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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/07/2016

L’economia di Macri: inflazione 25,5%, aumenti fino al 500% e 22.150 disoccupati in 6 mesi


Convinto di essere riuscito a scardinare la forza politica del kirchnerismo, Macri è passato al contrattacco per illudere nuovamente la classe media e i lavoratori con la campagna “Caccia al Corrotto”. Subito la magistratura è scesa in campo, giocando un ruolo decisivo per accusare soltanto i dirigenti peronisti che hanno fatto parte dei governi di Cristina Kirchner. Nello stesso tempo il governo ha autorizzato aumenti astronomici per l’acqua, la luce, i telefoni e il gas provocando l’effetto cascata in tutta l’economia argentina.

Negli ultimi due mesi le migliaia di argentini responsabili del “voto castigo” nei confronti di Cristina Kirchner, sono passati dalle giustificazioni piene di speranza alle recriminazioni, che nella capitale Buenos Aires, quando si tratta di argentini di origine italiana, si ricorre sempre alla popolare aggettivazione “tano boludo!” (italiano coglionatore!). Per questo, in tutta la stampa argentina e soprattutto nel giornale più legato al governo “La Nacion”, gli editoriali mettono l’accento sul cambiamento dell’umore sociale, tentando di convincere il presidente Macri a non provocare gli operai e gli studenti, perché la luna di miele con l’elettorato popolare è finita. Cosa che il “fattaccio di Cordoba” dimostra chiaramente.

Infatti, il cerimoniale della Casa Rosada aveva organizzato per il 6 aprile la visita del presidente alla città di Cordoba, iscrivendo nell’agenda dell’evento una “puntata” nella fabbrica della FIAT, nonostante la decisione della direzione di licenziare 6000 operai a fine luglio. Per questo motivo, gli operai avevano ricevuto mezza giornata di riposo, per permettere al presidente Macri di visitare la fabbrica in compagnia di Sergio Marchionne, il governatore Juan Schiaretti, i direttori della fabbrica e i “colletti bianchi” dell’amministrazione. Subito dopo, poco prima di arrivare alla fabbrica di aerei FAdeA, durante una breve sosta nei pressi del quartiere popolare Rio Ceballos, una pensionata di settanta anni sfuggiva al controllo della sicurezza presidenziale riuscendo ad aggredire il presidente Maurizio Macri e scuoterlo per le spalle come se fosse un panno sporco!

Un accaduto che preoccupa gli ambienti della coalizione di governo “CAMBIEMOS” (1), perché nel mese di maggio la popolarità di Macri è caduta vertiginosamente, a causa delle numerose contestazioni realizzate dai sindacati e dai comitati di quartiere. Da sottolineare che, nel mese di giugno, l’aumento dell’impopolarità di Macri è letteralmente esploso con lo scandalo “Panama Papers”. Cioè le rivelazioni fatte dal quotidiano tedesco “Suddeutsche Zeitung” e dai francesi “Le Monde” e “Liberation” sull’evasione fiscale che tutta la famiglia Macri (padre e figli), avevano messo a punto, con la creazione nelle Bahamas di due imprese fantasma, attraverso l’agenzia panamense Mossak Fonseca (2). Uno scandalo che ha creato una situazione contraddittoria nella magistratura, poiché il Procuratore Generale mentre stimolava i giudici del “pool anti-corruzione”, ad andare a fondo in tutte le inchieste che potrebbero far condannare Cristina Kirchner e i principali membri del suo partito, il Fronte per la Vittoria, ha dovuto insabbiare i documenti che rivelavano la partecipazione del presidente nello scandalo “Panama Papers”!

Un comportamento settario che non è sfuggito alla popolazione e che nel complesso mondo della politica argentina, inevitabilmente, ha ferito la sensibilità dei differenti settori del peronismo, i quali, chi più chi meno, si sentono tutti attaccati da questo governo di destra. Per questo, lo scandalo “Panama Papers”, associato all’esplosione dei prezzi, alla ripresa delle privatizzazioni e ai tentativi di licenziamento in massa nei servizi pubblici, ha cominciato a far crescere le proteste del movimento popolare che, in autunno, può trasformarsi in una valanga sociale, pronta ad abbattersi in ogni momento contro il governo ultra-liberista di Maurizio Macri.

Il rischio di un nuovo “Argentinazo”


E’ necessario ricordare che Maurizio Macri sconfisse nel secondo turno il peronista Daniel Scioli, con una limitata percentuale maggioritaria di soli 51,40%, in grande parte ricevuta dai settori popolari più poveri, che credettero nella triplice promessa: “povertà zero, miglioramenti nell’amministrazione dello Stato e lotta alla corruzione”.

Un programma che dopo la storica vittoria del 23 novembre 2015, i media del gruppo Clarin, hanno trasformato in un dogma, che lo stesso Barak Obama ha riaffermato nella sua visita a Buenos Aires per rendere omaggio a Macri. Un dogma, che, però, nel giro di tre mesi, ha perso quasi del tutto il suo carisma, perché Macri comincia a essere contestato non soltanto in Parlamento, ma soprattutto nei quartieri popolari e nelle fabbriche a causa della mancata realizzazione delle promesse elettorali.

Infatti, i cosiddetti “miglioramenti nell’amministrazione dello Stato”, in realtà non hanno fatto altro che limitarsi a ritirare gli emblemi del peronismo dai palazzi pubblici, togliere i quadri e i busti di bronzo di Peron e di Nestor Kirchner dalla Casa Rosada e chiudere le stanze al pubblico del museo di storia contemporanea, dove erano esposti gli oggetti personali di Nestor Kirchner. In seguito ci sono stati: il taglio del collegamento al satellite di Telesur e la chiusura della TV Senato per essere “mezzi di comunicazione che fanno solo propaganda comunista!”, per poi sanzionare il licenziamento in massa (38%) dei funzionari dell’amministrazione federale.

Nello stesso tempo e in funzione delle pressioni esercitate da Barak Obama, il presidente Macri riusciva a far approvare dal Parlamento un decreto legge, attraverso il quale l’Argentina, riallacciava i contatti con l’FMI per intermediare un prestito di sette miliardi di dollari, con cui pagare il debito a un gruppo di banche statunitensi, popolarmente chiamate “Fondos Buitres”(3). Approvato il decreto legge, il ministro del Tesoro e delle Finanze Pubbliche, Alfonso Prat Gay, ingigantiva il valore del prestito fino a 15 miliardi di dollari per rifinanziare il debito pubblico delle ventiquattro provincie (stati) federali. Un’operazione finanziaria pericolosa per l’economia dell’Argentina, giacché il governo, per ottenere questo prestito, ha dovuto accettare tassi d’usura che condizioneranno lo sviluppo del paese nei prossimi venti anni.

