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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/06/2016

Regeni: l’unica verità è l’omicidio di regime

Ricatti incrociati fra Intelligence interne, quella Nazionale e quella Militare, già in altre fasi in contrasto fra loro, sarebbero alla base della torbida vicenda che ha prodotto il crudele assassinio di Giulio Regeni. Lo ribadiscono in un articolo i giornalisti de La Repubblica (Bonini, Foschini, Tonacci) che hanno trascorso giornate al Cairo, sviluppando un’inchiesta parallela a quella effettuata a suo tempo dagli inquirenti italiani (lo staff di Pignatone). Quest’ultimi, per loro stessa ammissione, hanno più volte sottolineato l’assenza di collaborazione dei colleghi egiziani, lacunosi, omertosi, in linea con l’atteggiamento governativo di sviare per coprire responsabilità che restano comunque di Stato. E ammesso che la guerra dei Servizi ci sia, e c’è, e di conseguenza ci sono i contrasti di giurisdizione nello spionaggio e nel potere repressivo fra il presidente Al Sisi e gli apparati militari a lui vicini e sodali, e il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, con la struttura di Sicurezza Nazionale, ciò che conta al fine della verità mancante è la verità su un sistema di repressione. Ormai riconosciuto, anzi giustificato, dallo stesso establishment egiziano per garantire, così sostengono al Cairo, la sicurezza nazionale, evitando altre Rivoluzioni, filoislamiche oppure laiche.

L’ossessione di contestazioni e proteste dei lavoratori, delle ribellioni di piazza che potrebbero riprendere, pone ogni struttura coercitiva a costruire la sua rete di pedinamento supportata dai personaggi narrati dai cronisti di Repubblica, reali mukhabarat o servili baltagheyah di cui sono state piene le vicende nei mesi della cosiddetta Primavera. Gli uomini che hanno di fatto torturato e ucciso attivisti locali, in circostanze che restano misteriose perché purtroppo non s’è creato un deciso movimento di pressione come invece sta sviluppando la storia del ricercatore friulano per opera di tante voci italiane ed estere. La nota stonata di queste ore, è il rifiuto opposto dalle autorità universitarie di Cambridge, di accogliere il desiderio di collaborazione rivolto loro dalla famiglia Regeni. Questo è un mistero nel mistero, che può rilanciare l’ipotesi di rapporti fra gli studi accademici di ricerca geopolitica e sindacale compiuti da elementi come Regeni e, ad esempio, l’Intelligence britannica. Un fattore S, che sta per spia, che può dar fiato a chi vede l’Egitto nel mirino di complotti internazionali, cosa con cui Sisi, Ghaffar e le loro cricche giustificano le nefandezze commesse dagli apparati (Nazionale e Militare) contro gli “stranieri sospetti”.

A nostro avviso il dato che davvero conta non riguarda chi abbia materialmente fatto torturare e uccidere Giulio, se i militari contro il ministro Ghaffar o gli agenti di quest’ultimo per mettere in difficoltà Al Sisi. I due, come altri politici del potere egiziano potranno pure combattersi a suon di cadaveri, per mesi è accaduto sotto la dittatura dello Scaf prima delle presidenziali del 2012 e anche dopo l’elezione di Morsi. Anzi fu quest’ultimo a prepensionare il feldmaresciallo Tantawi per aprire un nuovo corso con il giovane Sisi, che ovviamente non ha tradito la lobby di provenienza sino a conseguire il golpe bianco a discapito del presidente islamista, che aveva malriposto la sua scelta. Quello che deve interessare i democratici egiziani e d’altri Paesi è denunciare un regime che nel suo complesso, con lobbies e poteri forti pur in contrasto fra loro, fagocitano la vita interna ed esterna della nazione. La verità che il governo Renzi s’era prefisso d’inseguire riguardo a Regeni è una verità d’insieme che va oltre le responsabilità individuali, per inchiodare la colpa collettiva del governo del Cairo. Quando si parla di regime, com’è quello egiziano, la chiamata di correo è per molte figure. E Sisi, Ghaffar e altri dignitari della repressione sono tutti coinvolti.

