morale e politica dell’Italia e dell’intera comunità internazionale.
Per questo la risposta non può che essere immediata.
Non è un fatto estero, è un atto che ci chiama direttamente in causa.
È necessario mobilitarsi da subito, in ogni città, in ogni luogo di lavoro, nelle strade e nei porti.
L’USB proclama la mobilitazione immediata e lo sciopero generale per il 3 ottobre.
Da questo momento chiamiamo ogni lavoratore e lavoratrice, ogni cittadino e cittadina, ogni organizzazione democratica e solidale a bloccare tutto: produzione, logistica, trasporti, scuola, servizi, in segno di protesta contro il crimine di guerra commesso da Israele e contro la complicità dei governi occidentali, Italia compresa, che continuano a fornire armi e sostegno politico al regime sionista.
Difendere la Global Sumud Flotilla significa difendere la libertà, la pace, la dignità del lavoro e dei popoli.
Significa dire basta al genocidio in Palestina e pretendere la fine immediata dell’assedio, dell’occupazione, delle forniture militari, del commercio con Israele.
L’Italia deve interrompere ogni collaborazione militare ed economica con lo Stato di Israele, chiudere i porti alle navi che commerciano con esso, sospendere gli accordi industriali e fermare l’economia di guerra.
È tempo di alzare la testa e scegliere da che parte stare:
con chi bombarda i civili o con chi lotta per liberarli?
Noi stiamo con la Flotilla, con Gaza, con il popolo palestinese, con chi costruisce la pace.
Blocchiamo tutto. Il 3 ottobre sarà sciopero generale.
Fonte
Ultim’ora: Almeno 56 persone di nazionalità diversa sono state arrestate fino ad adesso da Israele durante l’assalto alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Tra di essi figurano 25 cittadini spagnoli, 9 turchi, 7 brasiliani, 4 francesi, 3 tedeschi, 3 britannici. Almeno cinque degli attivisti arrestati sono cittadini statunitensi.
Al momento risultano 4 navi assaltate e sequestrate e 3 senza contatto. Il resto delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla continua la navigazione con la “Mango” alla guida. Le navi sequestrate sembrano essere quelle che trasportano reporter, giornalisti e attivisti più noti.
La Marina israeliana ha iniziato a usare cannoni ad acqua contro la nave Meteque. “Se spegnete il motore, noi chiudiamo l’acqua”, hanno avvertito i militari con gli altoparlanti.
(Fonte: Pagineesteri)
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Arrivata ormai a poche decine di miglia dalle coste di Gaza, la Global Sumud Flotilla è stata abbordata dalle unità militari israeliane.
Dalle prima frammentarie notizie la prima nave ad essere attaccata è stata la Alma. “Potremmo perdere la connessione a breve – dicono gli attivisti a bordo -. L’invito a tutti è a sostenere la Global Sumud Flotilla, ma soprattutto il diritto all’esistenza del popolo palestinese. Siamo una flotta autorganizzata e pacifica”.
Pochi minuti fa le forze israeliane hanno sequestrato anche i partecipanti delle navi Sirius e Adara della Global Sumud Flottila.
Secondo il ministro degli esteri Tajani gli attivisti delle imbarcazioni assaltate dalle forze armate israeliane saranno portati ad Ashdod per essere successivamente espulsi.
Una volta arrivate a meno di 90 miglia dalle coste di Gaza, entrando nella ‘zona ad alto rischio’ in cui Israele in passato ha bloccato le missioni umanitarie, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla hanno cominciato ad essere attaccate dalla marina e dalle forze speciali israeliane.
È da sottolineare ancora una volta che a quella distanza da qualsiasi terra un abbordaggio è un atto di pirateria internazionale, che ogni Stato sottoscrittore dei relativi trattati (in pratica tutta l’Unione Europea, tra gli altri) dovrebbe attivarsi per sanzionare in qualsiasi modo il criminale. Anche se si chiama Israele.
In Italia alla diffusione della notizia dell’attacco alla Flotilla sono scattate le prime mobilitazioni.
Aggiornamenti.
A Napoli già questa sera un corteo è dilagato dentro la stazione centrale bloccando i binari (foto a sinistra). Anche a Pisa e Piacenza sono state bloccate le stazioni (foto in basso). A Livorno è stato bloccato il porto.
A Roma cortei stanno convergendo sul presidio permanente in Piazza dei Cinquecento. E’ partito un corteo con l’obiettivo di raggiungere Palazzo Chigi ma il corteo è stato bloccato dalla polizia all’altezza di Piazza Barberini. La manifestazione chiede alla polizia di spostarsi e consentire di far passare la manifestazione. Dopo mezzora di fronteggiamento la polizia è arretrata e il corteo sta proseguendo su via del Tritone verso Palazzo Chigi con destinazione Piazza San Silvestro.
A Bologna l’appuntamento è a Piazza Maggiore. A Genova a Varco Albertazzi alle 22.00. A Livorno Presidio permanente al porto ore 21:00; a Lodi Piazza Duomo 20:30; Palermo Piazza Sant’Anna 22:00, Siena Piazza del Campo 21:00; a Firenze a Piazza SS. Annunziata 21:30; a Milano in Piazza della Scala alle 21:30; a Torino in Piazza Palazzo di Città; a Brescia in piazza Duomo alle 21.30…
Molti dei concentramenti si sono trasformati in cortei con migliaia di persone nelle strade delle varie città.
In aggiornamento.
Usb e Cgil hanno confermato in serata l’annunciato sciopero generale di emergenza per venerdi 3 ottobre.
Qui di seguito il comunicato dell’Unione Sindacale di Base
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AGGREDITA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA: 3 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE
ISRAELE ATTACCA IL DIRITTO INTERNAZIONALE. ORA È IL MOMENTO DI BLOCCARE TUTTO.
La Global Sumud Flotilla è stata abbordata e aggredita in mare aperto dallo Stato genocida di Israele, mentre era impegnata in una missione civile e pacifica per rompere l’assedio alla Striscia di Gaza e consegnare aiuti umanitari alla popolazione stremata.
Una flotta composta da lavoratori, volontari, rappresentanti di movimenti e società civile, in navigazione con un carico di beni di prima necessità, è stata colpita da un atto di guerra contro la pace, contro l’umanità, contro il diritto internazionale. Israele, con questo atto di pirateria, viola apertamente le Convenzioni internazionali e la Carta delle Nazioni Unite, e mette a rischio la vita di cittadini di diversi paesi, impegnati a garantire un canale umanitario permanente verso Gaza.
È un’aggressione che riguarda tutti e tutte noi.
Riguarda il principio stesso della libertà dei popoli, della solidarietà e della giustizia internazionale.
Riguarda il nostro ordine costituzionale, che all’articolo 11 ripudia la guerra e fonda la Repubblica sulla pace e sulla cooperazione tra i popoli.
Quando uno Stato, come Israele, colpisce una missione civile umanitaria riconosciuta e sostenuta da decine di organizzazioni in tutto il mondo, viola la sovranità morale e politica dell’Italia e dell’intera comunità internazionale.
Per questo la risposta non può che essere immediata.
Non è un fatto estero, è un atto che ci chiama direttamente in causa.
È necessario mobilitarsi da subito, in ogni città, in ogni luogo di lavoro, nelle strade e nei porti.
L’USB proclama la mobilitazione immediata e lo sciopero generale per il 3 ottobre.
Da questo momento chiamiamo ogni lavoratore e lavoratrice, ogni cittadino e cittadina, ogni organizzazione democratica e solidale a bloccare tutto: produzione, logistica, trasporti, scuola, servizi, in segno di protesta contro il crimine di guerra commesso da Israele e contro la complicità dei governi occidentali, Italia compresa, che continuano a fornire armi e sostegno politico al regime sionista.
Difendere la Global Sumud Flotilla significa difendere la libertà, la pace, la dignità del lavoro e dei popoli.