La seconda promessa del governo Macri, e cioè la lotta alla corruzione, potrà diventare un problema per lo stesso governo, perché nei primi sei mesi di attività, i giudici del pool anti-corruzione che cercavano di incastrare Cristina Kirchner e i membri della direzione del Fronte per la Vittoria, non hanno raggiunto quei risultati che le “eccellenze” dell’alleanza “CAMBIEMOS” speravano di ottenere per annichilare il movimento kirchnerista e il peronismo. Quindi, con la conclusione delle principali indagini sul movimento kirchnerista, i giudici del pool anti corruzione inizieranno a investigare gli scandali finanziari che hanno coinvolto i governatori e i sindaci dei partiti che compongono l’alleanza del governo. Primo fra tutti lo scandalo dei “Panama Papers” e cioè le accuse di evasione fiscale negli anni 2002/2007, quando Maurizio Macri era sindaco di Buenos Aires e presidente della squadra di calcio, Boca Junior. In questo caso, il presidente Macri, per evitare di essere indagato, dovrà imporre l’estinzione del Pool decretando, quindi, la fine della campagna anti-corruzione. Cioè, dovrà ripetere la stessa procedura che il terzo presidente della giunta militare golpista, Leopoldo Gualtieri, introdusse nell’ordinamento giuridico per obbligare la magistratura a insabbiare tutte le indagini sulla truffa dei prestiti depositati nei paradisi fiscali.

La terza promessa non mantenuta dal presidente Macri è quella che aveva come prospettiva d'eliminare la povertà, ricorrendo a forme di assistenza sociale, soprattutto per gli abitanti delle baraccopoli e dei quartieri popolari considerati poveri in assoluto. Infatti, il ministro del Tesoro e delle Finanze Pubbliche, Alfonso Prat Gay, subito dopo aver firmato il nuovo accordo con l’FMI per pagare i “Fondos Buitres”, ha sospeso tutti gli studi di fattibilità per i programmi sociali che prevedevano un ”salario sociale” per i giovani disoccupati e la “spesa comunitaria” per le famiglie povere.

Una situazione difficile che nel 2017 può diventare esplosiva se consideriamo che secondo l’INDEC (4) la disoccupazione in soli sei mesi è passata dal 5,35% (15 dicembre del 2015) al 7,50% (15 giugno 2016), con il licenziamento di 22.150 lavoratori. Un contesto che si è sempre più aggravato con l’aumento degli indici dell’inflazione che hanno spinto il governo a ritoccare pesantemente tutti i prezzi dei servizi pubblici, provocando aumenti pazzeschi in tutti i settori dell’economia. Per esempio, le bollette dell’acqua sono aumentate del 123% e tutti i biglietti dei trasporti pubblici del 100%. I differenti contratti per la distribuzione del gas sono aumentati dall’80% fino al 300%; così pure quelli per l’erogazione dell’energia elettrica che sono passati dal 124% fino a 500%.

Aumenti che si sono ripercossi ferocemente nel settore privato. Basti pensare che tutti i medicinali sono aumentati 156% e che sono saltati tutti i controlli ufficiali sui prodotti della cosiddetta “cesta di alimenti basici” di conseguenza, i prezzi del pane e della carne di 3° categoria sono aumentati 50%. Tutti gli altri prodotti alimentari, le bevande, i servizi, gli affitti, il materiale per le attività edili hanno adottato differenti parametri finanziari per fissare i nuovi prezzi. Infatti, in questo caos c’è chi ha calcolato l’aumento dei suoi prodotti usando la percentuale degli aumenti, dell’inflazione, che a giugno prevedeva un tasso di 25,6% l’anno. Chi invece, più cauteloso ha calcolato l’aumento per i suoi prodotti applicando la percentuale di svalutazione del Pesos. Altri settori legati alle importazioni hanno invece riallineato i propri prezzi con il valore fluttuante del dollaro parallelo. Un caos che, però, non preoccupa il ministro Alfonso Prat Gay perché secondo lui “è in questo modo che si definisce il valore della concorrenza, attraverso la quale il mercato tornerà a vivere una situazione di stabilità e di sviluppo!”

In realtà la cosiddetta “nueva modificaciòn de la conjuntura economica hecha por el gobierno Macri” (nuova modifica della congiuntura economica fatta dal governo Macri) ha trasformato la vita dei consumatori e soprattutto quella dei lavoratori in un autentico inferno poiché, nonostante la svalutazione del peso e l’aumento dell’inflazione, gli stipendi non hanno ricevuto nessun aumento.

Per questi motivi, tutti i sindacati rappresentati dalla CGT e soprattutto quelli legati alla CTA, hanno iniziato a realizzare le prime grandi mobilizzazioni per difendere l’occupazione, richiedendo l’attualizzazione del valore degli stipendi erosi dall’inflazione. Per questo gli scioperi si stanno moltiplicando in tutta l’Argentina, poiché contro l’ottusità di un governo ultra-liberista lo sciopero ed eventualmente l’occupazione delle fabbriche sono le uniche armi che i lavoratori hanno per recuperare quello che l’inflazione e la politica irresponsabile del governo ritira. Scioperi e manifestazioni che, comunque non sono fine a se stessi limitandosi alla semplice riconquista di particelle salariali. Sono invece lotte con grandi contenuti politici classisti che, nella tradizione delle lotte sindacali del peronismo di sinistra, coinvolgono il movimento popolare e che potranno provocare grandi esplosioni sociali se il governo Macri continuerà nella sua ottusità ultra-liberista. Infatti, le avvisaglie dei primi scontri tra il governo e i sindacati dei funzionari federali dimostrano che, difficilmente, il governo Macri riuscirà a domare la protesta dei sindacati senza ricorrere all’uso della repressione violenta, con il rischio di provocare un secondo “Argentinazo” come nel 2002.

NOTE

1 – PRO – nel 2003, Mauricio Macri fondò il partito di destra “Impegno per il Cambiamento”, che nel 2005 divenne la principale componente politica della coalizione “PRO” (Proposta Repubblicana), con cui Macri fu eletto sindaco di Buenos Aires.