Fonte

02/03/2016

Gli uomini forti dell’Egitto che hanno ucciso Regeni

L’ipotesi lanciata da diversi media sulla faida interna agli apparati del Cairo per ostacolare l’opra del generale Sisi (un Egitto modernizzato da “doppi Canali”, favorevole agli interessati investimenti dell’Occidente, fedele alleato capace d’ogni repressione) vorrebbe qualche riscontro in quegli uomini che il presidente ha collocato nei posti del controllo e della sicurezza. Invece proprio il ministero dell’Interno e l’Egyptian Homeland Security spargono la fuffa dei depistaggi con le goffe motivazioni accumulatesi da oltre un mese sull’omicidio Regeni (incidente, sequestro di microcriminali, spionaggio, tradimento dei tutor universitari, questioni private riguardanti droga, frequentazioni sessuali). Sono dunque personalità come Magdy Abdel Ghaffar, che è pur sempre un ministro, per giunta degli Interni, a far la guerra al presidente e sparger fango su di lui? Ed è questo il mistero che i nostri vertici investigativi e politici devono dipanare o più concretamente serve additare la palude melmosa che è diventata la grande nazione araba nella controrivoluzione marchiata Sisi? Certo i cronisti di nera sono attentissimi ai particolari che fanno dire a qualche voce dissenziente, che ovviamente detesta il regime, o alla coscienza professionale del direttore di Medicina forense del Cairo, che le torture subìte dal nostro studioso sono state ripetute a cadenza periodica, come accade negli interrogatori di tanti ‘Garage Olimpo’.

Se tali trattamenti fossero stati perpetrati da mani diverse dalle Agenzie di Stato, o da sadici infangatori del buon nome (sic) dell’Egitto del generale perché quest’ultimo subirebbe? Abdel Ghaffar, e altri con lui, puntano a disarcionare Sisi per dare vita a uno Stato più sanguinario di quello conosciuto da tre anni a questa parte? La vita dell’oggi sessantaquattrene Ghaffar è un tutt’uno con gli apparati della Sicurezza egiziana. Figlio d’arte (parecchi familiari lavoravano per l’Intelligence) iniziò a operare per il Servizio d’Investigazioni Statali nel 1977, dopo essersi diplomato all’Accademia di polizia del Cairo. Quella struttura era grande, potente e ampiamente finanziata tanto da potersi permettere uffici, luoghi di detenzione illegale, spie professionali e una copiosa rete d’informatori, tutt’oggi lavoro lucroso per cittadini di pochi scrupoli. Fece una rapida carriera, salendo di rango e diventando il Direttore d’un settore che s’occupava di estremismo politico, una polizia politica con poteri speciali. L’epoca era quella che, fra le presidenze di Sadat e Mubarak, poneva il Paese nella sfera d’influenza statunitense con contributi e consiglieri speciali per questo genere d’occupazioni. Negli anni Ottanta la sezione diresse le sue attenzioni sui fermenti socio-sindacali nelle aree industrializzate del Delta del Nilo, negli anni Novanta rapporti e interventi riguardarono maggiormente il pericolo fondamentalista contro gruppi come Gamaa Islamiya. Come altri suoi colleghi, Ghaffar ha vissuto i giorni della “Rivoluzione del 25 gennaio” vedendo la folla di Tahrir incendiare il quartier generale dell’Intelligence. Accadde a vari palazzi del potere oscuro (la sede del partito Ndp).

Visse anche la trasformazione degli apparati della Sicurezza, in gergo mukhabarat, che cambiava sigla diventando Egyptian Homeland Security, tutto sotto la regia del Consiglio Supremo delle Forze Armate, all’epoca guidato dal feldmaresciallo Tantawi. In alcune dichiarazioni Ghaffar ha sostenuto che il nuovo apparato non è un clone della precedente struttura;  ricordava sue considerazioni sui metodi totalmente fuori legge utilizzati dall’Intelligence nella quale ricopriva incarichi di rilievo, pur giustificando i mezzi con la finalità di combattere il “terrorismo”. Dell’EHS Ghaffar divenne Direttore nel dicembre 2011, mentre nel mese successivo all’elezione alla presidenza di Mursi (giugno 2012) al Sisi assurse a capo delle Forze Armate. Fra i due sembra esserci collaborazione per il comune disegno securitario, tanto ché nei mesi scorsi Sisi gli ha offerto il ministero dell’Interno mettendo da parte Ibrahim. Ghaffar ha rimpiazzato una ventina di assistenti ministeriali e alcuni ufficiali utilizzando personale fidato dell’Intelligence. Tutto sotto gli occhi di Sisi. Se fra i due uomini forti e cinici ci sia compenetrazione o sia sorto un conflitto interno è tutto da verificare. Il volto assassino mostrato finora dal modello Sisi non è parso tollerante né democratico agli attivisti egiziani finiti alla maniera di Regeni. La faida potrebbe anche essere una maschera per giustificare una realtà che scotta agli alleati prima che ai protagonisti.

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