Significa dire basta al genocidio in Palestina e pretendere la fine immediata dell’assedio, dell’occupazione, delle forniture militari, del commercio con Israele.
L’Italia deve interrompere ogni collaborazione militare ed economica con lo Stato di Israele, chiudere i porti alle navi che commerciano con esso, sospendere gli accordi industriali e fermare l’economia di guerra.
È tempo di alzare la testa e scegliere da che parte stare:
con chi bombarda i civili o con chi lotta per liberarli?
Noi stiamo con la Flotilla, con Gaza, con il popolo palestinese, con chi costruisce la pace.
Blocchiamo tutto. Il 3 ottobre sarà sciopero generale.
Fonte
“A Gaza, il popolo italiano ci ha fatto sorridere”
Riportiamo qui sotto la traduzione di un contributo pubblicato su Al Jazeera. L’autrice, Eman Abu Zayed, è una scrittrice e studentessa dell’Università Islamica di Gaza. Ad agosto aveva raccontato al Manifesto la sua vita sotto le bombe dei terroristi sionisti, negli ultimi due anni di vita a Gaza. Un paio di giorni fa ci ha raccontato di come le manifestazioni oceaniche del 22 settembre abbiano regalato a tanti un sorriso, anche se magari solo per un secondo.
*****
La mobilitazione di massa per la Palestina in tutta Italia ha trovato eco a Gaza. Siamo davvero grati.
Lunedì scorso ero in strada a cercare un segnale internet a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale – cosa diventata quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era appena stata bombardata per la terza volta durante la guerra, ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo appena perso tutto, ancora una volta.
Il mio cuore era pesante per il dolore e tutto ciò che mi circondava mi ricordava la perdita che ci era capitata.
Quando finalmente sono riuscita a connettermi, video, foto e messaggi audio dall’Italia hanno inondato il mio telefono. Ho visto folle di persone marciare per le strade, sventolando bandiere palestinesi e cantando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Stop the War” e “Free Palestine”, e volti che esprimevano un misto di rabbia e speranza. Stavano cercando di inviarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo al vostro fianco.
Ho provato una gioia immensa.
Era la prima volta che assistevo a proteste pro-palestinesi di tale portata e impatto. I sindacati indipendenti italiani avevano indetto uno sciopero di 24 ore e gli italiani avevano risposto in massa. In oltre 70 comuni italiani, la gente è scesa in piazza per dimostrarci che aveva a cuore Gaza, che sosteneva la nostra causa, che voleva la fine immediata del genocidio.
Non si tratta di una nazione a maggioranza musulmana o araba. È un paese occidentale, il cui governo si rifiuta di riconoscere uno stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure, il popolo italiano è sceso in piazza per noi, per esprimere la sua solidarietà.
Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà con i palestinesi non si limita a coloro che ci sono vicini o che provengono dallo stesso background culturale, ma si estende a persone provenienti da tutto il mondo, anche nei luoghi in cui le élite politiche continuano a sostenere Israele.
A Gaza, queste scene di solidarietà italiana si sono diffuse di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha condiviso questi video di chat in chat, guardando con stupore la folla italiana. Queste immagini e filmati hanno portato rari sorrisi sui volti palestinesi. La sensazione di non essere completamente abbandonati, che il mondo esterno si stia mobilitando per fermare la guerra, si è insinuata tra di noi.
La scorsa settimana ho seguito da vicino anche la Sumud Flotilla che si sta dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha esercitato forti pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani affinché desistessero dalla missione. La maggior parte di loro ha rifiutato e ora si trova a bordo di diverse navi dirette verso di noi.
Ho avuto modo di comunicare anche con alcuni giornalisti italiani a bordo di una nave, che hanno condiviso con me parole piene di incoraggiamento e di speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e le sfide.
Le proteste e la Flotilla non sono stati l’unico raggio di speranza che ho ricevuto dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani – Pietro e Sara – e Fadi, un palestinese residente in Italia, mi hanno contattato.
Il loro supporto non si è limitato alle parole; è stato tangibile. Mi hanno aiutato a condividere i miei scritti in modo che potessero raggiungere più persone. Mi hanno anche contattato costantemente, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi pieni di speranza e incoraggiamento.
Ad agosto, con l’aiuto dei miei amici, sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e la nostra resilienza con migliaia di lettori.
Prima della guerra, non sapevo molto dell’Italia. Sapevo che era un paese meraviglioso, con una storia interessante e una gente amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendere in piazza in gran numero per sostenerci.
Oggi provo ammirazione e apprezzamento per il popolo italiano. La loro partecipazione alle proteste, il loro sostegno personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto capire che la nostra causa non è lontana dai cuori delle persone in tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non si fa solo a parole, ma con azioni concrete.
Spero di vedere proteste simili in altri paesi, di sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.
Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, ci riempite il cuore di gioia.
Fonte
Israele - La Knesset è pronta a introdurre la pena di morte per i cosiddetti ‘terroristi’
Nella giornata di domenica 28 settembre la Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset, il parlamento israeliano, ha dato il via libera alla discussione di un disegno di legge che introdurrà la pena di morte per coloro che sono accusati di terrorismo. Il che, considerata la concezione di ‘terrorismo’ che hanno le autorità sioniste, significa una minaccia a tutti i palestinesi che lottano per la propria libertà.
Ad oggi, la pena di morte è prevista dalla legislazione israeliana solo in casi molto particolari e, ironicamente, per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità: ovvero, quello che perpetra giornalmente Tel Aviv. Con la nuova legge, essa sarebbe estesa ai responsabili della morte di un israeliano per motivi legati a questioni nazionalistiche.
Per la precisione, il testo di legge fa riferimento a un omicidio “motivato da razzismo o ostilità verso il pubblico, e compiuto con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”. Una dicitura che verrebbe in sostanza sovrapposta all’accusa di ‘terrorismo’, ovvero di aver lottato contro l’occupazione e l’apartheid israeliana. Questo è reso ancora più chiaro da una postilla della norma: la legge, infatti, non varrà nel caso sia un israeliano a uccidere un palestinese.
Questa è la natura di quella che i complici del genocidio chiamano “l’unica democrazia del Medio Oriente”, che del resto ha già messo per iscritto in una delle sue leggi costituzionali che Israele è uno stato etnico-religioso, e in cui l’autodeterminazione è concessa solo agli ebrei israeliani. E questo nel 2018, ben prima del 7 ottobre.
Questo disegno di legge per allargare l’uso della pena di morte è stato fortemente voluto dal ministro della Sicurezza Nazionale, Ben Gvir. All’interno della Commissione parlamentare ha ricevuto 4 voti positivi contro uno solo negativo. Ma non perché ci sia davvero contrarietà a una legge dal contenuto raccapricciante. Gilad Kariv, unico a votare contro il disegno di legge, ha urlato agli altri parlamentari le ragioni della sua contrarietà: “vergognatevi, ci sono degli ostaggi!”
La preoccupazione, insomma, è solo che l’evidente escalation di violenza che un provvedimento del genere porterà possa portare a reazioni da parte dei combattenti palestinesi nei confronti dei prigionieri israeliani. Del resto, anche Gal Hirsch, il responsabile indicato da Netanyahu per la ‘questione ostaggi’, si è opposto al passaggio in aula di tale legge perché, a suo avviso, potrebbe avere un impatto negativo sugli sforzi per liberarli.
Persino il consulente legale della Commissione, Iddo Ben Yitzhak, aveva affermato che qualsiasi votazione sul disegno di legge tenutasi durante la pausa della Knesset è invalida perché la discussione precedente alla votazione non ha potuto includere il contributo dei rappresentanti delle agenzie di sicurezza e non ha avuto un dibattito sostanziale sulle disposizioni del disegno di legge.
