C’è una notizia cattiva: ha vinto Trump. Ed una buona: ha perso la Clinton.
Non abbiamo a disposizione i dati disaggregati, soprattutto in cifra
assoluta, stato per stato, per cui non possiamo fare che valutazioni
molto approssimative, per una analisi un po’ più precisa dovremo
aspettare che, anche su internet, compaiano dati più particolareggiati.
Per ora possiamo fare valutazioni di massima ed azzardare qualche ipotesi sulle tendenze.
Dati certi da cui partire:
– c’è una tendenza crescente all’astensionismo, nel 2008 gli elettori
furono un po’ più di 130 milioni circa, nel 2012 poco più di 129
milioni (circa di 1 milione in meno), in questa tornata sono stati circa
125 milioni, con un calo secco di circa 4 milioni su una popolazione
cresciuta;
– si segnala quasi un raddoppio dei
voti per i candidati minori che passano dai circa tre milioni delle due
tornate precedenti, ai sei attuali;
– i repubblicani perdono circa 1 milione e mezzo di voti sulla tornata precedente;
– l’emorragia maggiore riguarda i
democratici che già nel 2012 avevano perso 4 milioni di voti sulla
precedente tornata (dato ancor più negativo, ove si consideri che il
loro candidato era il presidente uscente, che di solito aumenta i voti
nel secondo mandato) ed oggi ne perdono altri sei milioni sembrerebbe a
vantaggio dell’astensione e di alcuni candidati minori, ma, in alcuni
stati, anche di Trump.
Pertanto il dato politico dice
che, mentre i repubblicani sono quasi stabili fra i 59 ed i 61 milioni
di voti (il che presuppone limitati flussi in entrata ed in uscita,
anche se, per dirlo con sicurezza, dovremmo avere dati disaggregati a
livello quantomeno di contea), i democratici crollano perdendo 10
milioni di voti (1/7 del loro elettorato) in dieci anni.
Il che, prima ancora che per la Clinton è
una bocciatura solenne di Obama e dei suoi otto anni di Presidenza.
L’attuale presidente venne eletto trionfalmente nel 2008, sia perché
primo presidente di colore, sia perché l’elettorato bocciò Bush figlio e
le sue guerre, attribuendogli la colpa della crisi appena esplosa. Ma
questo comportava anche l’incarico al nuovo presidente di tirare fuori
il paese dalla crisi. Nei primi tempi, con l’alluvione di liquidità,
Obama sembrava aver imboccato la via giusta ma poi fu evidente che quel
fiume di denaro era reinvestito in impieghi finanziari ed assai poco
nell’economia reale, iniziò la delusione. La riforma sanitaria promessa
si ridusse al classico topolini partorito dalla montagna, la riforma
della finanza semplicemente è evaporata, le altre riforme sociali non
sono state neppure tentate. Quanto alle guerre, se Bush riuscì a
perderle tutte, Obama non è stato capace di chiuderle accettabilmente,
ha subito pesanti sconfessioni ed ha iniziato uno sbagliatissimo braccio
di ferro con i russi. Ma il terreno su cui i democratici hanno perso i
consensi è stato il precedente, quello sociale.
L’analisi dei dati, per quanto molto
abbozzata, dice che è la working class che già da prima ha girato le
spalle a quello che fu il partito di Roseevelt e Kennedy e che, con
Clinton, si era arreso al diktat neo liberista. La conferma viene dalla
carte geografica: la geografia elettorale degli Usa è rimasta la stessa
(con le coste democratiche ed il centro del paese repubblicano), salvo
la Florida tornata ai repubblicani e, nel nord est interno, dove stati che nel 2008 e 2012 erano democratici come il Michigan, l’Ohaio, la
Pennsylvania il Wisconsin sono passati ai repubblicani. In buona parte
questo coincide con la cosiddetta “run belt” (la cintura della ruggine,
cioè gli stati industriali dove si produceva l’auto americana) che ha
sofferto i processi di deindustrializzazione.
E’ qui che la disoccupazione ha colpito
più duramente ed è qui che si registra un flusso dai democratici ai
repubblicani (in fine campagna elettorale Trump ha promesso di riportare
l’industria dell’auto in quegli stati).
In parte questo esodo era accaduto già
nel 2012 senza però mettere in pericolo la maggioranza democratica, ora
arriva il colpo di grazia. E ad esso si è sommata la delusione del ceto
medio che, pure ha voltato le spalle alla Clinton. L’illusione che
bastasse presentare una donna per avere il voto femminile e compensare
le eventuali perdite di altre fasce si è rivelata fallimentare: le donne
non si sono affatto commosse e hanno lasciato la Clinton nelle peste.
Un primo esame, molto grossolano, lascia
intendere che l’elettorato di Sanders, in parte non irrilevante, non abbia
seguito l’indicazione del suo leader di votare per la Clinton contro
Trump e si è riversato in parte sui candidati minori, in parte
sull’astensione. Si profila in questo modo una estesa fonda
socialisteggiante ed antisistema nell’elettorato democratico, che al momento non si coagula intorno ad una proposta politica esterna ad esso.
Appare assai ragionevole sostenere che Sanders avrebbe fatto meglio
della Clinton (e non invoco i sondaggi che lo dicevano, perché con la
figuraccia fatta dai sondaggisti non è il caso di affidarsi al loro
viatico), in ogni caso la scelta di Sanders di restare leale al partito è
stata un errore: se avesse rotto la disciplina di partito, forse
avrebbe strappato voti di protesta a Trump e nel gioco dei flussi, forse
ne avrebbe scongiurato l’elezione. Ma se anche non fosse andata così,
sarebbe stata un decisione utile a far nascere una diversa forza
politica per la prossima volta. In ogni caso, peggio di come è andata
non poteva andare.
Questa mattina (9 novembre) si diceva che
la Clinton, pure non simpatica, era la diga contro il populismo
devastante di Trump e l’anticapitalismo di Sanders. E, in un certo senso
era una riflessione giusta: la Clinton era la candidata
dell’establishment, questo è giusto, ma quella diga è crollata.
Trump ha vinto non solo contro i
democratici, ma anche contro l’apparato del partito repubblicano ed è
manifestamente il candidato della protesta populista di destra.
Anche negli Usa sta accadendo quello che accade in Europa: la
delegittimazione dei partiti tradizionali e l’emergere di una rivolta
elettorale che colpisce sia a destra che a sinistra. E’ sintomatico che
mentre è più raro che il dissenso di sinistra si coaguli in una nuova
formazione politica, mentre questo accade più facilmente a destra, a
perdere quota nell’area dei partiti tradizionali è più la sinistra
(democratici negli Usa, e socialdemocratici in Europa). Sono i
democratici in Usa quello che subiscono una emorragia senza precedenti e
sono o partiti socialisti a squagliarsi in Europa (Grecia, Austria,
prossimamente Spagna, Portogallo, Francia).
In realtà si tratta di partiti che non
hanno più nulla a che fare con il progetto new dealista da un lato e il
riformismo socialdemocratico dall’altro. E nel momento in cui la
protesta incalza questi eredi del “compromesso socialdemocratico”
vincente sino ai tardi anni settanta, ormai diventati blandi partiti
liberali, non hanno più alcuna reale funzione e sono solo presenze di
disturbo da togliere di mezzo il prima possibile.
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