2 – Panama Papers – In aprile il quotidiano tedesco “Süddeutsche Zeitung” pubblicò i documenti più scandalosi degli 11 milioni di copie relativi alle attività dell’impresa panamense Mossack-Fonseca, specializzata nella creazione di imprese fantasma per giustificare il trasferimento e la scomparsa di capitali in fantastici progetti di investimento in altri paesi.

3 – Fondos Buitres (Fondi Avvoltoio) – Sono quelle banche e istituti finanziari che non hanno accettato di rinegoziare il debito con il governo argentino, nel 2005, quando il presidente Nestor Kickner aveva offerto di pagare i titoli del debito al 75% . La maggior parte delle banche europee accettarono. Mentre quelle statunitensi ricorsero a un giudice municipale di New York, che condannò il governo argentino a pagare il debito accresciuto di multe, di sanzioni e interessi di mora, su cui erano sommati altri interessi di mora astronomici che quintuplicavano il valore del debito.

4 – INDEC – Istituto Nazionale di Statistica e Rilevamenti Demografici della Repubblica Argentina


Fonte

03/12/2015

Todo cambia, cambia todo: l’Argentina torna a destra

Poco prima delle dieci di sera del 22 novembre, dopo che il suo avversario ha pubblicamente riconosciuto la sconfitta, il nuovo presidente argentino sale sul palco di un affollatissimo “bunker” elettorale. Dal soffitto cadono come d’abitudine palloncini gialli, musica pop nazionale in sottofondo. Mauricio Macri pronuncia poche parole, i primi gesti da presidente sono tutt’altro che cerimoniali. Ringrazia i convenuti e i votanti per avergli permesso di raggiungere il risultato, chiede di non abbandonarlo nella sua missione. Più che un leader politico sembra il vincitore di un Grammy o di un Oscar, impegnato a celebrare se stesso più che una forza politica, ora progetto di governo, che è ancora una nebulosa. L’atmosfera da programma di punta della domenica pomeriggio in Tv nasconde però alcuni piccoli velenosi dettagli, primi segnali di quella che nei giorni successivi apparirà sempre più come una sorniona rappresaglia di classe.

Prima Macri presenta al suo popolo la “segretaria” che lo conosce da sempre, una donna minuta che sale sul palco per 30 secondi, senza dire una parola. Si tratta ovviamente della sua baby-sitter, ed è l’unico squarcio di normalità in una foto altrimenti sequestrata da impresari, riciclati politici, gente famosa. Come si potrà immaginare, poche persone in Argentina dispongono di una baby sitter personale. Poi da’ una definizione collettiva del “popolo argentino” apparentemente neutrale, “quelli che sono scesi dalle navi”. Come suo padre Franco, romano naturalizzato argentino che ha costruito un impero fondato sul mattone e le quattro ruote.

Finito il breve discorso, la musica si alza e si riprende a ballare. Da lì a poco la compagine presidenziale trasferirà la festa, in forma più privata, ad una delle discoteche più snob della capitale.

Quelli che sembrano dettagli da nulla risultano essere dolorose pugnalate per un paese che negli ultimi 15 anni ė stato abituato ad una comunicazione politica incentrata sul “para todos, per tutti”. In cui sono state celebrate le origini indigene e la natura latinoamericana degli argentini, si sono aperti musei dedicati all’olocausto dei “popoli originari”, e le evidenti differenze di classe tra la élite politica e i cittadini sono state costantemente diluite nella peronistissima metafora del “popolo”.

Una cultura politica conservatrice, filo-europea e spesso razzista che per anni era rimasta in disparte, ridimensionata da una crisi che aveva spazzato via la classe politica direttamente vincolata alle politiche neoliberiste, riemerge ora come una delle grandi correnti costitutive dell’argentinità, perfettamente incarnata da Macri, il primo presidente a definirsi “di destra”.

Il quadro è completato poi dalle nomine dei ministri che sono arrivate nei giorni successivi, tingendo il “cambio” che propone la coalizione vincente “Cambiemos” di una forte colorazione pro mercato.

Oltre al primo presidente a non aver studiato in una università pubblica (e a non essere un avvocato), il prossimo governo avrà anche un numero eccezionalmente alto di membri provenienti da consigli d’amministrazione di multinazionali, come l’ex Shell Aranguren nuovo ministro di energia e industria mineraria, l’ex J.P.Morgan Prat Gay alle finanze o l’assessore alle Politiche Agricole della Provincia di Buenos Aires Leonardo Sarquís, ex Monsanto.

Non tutto è perduto, però. La colazione del lunedì successivo alle elezioni è andata di traverso un po’ a tutti a causa di un editoriale incendiario del quotidiano conservatore “La Nacion”, che approfittando del nuovo governo di centro-destra chiedeva senza mezze misure la liberazione dei torturatori e omicidi incarcerati nell’ambito dei processi alla dittatura militare, e la fine della “vendetta” dello Stato contro i suoi servitori. Sorprendente il pessimo maneggio delle tempistiche, e dei toni, da parte del quotidiano, ma ancor di più la reazione di sdegno di massa, che a partire dagli stessi giornalisti della testata ha sommerso di critiche la direzione costringendola alle scuse.

La società in questi 13 anni è cambiata, e Macri non dispone di un mandato in bianco, soprattutto perché in un paese abituato ad elezioni vinte al primo turno (questo è stato il primo ballottaggio della storia, dopo che nel 2003 si era evitato a causa del ritiro preventivo dell’ex presidente Menem) una affermazione con il 51% è considerata una vittoria a metà. La bandiera elettorale dell’addio al conflitto sventola oggi nel mezzo di una società profondamente divisa, con cui bisognerà fare i conti. Soprattutto, la retorica pacificatrice dovrà provare la sua efficacia nel continuare a dissimulare l’alta conflittualità intrinseca al programma antipopolare che difende, fatto di tagli ai salari e sconti alle imprese.

Iniziano i guai per la sinistre di governo in America Latina?

Che quello di Cristina Kirchner sarebbe stato il primo tra i governi della regione che in questi anni sono stati definiti “popolari”, “progressisti” o “integrazionisti” a cadere nessuno avrebbe potuto onestamente prevederlo. A tre mesi dal primo turno, alle primarie di Agosto, l’unico candidato del governo Daniel Scioli aveva raccolto il 38,41% dei voti, dando l’impressione di poter vincere con tranquillità. Addirittura, una settimana prima delle elezioni del 25 ottobre i media egemonici facevano circolare la previsione che il ballottaggio sarebbe stato fra Scioli e Massa, peronista di destra, che avrebbe scavalcato Macri al fotofinish. Così non è stato. La maggioranza del 21% raccolto da Massa è confluito infatti verso il candidato di Cambiemos, anche se la vittoria finale è risultata più magra di quanto previsto dopo il primo turno (2,8 %, circa 700.000 voti).

