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01/04/2015

La buona scuola: il vecchio che avanza

di GEROLAMO CARDINI

Più che la scuola, nel disegno di legge (ddl) presentato dal governo in materia, di buono c’è solo la sòla, come dicono a Roma. E se una sòla è buona, cioè fatta bene, c’è poco da stare allegri.

Dopo che il 60% circa dei partecipanti alla consultazione on line sulla «Buona scuola» ha sostanzialmente bocciato il progetto aziendalistico-meritocratico del governo, quest’ultimo non si è dato per vinto ed è tornato a riproporlo senza grandi cambiamenti di rilievo nella concezione di fondo. È un ddl vago, nel complesso, che lascia aperti molti buchi, nei quali, probabilmente, si inseriranno le spade degli emendamenti delle varie consorterie partitiche, che saranno con ogni probabilità peggiorativi, in quanto rappresentanti di interessi particolari congiunti a uno scarso uso dell’intelligenza: Forza Italia, ad esempio, ha già annunciato che intende raddoppiare, nei licei, le ore di tirocinio in azienda: da 200 a 400. Con ogni probabilità abbiamo di fronte un testo che, tra un po’, sarà peggiore di quel che già è.

Gli esiti, infausti per il governo, della consultazione on line sulla «Buona scuola» hanno scatenato l’ira funesta di Renzi, che ha pensato di servire l’ennesimo piatto avvelenato sotto forma di ddl, soggetto quindi a possibili modifiche da parte del parlamento. Forse per non assumersi la responsabilità piena di un progetto che rischia molto? Forse perché in realtà gli importa solo aver annunciato la riforma? Forse entrambe? O ancora: se in parlamento la cosa «ristagnasse», allora Renzi potrebbe fare una mossa simile a quella degli 80 euro, a fini elettorali, all’insegna del «ghe pensi mi» (ma in un altro dialetto), facendo assumere i precari, anche se molti meno rispetto a quelli annunciati inizialmente.

Particolarmente rilevante in questo quadro è l’aumento delle ore di lavoro richieste agli insegnanti, specialmente a quelli «funzionali», di là dal loro orario ufficiale, per attività di vario tipo (ore di formazione permanente e continuativa; attività supplementari ecc.). L’impressione, già presente da anni nelle scuole private, è che si voglia liquidare il significato dell’ora lavorativa, oltre la quale il lavoratore è libero di fare quel che gli pare, per renderlo sistematicamente «organo funzionale» del lavorio scolastico, con la spada  del giudizio del dirigente scolastico e della minaccia di mancato incremento stipendiale costantemente sopra la testa. La rilevanza sociale del lavoratore-insegnante è ulteriormente svilita. Il prezzo da pagare per avere un posto a tempo indeterminato, che comunque non ci sarà per tutti quelli che hanno accumulato i titoli e l’esperienza per averlo, è l’obbedienza e la disponibilità a sgobbare dalla mattina alla sera. Un’idea che dimostra come questo governo, tanto quanto quelli che lo hanno preceduto da trent’anni a questa parte, mirino solo al suo asservimento all’etica efficientista del servizio pubblico; facendo finta di non sapere che gli insegnanti (e anche gli studenti ministro Poletti!), per diventare migliori, hanno bisogno di tempo sottratto al puro lavoro.

Il progetto, comunque, non presenta nulla di nuovo rispetto alle linee guida della «Buona scuola» e, quindi resta, nel suo orientamento ideologico di fondo, aziendalistico. La sconfitta on line, però, ha lasciato dei segni, i cui effetti si manifestano nel tipico atteggiamento vendicativo e cinico del premier.

Da un lato (la vendetta), la verticalizzazione della gerarchia scolastica è accentuata dando ai presidi-manager (che già esistono) anche il potere di scegliere gli insegnanti (sebbene solo dall’organico funzionale, quello per far fronte alle supplenze, per capirci), come avviene nelle scuole private, che sono il vero modello a cui adeguare la scuola pubblica (o quel che ne resta) e come avviene, ad esempio, in Germania, con la differenza che, data la mobilità che ciò comporta, i docenti tedeschi percepiscono un salario almeno doppio rispetto a quello dei loro colleghi italiani. Che di salario invece non si parli acuisce la dimensione vendicativa, assieme all’alta discrezionalità del meccanismo premiale: molto più alta che nel progetto precedente. Va notato, inoltre, che gli organi collegiali e consultivi sono nominati solo tangenzialmente un paio di volte. Per il resto, tutto è affidato nelle mani del dirigente scolastico. L’indecente meccanismo che avrebbe dovuto premiare il cosiddetto merito viene eliminato nelle forme proposte dal progetto della «Buona scuola» per essere reintrodotto attraverso un fondo a disposizione dei presidi, che lo potranno elargire, sentiti i pareri competenti, ai propri prediletti. Il tutto accompagnato da oscure a vaghe indicazioni sul «trattamento economico» degli insegnanti, che va modificato, ma non si sa in quale direzione. Sembra però improbabile un semplice aumento dello stipendio.