Per Ben Gvir, al contrario, la norma “consentirà di riportare a casa gli ostaggi” e dimostrerà alla resistenza palestinese che “c’è un prezzo da pagare per quello che hanno fatto” il 7 ottobre 2023. Persino Riccardo Noury, responsabile di Amnesty International Italia, ha fatto notare che “affermare che la pena di morte per terrorismo contribuirebbe al ritorno in libertà degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas è paradossale, e infatti le loro famiglie si sono schierate contro”.
Il Comitato pubblico contro la tortura in Israele, una ONG israeliana per i diritti umani, ha sostenuto che questa norma innescherebbe solo un nuovo ciclo di violenze. Anche la Società dei Prigionieri Palestinesi si è espressa in merito, denunciando che Israele cerca di “dare copertura legale a un crimine che pratica da decenni attraverso gli abusi sistematici contro i detenuti palestinesi”.
Quella di Ben Gvir è una visione non solo vendicativa, ma si associa a una evidente volontà di punire un popolo intero per aver resistito alla volontà di portare a termine il genocidio. Il ministro si era vantato delle condizioni degradanti in cui sono i detenuti considerati quali ‘terroristi’, e tuttavia si è lamentato di non aver potuto ulteriormente peggiorare la situazione perché “non è giusto, non è appropriato, perché ciò farebbe infuriare i terroristi e potrebbe provocare un’intifada”.
Ben Gvir sarebbe probabilmente contento se i palestinesi continuassero la propria resistenza, perché così avrebbe la scusa per realizzare la totale pulizia etnica di quel popolo. Ma il nodo centrale rimane quello sottolineato dalla Società dei Prigionieri Palestinesi: i detenuti che sono imprigionati e sottoposti a condizioni disumane, fino alla morte.
Persino l’Alta Corte di Giustizia di Israele ha stabilito che nel sistema penitenziario del paese i prigionieri palestinesi non venivano nutriti adeguatamente. Per Ben Gvir, questa decisione non ha fatto altro che aiutare Hamas e, a suo avviso, ha dato la spinta all’attacco a un bus a Gerusalemme, dove sono morte 6 persone.
Inoltre, rimangono i dubbi di molti esperti per la facilità con cui tale legge potrebbe essere applicata verso tanti altri prigionieri. Bisogna ricordare che negli ultimi due anni Israele è tornato ad applicare la Legge sui combattenti illegali, che permette di arrestare chiunque sia sospettato di essere coinvolto in attività ostili contro Israele o di porre una minaccia alla sicurezza dello stato, senza limiti di tempo o obbligo di fornire prove o circostanziare le accuse.
A inizio settembre, Local Call, +972 Magazine e il britannico The Guardian hanno rivelato come, dai dati dell’intelligence israeliana, sia emerso che solo un quarto delle persone detenute sotto la Legge dei combattenti illegali sarebbe sospettata di affiliazione ad Hamas o a un movimento vicino: 1.450 individui sui 6 mila.
Il poco rispetto per i diritti umani e per procedimenti trasparenti, oltre alla facilità con cui le accuse vengono ampliate e manipolate, solleva preoccupazione anche per questi detenuti. E tutto ciò rende chiaro, una volta di più, che i sionisti stanno portando avanti un genocidio con tutti gli strumenti possibili.
Fonte
Ad oggi, la pena di morte è prevista dalla legislazione israeliana solo in casi molto particolari e, ironicamente, per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità: ovvero, quello che perpetra giornalmente Tel Aviv. Con la nuova legge, essa sarebbe estesa ai responsabili della morte di un israeliano per motivi legati a questioni nazionalistiche.
Per la precisione, il testo di legge fa riferimento a un omicidio “motivato da razzismo o ostilità verso il pubblico, e compiuto con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”. Una dicitura che verrebbe in sostanza sovrapposta all’accusa di ‘terrorismo’, ovvero di aver lottato contro l’occupazione e l’apartheid israeliana. Questo è reso ancora più chiaro da una postilla della norma: la legge, infatti, non varrà nel caso sia un israeliano a uccidere un palestinese.
Questa è la natura di quella che i complici del genocidio chiamano “l’unica democrazia del Medio Oriente”, che del resto ha già messo per iscritto in una delle sue leggi costituzionali che Israele è uno stato etnico-religioso, e in cui l’autodeterminazione è concessa solo agli ebrei israeliani. E questo nel 2018, ben prima del 7 ottobre.
Questo disegno di legge per allargare l’uso della pena di morte è stato fortemente voluto dal ministro della Sicurezza Nazionale, Ben Gvir. All’interno della Commissione parlamentare ha ricevuto 4 voti positivi contro uno solo negativo. Ma non perché ci sia davvero contrarietà a una legge dal contenuto raccapricciante. Gilad Kariv, unico a votare contro il disegno di legge, ha urlato agli altri parlamentari le ragioni della sua contrarietà: “vergognatevi, ci sono degli ostaggi!”
La preoccupazione, insomma, è solo che l’evidente escalation di violenza che un provvedimento del genere porterà possa portare a reazioni da parte dei combattenti palestinesi nei confronti dei prigionieri israeliani. Del resto, anche Gal Hirsch, il responsabile indicato da Netanyahu per la ‘questione ostaggi’, si è opposto al passaggio in aula di tale legge perché, a suo avviso, potrebbe avere un impatto negativo sugli sforzi per liberarli.
Persino il consulente legale della Commissione, Iddo Ben Yitzhak, aveva affermato che qualsiasi votazione sul disegno di legge tenutasi durante la pausa della Knesset è invalida perché la discussione precedente alla votazione non ha potuto includere il contributo dei rappresentanti delle agenzie di sicurezza e non ha avuto un dibattito sostanziale sulle disposizioni del disegno di legge.
Per Ben Gvir, al contrario, la norma “consentirà di riportare a casa gli ostaggi” e dimostrerà alla resistenza palestinese che “c’è un prezzo da pagare per quello che hanno fatto” il 7 ottobre 2023. Persino Riccardo Noury, responsabile di Amnesty International Italia, ha fatto notare che “affermare che la pena di morte per terrorismo contribuirebbe al ritorno in libertà degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas è paradossale, e infatti le loro famiglie si sono schierate contro”.
Il Comitato pubblico contro la tortura in Israele, una ONG israeliana per i diritti umani, ha sostenuto che questa norma innescherebbe solo un nuovo ciclo di violenze. Anche la Società dei Prigionieri Palestinesi si è espressa in merito, denunciando che Israele cerca di “dare copertura legale a un crimine che pratica da decenni attraverso gli abusi sistematici contro i detenuti palestinesi”.
Quella di Ben Gvir è una visione non solo vendicativa, ma si associa a una evidente volontà di punire un popolo intero per aver resistito alla volontà di portare a termine il genocidio. Il ministro si era vantato delle condizioni degradanti in cui sono i detenuti considerati quali ‘terroristi’, e tuttavia si è lamentato di non aver potuto ulteriormente peggiorare la situazione perché “non è giusto, non è appropriato, perché ciò farebbe infuriare i terroristi e potrebbe provocare un’intifada”.
Ben Gvir sarebbe probabilmente contento se i palestinesi continuassero la propria resistenza, perché così avrebbe la scusa per realizzare la totale pulizia etnica di quel popolo. Ma il nodo centrale rimane quello sottolineato dalla Società dei Prigionieri Palestinesi: i detenuti che sono imprigionati e sottoposti a condizioni disumane, fino alla morte.
Persino l’Alta Corte di Giustizia di Israele ha stabilito che nel sistema penitenziario del paese i prigionieri palestinesi non venivano nutriti adeguatamente. Per Ben Gvir, questa decisione non ha fatto altro che aiutare Hamas e, a suo avviso, ha dato la spinta all’attacco a un bus a Gerusalemme, dove sono morte 6 persone.
Inoltre, rimangono i dubbi di molti esperti per la facilità con cui tale legge potrebbe essere applicata verso tanti altri prigionieri. Bisogna ricordare che negli ultimi due anni Israele è tornato ad applicare la Legge sui combattenti illegali, che permette di arrestare chiunque sia sospettato di essere coinvolto in attività ostili contro Israele o di porre una minaccia alla sicurezza dello stato, senza limiti di tempo o obbligo di fornire prove o circostanziare le accuse.