La sfida, vinta dall’ex sindaco di Buenos Aires, è stata quella di trasformare un partito “localista” in una forza nazionale, allargando la sua influenza al centro del paese, dove si concentra la maggior parte della popolazione argentina. Se si dà uno sguardo alla distribuzione di voti, si può infatti notare una “spaccatura” del paese molto simile a quella osservabile nelle elezioni presidenziali brasiliane del 2014. Il partito “federale” rimane il peronismo, che vince in tutto il paese, da nord a sud, e nelle provincia più povere, mentre Cambiemos si afferma conquistando la città di Buenos Aires e alcune grandi metropoli (Cordoba, Mendoza), e con una buona prestazione nella fondamentale provincia di Buenos Aires, dove vive il 37% dei votanti a livello nazionale. Oltre alla “prima volta” del ballottaggio, si assiste alla situazione inedita di una coalizione che controlla la presidenza e contemporaneamente anche la Capitale Federale (dal 2007 baluardo di Cambiemos, conquistata nuovamente nel 2011 e 2015) e la Provincia di Buenos Aires (sotto controllo peronista praticamente dal ritorno della democrazia), vero “shock” concretizzatosi nel primo turno del 25 ottobre, quando Maria Eugenia Vidal ha sconfitto il portavoce del governo Anibal Fernandez e ottenuto la poltrona che è stata dello stesso Scioli dal 2007 al 2015). Alla vittoria nelle tre elezioni più importanti del paese fa da contraltare, però, la situazione traballante che vige nel congresso. Qui l’alleanza non controlla infatti nessuna delle due camere, e al Senato l’ex coalizione di governo ha addirittura quorum proprio.

Sul piano internazionale, invece, il nuovo governo ha esordito scegliendo il conflitto senza mezzi termini. Macri ha iniziato da subito a “fare i compiti” in campo diplomatico, anche per distanziarsi immediatamente dalla precedente gestione. Il giorno successivo alla sbornia elettorale ha infatti ripetuto quella che nel dibattito televisivo di domenica 15 era sembrata poco più che una boutade: applicare la clausola democratica dello statuto dell’Unasur e chiedere l’espulsione del Venezuela, adducendo violazioni dei diritti umani circa l’incarcerazione del leader dell’opposizione Leopoldo Lopez. Difficilmente Macri potrà andare fino in fondo, ma il tentativo di influenzare le elezioni parlamentari che si svolgeranno venerdì in Venezuela e rilanciare la destra sudamericana in affanno da più di quindici anni è evidente.

Il processo di integrazione regionale sviluppatosi in questi anni si fonda infatti sull’alleanza tra Brasile e Argentina, con il Venezuela appena un passo indietro, un sodalizio in graduale costruzione dagli anni ’80, sulle ceneri di una storica conflittualità, che deve però molto alla recente sintonia tra i presidenti Lula da Silva e Nestor Kirchner e alla comunanza di vedute tra i rispettivi partiti.

Ora, anche se il neoeletto presidente ha annunciato che il suo primo viaggio internazionale sarà in Brasile, partner irrinunciabile dell’Argentina, le cose cambieranno. Macri potrebbe approfittare dei problemi di governabilità in Venezuela e in Brasile (dove la presidentessa Dilma è stretta tra tentativi di impeachment in seguito allo scandalo Petrobras e il malcontento popolare per i recenti tagli alla spesa pubblica) per forzare una relazione più “pragmatica” e molto meno politica. Non è un mistero fra l’altro che il neoeletto presidente veda di buon occhio un avvicinamento argentino alla “Alleanza del Pacifico” (Cile, Colombia, Messico, Perù) diretta concorrente del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela) e anche al nuovo “Accordo Transpacifico” di libero scambio, promosso dagli Stati Uniti e che dovrebbe unire l’Asia e il continente americano.

Infine è difficile che il nuovo governo di centro-destra continui con lo stesso fervore quella battaglia di dignità che è il braccio di ferro con i “fondi avvoltoi”, gli speculatori internazionali che tengono finanziariamente in scacco l’Argentina, ufficialmente definita “in default”, possessori di una infima parte del debito internazionale che il paese aveva nel 2001.

Nonostante la scelta di non pagare agli speculatori sia stata oggetto di ferventi critiche in campagna elettorale, ora Macri dovrà stare attento a non rinnegare la sue promesse senza però riaprire una rinegoziazione del debito di successo, che ha ricevuto da poco il sostegno dell’assemblea generale dell’Onu, impegnata ad elaborare un regolamento di riferimento per casi di questo tipo.

Da Buenos Aires, Dario Clemente

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27/11/2015

Ritorno al passato: l’Argentina, Macri ed il fantasma del neoliberismo

Le elezioni argentine di domenica 22 Novembre saranno ricordate certamente come un momento storico nella politica del paese sudamericano.

Per la prima volta infatti il nuovo presidente è stato eletto dopo un ballottaggio e soprattutto si tratta di un personaggio che non proviene dalle file del peronismo (di destra o di sinistra) e nemmeno da quelle del radicalismo (l’altra corrente storica della politica argentina).

Mauricio Macri infatti è un personaggio “moderno”, sicuramente figlio del menemismo degli anni 90, con un passato imprenditoriale (il padre era un imprenditore italiano che ha fatto fortuna nel mondo delle costruzioni) e “calcistico” (Macri è stato presidente del Boca Juniors dal 1995 al 2008) prima di diventare sindaco di Buenos Aires per due mandati consecutivi. E’ stato eletto con il 51,6% dei voti, contro il 48,6% del candidato kirchnerista Daniel Scioli. La coalizione di Macri (Cambiemos, alleanza tra il PRO, Propuesta Republicana, una sorta di partito personale di Macri, e i radicali) ottiene la maggioranza a Buenos Aires, Cordoba, Mendoza, Jujuy oltre ad avanzare nell’enorme area della provincia di Buenos Aires, bastione storico del peronismo e zona più popolosa del Paese.

Al di là dei dati elettorali, l’elemento centrale delle elezioni argentine più che la vittoria di Macri è certamente la sconfitta del progetto kirchnerista, giunto ormai al capolinea dopo 13 anni di governo. Analizzare le ragioni della sconfitta non è un esercizio facile, la politica “istituzionale” argentina è un rebus spesso complesso, in cui il legame storico con l’epoca peronista viene utilizzato come spauracchio o modello in molti casi senza nessun fondamento concreto ed in cui la personalizzazione della politica raggiunge livelli altissimi.

