Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali.
Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere
le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe
prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il
frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai
cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno
fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.
Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis,
anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi
in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo
Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le
barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato
domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta
cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.
E ieri notte il califfato ha rivendicato
su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli.
Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge:
“Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo
vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha
causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.
Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione
che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a
discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la
profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e
due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma
ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona
di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per
garantirsi una fetta di potere politico e economico.
Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia,
un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il
regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare
al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale
assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila
sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o
meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di
transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da
conflitti armati.
Lo scorso fine settimana il
presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di
utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile:
“Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su
varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore
giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più
vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.
Chi cerca ancora il dialogo politico
sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon,
ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo
nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat.
Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si
terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi
armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto
l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo
diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.
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