A inizio settembre, Local Call, +972 Magazine e il britannico The Guardian hanno rivelato come, dai dati dell’intelligence israeliana, sia emerso che solo un quarto delle persone detenute sotto la Legge dei combattenti illegali sarebbe sospettata di affiliazione ad Hamas o a un movimento vicino: 1.450 individui sui 6 mila.
Il poco rispetto per i diritti umani e per procedimenti trasparenti, oltre alla facilità con cui le accuse vengono ampliate e manipolate, solleva preoccupazione anche per questi detenuti. E tutto ciò rende chiaro, una volta di più, che i sionisti stanno portando avanti un genocidio con tutti gli strumenti possibili.
Fonte
Don Patriciello: proiettili e santità da psicosi collettiva
Impossibile non essere vicini a Don Patriciello, dopo che gli è stato consegnato un proiettile durante la funzione religiosa. Quello che però stupisce è la lettura del fatto. Un uomo di 75 anni, con pregressi psichiatrici – Vittorio De Luca, detto “Caciotta” – consegna un proiettile in pubblico, a volto scoperto e durante una messa.
Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.
Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.
“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.
Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.
Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?
“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.
Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.
È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.
Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.
Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.
Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.
Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.
Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.
Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?
Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?
Fonte
Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.
Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.
“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.
Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.
Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?
“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.
Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.
È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.
Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.
Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.
Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.
Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.
Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.
Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?
Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?
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Warfare: la guerra com’è
di Andrea Berneschi
Warfare scritto e diretto da Ray Mendoza e Alex Garland 2025.
Un gruppo di Navy Seal prende possesso di un edificio in una cittadina irachena. Quale città? Che anno è? Non lo sappiamo. I militari entrano a notte fonda quando il padre, la madre e i figli dormono; tentano di rassicurarli, ma di fatto li hanno presi in ostaggio. Sfondano con un mazzuolo una parete per agevolare la loro azione. Alla famiglia irachena non spiegano quello che faranno e non lasciano trapelare nulla nemmeno a noi spettatori. Anche i due scout iracheni che operano come interpreti sembrano ignorare i fini della missione e il compito che è loro assegnato (temono soprattutto che gli americani li mandino avanti senza farsi troppi problemi, condannandoli a morte certa). I Navy Seal americani, del resto, ammettono più volte di non sapere cosa sta succedendo attorno a loro.
Così inizia Warfare, ma a dirla tutta, prima dei titoli di testa, c’è una specie di “foto di gruppo” con i componenti della squadra che si eccitano guardando un video musicale, o forse un porno. Dovremmo forse tenere presente che sono giovani innocenti e ignoranti e pieni di ormoni e scusarli per tutto quello che faranno? No e sì. Le cose, come vedremo, non sono tanto semplici.
Seguono venti o trenta minuti in cui non accade quasi niente di importante. Lo spettatore, senza nessuna spiegazione aggiunta, viene calato dentro un’azione militare e obbligato a condividere coi soldati il punto di vista sulle cose e perfino il linguaggio burocratico. I giovani iracheni che attraversano la strada sono dunque “maschi in età militare” o potenzialmente degli “ostili”; fare la guardia al piano terra di un edificio si dice “consolidare”; assicurarsi che un soldato non abbia ferite si chiama “controllare” (“Ti ha controllato qualcuno?”).
Senza l’uso di flashback riusciamo così a immaginare quale ossessivo addestramento abbiano attraversato questi ragazzi prima di essere spediti sul luogo dell’azione. E pochi dialoghi e pochi sguardi ci dicono con chiarezza come si sentono e quali sono le loro motivazioni: niente di più e niente di meno che quelle di qualsiasi lavoratore in una catena di fast food. C’è un lavoro da fare, difficile, stressante, non piacevole; è meglio farlo prima possibile, senza errori e senza farsi troppe domande. Nessuna traccia di retorica, in questo film. Anzi: nessun eroe.
I registi evitano accuratamente la costruzione di personaggi “memorabili”. Dimenticate le caratterizzazioni dei personaggi di pellicole pure di alto livello come The Hurt Locker (2008) e Zero Dark Thirty (2012). Qui nessuno fa amicizia coi bambini delle zone di guerra. Nessuno ha una storia alle spalle, nessuno deve affrontare i suoi demoni. Molto raramente i soldati tentano una battuta o un gesto di distensione con gli altri del reparto. Non sono lì a scherzare, non sono un gruppo di amici; i loro rapporti sono quelli un po’ freddi e a volte forzatamente educati di chi condivide un lavoro poco piacevole. Non troverete tra loro “il duro”, “il joker”, “l’ossessivo” e altre macchiette. Abituati come siamo a un certo tipo di rappresentazione della guerra all’inizio possiamo essere tratti in inganno; ecco che istintivamente siamo tentati di identificare Will Poulter (che interpreta il leader di Alpha One) come il protagonista della storia. Del resto l’abbiamo già visto in Midsommar e altre pellicole, ha quella faccia lì, inconfondibile, quello sguardo... Ma presto ci accorgiamo che c’è qualcosa che non torna: cosa crede di fare con le sue sopracciglia arcuate Poulter, in quella situazione? Gli iracheni gliele faranno mangiare, quelle sopracciglia. E infatti (senza spoiler) il personaggio esce presto dal radar della nostra attenzione. Quando le cose si fanno complicate (e si faranno davvero complicate) ci viene in mente che il vero protagonista potrebbe essere D’Pharaoh Woon-A-Tai (questo è il nome dell’attore) nei panni dell’addetto alle comunicazioni Ray Mendoza. Ecco, pensiamo, questo è più umano, nasconde sotto l’apparente freddezza una vera empatia per i compagni che soffrono accanto a lui e che cerca di salvare. E invece no, nemmeno lui si comporta da protagonista o compie azioni oltre a quelle dovute dal suo ruolo. Nonostante Ray Mendoza sia il nome di uno dei due sceneggiatori/registi (l’altro è Alex Garland, quello del bellissimo e altrettanto crudo Civil War). Che ha scritto questo film per raccontare quello che ha vissuto in prima persona durante un’azione in Iraq nel 2006. E l’ha dedicato a Elliott Miller, che durante quell’azione perse l’uso delle gambe e la capacità di parlare.
Difficile raccontare eventi drammatici così da vicino. Italo Calvino nelle Lezioni americane suggeriva l’arte della leggerezza: quando la realtà da raccontare si fa opprimente e come l’occhio della Medusa rischia di pietrificare il narratore, allora serve il cavallo alato Pegaso per allontanarsi alla giusta distanza dalla quale possiamo descriverla. Qui sembra che i due registi (estremizzando l’operazione compiuta da Garland in Civil War) abbiano trovato un’altra strada: lavorare per sottrazione, togliendo ogni sovrastruttura politica, ideologica, anche intellettuale e culturale. Warfare, di conseguenza, è una storia di corpi.
Corpi nella guerra: che noi vediamo squarciati dalle esplosioni, orrendamente feriti, con le gambe spezzate, gridando di agonia se qualcuno cerca di spostarli. Corpi che altri corpi cercano di salvare in ogni modo. Limitando i danni della guerra: che restano senza spiegazione, senza causa, sui quali non si può dire niente.
Così, nella nostra comoda poltrona di cinema, noi stessi regrediamo a corpi presi dallo spettacolo orrendo della sofferenza di altri corpi (fittizi, è vero, proiettati sullo schermo; ma sappiamo benissimo che quei corpi fatti di luci che si muovono stanno lì a raccontare la storia di corpi veri). E se avessimo ancora dei dubbi, alla fine del film ogni attore appare nello split screen accanto alla foto del vero soldato che ha interpretato. Molti, però, hanno la faccia sfocata. Comprensibile, visto che la maggior parte di questi Navy Seal nel film non dimostra particolari capacità o coraggio, incorrendo spesso in errori anche banali (calpestare la gamba di un ferito grave, impugnare al contrario la siringa di adrenalina, perdere la calma e la concentrazione nel momento decisivo). Per cui, meglio restare il più possibile anonimi.
