Articolo ed analisi: Giuseppe Provenzano
Traduzioni materiali: Carmen Urselli
I media iraniani reagiscono
con un giorno o due di ritardo all’intesa epocale di Giovedì Santo tra
il sestetto diplomatico (che venga chiamato 5+1 o E3+3 poco importa) e
l’Iran a causa delle festività per il nuovo anno persiano, il Nowruz. In
virtù di questo intervallo temporale, è il ritorno trionfale del
Ministro degli Affari Esteri Javad Zarif all’indomani dell’accordo ad
essere sulle copertine della maggior parte dei giornali come su quelle
di Ebtekar, Jomhurry-e Eslami e Qanun.
Le manifestazioni di massa in Iran sono un argomento sensibile.
Sebbene la Repubblica Islamica sia stata fondata sulla scia di proteste
di piazza, negli ultimi anni il cambio di clima ha reso lo stato sempre
più cauto nei confronti di grandi assembramenti pubblici, specialmente
dopo le manifestazioni del 2009 di quello che venne definito il
Movimento Verde.
La restrizione dello spazio pubblico ha fatto sì che si riuniscano
grandi numeri di persone solo in alcuni momenti non sanzionabili come
sovversivi come valvola di sfogo, ad esempio come in occasione
dell’elezione di Rohani, del lutto per un cantante pop e, in questo
caso, per il raggiungimento di una intesa politica per l’accordo
nucleare. In questo contesto i grandi festeggiamenti avvenuti la
notte dell’annuncio di Losanna sono da leggere come momento di sollievo
collettivo e di speranza riguardo al futuro, alle sanzioni ma
soprattutto riguardo a un possibile riposizionamento dell’Iran nella
regione e nel mondo.
Non sfugge a nessuno degli attori interni che il grande dibattito sui
negoziati sia collegato alla possibilità di apertura dell’Iran al mondo
esterno rispetto a un suo isolamento strategico di preservazione
culturale. Bivio che si ripete nello scontro ideologico tra
pragmatici, che vorrebbero difendere gli interessi più ampi del paese, e
“principalisti” (nota 1), che invece privilegiano gli interessi della
filosofia rivoluzionaria di governo, una dicotomia efficacemente
stilizzata da Kissinger come la scelta che l’Iran debba compiere tra
essere una nazione oppure una causa.
È interessante come invece questo scontro non si riproduca nel
dibattito nucleare, dove tutti i principali attori iraniani hanno
investito un significativo capitale politico e dove i pragmatici
continuano a sostenere di poter far conciliare l’interesse della nazione
con quello della causa, permettendo al paese di preservare i propri
interessi esteri con il proprio orgoglio nazionale. Non vi è
dunque da stupirsi se gran parte della legittimazione dell’attuale
governo Rohani sia legato al successo di questi negoziati viste le
premesse e se l’effervescente panorama dei media iraniani si schieri ed
esprima il proprio contrastante parere riguardo la riuscita della prima
parte del negoziato nucleare, la cosiddetta “intesa politica.”
Il moderato e più istituzionale Ettela’at, sottolinea come l’accordo
garantisca secondo Zarif il proseguimento del programma nucleare mentre,
secondo il capo negoziatore Araghchi, il punto più importante
dell’intesa è lo status di “ufficialità” raggiunto dal programma
nucleare. Viene citato un discorso del presidente Rohani che nota come
le negoziazioni nucleari siano il primo passo per le interazioni
costruttive con il mondo e allo stesso tempo ringrazia il Leader
Supremo, Ayatollah Khamenei, per i “preziosi consigli” offerti durante
le trattative, schermandosi in questo modo dalle critiche dei
conservatori tradizionalmente vicini a quest’ultimo.
Il giornale sottolinea come il presidente Obama abbia riconosciuto il
diritto dell’Iran all’energia nucleare. Il punto non è secondario in
quanto la precedente amministrazione di Ahmadinejad aveva fatto suo il
cavallo di battaglia dei “diritti nucleari” dell’Iran, concentrando su
questo argomento lo scontro tra il paese e Stati Uniti ed Unione Europea.
Sottolineare questo riconoscimento è quindi un modo di indicare il
successo della linea governativa rispetto ai passati fallimenti.