Più interessante per le nostre latitudini è provare a comprendere il contesto sociale in cui si sono svolte le elezioni. Gli anni dei Kirchner sono stati infatti caratterizzati da due fasi: la prima fase, dal 2003 al 2009, segnata dalla crescita economica post-crisi, trainata dalle esportazioni della soia e di altre materie prime verso la Cina ed il Brasile, in cui il governo ha promosso una serie di politiche assistenzialiste che hanno avuto anche effetti concreti come l’aumento del tasso di educazione primaria o la riduzione della povertà assoluta, ed in cui c’è stato un parziale rilancio dell’industria nazionale, devastata dal periodo menemista. Un governo con una forte impronta “neo desarrollista”, che faceva dell’estrazione delle materie prime un asse portante della sua politica, in linea con altri governi progressisti del campo prettamente bolivariano. La seconda fase del kirchnerismo, dal 2010 al 2015, ha invece risentito pesantemente del crollo dei prezzi delle materie prime e della soia, della riduzione delle esportazioni verso la Cina e di una costante debolezza monetaria, influenzata principalmente da un’inflazione stellare, che ha raggiunto picchi del 36/37%.

La sconfitta del “progetto” kirchnerista può essere letta anche da questi elementi macroeconomici, il dato centrale infatti è che quel modello, pensato e sviluppato nell’Argentina post 2001, non ha mai voluto andare oltre l’asse di sviluppo basato su: estrazione di materie prime – esportazione verso nuovi partner (Cina, Brasile etc) – minima redistribuzione delle ricchezze in ottica assistenziale.

A livello economico non ha voluto mettere in discussione alcuni cancri endemici della società argentina quali lo strapotere dei grandi proprietari terrieri, il sistema politico clientelare, la dipendenza dalle importazioni in molti settori nevralgici (soprattutto nell’industria).

La sconfitta più grande però si ascrive più che altro al campo della partecipazione sociale e politica, sia Nestor che Cristina hanno riproposto in salsa moderna il “neocorporativismo” del peronismo in cui le organizzazioni “intermedie” come i sindacati peronisti (devastati dalla corruzione), le associazioni giovanili come il “Movimiento Evita” ed il legame con “Las madres de Plazo de Mayo” dovevano essere gli strumenti di partecipazione per il “popolo”, quando in realtà tutte le decisioni reali erano prese altrove e, molto spesso, gli esperimenti di autorganizzazione popolare, nati soprattutto nei quartieri marginali delle grandi città durante il movimento del 2001, sono stati repressi o marginalizzati. Unica eccezione è forse rappresentata dalle Fabricas Recuperadas, che continuano ad esistere e ad aumentare a livello di numero, ma che il governo ha spesso ostacolato soprattutto facendo di tutto per evitare la strutturazione di un movimento il più possibile unitario.

Venute meno le entrate derivanti dalle esportazioni ed aumentata in maniera costante l’inflazione è stato quindi sempre più difficile mantenere anche i programmi assistenziali che avevano avuto un discreto successo nella prima fase dei governi kirchneristi.

Leggendo i commenti post elettorali dei giornali argentini vicini al campo kirchnerista l’incredulità sembra regnare sovrana, sembra quasi che il “popolo” abbia “tradito”, quasi per un capriccio, chi ne aveva migliorate le condizioni e tirato fuori dal pantano della politica menemista; la realtà è ovviamente molto più articolata: la società argentina, nel complesso, rimane infatti profondamente classista, nei primi anni post-2001 l’impoverimento della classe media (rappresentata essenzialmente da dipendenti pubblici, piccoli commercianti, quel poco che rimaneva degli operai specializzati etc), l'aveva avvicinata alle rivendicazioni ed alle aspirazioni della popolazione più povera colpita dalla crisi ed ingannata dal menemismo, anche attraverso l’identificazione del “nemico comune” con politici, banchieri, grandi proprietari terrieri, finanzieri legati agli Stati Uniti, il FMI e la Banca Mondiale.

Il recupero di un certo benessere della classe media, dovuto anche all’elargizione dei programmi assistenziali, ha reinserito il germe della diffidenza classista, alimentato ulteriormente da alcuni fattori come la martellante campagna mediatica sull’insicurezza ed il dilagare della criminalità (di cui venivano accusati apertamente i più poveri, circoscritti geograficamente nelle villas miserias (1) e la retorica pompata dall’opposizione macrista che il governo, tramite i piani assistenziali, stesse regalando soldi e denaro a dei fannulloni in un momento in cui l’inflazione era galoppante e che, oltretutto, erano anche delinquenti (o “negros” come li chiamano in Argentina). Uno degli errori del Frente Para la Victoria (2) si può ritrovare proprio nel non aver voluto passare da politiche assistenziali a politiche di sviluppo e redistribuzione vera e propria, provando ad intaccare lo zoccolo duro delle enormi risorse e potere di grandi proprietari terrieri e finanzieri, da cui il governo di Cristina dipendeva in modo eccessivo avendo puntato tutto su un’economia devota all’export delle materie prime.

Il contesto interno del Paese comunque va inevitabilmente inquadrato all’interno della situazione continentale; l’esito del voto argentino, il ritorno di un neoliberista come Macri al potere, rischia di aprire un ciclo negativo in tutto il continente. Nell’articolo di Gaudichard abbiamo analizzato come il modello bolivariano stia entrando in una crisi abbastanza evidente, è vero che la sconfitta del kirchnerismo è ascrivibile solo parzialmente all’interno di questo campo però non possiamo negarci che il ritorno di un'opzione dichiaratamente neoliberista nel Paese simbolo del fallimento delle politiche monetarie ed economiche dell’FMI sia un elemento molto preoccupante; il 6 Dicembre inoltre si svolgeranno le elezioni in Venezuela dove la crisi del governo Maduro si protrae ormai da diverso tempo e dove il ritorno della destra neoliberista sembra una possibilità concreta.

Al di là dei risultati elettorali comunque c’è un ultimo elemento da sottolineare: con l’elezione di Macri si chiude definitivamente lo spazio aperto dai movimenti del 2001, gran parte della responsabilità, come abbiamo visto, è ascrivibile ai governi kirchneristi che hanno fatto di tutto per chiudere quegli spazi. Rimangono le fabbriche recuperate, il movimento per i diritti dei Mapuche, quel poco che resta del movimento piquetero. Non è detto però che qualcosa di nuovo non stia nascendo (o rinascendo), in particolare nel terreno della difesa della “natura” contro lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali implementato negli ultimi anni e contro l’invasione delle multinazionali agro alimentari, oltre a nuove sperimentazioni partecipative dal basso che stanno sorgendo in alcune zone urbane della provincia di Buenos Aires.