Warfare è un film contro la guerra? No e sì. Ma di sicuro è un film che farebbe passare a chiunque la voglia di arruolarsi: chi vorrebbe essere non un eroe, ma un anonimo commesso da fast food del meccanismo sbranacorpi che è la guerra? Oltretutto (come si vede nel film) operando in un paese che non è il proprio, mettendo in pericolo la vita di civili innocenti, provocando inutili distruzioni e, al momento di andarsene, lasciando le cose com’erano (se non peggio).
Fonte
Warfare scritto e diretto da Ray Mendoza e Alex Garland 2025.
Un gruppo di Navy Seal prende possesso di un edificio in una cittadina irachena. Quale città? Che anno è? Non lo sappiamo. I militari entrano a notte fonda quando il padre, la madre e i figli dormono; tentano di rassicurarli, ma di fatto li hanno presi in ostaggio. Sfondano con un mazzuolo una parete per agevolare la loro azione. Alla famiglia irachena non spiegano quello che faranno e non lasciano trapelare nulla nemmeno a noi spettatori. Anche i due scout iracheni che operano come interpreti sembrano ignorare i fini della missione e il compito che è loro assegnato (temono soprattutto che gli americani li mandino avanti senza farsi troppi problemi, condannandoli a morte certa). I Navy Seal americani, del resto, ammettono più volte di non sapere cosa sta succedendo attorno a loro.
Così inizia Warfare, ma a dirla tutta, prima dei titoli di testa, c’è una specie di “foto di gruppo” con i componenti della squadra che si eccitano guardando un video musicale, o forse un porno. Dovremmo forse tenere presente che sono giovani innocenti e ignoranti e pieni di ormoni e scusarli per tutto quello che faranno? No e sì. Le cose, come vedremo, non sono tanto semplici.
Seguono venti o trenta minuti in cui non accade quasi niente di importante. Lo spettatore, senza nessuna spiegazione aggiunta, viene calato dentro un’azione militare e obbligato a condividere coi soldati il punto di vista sulle cose e perfino il linguaggio burocratico. I giovani iracheni che attraversano la strada sono dunque “maschi in età militare” o potenzialmente degli “ostili”; fare la guardia al piano terra di un edificio si dice “consolidare”; assicurarsi che un soldato non abbia ferite si chiama “controllare” (“Ti ha controllato qualcuno?”).
Senza l’uso di flashback riusciamo così a immaginare quale ossessivo addestramento abbiano attraversato questi ragazzi prima di essere spediti sul luogo dell’azione. E pochi dialoghi e pochi sguardi ci dicono con chiarezza come si sentono e quali sono le loro motivazioni: niente di più e niente di meno che quelle di qualsiasi lavoratore in una catena di fast food. C’è un lavoro da fare, difficile, stressante, non piacevole; è meglio farlo prima possibile, senza errori e senza farsi troppe domande. Nessuna traccia di retorica, in questo film. Anzi: nessun eroe.
I registi evitano accuratamente la costruzione di personaggi “memorabili”. Dimenticate le caratterizzazioni dei personaggi di pellicole pure di alto livello come The Hurt Locker (2008) e Zero Dark Thirty (2012). Qui nessuno fa amicizia coi bambini delle zone di guerra. Nessuno ha una storia alle spalle, nessuno deve affrontare i suoi demoni. Molto raramente i soldati tentano una battuta o un gesto di distensione con gli altri del reparto. Non sono lì a scherzare, non sono un gruppo di amici; i loro rapporti sono quelli un po’ freddi e a volte forzatamente educati di chi condivide un lavoro poco piacevole. Non troverete tra loro “il duro”, “il joker”, “l’ossessivo” e altre macchiette. Abituati come siamo a un certo tipo di rappresentazione della guerra all’inizio possiamo essere tratti in inganno; ecco che istintivamente siamo tentati di identificare Will Poulter (che interpreta il leader di Alpha One) come il protagonista della storia. Del resto l’abbiamo già visto in Midsommar e altre pellicole, ha quella faccia lì, inconfondibile, quello sguardo... Ma presto ci accorgiamo che c’è qualcosa che non torna: cosa crede di fare con le sue sopracciglia arcuate Poulter, in quella situazione? Gli iracheni gliele faranno mangiare, quelle sopracciglia. E infatti (senza spoiler) il personaggio esce presto dal radar della nostra attenzione. Quando le cose si fanno complicate (e si faranno davvero complicate) ci viene in mente che il vero protagonista potrebbe essere D’Pharaoh Woon-A-Tai (questo è il nome dell’attore) nei panni dell’addetto alle comunicazioni Ray Mendoza. Ecco, pensiamo, questo è più umano, nasconde sotto l’apparente freddezza una vera empatia per i compagni che soffrono accanto a lui e che cerca di salvare. E invece no, nemmeno lui si comporta da protagonista o compie azioni oltre a quelle dovute dal suo ruolo. Nonostante Ray Mendoza sia il nome di uno dei due sceneggiatori/registi (l’altro è Alex Garland, quello del bellissimo e altrettanto crudo Civil War). Che ha scritto questo film per raccontare quello che ha vissuto in prima persona durante un’azione in Iraq nel 2006. E l’ha dedicato a Elliott Miller, che durante quell’azione perse l’uso delle gambe e la capacità di parlare.
Difficile raccontare eventi drammatici così da vicino. Italo Calvino nelle Lezioni americane suggeriva l’arte della leggerezza: quando la realtà da raccontare si fa opprimente e come l’occhio della Medusa rischia di pietrificare il narratore, allora serve il cavallo alato Pegaso per allontanarsi alla giusta distanza dalla quale possiamo descriverla. Qui sembra che i due registi (estremizzando l’operazione compiuta da Garland in Civil War) abbiano trovato un’altra strada: lavorare per sottrazione, togliendo ogni sovrastruttura politica, ideologica, anche intellettuale e culturale. Warfare, di conseguenza, è una storia di corpi.
Corpi nella guerra: che noi vediamo squarciati dalle esplosioni, orrendamente feriti, con le gambe spezzate, gridando di agonia se qualcuno cerca di spostarli. Corpi che altri corpi cercano di salvare in ogni modo. Limitando i danni della guerra: che restano senza spiegazione, senza causa, sui quali non si può dire niente.
Così, nella nostra comoda poltrona di cinema, noi stessi regrediamo a corpi presi dallo spettacolo orrendo della sofferenza di altri corpi (fittizi, è vero, proiettati sullo schermo; ma sappiamo benissimo che quei corpi fatti di luci che si muovono stanno lì a raccontare la storia di corpi veri). E se avessimo ancora dei dubbi, alla fine del film ogni attore appare nello split screen accanto alla foto del vero soldato che ha interpretato. Molti, però, hanno la faccia sfocata. Comprensibile, visto che la maggior parte di questi Navy Seal nel film non dimostra particolari capacità o coraggio, incorrendo spesso in errori anche banali (calpestare la gamba di un ferito grave, impugnare al contrario la siringa di adrenalina, perdere la calma e la concentrazione nel momento decisivo). Per cui, meglio restare il più possibile anonimi.
Warfare è un film contro la guerra? No e sì. Ma di sicuro è un film che farebbe passare a chiunque la voglia di arruolarsi: chi vorrebbe essere non un eroe, ma un anonimo commesso da fast food del meccanismo sbranacorpi che è la guerra? Oltretutto (come si vede nel film) operando in un paese che non è il proprio, mettendo in pericolo la vita di civili innocenti, provocando inutili distruzioni e, al momento di andarsene, lasciando le cose com’erano (se non peggio).