Shargh, importante giornale dell’ala riformista, celebra l’accordo e
dedica spazio e rilevanza al discorso di annuncio di Rohani. In questo
discorso viene dichiarato come il governo voglia “la fine delle
ostilità” dicendo che “una delle promesse fatte dal governo alla gente è
che le centrifughe possano girare insieme con la vita della gente.
Il funzionamento delle centrifughe ha valore per la nazione solo se
anche l’economia è in grado di funzionare.” Un perseguimento, cioè, sia
del benessere sociale ed economico dei cittadini iraniani sia della
difesa dei “diritti nucleari” del paese. Rohani ha dunque riaffermato
come “questa tecnologia [nucleare] non sarà contro nessuna nazione, né
della regione, né del mondo. Oggi il mondo ha opportunamente
riconosciuto che l’Iran persegue semplicemente i propri scopi pacifici.”
È interessante notare come la difesa pubblica del team di
negoziazione da parte dell’Ayatollah Khamenei (che li ha definiti “figli
della nazione iraniana”) abbia costretto l’ala estrema conservatrice a
un atteggiamento più moderato nei confronti dei negoziati, limitandosi a
criticarne gli esiti e a rimanere scettici sulla buona fede altrui. È
facile pensare che in mancanza di tale schermatura non mancherebbero le
accuse di essere traditori della nazione e quinte colonne delle potenze
straniere.
Tra gli oppositori dell’attuale politica di distensione nei
confronti dell’Occidente spicca il quotidiano Kayhan. L’editorialista
principale del giornale, Hossein Shariatmadari, è stato grande
sostenitore del governo Ahmadinejad ed è considerato vicino al Leader
Supremo. In maniera critica, il giornale interpreta l’accordo in prima
pagina scrivendo “il nucleare se ne va, le sanzioni restano”.
L'articolo analizza in grande dettaglio e polemicamente le
discrepanze tra gli annunci del Ministro degli Affari Esteri Zarif e il
sunto per il pubblico rilasciato dal governo americano, notando inoltre
come l’accordo includa “punti oscuri, sollevi molte preoccupazioni e
interrogativi relativi alla natura e al risultato di questo negoziato;
sembra inoltre che si sia andati oltre molte linee rosse (ndr le linee
rosse sono i limiti invalicabili negoziali indicati dal leader
supremo).” Nonostante quindi Zarif abbia dichiarato che le soluzioni
trovate siano win-win, “la conclusione che si profila è che ciò
che l’Occidente ha ottenuto nel corso di questo negoziato è chiaro,
limpido, numerabile e vincolante; al contrario ciò che noi abbiamo
ottenuto è piuttosto oscuro e passibile di interpretazione.”
Anche le prime pagine degli altri giornali iraniani si
dividono secondo queste linee principali: Ebtekar titola “gli iraniani
felici e speranzosi celebrano il ritorno vittorioso del team nucleare” e
che secondo Zarif “nessuno dei nostri impianti nucleari sarà dismesso”.
Per E’temad “la diplomazia ha riso!”, mostrando una foto di
Zarif che sorride al ritorno da Losanna. Iran invece cita in prima
pagina Rohani che ringrazia il popolo iraniano per il suo supporto,
annunciando che sarà un giorno che resterà nella memoria di tutti.
Vatan-e Emruz, testata conservatrice, insiste invece sul tema del
cosiddetto cattivo accordo, replicando a specchio l’atteggiamento
dell’opposizione repubblicana negli Stati Uniti e di Netanyahu,
sottolineando come vi sia una “evidente mancanza di equilibrio” nelle
concessioni e nei traguardi raggiunti dall’Iran.
Lo spettro politico e le sue tensioni si riproducono quindi nella
reazione iraniana agli accordi, il bilancio sembra tuttavia essere
quello di una risposta tutto sommato positiva all’intesa. Se qualche
grossa opposizione bloccherà l’ultima fase, sembrerebbe improbabile che
possa venire dall’Iran.
Note:
1. Il Principalismo è una corrente conservatrice della politica
iraniana che si basa sulla fedeltà ai principi fondanti della Repubblica
Islamica, primo fra tutti il principio della “tutela del giurisperito”
alla base della teocrazia istituzionale.
Fonte
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