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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/05/2020

Soldi a FCA? No, per favore…


Alcuni organi di stampa, di solito ben informati sulle questioni economiche, riportano una notizia a dir poco esplosiva ma che sembra in molti stiano volutamente sottovalutando o addirittura nascondendo.

Si riporta l’ipotesi di una richiesta della multinazionale FCA, ex Fiat, di poter accedere ad un prestito di 6,3 miliardi di euro con la copertura della garanzia pubblica della SACE, così come previsto dal “decreto rilancio”.

La SACE è un istituto dello Stato in mano a Cassa Depositi e Prestiti la cui missione è quella di sostenere le aziende italiane che intendono costruire una presenza nel mercato globale. Focalizza la sua azione soprattutto sulle imprese che vogliono avviare un processo di internazionalizzazione.

Ma il problema qui è molto più complicato perché FCA non è più un’azienda italiana ma una multinazionale, perché ha portato gran parte delle sue attività industriali all’estero, perché ha trasferito la sua sede legale in Olanda e paga le tasse in Gran Bretagna. Tasse chiaramente minori di quelle che pagherebbe e pagava in Italia.

Insomma, di italiano è rimasto ben poco se non il vizio di voler affondare le mani nei forzieri di stato per continuare ad assicurare forti profitti ai suoi azionisti familiari ed internazionali.

È forse questo uno dei motivi per i quali ritarda in modo sospetto la pubblicazione del “decreto rilancio” sulla gazzetta ufficiale?

Il sospetto che sorge immediatamente è che dietro la “richiesta” ci sia la minaccia occupazionale per i lavoratori delle fabbriche italiane della multinazionale. Non sarebbe certo la prima volta.

E sospette sono anche le battute di alcuni politici che nei giorni scorsi evidenziavano l’assenza di provvedimenti anticrisi specifici sull’auto, tipo la solita rottamazione.

Che dire poi della polemica sui soldi che lo Stato vorrebbe investire su Alitalia? Qualcuno li dipinge come i soliti “soldi gettati nel pozzo” che potevano essere utilizzati in modo diverso (magari per FCA?), senza valutare che in questo caso lo Stato si prende l’intera proprietà della compagnia aerea per utilizzarla come strumento di rilancio del turismo e del made in Italy.

Certo è che se queste “voci” si rivelassero vere sarebbe molto preoccupante e grave.

Si critica la regolarizzazione dei migranti che lavorano nei nostri campi e permettono di riempire le nostre dispense e si premierebbe invece chi per non pagare le tasse in Italia sposta la propria sede legale, chi forse minaccia licenziamenti in Italia per ottenere prestiti con la garanzia dello Stato.

Se la nostra politica accettasse questo ipotetico ricatto saremmo veramente messi male.

Meglio sarebbe accettare la sfida e nazionalizzare gli impianti FCA in Italia e magari riconvertire finalmente alcune produzioni obsolete. Ci piacerebbe che questi stabilimenti iniziassero a sfornare auto elettriche a prezzi accessibili, autobus ecologici e treni piuttosto che vecchie autovetture che inquinano.

Beh, forse questa non sarebbe una brutta idea!

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