Dall’altro lato (il boccone avvelenato), è approntato un amo con esca travestita da bonus di 500 euro l’anno per le spese culturali dei docenti che ricorda molto la manovra degli 80 euro in busta paga per alcune fasce di reddito e, ancor di più, i pacchi di pasta o le scarpe distribuite dalla vecchia DC e non solo in alcune zone del Paese. L’idea in sé potrebbe perfino non essere cattiva, se fosse proposta senza secondi fini e se fosse valorizzata di più: perché non consentire la detrazione fiscale del costo dei libri e dei materiali che ogni docente acquista per il proprio aggiornamento e per il buon funzionamento della propria didattica, come fanno i liberi professionisti con i loro strumenti di lavoro, ad esempio? Oppure, visto che si tratta di poco più di 40 euro al mese, perché non mettere anche questi in busta paga? O, ancora meglio, perché non rinnovare agli insegnanti il contratto, scaduto ormai da parecchi anni, adeguandolo ai salari europei? Di sicuro, ben altri fondi andrebbero stanziati per il rinnovamento delle scuole, anche per porre fine alla tassazione mascherata delle famiglie, che spendono di tasca loro per acquistare materiale di cancelleria, carta igienica, attaccapanni e quant’altro serve al funzionamento dignitoso della scuola dei loro figli.

Ovviamente, nulla è detto sui problemi della didattica e di che cosa significhi essere studenti o insegnanti oggi; il problema educativo, insomma, è del tutto omesso, se non per l’indicazione – positiva – sulla diminuzione del numero di studenti per classe. Speriamo si realizzi con organici di fatto.

A questo si aggiunge lo scandalo rinnovato dei finanziamenti alle scuole private in barba alla Costituzione. Ma è ormai chiaro che per l’ideologo del Jobs Act e della riforma della Rai, essa, come lo Statuto dei lavoratori, è poco più che carta sporca. Scandalo che si unisce alle promesse disattese, alla mancanza delle coperture finanziare (che si risolverà in un aumento delle tasse), all’idea che la scuola sia solo l’anticamera del mercato, che essa deve riprodurre in miniatura, affinché le giovani generazioni capiscano subito e bene cosa li aspetta fuori. Un rinnovato centralismo in nome del mercato, altro che anti-centralismo, come sostiene l’ex ministro Berlinguer che, da buon Rettore, ha molto contribuito alla distruzione della scuola e dell’università italiane.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque; solo tante parole e promesse (una volta si chiamava retorica, oggi si chiama comunicazione), come al solito. L’unica novità, se si può chiamar così, è l’adeguamento sempre più rigido a un’ideologia ormai vecchia e stantia, del tutto fallimentare, qual'è l’aziendalismo; perfino il premio Nobel Paul Krugman avverte che un paese non è un’azienda, ma per capirlo, anche senza leggere Krugman, bisognerebbe sapere che la politica non è solo amministrazione e, soprattutto, non quella della propria carriera. Perfino Gino Zappa, il maestro dell’economia aziendale italiana, ha sempre preso le distanze dall’ipotesi dell’homo oeconomicus e dalle teorie su di essa costruite riconoscendo la parzialità del rigido utilitarismo. L’aziendalismo, insomma, è un’ideologia politica e non una dottrina economica e quello in salsa renziana è un utilitarismo individualistico e irrazionale del tutto antieconomico, una forma di tecnocrazia che partecipa della nuova ideologia post-muro, per la quale tutto è azienda, anche i singoli individui. L’opera di reductio ad unum di questa ideologia, da un lato, con fare tipicamente italico, è spinta, coerentemente, solo fin dove conviene, con l’indeterminatezza tipica di chi vuol tenersi le mani libere per agire come meglio crede; dall’altro, è caratterizzata un po’ dovunque da un’enorme carica farsesca, che non ne mitiga però l’aspetto tragico. Che l’aziendalismo, non solo in Italia, sia il modo in cui si cerca, stentatamente, di governare le contraddizioni del sistema capitalistico-finanziario, mostra sia la debolezza e la povertà teorica dei governi sia, alla fin fine, il loro vero obiettivo politico: una forma di autoritarismo che fa del decisionismo agli ordini delle esigenze del capitale l’unico principio guida.

