Non solo Mes, non solo Recovery Fund. In questi giorni di
calma apparente, le trattative fra i Paesi europei vanno avanti
sottotraccia e toccano diversi argomenti. Fra tutti, uno in particolare è
decisivo per il futuro industriale dell’Ue, anche se finora non ha
trovato posto nel dibattito pubblico. Parliamo della battaglia sugli
aiuti di Stato.
Quando è scoppiata la pandemia di coronavirus, la Commissione europea
ha sospeso il patto di Stabilità e le norme sull’intervento diretto
degli Stati a sostegno delle imprese. È stata una decisione inevitabile:
se non fosse arrivata, il numero di aziende destinate al fallimento
dopo questi mesi di chiusura sarebbe stato ancora più alto (e già così
sarà un’ecatombe).
A prima vista sembra una mossa equa, ma non lo è. C’è anzi il rischio
di aggravare gli squilibri competitivi all’interno dell’Unione. La
spaccatura, nemmeno a dirlo, è quella di sempre: Fronte del Nord contro
Club Med.
Il problema è legato al peso dei debiti pubblici. I Paesi settentrionali, essendo meno indebitati, hanno uno spazio fiscale
superiore a quelli del Sud. Significa che il loro margine d’azione è
più ampio: possono investire più soldi nelle rispettive economie senza
scassare i conti pubblici e rischiare la bancarotta.
Il timore dei Paesi mediterranei è che il Fronte del Nord approfitti
di questa situazione distribuendo aiuti di Stato a pioggia, anche per
salvare o rimettere in sesto gruppi entrati in crisi ben prima del
Covid-19, per ragioni di mercato. In questo modo, quando la tempesta del
virus sarà passata e le regole torneranno in vigore, i nordici avranno
guadagnato un vantaggio competitivo strutturale sui Paesi del Sud, la
cui capacità di sostegno al sistema produttivo è limitata dall’alto
livello dei debiti pubblici.
Un’ingiustizia molto simile si è verificata nel 2008-2009, quando i
Paesi settentrionali - Germania in testa - salvarono le loro banche a
suon di miliardi, per poi imporre in tutta Europa il bail-in, che impedì
altri Stati di adottare misure analoghe.
Ora in gioco non c’è solo il settore del credito, ma l’intero
apparato industriale europeo. E le cose stanno andando esattamente come
11 anni fa: da quando è arrivato il coronavirus, Bruxelles ha approvato
aiuti di Stato per 1.800 miliardi, di cui il 55% in favore della
Germania, il 20% della Francia e il 10% dell’Italia. In altri termini,
se prendiamo tutti gli aiuti varati dai 27 governi europei durante
questa crisi, più di un euro su due è finito alle imprese tedesche (solo
il salvataggio di Lufthansa, su cui sembra si sia trovato un accordo,
costerà 10 miliardi di euro).
Per regolare questa situazione, l’Europa propone di stabilire un limite di
100 milioni ad azienda, oltre il quale i salvataggi dovrebbero essere
approvati dalla vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager. La
commissaria alla Concorrenza avrebbe il compito di verificare che gli
Stati usino i fondi pubblici solo per aiutare le aziende colpite dalla
pandemia e non per realizzare un maquillage complessivo dell’industria nazionale.
Com’è ovvio, la trattativa è feroce e le parti sono più distanti che
mai. La Germania prima ha chiesto di alzare il tetto fino alla quota
siderale di 5 miliardi, poi è scesa a 3 miliardi. L’Austria vorrebbe
invece cancellare del tutto il limite per gli aiuti di Stato
incontrollati. Dall’altra parte della barricata, Italia e Francia
chiedono di fissare l’asticella a quota 250 milioni. La decisione finale
dell’Europa dovrebbe arrivare questa settimana.
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