Ormai, e purtroppo, è diventato evidente che gli Usa stanno giocando una partita in proprio nella guerra in Ucraina.
I loro obiettivi non sono gli stessi degli altri alleati Nato (tranne Gran Bretagna e Polonia, ndr) e puntano apertamente all’escalation del conflitto attraverso una guerra per procura contro la Russia in Ucraina.
L’obiettivo degli Usa non è il cessate il fuoco né il negoziato ma la sconfitta e l’indebolimento della Russia come “potenza rivale”. Al tempo stesso questa guerra è una formidabile ipoteca contro ogni velleità di “autonomia strategica” da parte dell’Unione Europea. L’Ucraina è lo strumento per la persecuzione di tale obiettivo.
La dichiarazione del segretario alla difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, secondo cui Washington punta ad una Russia indebolita militarmente e incapace di riprendersi rapidamente, ha segnato infatti un cambiamento qualitativo negli obiettivi dichiarati di Washington sul suo sostegno militare all’Ucraina.
In una conferenza stampa in Polonia dopo una visita a sorpresa a Kiev, a Lloyd Austin è stato chiesto se ora definirebbe gli obiettivi degli Stati Uniti in modo diverso da quelli stabiliti subito dopo l’invasione russa. La premessa è stata quella ormai nota, cioè aiutare l’Ucraina a mantenere la sua sovranità e difendere il suo territorio.
Ma poi Austin ha aggiunto un secondo obiettivo, quello vero: “Vogliamo vedere la Russia indebolita al punto che non possa fare il tipo di cose che ha fatto invadendo l’Ucraina”. Ciò significa che la Russia non dovrebbe “avere la capacità di riprodurre molto rapidamente le forze e le attrezzature che sono state perse in Ucraina”.
A tale scopo gli Stati Uniti impegnano altri 713 milioni di dollari per il potenziamento bellico dell’Ucraina e per indebolire la Russia, dunque per la prosecuzione della guerra.
Insieme ad Austin, c’era anche il segretario di Stato Usa Blinken, e mentre i due funzionari stavano parlando, “i primi obici dell’ultima tranche di forniture militari statunitensi iniziavano ad arrivare in Ucraina, inclusi 165 milioni di dollari di forniture di munizioni “non standard” compatibili ex-sovietiche” scrive The Guardian.
Secondo il ben informato quotidiano britannico, ciò significa che anche se le forze russe si ritireranno o saranno respinte dal territorio ucraino occupato dal 24 febbraio, gli Stati Uniti e i suoi alleati cercheranno di mantenere le sanzioni con l’obiettivo di impedire alla Russia di ricostituire le proprie forze.
The Guardian sottolinea anche un altro dato ossia se le valutazioni dei due funzionari Usa rappresentino davvero gli obiettivi dell’amministrazione Biden, e se sia stato sensato dichiararli così apertamente. “Questo probabilmente indebolirà ogni incentivo della Russia a ritirarsi, e rafforza la narrativa di Mosca secondo cui la Nato sta conducendo una guerra per procura in Ucraina volta a indebolire la Russia e persino attuare un cambio di regime”.
Austin e Blinken hanno annunciato un totale di 713 milioni di dollari in aiuti militari per l’Ucraina da parte statunitense e circa 322 milioni di dollari da parte di altri paesi Nato, sempre destinati a Kiev. Tale finanziamento è diverso dalla precedente assistenza militare fornita dagli Stati Uniti all’Ucraina. Non è una donazione di scorte del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ma piuttosto soldi che i paesi possono utilizzare per acquistare forniture di cui potrebbero avere bisogno. Il nuovo finanziamento, insieme alla vendita di 165 milioni di dollari in munizioni non americane compatibili con le armi di epoca sovietica che gli ucraini usano, porta l’importo totale dell’assistenza militare americana all’Ucraina a 3,7 miliardi di dollari dall’inizio dell'invasione russa.