Da questo punto di vista lo scontro che si profila con il governo Macri potrebbe riaprire un nuovo ciclo di lotte e conflitti, sperando che il contesto continentale non riporti le lancette del tempo indietro di 20 anni.

Note
1. equivalente argentino delle Favelas
2. la coalizione elettorale del kirchnerismo

Fonte

24/11/2015

Argentina, la restaurazione neoliberale di Mauricio Macri. La fine del mondo?

Mauricio Macri
C’è un elemento nel voto presidenziale argentino, che porta alla Casa Rosada il neoliberale duro e puro Mauricio Macri, sul quale non bisogna smettere di porre l’accento. Dodici anni di governo di centro-sinistra, a 32 anni dalla caduta dell’ultima dittatura, si sono conclusi con un voto di ballottaggio tirato (51/49) e con una transizione come nelle regole di una democrazia solida. Dopo un lungo ciclo progressista, ora è il turno della destra. Sta a quest’ultima, non certo alla sinistra, dimostrarsi matura per a) non vivere il ritorno al potere come mera rappresaglia, riprivatizzazione, smantellamento del welfare, retrocedendo anche in quelli che dovrebbero essere terreni condivisi come i diritti civili, quelli umani, l’integrazione latinoamericana. b) mantenere le condizioni di agibilità democratica per riconsegnare il potere all’opposizione quando sarà il popolo a decidere, come sta facendo, in pace e democrazia, la sinistra.

Sul punto a) Macri guarda a Washington più che a Brasilia, e ai capitali finanziari invece che al Mercosur. Afferma che con lui “finisce il clientelismo dei diritti umani” e il quotidiano La Nación già oggi chiede la fine dei processi per violazioni dei diritti umani. Sul punto b) i suoi migliori amici e riferimenti culturali sono la destra pinochetista cilena non rinnovata di Joaquín Lavín, l’ex inquilino della Moncloa José María Aznar, sponsor del golpe del 2002 a Caracas, e Álvaro Uribe, che minaccia di tornare di concerto con un inquilino repubblicano alla Casa Bianca per far fallire il processo di pace in Colombia. Sarà quindi bene vigilare che questa destra, che ha dimostrato nelle sindacature Macri a Buenos Aires di usare sfacciatamente la repressione violenta della protesta sociale, sia capace di non smantellare anche il sistema democratico come farà con lo stato sociale. Torneranno infatti le politiche monetariste, dettate dall’FMI, analoghe a quelle imposte dalla dittatura e indurite dal menemismo, che resero quella sterminata pianura fertile che è l’Argentina, dove ancora nel 1972 vigeva la piena occupazione, una terra desolata di indigenza e denutrizione per i più e un paradiso per pochi, la cosiddetta farandula, che non ha mai smesso di controllare i media e ora è pronta a tornare al potere.

Il kirchnerismo ha molti meriti storici. Ha tirato fuori il paese da una crisi esiziale, recuperato il ruolo dello Stato, stabilito una politica dei diritti umani modello, e avanzato nei diritti civili come in Italia possiamo solo sognare, rilanciato un welfare indispensabile e ridisegnato il futuro del paese (Qui su Néstor, qui a dieci anni dal default, qui il bilancio dopo il primo turno, col facile vaticinio sulla debolezza di Scioli, molto altro sul sito). Ancora tre giorni fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ricordava che: “L’Argentina ha molto da insegnare al mondo ed è uno dei pochi casi di successo nella riduzione di povertà e disuguaglianza dopo la crisi”. Sono proprio quelle perfettibili politiche di integrazione che Macri vuole smantellare da domani, rappresentandole – è la visione del gorillismo tradizionale della classe media – come intollerabili sussidi clientelari, che alimentano il parassitismo popolare, ma che hanno permesso per esempio all’Argentina di essere uno dei pochi casi di successo di lotta all’abbandono scolastico del sottoproletariato urbano. Tutto passa, todo cambia, sono stati anche anni di errori, debolezze, inefficienze, corruttele, ipocrisie, sconfitte chiare, come quella ambientale e quella sulla riforma fiscale, ciclicità economiche (l’Argentina è stata una tigre, ora non lo è più), il bombardamento d’odio e menzogne durato 12 anni da parte del mainstream come e peggio che per gli altri governi di centro-sinistra, che non ha scalfito il rispetto che merita Cristina Fernández, che esce dalla casa Rosada con un consenso e un indice di approvazione maggiore di quello dei due rivali di ieri.

Non va sottovalutata la questione leader in un Continente caratterizzato dal sistema presidenziale. Quando devi gestire l’esistente, in genere da destra, cambiare un presidente è poca cosa. Se il presidente finisce per incarnare un processo storico e popolare di cambiamento (penso a Evo Morales) allora la caducità biologica e politica è uno scacco e un vantaggio enorme per la controparte conservatrice. La precoce uscita di scena di Néstor e Hugo Chávez, ma anche di Lula e Cristina, sono colpi che, anche un movimento popolare forte, non può parare con uno Scioli e forse neanche con dirigenti consolidati, forti di un’investitura come Rousseff o Maduro. Altri leader popolari verranno, tra le migliaia di quadri che si stanno formando non tutti accecati dal carrierismo, forse sono un male necessario.

Quella argentina è dunque una prima breccia che si apre (faccia eccezione l’effimero Fernando Lugo in Paraguay e Mel Zelaya in Honduras, entrambi rovesciati da golpe più o meno tradizionali) nello straordinario processo vissuto in particolare dall’America latina atlantica nel corso degli ultimi tre lustri, e che faceva seguito al fallimento, etico prima ancora che economico, del neoliberismo realizzato e che ha riportato al dibattito pubblico le ragioni dell’uguaglianza e della giustizia sociale, oltre al rafforzamento di un progetto d’integrazione regionale difficilmente cancellabile qual che sia la volontà dei nuovi governanti. Almeno sul lungo periodo, è necessario non sopravvalutare il valore della sconfitta elettorale come era necessario essere prudenti sull’esistenza di un’egemonia progressista. Di cambi di campo ne verranno altri, è difficile dubitarne, ma sarebbe un errore di valutazione parlare di mero ritorno al passato.