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Il Piano Trump per Gaza è una lapide sul presente e sul futuro. Ma spetta ai palestinesi decidere
Appare evidente come il “piano Trump” sia arrivato anche a seguito del vertiginoso aumento della pressione internazionale e dell’isolamento di Israele dopo quasi due anni di aggressione ai palestinesi a Gaza che ormai molti configurano e denunciano come genocidio.
L’isolamento di Israele, l’escalation delle proteste popolari anche in Europa e Stati Uniti e le conseguenze nella regione del bombardamento su Doha da parte israeliana, hanno costretto Trump a cercare una via d’uscita che in qualche modo salvaguardasse Israele e la sua alleanza con gli USA.
La televisione israeliana Channel 12 riferisce che il team del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha apportato “cambiamenti radicali” al suo Piano per Gaza, al fine di renderlo più accettabile da Israele, dopo un incontro con il ministro degli Affari Strategici Ron Dermer e il primo ministro Benyamin Netanyahu.
Ciò significa che quello che è stato dato finora in pasto ai mass media e agli interlocutori internazionali (i 21 punti diventati poi 20, ndr), è stato già rivisto per renderlo compatibile con gli interessi di Netanyahu – pressato dalla destra religiosa – e del governo israeliano.
Il Piano Trump in 20 punti segna un notevole allontanamento dalle proposte precedenti. Introduce una nuova serie di condizioni che non avevano fatto parte delle discussioni precedenti, ma che sono state a lungo sostenute da Israele. Queste includono il governo di Gaza senza l’Autorità Palestinese o Hamas, la “deradicalizzazione” del territorio, il disarmo di Hamas e altre richieste correlate.
Anche su punti chiave discussi in precedenza – come il ritiro israeliano, gli scambi di prigionieri e la ricostruzione di Gaza – il piano introduce cambiamenti sostanziali.
In primo luogo, il piano non prevede un ritiro definitivo e completo di Israele da Gaza. Il ritiro suggerito è lento, graduale e condizionato da futuri colloqui tra Israele e una temporanea “Forza Internazionale di Stabilizzazione” che deve ancora essere istituita.
Anche allora, Israele non si ritirerebbe completamente dall’enclave palestinese e rimarrebbe in una zona definita “perimetro di sicurezza” lungo il confine tra Gaza e Israele.
Un ritiro completo di Israele da Gaza è stato a lungo sostenuto come una richiesta chiave da Hamas prima di accettare di rilasciare tutti i prigionieri e porre fine alla guerra.
Viene poi dato ampio risalto ad una dichiarazione congiunta di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar ed Egitto in cui accolgono con favore gli sforzi di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, dicendosi pronti a “cooperare positivamente” con gli Usa per finalizzare l’accordo e garantirne l’attuazione. “I ministri degli Esteri accolgono con favore l’annuncio di Trump sulla proposta di porre fine alla guerra, ricostruire Gaza, impedire lo sfollamento del popolo palestinese e promuovere una pace, nonché il suo annuncio che non consentirà l’annessione della Cisgiordania”.
A questo passaggio della dichiarazione occorrerebbe però aggiungere il “buco” del mancato annuncio di Trump sul diritto allo Stato Palestinese. Infatti al punto 19 del Piano Trump c’è solo scritto che “Mentre lo sviluppo di Gaza avanza e quando il programma di riforma dell’Autorità Palestinese viene attuato fedelmente, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese, che riconosciamo come l’aspirazione del popolo palestinese”.
Non solo. Sul futuro della governance a Gaza ci sono due punti dirimenti.
Il punto 9 afferma che “Gaza sarà governata sotto il governo temporaneo di transizione di un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità per la popolazione di Gaza”.
Continuiamo ad avere la netta sensazione che questo comitato palestinese indipendente avrà il volto e i miliziani di un ex dirigente palestinese squalificato e inviso alla popolazione come Mohammed Dahlan, oggi uomo di paglia al servizio degli Emirati ma sempre disponibile sul mercato.
“Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organo internazionale di transizione, il “Board of Peace”, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair”.
Al punto 15 viene indicato che “Gli Stati Uniti lavoreranno con i partner arabi e internazionali per sviluppare una Forza internazionale di stabilizzazione temporanea (ISF) da schierare immediatamente a Gaza. L’ISF addestrerà e fornirà sostegno alle forze di polizia palestinesi controllate a Gaza e si consulterà con la Giordania e l’Egitto che hanno una vasta esperienza in questo campo. Questa forza sarà la soluzione a lungo termine per la sicurezza interna. Le ISF lavoreranno con Israele ed Egitto per aiutare a proteggere le aree di confine, insieme alle forze di polizia palestinesi di recente addestramento. È fondamentale impedire l’ingresso di munizioni a Gaza e facilitare il flusso rapido e sicuro di merci per ricostruire e rivitalizzare Gaza. Le parti concorderanno un meccanismo di deconflittualità”.
Sulla tempistica della fine dei bombardamenti e il rilascio dei prigionieri sono indicativi i punti 3, 4, 5, i quali prevedono che: “Le forze israeliane si ritireranno sulla linea concordata per prepararsi al rilascio degli ostaggi. Durante questo periodo, tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese e le linee di battaglia rimarranno congelate fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni per il ritiro completo e graduale; entro 72 ore dall’accettazione pubblica di questo accordo da parte di Israele, tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, saranno restituiti; Una volta rilasciati tutti gli ostaggi, Israele rilascerà 250 ergastolani più 1.700 abitanti di Gaza che sono stati detenuti dopo il 7 ottobre 2023, comprese tutte le donne e i bambini detenuti in quel contesto. Per ogni ostaggio israeliano i cui resti vengono rilasciati, Israele rilascerà i resti di 15 abitanti di Gaza deceduti”.
In quest’ultimo punto ci sono un paio di ammissioni che vanno registrate: tra i detenuti palestinesi ci sono anche donne e bambini; ci sono vittime palestinesi i cui resti sono sotto controllo israeliano e che quindi vanno ad aggiungersi a quelle ufficialmente censite dalla autorità sanitarie di Gaza.
Leggendo il Piano Trump e al netto delle modifiche e dei “dettagli” che lo hanno reso del tutto funzionale agli interessi israeliani, si comprende bene come questo piano per i palestinesi sia una lapide sul presente e sul futuro, resa ancora più pesante dai 66mila morti fin qui registrati a Gaza e dall’assenza di possibilità alternative praticabili in questa fase.
Cosa e come rispondere a questo piano spetta però al popolo palestinese e alle organizzazioni della sua resistenza.
Fonte
L’isolamento di Israele, l’escalation delle proteste popolari anche in Europa e Stati Uniti e le conseguenze nella regione del bombardamento su Doha da parte israeliana, hanno costretto Trump a cercare una via d’uscita che in qualche modo salvaguardasse Israele e la sua alleanza con gli USA.
La televisione israeliana Channel 12 riferisce che il team del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha apportato “cambiamenti radicali” al suo Piano per Gaza, al fine di renderlo più accettabile da Israele, dopo un incontro con il ministro degli Affari Strategici Ron Dermer e il primo ministro Benyamin Netanyahu.
Ciò significa che quello che è stato dato finora in pasto ai mass media e agli interlocutori internazionali (i 21 punti diventati poi 20, ndr), è stato già rivisto per renderlo compatibile con gli interessi di Netanyahu – pressato dalla destra religiosa – e del governo israeliano.
Il Piano Trump in 20 punti segna un notevole allontanamento dalle proposte precedenti. Introduce una nuova serie di condizioni che non avevano fatto parte delle discussioni precedenti, ma che sono state a lungo sostenute da Israele. Queste includono il governo di Gaza senza l’Autorità Palestinese o Hamas, la “deradicalizzazione” del territorio, il disarmo di Hamas e altre richieste correlate.
Anche su punti chiave discussi in precedenza – come il ritiro israeliano, gli scambi di prigionieri e la ricostruzione di Gaza – il piano introduce cambiamenti sostanziali.