“Gli ucraini hanno bisogno di capacità di fuoco a lungo raggio, di carri armati. E noi facciamo tutto quello che possiamo per fornire loro il tipo di sostegno, il tipo di artiglieria e munizioni che siano efficaci in questa fase della guerra”, ha spiegato il segretario della Difesa Usa, Llyod Austin, nella conferenza stampa che ha tenuto insieme ad Antony Blinken in una località mantenuta segreta in Polonia.
Le necessità dell’Ucraina cambiano mano a mano che la natura dei combattimenti evolve, anche perché il baricentro della guerra si è spostato nell’est del Paese, ha spiegato Austina. “Avete visto quello che abbiamo fatto nel recente passato, con l’autorizzazione ad aiuti (militari, ndr) per 800 milioni di dollari da parte del Presidente che ci consente di fornire 5 battaglioni di 155 obici, centinaia di migliaia di munizioni di artiglieria, e stiamo anche coinvolgendo gli altri Paesi per lo stesso tipo di capacità”.
Continueremo a fornire all’Ucraina le armi che le sue forze stanno effettivamente utilizzando sul campo per difendersi. Questi sforzi, combinati con il sostegno umanitario e finanziario diretto degli Stati Uniti all’Ucraina, il supporto per la documentazione delle prove dei crimini di guerra della Russia contro i civili ucraini e gli sforzi continui per aumentare la pressione sull’economia in rovina di Putin contribuiranno a indebolire la posizione del governo russo e isolarlo ulteriormente dal mondo fino a quando la Russia non porrà fine alla sua guerra non provocata e ingiustificata contro l’Ucraina.
Oggi infine, i rappresentanti di circa 40 paesi si riuniranno in Germania su invito degli Stati Uniti per rafforzare la potenza militare dell’Ucraina, che, secondo il segretario alla difesa americano Lloyd Austin, “può vincere” contro la Russia se le verranno dati i mezzi. L’incontro alla base aerea statunitense di Ramstein, nella Germania occidentale, è programmato per “generare capacità aggiuntive per le forze ucraine”, ha detto Austin, di ritorno da una visita a Kiev.
Ma tutto questo non è irrilevante né privo di conseguenze. “I rischi di una guerra nucleare sono molto significativi”, ha detto il ministro degli esteri russo Lavrov, “e questo pericolo non deve essere sottovalutato, anche se ci sono molti pronti a gonfiare artificialmente questa minaccia”. Una nuova accusa è stata poi rivolta alla Nato che, “consegnando le armi all’Ucraina è entrata de-facto in una guerra per procura con la Russia”.
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09/12/2020
USA - Austin, il nuovo falco del Pentagono
La notizia della probabile scelta del nuovo segretario alla Difesa americano conferma in pieno come il presidente eletto Joe Biden intenda riproporre personalità legate al tradizionale apparato militare-industriale e sostenitrici dell’impegno bellico USA nel mondo. Per far poi digerire i candidati del proprio gabinetto soprattutto all’ala “liberal” del Partito Democratico, l’ex vice-presidente sta sempre più optando per donne o, come nel caso del prossimo capo del Pentagono, l’ex generale Lloyd Austin, afro-americani, come se il solo fatto di essere l’una o l’altro possa rappresentare un elemento di rottura o di cambiamento in senso progressista.
A rivelare l’identità del nuovo numero uno della macchina da guerra degli Stati Uniti è stato il sito di informazione Politico, mentre la nomina ufficiale da parte di Biden dovrebbe avvenire nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Austin sembra avere superato la concorrenza di quella che era considerata la favoritissima per la carica di segretario alla Difesa, Michèle Flournoy, già sottosegretario alla Difesa con Obama, nonché lobbista per l’industria delle armi e tra le principali teoriche dell’interventismo “umanitario” per la promozione degli interessi strategici del suo paese.