Il neoliberismo fu imposto al continente negli anni Ottanta in assenza di un campo popolare sbaragliato dalle dittature, nella fine del socialismo reale e nel dogmatismo di un “pensiero unico” allora senza alternativa. Quel 49% che ha votato obtorto collo per Daniel Scioli, spesso solo per paura di Macri, e quelle enormi minoranze che domani potrebbero esserci in altri paesi, sono una sinistra nuovamente strutturata intorno a una visione di futuro spesso più avanzata di quella degli stessi governi integrazionisti. Questi, nel corso degli anni, hanno spesso dovuto venire a patti con un modello di sviluppo che resta malato, in particolare rispetto all’agroindustria, al settore minerario, alle schiavitù da monocultura, retaggio coloniale e dell’aver perso il treno dello sviluppo industriale e a tutto quello che, creando profitti, ha permesso di sostenere gli enormi investimenti in welfare di questi anni.

I movimenti sociali, quelli che all’inizio del secolo hanno scritto la storia del Continente, partendo dai bisogni reali delle masse popolari (contadine, indigene, il sottoproletariato urbano) e sono stati protagonisti insieme ai governi del rifiuto dell’ALCA che Bush voleva imporre, hanno spesso vissuto con difficoltà la “sindrome del governo amico”. Apprezzato, criticato, capace di cooptare non sempre in maniera limpida, ma col quale stabilire un dialogo tale da espungere la violenza politica e di piazza da una parte e dall’altra. Adesso inizia una nuova storia, si può tornare a riflettere sulle insipienze dei governi progressisti (per esempio sulla sinonimia consumatori/cittadini e sulla necessità di ripensare il rapporto sviluppo/ambiente) ma quell’energia creativa può tornare a liberarsi scevra da tatticismi. L’Argentina, l’America latina, deve preoccuparsi e mobilitarsi contro il ritorno di politiche neoliberali già provatamente fallimentari, contro l’erosione di diritti e contro l’estensione del triste destino di narcostati che tocca a parti fondamentali del corpo della Patria grande, come il Messico. Con Mauricio Macri il “pensiero unico” torna al potere, ma in quanto tale è morto e sepolto.

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28/10/2015

Argentina, fino al ballottaggio la battaglia sarà durissima

Le elezioni argentine di domenica scorsa consegnano un scenario elettorale incerto e lontano dalle aspettative.

Come si sa, 32 milioni di Argentini erano chiamati ad eleggere il Presidente dei prossimi 4 anni, la metà della Camera dei Deputati (130 seggi), un terzo del Senato (24 seggi), i 43 parlamentari del Parlamento del Mercosur (Parlasur) e diversi governatori. Con un’alta affluenza elettorale (quasi il 79 %), sono le ottave elezioni presidenziali senza interruzioni golpiste e le prime post-dittatura dove si va al ballottaggio.

In base alla legge, nel caso che nessun candidato superi il 45% dei voti o il 40% con una differenza di più di dieci punti con il secondo, si va al ballottaggio il 22 novembre. Ed è questo lo scenario che si è presentato alla fine dello spoglio dei voti.

Tre i principali candidati. Daniel Scioli del Frente para la Victoria (FPV), candidato di sostanziale continuità dell’esperienza kirchnerista (Nestor prima e Cristina poi), che ottiene il 36,7% dei voti.

A destra Maurizio Macri di Propuesta Republicana (PRO), al governo nella capitale che si presentava con il cartello elettorale Cambiemos e la proposta market-frendly di “liberare dai ceppi il mercato”. Macri raggiunge il 34,48%.

Da ultimo Sergio Massa, candidato di Unidos por una Nueva Alternativa (UNA) e dissidente della destra peronista. La campagna elettorale di Massa era stata incentrata sulla necessità di “girare la pagina della storia e farla finita con il kirchnerismo”. Massa si ferma al palo con il 21,23%.

Nessuno dei tre l’ha spuntata al primo turno, nonostante i sondaggi che davano Daniel Scioli come possibile vincitore, anche se il Frente para la Victoria insieme ai suoi alleati, fino ad ora rimarrebbe il gruppo parlamentare più forte alla Camera.

Da qui al ballottaggio è facile prevedere che la battaglia sarà durissima, senza esclusione di colpi. In gioco non c’è solo un’elezione presidenziale, ma la direzione di marcia che l’Argentina sta costruendo dal 2003 insieme ad altri Paesi del continente.

I candidati

Daniel Scioli, dopo una lunga carriera sportiva come motonauta, nel 1997 entra in politica ed è eletto deputato nazionale per Buenos Aires. Confermato nel 2001, ricopre la carica di Ministro del Turismo e Sport durante la presidenza di Carlos Menem. Nel 2003 è proposto da Néstor Kirchner come Vice nella campagna presidenziale. Nel 2007 vince le elezioni a Governatore della Provincia di Buenos Aires dove viene rieletto nel 2011 ed è stato in carica sino a oggi.

La sua proposta centrale è quella di ampliare il mercato interno, approfondire l’industrializzazione e creare opportunità di lavoro. A questo proposito, l’inserzione regionale è vitale. Così come l’idea di rapportarsi con gli attori emergenti di un ordine multipolare, come la Cina e la Russia. Questi rapporti, soprattutto con America Latina e Cina, strategici nella visione di Scioli, viceversa sono visti come il fumo negli occhi da Macri. Più morbido sulla questione del debito estero e sulla possibilità di chiedere nuovi crediti alle agenzie internazionali, lo è stato in campagna anche sullo scontro con i cosiddetti “Fondi avvoltoio” (Fondos buitres).

La rimonta di Mauricio Macri, il “Berlusconi argentino”, è stata la vera “sorpresa”: ingegnere civile, imprenditore ed ex-dirigente sportivo, presidente del Club Atlético Boca Juniors (1995-2008), eletto deputato di Buenos Aires (2005-2007) e dal 2007 ad oggi è stato Sindaco della capitale. Il suo obiettivo era arrivare al ballottaggio per poi cercare di captare il voto degli elettori di Massa. Da segnalare l’appoggio dato al candidato della destra, da parte dell’Unione Civica Radicale (UCR) dell’ex-presidente Alfonsin. Una formazione “social-democratica” che, con questa scelta elettorale, scompare definitivamente da qualsiasi panorama timidamente riformista.