In primo luogo, il piano non prevede un ritiro definitivo e completo di Israele da Gaza. Il ritiro suggerito è lento, graduale e condizionato da futuri colloqui tra Israele e una temporanea “Forza Internazionale di Stabilizzazione” che deve ancora essere istituita.
Anche allora, Israele non si ritirerebbe completamente dall’enclave palestinese e rimarrebbe in una zona definita “perimetro di sicurezza” lungo il confine tra Gaza e Israele.
Un ritiro completo di Israele da Gaza è stato a lungo sostenuto come una richiesta chiave da Hamas prima di accettare di rilasciare tutti i prigionieri e porre fine alla guerra.
Viene poi dato ampio risalto ad una dichiarazione congiunta di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar ed Egitto in cui accolgono con favore gli sforzi di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, dicendosi pronti a “cooperare positivamente” con gli Usa per finalizzare l’accordo e garantirne l’attuazione. “I ministri degli Esteri accolgono con favore l’annuncio di Trump sulla proposta di porre fine alla guerra, ricostruire Gaza, impedire lo sfollamento del popolo palestinese e promuovere una pace, nonché il suo annuncio che non consentirà l’annessione della Cisgiordania”.
A questo passaggio della dichiarazione occorrerebbe però aggiungere il “buco” del mancato annuncio di Trump sul diritto allo Stato Palestinese. Infatti al punto 19 del Piano Trump c’è solo scritto che “Mentre lo sviluppo di Gaza avanza e quando il programma di riforma dell’Autorità Palestinese viene attuato fedelmente, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese, che riconosciamo come l’aspirazione del popolo palestinese”.
Non solo. Sul futuro della governance a Gaza ci sono due punti dirimenti.
Il punto 9 afferma che “Gaza sarà governata sotto il governo temporaneo di transizione di un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità per la popolazione di Gaza”.
Continuiamo ad avere la netta sensazione che questo comitato palestinese indipendente avrà il volto e i miliziani di un ex dirigente palestinese squalificato e inviso alla popolazione come Mohammed Dahlan, oggi uomo di paglia al servizio degli Emirati ma sempre disponibile sul mercato.
“Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organo internazionale di transizione, il “Board of Peace”, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair”.
Al punto 15 viene indicato che “Gli Stati Uniti lavoreranno con i partner arabi e internazionali per sviluppare una Forza internazionale di stabilizzazione temporanea (ISF) da schierare immediatamente a Gaza. L’ISF addestrerà e fornirà sostegno alle forze di polizia palestinesi controllate a Gaza e si consulterà con la Giordania e l’Egitto che hanno una vasta esperienza in questo campo. Questa forza sarà la soluzione a lungo termine per la sicurezza interna. Le ISF lavoreranno con Israele ed Egitto per aiutare a proteggere le aree di confine, insieme alle forze di polizia palestinesi di recente addestramento. È fondamentale impedire l’ingresso di munizioni a Gaza e facilitare il flusso rapido e sicuro di merci per ricostruire e rivitalizzare Gaza. Le parti concorderanno un meccanismo di deconflittualità”.
Sulla tempistica della fine dei bombardamenti e il rilascio dei prigionieri sono indicativi i punti 3, 4, 5, i quali prevedono che: “Le forze israeliane si ritireranno sulla linea concordata per prepararsi al rilascio degli ostaggi. Durante questo periodo, tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese e le linee di battaglia rimarranno congelate fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni per il ritiro completo e graduale; entro 72 ore dall’accettazione pubblica di questo accordo da parte di Israele, tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, saranno restituiti; Una volta rilasciati tutti gli ostaggi, Israele rilascerà 250 ergastolani più 1.700 abitanti di Gaza che sono stati detenuti dopo il 7 ottobre 2023, comprese tutte le donne e i bambini detenuti in quel contesto. Per ogni ostaggio israeliano i cui resti vengono rilasciati, Israele rilascerà i resti di 15 abitanti di Gaza deceduti”.
In quest’ultimo punto ci sono un paio di ammissioni che vanno registrate: tra i detenuti palestinesi ci sono anche donne e bambini; ci sono vittime palestinesi i cui resti sono sotto controllo israeliano e che quindi vanno ad aggiungersi a quelle ufficialmente censite dalla autorità sanitarie di Gaza.
Leggendo il Piano Trump e al netto delle modifiche e dei “dettagli” che lo hanno reso del tutto funzionale agli interessi israeliani, si comprende bene come questo piano per i palestinesi sia una lapide sul presente e sul futuro, resa ancora più pesante dai 66mila morti fin qui registrati a Gaza e dall’assenza di possibilità alternative praticabili in questa fase.
Cosa e come rispondere a questo piano spetta però al popolo palestinese e alle organizzazioni della sua resistenza.
Fonte
La lunga notte della Sumud Flotilla. Primi attacchi israeliani
In aggiornamento. Ore 8.30. Dopo una notte di provocazioni, disturbi, tetativi abbozzati di speronamento, la Flotilla continua ad avvicinarsi a Gaza. Tutto può succedere ancora.
Ore 5. Le prime imbarcazioni intercettate: “Alcune imbarcazioni non identificate si sono avvicinate a diverse navi della Flottiglia, alcune delle quali con le luci spente. I partecipanti hanno applicato i protocolli di sicurezza in preparazione di un’intercettazione. Le imbarcazioni hanno ora lasciato la Flottiglia”.
Come si può intuire dal video in diretta, in contemporanea su diverse imbarcazioni, alcune sono diventate “buie”, segno che le telecamere sono state spente o danneggiate. La tattica di attacco israeliano sembra quella di colpire la strumentazione per le comunicazioni prima di abbordare effettivamente alcune imbarcazioni alla volta, evitando le complicazioni di un maxi attacco in simultanea a 51 barche.
Una nave non identificata ha rischiato di speronare la Alma e la Aurora, poi si è allontanata dopo aver danneggiato da remoto i sistemi di comunicazione a bordo. “NON siamo stati intercettati, ma siamo stati circondati da una grande nave militare senza luci (probabilmente la stessa avvistata da Aurora pochi minuti fa). Poiché questa nave non ha seguito le procedure di intercettazione a cui siamo abituati, ha cercato di tagliarci la strada, rischiando di speronarci fisicamente. Abbiamo deciso di fermarci, rivalutare la situazione e attendere l’alba. A breve comunicheremo come procedere”.
Qui si può seguire l’andamento in diretta, grazie al collegamento con diverse imbarcazioni della Flotilla.
L’atteggiamento del governo italiano è diventato finalmente chiarissimo quando sulla Flotilla è arrivato l’alert dalla fregata Alpino. A 180 miglia da Gaza, ha comunicato alla flotta che alle 2 di notte, ora in cui la distanza di accorcerà a 150 miglia, la nave si sarebbe fermata “per non pregiudicare in alcun modo le garanzie di sicurezza delle persone imbarcate”.
Ed è forse il caso di ricordare che tra loro ci sono anche 4 parlamentari della Repubblica, oltre a cittadini di altri 43 pesi...
Era questa la linea rossa concordata tra l’Italia e l’Idf. In pratica l’invio della fregata era solo un “gesto simbolico” della propaganda meloniana per coprire almeno in parte la complicità sostanziale, ferma e indifferente alla legalità internazionale (fermare e assaltare imbarcazioni civili con a bordo aiuti umanitari è un crimine di guerra; farlo in acque internazionali è un “atto di pirateria”). Una fregatura e basta.
Semplicemente inqualificabile l’ultimo messaggio della presidente del consiglio: “Flotilla si fermi. Ogni altra scelta rischia di trasformarsi in un pretesto per impedire la pace, alimentare il conflitto e colpire così soprattutto quella popolazione di Gaza alla quale si dice di voler portare sollievo. È il tempo della serietà e della responsabilità”.