La Flournoy è stata forse considerata una scelta troppo tossica per la sinistra del partito e decisamente poco bipartisan per superare la probabile resistenza del Partito Repubblicano al Senato, dove la nomina del segretario alla Difesa dovrà essere confermata. Poco rassicurante è però anche la decisione di scegliere Lloyd Austin, in primo luogo perché ricalca quanto fatto per quasi tutto il suo mandato dal presidente uscente Trump, che aveva rotto una tradizione ben consolidata di assegnare la guida delle forze armate USA a un civile invece che a un militare. Una questione, quest’ultima, che appare ancora più delicata viste le tendenze evidenziate nei mesi scorsi dal presidente Trump, quando fu sul punto di utilizzare in maniera massiccia l’esercito per reprimere le proteste nelle città americane contro la brutalità della polizia.
La presenza del 67enne ex generale Austin non solo perpetua il controllo diretto dei militari sul Pentagono, ma conferma anche la pratica delle “porte girevoli” tra il dipartimento della Difesa e l’industria bellica. Dopo il pensionamento, Austin era entrato infatti nel consiglio di amministrazione del colosso Raytheon, una delle principali compagnie appaltatrici del Pentagono. Uno dei suoi predecessori durante la presidenza Trump, Mark Esper, era stato anch’egli un dirigente di primissimo livello di Raytheon.
Questa virtuale indistinguibilità tra fabbricanti d’armi e governo USA serve in primo luogo a garantire un flusso ininterrotto di profitti dal secondo verso i primi e, sul piano politico, esclude a priori un sostanziale disimpegno militare americano dagli scenari internazionali di crisi. I precedenti militari di Austin non lasciano d’altra parte molta incertezza sugli orientamenti del Pentagono nella prossima amministrazione democratica.
Nel 2013 venne nominato da Obama comandante del Comando Centrale USA (CENTCOM), cioè la posizione che presiede alle aree del Medio Oriente, incluso l’Egitto, dell’Asia centrale e parte di quella meridionale. In questo ruolo, Austin è stato responsabile fino al marzo del 2016 delle operazioni di guerra in Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen. È inutile ricordare che in questi anni l’impegno americano a favore dell’opposizione armata anti-Assad in Siria ha raggiunto il proprio apice e Austin ha lasciato la propria impronta soprattutto nel conflitto contro lo Stato Islamico (ISIS), combattuto anche e soprattutto in territorio iracheno.
L’ambiguità con cui Washington ha gestito la questione dell’ISIS e dei gruppi fondamentalisti siriani riguarda quindi anche il generale Austin e solleva perciò serie perplessità sulla strada che l’amministrazione Biden intenderà percorrere in Siria, dove gli USA continuano a mantenere un contingente di occupazione senza alcun fondamento legale. Austin, anzi, fu alla guida del progetto che puntava a creare un esercito di combattenti siriani al preciso scopo di rovesciare il legittimo governo di Damasco. Per questo obiettivo vennero stanziati almeno 500 milioni di dollari dal Pentagono, ma lo stesso Austin in un’audizione al Senato nel 2015 ammise che il programma non aveva dato alcun risultato positivo.
In precedenza, sempre per dare l’idea della sua attitudine nei confronti dell’impegno militare USA all’estero, Austin era stato il comandante delle forze di occupazione americane in Iraq. In questa posizione aveva svolto una parte decisiva nel massiccio incremento di truppe deciso da George W. Bush nel 2007 per far fronte a una situazione in rapido deterioramento. Di fronte anche alla crescente ostilità della popolazione irachena, i militari USA avrebbero lasciato il paese mediorientale nel 2011 per tornare tre anni più tardi in seguito all’avanzata dell’ISIS, quando Austin era a capo del Comando Centrale.
Su un piano più generale, la nomina di Lloyd Austin suscita molti interrogativi circa le pressioni che devono essere state esercitate su Biden per la scelta di un segretario alla Difesa così controverso. Infatti, non è solo l’ala progressista del Partito Democratico che storcerà il naso nei confronti dell’ex generale, nonostante la presunta qualità dell’essere afro-americano, ma anche almeno una parte dei senatori democratici.
