Dato il peso del fatto e la conseguente quantità d'analisi spesa sul fenomeno che, tuttavia, a mio avviso, in molte occasioni rischiano di focalizzarsi sul dito - le peculiarità del sistema elettorale statunitense, lo scorporamento delle percentuali di votanti, le divergenze tattiche e strategiche tra il capitale che ha sponsorizzato Clinton e quello che ha sostenuto Trump - perdendo di vista la Luna, di seguito riporto un paio di interventi a carattere di commento redatti dal Collettivo Militant di Roma e pubblicati nel loro ultimo cor(ro)sivo, gli unici che insieme a Formenti e i compagni di SenzaSoste e Contropiano hanno colto l'essenza autentica dell'impossibile che è diventato realtà.
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Il problema, e questo vale per Trump negli Usa così come col M5S in Italia, non è assecondare il voto verso forme di populismo ambiguo (o esplicitamente di destra, come Trump), nè smascherare le qualità politiche dei soggetti populisti, ma capire il processo materiale che porta candidati percepiti come anti-sistema a vincere costantemente le elezioni. E il processo materiale è l’impoverimento generalizzato prodotto dall’ordoliberismo, a cui la popolazione povera o impoverita risponde votando candidati e soggetti politici che propongono una forma di resistenza a questo processo. La “sinistra” non viene votata *non perchè* il voto è un voto “di destra”, ma perchè per la popolazione povera o impoverita questa stessa sinistra fa parte del problema, avalla e giustifica cioè il processo di abolizione della sovranità statuale politico-rappresentativa favorendo i processi di globalizzazione del capitale legittimati attraverso le retoriche del cosmpolitismo borghese, come dice giustamente Formenti nel suo ultimo libro.
Ecco, di fronte a questo processo storico, concentrarsi sulle (pessime) qualità dei rappresentanti politici di questo rifiuto si traduce automaticamente nella rottura di ogni ipotesi di dialogo con quelle fasce popolari. Fasce popolari, sia detto tra parentesi, che sanno benissimo del “fascismo” (se proprio vogliamo utilizzare questo termine improprio perchè usato come accusa morale e non politica) di Trump, ma, come dire, se ne fregano, perchè per loro meglio quel tipo di rappresentanza politica che quella della Clinton dietro cui stanno gli interessi che hanno prodotto la crisi.
Come si diceva in un commento precedente, quegli stessi elettori che hanno votato Sanders alle primarie poi hanno votato Trump alle elezioni. Se rinchiudiamo questo processo nella reductio parlamentarista dello “sinistra contro la destra”, non capiamo quello che sta avvenendo, e non capirlo significa non mettersi nelle condizioni di farci politica sopra sottraendo consensi al populismo di destra per ri-guadangarli alle politiche di sinistra e possibilmente di classe.
In questo senso non c’è alcuna differenza tra Trump e Grillo. Non perchè tutte e due “sono fascisti”, come vuole certa vulgata mainstream, ma perchè tutte e due intercettano questa rabbia sociale, declinandola male, ma la intercettano. E noi con questo dobbiamo avere a che fare, perchè se condanniamo esplicitamente questo, ci autoconfiniamo alla giustificazione della Clinton (o di Renzi), come male minore. Che per quelle popolazioni è, al contrario, il male peggiore. E anche noi dovremmo pensarla così, mandando in soffitta decenni di “fronte comune” contro “il fascismo” inesistente, prendendo di petto la questione che il problema del mondo, oggi nel XXI secolo, *non è* il fascismo, ma il capitalismo ordoliberista dei mercati finanziari, della globalizzazione, delle politiche imperialiste.
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@ Xuxx
Non vorremmo suscitarti scandalo, ma “lottare contro la polizia” no, non è comunista. Almeno non lo è a prescindere. Dipende *chi* lotta, *contro* cosa si lotta, *per* cosa si lotta. Anche la destra è capace di inscenare battaglie contro la polizia. Lo fa oggi, lo ha fatto in passato: non è un terreno progressivo a prescindere. Avesse vinto la Clinton, ci sarebbero state queste manifestazioni? Ci sarebbe stata questa “lotta contro la polizia”? C’è da dubitarne. Perchè il senso per cui lottano quelle manifestazioni è, come minimo, ambiguo. E rientra in quell’ideologia da “fronte antifascista” che individua nel “male minore” il candidato meno “a destra” sul piano parlamentare. Peccato che oggi il piano parlamentare della sinistra e della destra non sia quello che divide la sinistra dalla destra nella società. Detto in termini forse più comprensibili, mentre sul piano parlamentare la Clinton era il candidato più “a sinistra” perchè rappresentante del Partito democratico, che in Parlamento sta a sinistra del Partito repubblicano rappresentato da Trump, sul piano sociale la Clinton era il candidato più a destra, perchè espressione più coerente e organica col capitalismo finanziario statunitense.
Questo significa che Trump era invece più “a sinistra”? No, e infatti in un articolo di qualche giorno fa dicevamo che non c’era scelta possibile tra i due candidati, che in questo caso non esisteva la logica del “meno peggio”. Ma mentre l’eventuale elezione della Clinton avrebbe certificato una sostanziale omogeneità/coerenza tra interessi del suo elettorato (la classe medio-alta benestante e colta americana) e interessi politico-economici del Partito democratico, l’elezione di Trump è (anche) il frutto di un cortocircuito sociale per cui le classi subalterne e/o impoverite statunitensi non hanno più strumenti politici per esprimere il dissenso nei confronti delle politiche liberiste, e lo fanno in forma alienata votando il candidato che a parole suscita strategie di resistenza alla globalizzazione liberista.
Tutto questo si trasformerà in un progresso delle relazioni politico-economiche degli Usa e nel mondo? No, ma apre contraddizioni in cui una sinistra di classe dovrebbe giocarsi la partita (non tanto negli Usa, dove non esiste sinistra di classe, ma in Europa potenzialmente si), mentre l’elezione di soggetti che rappresentano l’establishment politico-economico chiudono progressivamente ogni spazio. E la partita, già improba, diventerebbe sempre più difficile.
Bene, tutto questo è una legge scritta sui sacri libri da qualche parte? No, è un’intuizione politica, nè più nè meno. Fondata su l’analisi il più possibile dettagliata dei dati che leggiamo, che studiamo, eccetera. Ma sempre di tentativo si tratta. Ma, al contrario di chi si nasconde, abbiamo il coraggio di dirla apertamente e di dire che il tentativo politico della sinistra dovrebbe andare in quella direzione, lavorando su quel piano. Magari ci si sbaglia, ma si fa politica interagendo *nelle* contraddizioni della realtà, non *a prescindere* da queste.
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