Sarebbero i gesti umanitari, dunque, a “impedire la pace“, non l’azione criminale di un governo genocida e l’appoggio concreto di tutto l’Occidente euro-atlantico. Riassumendo: il genocidio è “pace”, e la Flotilla sarebbe un attentato alla “pace”. Giudicate voi…
Sacrosanta la risposta dalla Flotilla: “questa non è protezione. È sabotaggio. È un tentativo di demoralizzare e dividere una missione pacifica e umanitaria. Il blocco di Israele è illegale ed il silenzio del mondo intollerabile. Se il governo italiano vuole essere ricordato per il coraggio, deve navigare con noi”.
In particolare la portavoce, Maria Elena Delia, ha fatto notare: “Leggo che Giorgia Meloni sostiene che se il piano di ‘pace’ di Trump fallirà, sarà colpa della Global Sumud Flotilla. Saremmo onorati di poterci prendere questo merito, ma purtroppo non abbiamo questo potere. Quello, però, di ribadire che il diritto intermazionale non può essere applicato solo ad alcuni, questo potere ce l’abbiamo e lo rivendichiamo. Israele non ha alcun diritto sulle acque in cui stiamo navigando e se ci fermerà commetterà un reato. Questo è quello che avrebbe dovuto scrivere Giorgia Meloni, in un mondo normale, ma forse in quel mondo il nostro paese non sarebbe in mano a lei e al suo governo”.
150 miglia dalle coste di Gaza, oltretutto, è un punto oltre 10 volte più grande delle 12 miglia riconosciute dalle convenzioni internazionali, quindi in acque totalmente internazionali, dove ance il signor Mario Rossi dovrebbe poter regatare liberamente...
Andarsene, però, ha anche un altro significato, da parte del governo Meloni. Significa infatti “non vogliamo neanche esser testimoni di quello che accadrà, ci accontenteremo della versione del genocida Netanyahu, a cui vi consegniamo”. Alla faccia del governo “sovranista”... Neanche un maggiordomo inglese del ‘700 sarebbe stato così servizievole.
Di lì in poi è cominciata anche la marcia di avvicinamento alle imbarcazioni da parte delle forze armate israeliane, precedute da uno sciame di droni che hanno fatto avanti e indietro a scopo intimidatorio sulla Flotilla. Come del resto spigato nel loro messaggio: “Siamo in stato di massima allerta. L’attività dei droni sulla flottiglia è in aumento. Diverse segnalazioni indicano diversi scenari che si potrebbero verificare nelle prossime ore. Siamo entrati nella zona ad alto rischio, l’area in cui le flottiglie precedenti sono state attaccate e/o intercettate. Rimanete vigili”.
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Ore 5. Le prime imbarcazioni intercettate: “Alcune imbarcazioni non identificate si sono avvicinate a diverse navi della Flottiglia, alcune delle quali con le luci spente. I partecipanti hanno applicato i protocolli di sicurezza in preparazione di un’intercettazione. Le imbarcazioni hanno ora lasciato la Flottiglia”.
Come si può intuire dal video in diretta, in contemporanea su diverse imbarcazioni, alcune sono diventate “buie”, segno che le telecamere sono state spente o danneggiate. La tattica di attacco israeliano sembra quella di colpire la strumentazione per le comunicazioni prima di abbordare effettivamente alcune imbarcazioni alla volta, evitando le complicazioni di un maxi attacco in simultanea a 51 barche.
Una nave non identificata ha rischiato di speronare la Alma e la Aurora, poi si è allontanata dopo aver danneggiato da remoto i sistemi di comunicazione a bordo. “NON siamo stati intercettati, ma siamo stati circondati da una grande nave militare senza luci (probabilmente la stessa avvistata da Aurora pochi minuti fa). Poiché questa nave non ha seguito le procedure di intercettazione a cui siamo abituati, ha cercato di tagliarci la strada, rischiando di speronarci fisicamente. Abbiamo deciso di fermarci, rivalutare la situazione e attendere l’alba. A breve comunicheremo come procedere”.
Qui si può seguire l’andamento in diretta, grazie al collegamento con diverse imbarcazioni della Flotilla.
L’atteggiamento del governo italiano è diventato finalmente chiarissimo quando sulla Flotilla è arrivato l’alert dalla fregata Alpino. A 180 miglia da Gaza, ha comunicato alla flotta che alle 2 di notte, ora in cui la distanza di accorcerà a 150 miglia, la nave si sarebbe fermata “per non pregiudicare in alcun modo le garanzie di sicurezza delle persone imbarcate”.
Ed è forse il caso di ricordare che tra loro ci sono anche 4 parlamentari della Repubblica, oltre a cittadini di altri 43 pesi...
Era questa la linea rossa concordata tra l’Italia e l’Idf. In pratica l’invio della fregata era solo un “gesto simbolico” della propaganda meloniana per coprire almeno in parte la complicità sostanziale, ferma e indifferente alla legalità internazionale (fermare e assaltare imbarcazioni civili con a bordo aiuti umanitari è un crimine di guerra; farlo in acque internazionali è un “atto di pirateria”). Una fregatura e basta.
Semplicemente inqualificabile l’ultimo messaggio della presidente del consiglio: “Flotilla si fermi. Ogni altra scelta rischia di trasformarsi in un pretesto per impedire la pace, alimentare il conflitto e colpire così soprattutto quella popolazione di Gaza alla quale si dice di voler portare sollievo. È il tempo della serietà e della responsabilità”.
Sarebbero i gesti umanitari, dunque, a “impedire la pace“, non l’azione criminale di un governo genocida e l’appoggio concreto di tutto l’Occidente euro-atlantico. Riassumendo: il genocidio è “pace”, e la Flotilla sarebbe un attentato alla “pace”. Giudicate voi…
Sacrosanta la risposta dalla Flotilla: “questa non è protezione. È sabotaggio. È un tentativo di demoralizzare e dividere una missione pacifica e umanitaria. Il blocco di Israele è illegale ed il silenzio del mondo intollerabile. Se il governo italiano vuole essere ricordato per il coraggio, deve navigare con noi”.
In particolare la portavoce, Maria Elena Delia, ha fatto notare: “Leggo che Giorgia Meloni sostiene che se il piano di ‘pace’ di Trump fallirà, sarà colpa della Global Sumud Flotilla. Saremmo onorati di poterci prendere questo merito, ma purtroppo non abbiamo questo potere. Quello, però, di ribadire che il diritto intermazionale non può essere applicato solo ad alcuni, questo potere ce l’abbiamo e lo rivendichiamo. Israele non ha alcun diritto sulle acque in cui stiamo navigando e se ci fermerà commetterà un reato. Questo è quello che avrebbe dovuto scrivere Giorgia Meloni, in un mondo normale, ma forse in quel mondo il nostro paese non sarebbe in mano a lei e al suo governo”.
150 miglia dalle coste di Gaza, oltretutto, è un punto oltre 10 volte più grande delle 12 miglia riconosciute dalle convenzioni internazionali, quindi in acque totalmente internazionali, dove ance il signor Mario Rossi dovrebbe poter regatare liberamente...
Andarsene, però, ha anche un altro significato, da parte del governo Meloni. Significa infatti “non vogliamo neanche esser testimoni di quello che accadrà, ci accontenteremo della versione del genocida Netanyahu, a cui vi consegniamo”. Alla faccia del governo “sovranista”... Neanche un maggiordomo inglese del ‘700 sarebbe stato così servizievole.
Di lì in poi è cominciata anche la marcia di avvicinamento alle imbarcazioni da parte delle forze armate israeliane, precedute da uno sciame di droni che hanno fatto avanti e indietro a scopo intimidatorio sulla Flotilla. Come del resto spigato nel loro messaggio: “Siamo in stato di massima allerta. L’attività dei droni sulla flottiglia è in aumento. Diverse segnalazioni indicano diversi scenari che si potrebbero verificare nelle prossime ore. Siamo entrati nella zona ad alto rischio, l’area in cui le flottiglie precedenti sono state attaccate e/o intercettate. Rimanete vigili”.
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