Uno dei senatori più autorevoli in materia di forze armate, il democratico Jack Reed del Rhode Island, durante il processo di ratifica della nomina del candidato alla guida del Pentagono nel 2017, l’ex generale James Mattis, aveva dato voce ai malumori di molti al Congresso annunciando solennemente che non avrebbe appoggiato un’altra volta la scelta di un militare per ricoprire la carica di segretario alla Difesa.
Reed si riferiva all’inopportunità di una decisione di questo genere da parte di un presidente, visto anche che la legge americana prevede una dispensa speciale del Congresso per consentire a un militare di guidare il dipartimento della Difesa se ha lasciato le Forze Armate da meno di sette anni. Da quando questa legge è stata approvata 73 anni fa, sono stati solo due i casi in cui il Congresso ha votato per un’eccezione in questo senso. Austin, dunque, avrà bisogno di un’altra autorizzazione speciale, essendosi congedato dall’Esercito nel 2016, e non è detto che al Senato il processo di ratifica della sua nomina proceda senza intoppi.
Gli elementi più controversi della nomina di Lloyd Austin sono stati più o meno ricordati dalla stampa ufficiale americana, anche se in larga misura senza analisi approfondite. Soprattutto sui giornali “liberal” si è insistito piuttosto sulla natura “storica” della sua scelta, che segnerà la prima volta di un afro-americano ai vertici del Pentagono. Negli equilibri di genere e di razza si esauriranno così le credenziali “progressiste” del gabinetto Biden, mentre nella realtà dei fatti l’amministrazione entrate sembra sempre più essere composta da personalità con un curriculum reazionario e guerrafondaio.
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A rivelare l’identità del nuovo numero uno della macchina da guerra degli Stati Uniti è stato il sito di informazione Politico, mentre la nomina ufficiale da parte di Biden dovrebbe avvenire nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Austin sembra avere superato la concorrenza di quella che era considerata la favoritissima per la carica di segretario alla Difesa, Michèle Flournoy, già sottosegretario alla Difesa con Obama, nonché lobbista per l’industria delle armi e tra le principali teoriche dell’interventismo “umanitario” per la promozione degli interessi strategici del suo paese.
La Flournoy è stata forse considerata una scelta troppo tossica per la sinistra del partito e decisamente poco bipartisan per superare la probabile resistenza del Partito Repubblicano al Senato, dove la nomina del segretario alla Difesa dovrà essere confermata. Poco rassicurante è però anche la decisione di scegliere Lloyd Austin, in primo luogo perché ricalca quanto fatto per quasi tutto il suo mandato dal presidente uscente Trump, che aveva rotto una tradizione ben consolidata di assegnare la guida delle forze armate USA a un civile invece che a un militare. Una questione, quest’ultima, che appare ancora più delicata viste le tendenze evidenziate nei mesi scorsi dal presidente Trump, quando fu sul punto di utilizzare in maniera massiccia l’esercito per reprimere le proteste nelle città americane contro la brutalità della polizia.
La presenza del 67enne ex generale Austin non solo perpetua il controllo diretto dei militari sul Pentagono, ma conferma anche la pratica delle “porte girevoli” tra il dipartimento della Difesa e l’industria bellica. Dopo il pensionamento, Austin era entrato infatti nel consiglio di amministrazione del colosso Raytheon, una delle principali compagnie appaltatrici del Pentagono. Uno dei suoi predecessori durante la presidenza Trump, Mark Esper, era stato anch’egli un dirigente di primissimo livello di Raytheon.
Questa virtuale indistinguibilità tra fabbricanti d’armi e governo USA serve in primo luogo a garantire un flusso ininterrotto di profitti dal secondo verso i primi e, sul piano politico, esclude a priori un sostanziale disimpegno militare americano dagli scenari internazionali di crisi. I precedenti militari di Austin non lasciano d’altra parte molta incertezza sugli orientamenti del Pentagono nella prossima amministrazione democratica.