A distanza di sicurezza rimane il terzo contendente, Sergio Massa. L’altra faccia dell’ideologia dello “Stato minimo”, durante la presidenza di Néstor Kirchner è stato Direttore Esecutivo dell’Administración Nacional de la Seguridad Social (ANSES) e Capo di gabinetto. E’ stato inoltre per due volte Sindaco peronista di Tigre, nella Provincia di Buenos Aires. Ha rotto con i Kirchner dando vita al Frente Renovador, che lo elegge deputato per la provincia di Buenos Aires.

A sinistra, penalizzato dalla forte polarizzazione e dal voto utile, c’è da segnalare il risultato di Nicolás del Caño, deputato e candidato del Frente de la Izquierda y de los Trabajadores (FIT), formato dal Partido dei lavoratori socialisti, Partido Obrero e Sinistra Socialista. Il FIT ha fatto una campagna elettorale contro-corrente, arrivando al 3,38%.

La destra moderna di Macri

La sconfitta più cocente per il kirchnerismo arriva proprio dalla Provincia di Buenos Aires, fino ad oggi governata da Scioli e serbatoio tradizionale di voti peronisti. Una provincia che ha voltato le spalle al candidato kirchnerista Anibal Fernandez, ed ha eletto María Eugenia Vidal, la giovane candidata di Cambiemos, attuale Vice-sindaco della capitale. Oggi la destra controlla sia la capitale che la sua provincia, consolidando le speranze di vincere la presidenza.

Mauricio Macri, rappresentante della destra moderna, ha fatto la sua campagna evitando lo scontro frontale, con toni morbidi, parlando di “giustizia sociale” ed appropriandosi delle conquiste ottenute dai governi kirchneristi (a cui ha votato contro sistematicamente), proiettando con un buon marketing elettorale un’immagine di un “cambio necessario” dopo 12 anni all’opposizione.

Scontato l’appoggio a Macri dei grandi media argentini ed internazionali, nonché dei “mercati”, per farla finita con il “populismo” dei governi kirchneristi. Nei giorni scorsi i corifei della finanza internazionale (Wall Street Journal, Financial Times, Bloomberg, etc) hanno usato tutti i loro argomenti. Come riporta La Repubblica, secondo Bloomberg i governi dei Kirchner “hanno litigato con il Fmi, condotto il Paese al secondo default in questo secolo piuttosto che rimborsare i fondi speculativi, si sono guadagnati la fiducia con sussidi ed elargizioni che hanno generato il secondo tasso d’inflazione più alto dell’emisfero”, alle spalle del Venezuela. All’elenco, il Financial Times aggiunge il decremento delle riserve in valuta estera. Secondo il Wall Street Journal, le riserve si sono dimezzate dal 2011 a circa 27 miliardi di dollari: qualunque sia il prossimo presidente, dovrà prendere misure impopolari per tamponare questa emorragia. Basta pensare che il gap tra il cambio ufficiale e quello che accade per le strade è vicino al 70%: sul mercato servono 16,05 pesos per dollaro, contro i 9,52 pesos ufficiali”. Fin qui il giudizio dei “mercati”.

Il progetto nazional-popolare del peronismo kirchnerista

Quando Nestor Kirchner arrivò alla presidenza, con Lavagna come Ministro dell’Economia, il Paese stava appena iniziando a recuperarsi dal disastro sociale ed economico provocato dalle misure neo-liberaliste imposte con il golpe civico-militare che inizia la dittatura (1976-1983) e dai successivi governi.

L’industria nazionale era a terra, praticamente nulla, come risultato dell’apertura commerciale dei 30 anni precedenti, il debito estero era vertiginoso, la disoccupazione era del 17,3%, la povertà colpiva il 50% della popolazione. Un panorama macabro, in un Paese devastato.

Come sostiene Jorge Ceriani, “negli ultimi dodici anni si sono duplicati i lavoratori occupati, oggi il potere d’acquisto è tre volte quello del 2002, la politica dei diritti umani, è tra le più avanzate al mondo. Con la ri-pubblicizzazione di settori importanti dell’economia (petrolio, ferrovie, compagnia aerea di bandiera, sistema pensionistico, ecc), sottratte al patrimonio nazionale nei tempi dell’euforia neoliberista inaugurata dalla dittatura, la tassazione dei profitti dell’oligarchia, la borghesia agraria e le multinazionali ottenuti dalle esportazioni e il recupero della centralità dello stato nella produzione e distribuzione, si è ri-dimensionato il potere della reazione e ampliata la democrazia. Da ricordare anche la convinta adesione argentina al processo di integrazione antimperialista latinoamericana...”.

Ma non è bastato a vincere al primo turno. E ci si chiede se basti per vincere al secondo.

Dopo tre presidenze consecutive del peronismo in versione kirchnerista, in questi anni l’appoggio al governo è venuto principalmente dai lavoratori, dai settori più emarginati, da frange della classe media. Un capitale politico accumulato grazie all’azione dello Stato, alle politiche pubbliche, in un sistema che ha raggiunto una propria stabilità ed una relativa pace sociale.

Per quanto riguarda la battaglia elettorale, è stata la stessa Cristina Fernández a definire la formula elettorale del Frente para la Victoria, con Daniel Scioli come Presidente e Carlos Zannini a Vice.

Le sfide del prossimo governo

Il prossimo governo dovrà comunque affrontare due problemi di tutto rispetto. Innanzitutto è cambiato radicalmente il panorama favorevole dei prezzi delle materie prime (energia, soia, etc.) di cui ha goduto il governo, e che è stato fondamentale per le politiche pubbliche portate avanti, data la caduta verticale sui mercati internazionali.

In secondo luogo il logorio del ciclo economico inaugurato nel 2002 (con una bassa crescita) si allinea cronologicamente con la crisi capitalista che colpisce in particolare i Paesi sviluppati e la stessa domanda cinese.

In questo quadro, risultano incerte, tra le altre, le possibilità di avanzare in settori conflittuali come l’espansione smisurata delle coltivazioni di soia (la “frontera sojera”), l’informalità e la precarizzazione del lavoro, i problemi di accesso alla terra ed alla casa.

Se lo scenario sarà quello dell’aggiustamento strutturale, l’accumulazione organizzativa raggiunta in questi anni dovrà riprendere il conflitto e costruire l’alternativa politica nelle piazze, in caso sia necessario recuperare la direzione di cambiamento.

Temi rilevanti, nel quadro della contro-offensiva statunitense che ha l’obiettivo immediato di cambiare i rapporti di forza in Argentina e Brasile per poi avanzare nei confronti del resto delle esperienze progressiste del continente, a partire dal Venezuela che va a elezioni il prossimo 6 dicembre.

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