Lo Stato Islamico ha assunto il controllo dell’80% della raffineria
di Baiji, il più grande impianto di lavorazione del greggio in Iraq. La
prova che il califfato non sta arretrando come annunciato dagli Stati
Uniti, che poche settimane fa – per bocca del Pentagono – dichiaravano
che il 20-25% dei territori occupati nel paese dall’Isis erano stati
ripresi da Baghdad.
Ma al di là della consistente vittoria segnata a Tikrit, città
sunnita riconquistata da un fronte formato per lo più da miliziani
sciiti legati all’Iran, il califfo al-Baghdadi – di cui in pochi
conoscono la sorte, dopo l’annuncio del suo grave ferimento – non sta
arretrando. L’importanza strategica di Baiji è palese: buona
parte delle entrate economiche dell’Isis si fondano sulla vendita
sottobanco di greggio iracheno.
Tanto palese da far seriamente preoccupare Washington che ha ordinato
di intensificare i raid contro le postazioni islamiste nella
raffineria: Baiji è un elemento fondamentale dell’infrastruttura
petrolifera irachena, ha detto il capo di Stato Maggiore Usa, il
generale Dempsey, e strategico perché punto di collegamento tra Kirkuk e
Mosul. Baiji è la principale fonte di rifornimento di energia
per la città di Mosul: perdere quell’impianto renderebbe più ardua
qualsiasi controffensiva per riprendere la comunità.
Sono ormai mesi che il governo di Baghdad e lo Stato Islamico si contendono la raffineria: a
novembre le truppe governative avevano riassunto il controllo
dell’impianto, per perderlo nuovamente ad aprile quando l’Isis ha
lanciato un’ampia offensiva nella provincia. E ora il califfato
controlla quasi la totalità della raffineria, l’80% secondo fonti
militari: per mantenere a distanza le truppe governative, il
califfato sta utilizzando cecchini e kamikaze. A rallentare la
controffensiva irachena, secondo il Pentagono, è la difficoltà a far
arrivare munizioni, armi e rinforzi: “Gli iracheni sono sotto pressione e
hanno perso il controllo del perimetro e di alcune strade che collegano l’impianto”, ha aggiunto Dempsey.
Da parte sua, Washington prosegue nel suo sostegno a Baghdad con i
raid aerei, più volte criticati dallo stesso esecutivo iracheno che
accusa la coalizione anti-Isis di estrema lentezza e inefficacia.
A quasi un anno dalla presa di Mosul, prima città irachena a cadere in
mano all’Isis, il movimento islamista avanza quasi del tutto
indisturbato, radicando la sua presenza nelle zone occupate, creando
sistemi di governo e nuove leggi, garantendosi il controllo delle
risorse economiche necessarie ad attirare nuovi adepti.
La risposta internazionale non pare all’altezza, frenata da una serie
di ostacoli concreti come le strategie politiche regionali di quegli
attori che hanno indirettamente contribuito alla proliferazione del
califfato, dalla Turchia all’Arabia Saudita. A guadagnarci è l’industria
bellica internazionale, in particolare quella statunitense che sta
facendo affari d’oro in Medio Oriente. Martedì è stato
annunciato l’ultimo accordo di vendita all’Iraq, 395 milioni di dollari
in munizioni per mortai e esplosivi. A pagare per ora sono gli stessi
Stati Uniti viste le difficoltà economiche di Baghdad: quest’anno il
deficit interno sfiorerà i 21 miliardi di dollari.
Chi invece pare non avere difficoltà a rifornirsi di armi è proprio l’Isis: secondo
l’agenzia di stampa araba Soumeria, citata da quella iraniana Fars News, i
miliziani islamisti hanno trasferito dalla Siria alla provincia
irachena di Anbar tonnellate di armi. “L’Isis ha trasferito
diverse tonnellate di armi e munizioni dalla Siria alla città irachena
di al-Qaem, a 350 km da Ramadi”, ha detto Farhan Mohammad, funzionario
provinciale a Anbar, avvertendo del pericolo che un simile arsenale
possa essere utilizzato dallo Stato Islamico per avanzare ulteriormente
dentro la città di Ramadi, da mesi contesa con le forze governative.
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