Nel 2013 venne nominato da Obama comandante del Comando Centrale USA (CENTCOM), cioè la posizione che presiede alle aree del Medio Oriente, incluso l’Egitto, dell’Asia centrale e parte di quella meridionale. In questo ruolo, Austin è stato responsabile fino al marzo del 2016 delle operazioni di guerra in Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen. È inutile ricordare che in questi anni l’impegno americano a favore dell’opposizione armata anti-Assad in Siria ha raggiunto il proprio apice e Austin ha lasciato la propria impronta soprattutto nel conflitto contro lo Stato Islamico (ISIS), combattuto anche e soprattutto in territorio iracheno.
L’ambiguità con cui Washington ha gestito la questione dell’ISIS e dei gruppi fondamentalisti siriani riguarda quindi anche il generale Austin e solleva perciò serie perplessità sulla strada che l’amministrazione Biden intenderà percorrere in Siria, dove gli USA continuano a mantenere un contingente di occupazione senza alcun fondamento legale. Austin, anzi, fu alla guida del progetto che puntava a creare un esercito di combattenti siriani al preciso scopo di rovesciare il legittimo governo di Damasco. Per questo obiettivo vennero stanziati almeno 500 milioni di dollari dal Pentagono, ma lo stesso Austin in un’audizione al Senato nel 2015 ammise che il programma non aveva dato alcun risultato positivo.
In precedenza, sempre per dare l’idea della sua attitudine nei confronti dell’impegno militare USA all’estero, Austin era stato il comandante delle forze di occupazione americane in Iraq. In questa posizione aveva svolto una parte decisiva nel massiccio incremento di truppe deciso da George W. Bush nel 2007 per far fronte a una situazione in rapido deterioramento. Di fronte anche alla crescente ostilità della popolazione irachena, i militari USA avrebbero lasciato il paese mediorientale nel 2011 per tornare tre anni più tardi in seguito all’avanzata dell’ISIS, quando Austin era a capo del Comando Centrale.
Su un piano più generale, la nomina di Lloyd Austin suscita molti interrogativi circa le pressioni che devono essere state esercitate su Biden per la scelta di un segretario alla Difesa così controverso. Infatti, non è solo l’ala progressista del Partito Democratico che storcerà il naso nei confronti dell’ex generale, nonostante la presunta qualità dell’essere afro-americano, ma anche almeno una parte dei senatori democratici.
Uno dei senatori più autorevoli in materia di forze armate, il democratico Jack Reed del Rhode Island, durante il processo di ratifica della nomina del candidato alla guida del Pentagono nel 2017, l’ex generale James Mattis, aveva dato voce ai malumori di molti al Congresso annunciando solennemente che non avrebbe appoggiato un’altra volta la scelta di un militare per ricoprire la carica di segretario alla Difesa.
Reed si riferiva all’inopportunità di una decisione di questo genere da parte di un presidente, visto anche che la legge americana prevede una dispensa speciale del Congresso per consentire a un militare di guidare il dipartimento della Difesa se ha lasciato le Forze Armate da meno di sette anni. Da quando questa legge è stata approvata 73 anni fa, sono stati solo due i casi in cui il Congresso ha votato per un’eccezione in questo senso. Austin, dunque, avrà bisogno di un’altra autorizzazione speciale, essendosi congedato dall’Esercito nel 2016, e non è detto che al Senato il processo di ratifica della sua nomina proceda senza intoppi.
Gli elementi più controversi della nomina di Lloyd Austin sono stati più o meno ricordati dalla stampa ufficiale americana, anche se in larga misura senza analisi approfondite. Soprattutto sui giornali “liberal” si è insistito piuttosto sulla natura “storica” della sua scelta, che segnerà la prima volta di un afro-americano ai vertici del Pentagono. Negli equilibri di genere e di razza si esauriranno così le credenziali “progressiste” del gabinetto Biden, mentre nella realtà dei fatti l’amministrazione entrate sembra sempre più essere composta da personalità con un curriculum reazionario e guerrafondaio.
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