La conferma viene dall’ultimo aspetto del ddl che è vendetta e abboccamento allo stesso tempo: l’assunzione di più di centomila docenti (contentino), ma non subito (vendetta), bensì un po’ alla volta e, soprattutto, non di tutti i 148.000 previsti o dei più di 200.000 che ne avrebbero diritto. I ricorsi sono già pronti e vinti, grazie alla sentenza europea che prevede l’obbligo dell’assunzione per chi abbia lavorato più di 36 mesi consecutivamente nella pubblica amministrazione. Non a caso, il governo pensa a un fondo di ammortamento per pagare le multe!

Non è certo questo ddl l’unico caso, semmai è solo l’ultimo, ma è urgente a questo punto chiedersi perché il «giovine» Renzi abbia idee così vecchie e perché non sia l’unico giovane ad averle. È la questione del perché il «nuovo» che viene proposto appaia ormai sempre più come qualcosa di vecchio, riverniciato e condito in salsa anti-operaia e anti-comunista. È la questione del paternalismo (la vera natura dell’aziendalismo) che torna, come già nella retorica berlusconiana, del buon Padre di famiglia, che, come il Duce, era anche buon Preside, buon Imprenditore, buon Soldato e via dicendo. È su quel «buon» che vanno sollevati dubbi e strali, perché se davvero esso realizzerà al meglio le figure che qualifica (Padre, Preside, Imprenditore, Soldato ecc.), allora sì il fascismo non sarà più lontano e non avrà solo il volto del Matteo legaiolo.

Questo panorama pone un’esigenza di comunismo nel ripensamento teorico e nell’agire pratico riguardante la formazione contro il neo-autoritarismo vecchio e continuista che propone Renzi. La formazione è sempre stata al centro dell’interesse dei comunisti. Essere comunisti oggi vuol dire anche ri-cominciare a occuparsi di questo tema (oltre a quello dei migranti, del lavoro, dei precari, della redistribuzione ecc.) senza essere nostalgici – di questi ce ne sono fin troppi – ma per continuare a porsi il problema del comunismo come unico orizzonte pratico, cioè politico e scientifico, la cui soluzione può far uscire dall’incubo del liberismo, dal capitalismo e dalla metafisica della sua gioventù.

Chi è il soggetto di questo sforzo? Chi risponderà all’appello? Non è dato saperlo. Di certo, insegnanti e studenti possono essere i protagonisti, assieme ad altri soggetti, di questo sforzo. Senza di loro non vi sarà mai una scuola degna del suo nome. Di certo, per essere all’altezza di queste e altre sfide, non abbiamo bisogno di un altro Partito comunista, ma di un «movimento organizzato» come dicevano Marx ed Engels: un’idea che porta a guardare con interesse a quanto accaduto di recente a Francoforte (non sul versante della Bce, ovviamente). Di certo, non abbiamo bisogno di altri Partiti socialdemocratici, che negozino, che medino, che gestiscano il potere in nome degli altri, sempre esclusi: siano operai o migranti, donne o uomini. Abbiamo bisogno, invece, di organizzare la forza di classe, contro i terrorismi, tutti: di Stato o di governo, del capitale o delle religioni. La classe non c’è, si dirà. Certo, la classe non c’è mai prima della lotta, che diventa di classe perché chi la fa si costituisce in classe solo facendola. La classe non è un gruppo sociologico, non è permanente, ma muta col mutare dei tempi. La classe, oggi, sarà, se sarà, formata da coloro che si pongono il problema del comunismo come prospettiva da costruire: contro i nostalgici, contro gli alternativi, contro il post-marxismo che, come diceva James O’Connor, è «una nuova fase di anarchismo o anarchismo-populista o comunitarismo o libertarismo».

Dixi et salvavi animam meam, scrisse Marx. Ma non basta, non è mai bastato. Non è di un gruppo di puri che c’è bisogno, ma di donne e uomini capaci di mettere le mani in pasta e mettere in discussione se stessi: solo così si potrà avere una trasformazione reale dello stato di cose presente senza processi d’autocritica, ma attraverso un agire che trasformando il reale generi nuovi soggetti, nessuno dei quali è all’orizzonte, nessuno dei quali coincide con le identità sin qui assunte e sventolate come bandiere. Studenti e insegnanti, assieme a tutte le donne e gli uomini che si sentono chiamati in causa da questa urgenza, devono partire da ciò che si agita nelle scuole e nei movimenti, dalle lotte per una scuola migliore e dalle proposte di legge popolare come quella «Per una buona scuola della repubblica» (di cui ci parlava Carlo Salmaso), per provare, anche tumultuosamente, a «conquistare la nostra organizzazione», quella necessaria ad abolire questo presente stato di cose.

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