Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/10/2021

Argentina - 29 settembre 1976. A Calle Corro il sacrificio di Vicky, Alberto, Ismael, Josè e Ignacio

Traduzione da Resumen Latino Americano. Scritto da Hugo Descalzo

In questa casa, avvenne il combattimento della Calle Corro. Dopo 45 anni, i compagni e le compagne sono ancora vivi nella memoria di chi non si arrende.

Un breve racconto di quel giorno. "Era mattina, era il 29 settembre 1976. Il quartiere di Floresta (sopra la Calle Corro) era militarizzato, la casa fu circondata da più di cento soldati e uomini dei gruppi d’azione che caratterizzavano il Primo Corpo dell’Esercito e il Gruppo di Artiglieria Aerea 101 (GADA).

C‘erano auto, carri armati, camion con bazooka e anche un elicottero. Questo gruppo era guidato dal colonnello Roberto Roualdes e da Ernesto "El Nabo" Barreiro, repressore della città di Cordoba condannato per il suo ruolo in quella provincia. Era al comando anche il gerarca del Battaglione 601, Hector Vergez.

Testimonianze di coscritti rendono conto della partecipazione di varie, se non di tutte le forze di sicurezza, oltre all’esercito, con centinaia di effettivi. Dalla polizia federale, anche in borghese, al corpo dei vigili del fuoco, alla Gendarmeria. Uno schieramento proveniente da diversi luoghi il cui l’ordine era di ′′sparare verso l’alto"
. Verso quella terrazza si trovavano barricati i cinque militanti.

Vicki Walsh, Alberto Molinas Benuzzi, Ismael Salame, José Carlos Coronel e Ignacio Bertrán, membri del segretariato dei Montoneros.

Venne scatenato un durissimo e assolutamente disuguale scontro a fuoco, in cui militanti hanno resistito per più di un’ora e mezza.

Leggiamo la lettera del padre di Vicki, lo scrittore e compagno Rodolfo Walsh (ne abbiamo parlato qui):

Le sette del mattino del 29 sono state suonate dagli altoparlanti dell’esercito, con i primi colpi. Seguendo il piano di difesa concordato, è salito sulla terrazza il segretario politico Molina, mentre Coronel, Salame e Beltran rispondevano al fuoco dal piano terra. Ho rivisto la scena attraverso i suoi occhi: la terrazza sopra le case basse, il cielo appena sveglio e la recinzione. La recinzione formata da 150 uomini, i mezzi schierati, il carro armato. Mi è arrivata la testimonianza di uno di quegli uomini, un coscritto.

"Il combattimento è durato più di un’ora e mezza. Un uomo e una ragazza rispondevano dall’alto. La ragazza ha attirato la nostra attenzione perché ogni volta che tirava una raffica col mitra e noi ci tuffavamo, lei rideva.“

Ho cercato di capire questa risata. Il mitragliatore era un Falco e mia figlia non aveva mai usato questa arma, anche se sapevo che aveva la guida con le istruzioni.

Le cose nuove, sorprendenti, l’hanno sempre fatta ridere. Senza dubbio era nuovo e sorprendente per lei, che davanti a una semplice pulsazione del dito, potesse germogliare una raffica e che davanti a quella raffica 150 uomini si dovessero tuffare a terra, sui ciottoli, a partire dal colonnello Roualdes, capo dell’operazione.

Ai mezzi dell’esercito si è aggiunto un elicottero che girava intorno alla terrazza, circondata dal fuoco.

"All’improvviso – dice il soldato – c’è stato un silenzio. La ragazza ha lasciato la mitragliatrice, si è affacciata in piedi sul parapetto e ha aperto le braccia. Abbiamo smesso di sparare senza che nessuno lo ordinasse e siamo riusciti a vederla bene. Era magra, aveva i capelli corti ed era in camicia da notte. Ha iniziato a parlarci ad alta voce ma molto tranquilla. Non ricordo tutto quello che ha detto. “ Voi non ci uccidete – dissero – noi scegliamo di morire”. Poi si sono portati una pistola alla tempia e si sono uccisi davanti a tutti noi.”

Non ti potrò dire addio, sai perché. Moriamo perseguitati, nel buio. Il vero cimitero è la memoria. Ti tengo lì, ripeto le tue azioni, ti festeggio e forse ti invidio, cara mia.

Ho parlato con tua madre. È orgogliosa del suo dolore, sicura di aver capito la tua breve, dura, meravigliosa vita.

Vicki avrebbe potuto scegliere altre strade diverse senza essere disonorevole, ma quello che ha scelto era la più giusta, la più generosa, la più ragionata. La sua lucida morte è una sintesi della sua breve vita. Non ha vissuto per lei: ha vissuto per gli altri, e questi altri sono milioni. La sua morte sì, la sua morte è stata gloriosamente sua, e in questo orgoglio io trovo me stesso e sono io che rinasco da lei.”

Quando si scriverà la vera storia, Vicki e i suoi compagni, saranno riportati nei libri di scuola come patrioti montoneros del XX secolo.

Dire "montoneros" significa ricordare un fenomeno giovanile peronista antioligarchico imbattibile. Implica ricordare un impegno esistenziale per la causa del popolo fino all’estremo, poche volte visti prima nella nostra storia.

Significa ricordare una militanza politica caratterizzata da una morale esemplare di fronte alle tentazioni del denaro e del potere. In questo senso l’identità "montoneros" è un patrimonio politico-culturale di tutto il popolo argentino per sempre.

MONTONEROS PATRIA O MORTE

Fonte

27/03/2021

Rodolfo Walsh, un grande che non si faceva pubblicità


Rodolfo Walsh, nato in Argentina, era già uno scrittore conosciuto quando dopo la vittoria della rivoluzione si trasferisce a Cuba ed è proprio sull’isola che si rende protagonista di un episodio clamoroso: riesce infatti a decifrare uno strano messaggio in codice e scopre che gli USA stanno addestrando esiliati cubani in Guatemala per tentare l’invasione della Baia dei Porci.

Riesce così a sventare l’attacco di sorpresa.

Tre anni dopo torna in patria e si avvicina alla guerriglia dei Montoneros.

Quando il 24 marzo del 1976 i generali Videla, Agosti e Massera prendono il potere con un colpo di Stato, Walsh è già in clandestinità da quasi due anni.

Crea l’ANCLA (Agenzia di Notizie Clandestina) e si dedica a denunciare il terrorismo di Stato.

Il 29 settembre 1976 la figlia 26enne Vicki e altri quattro militanti dei Montoneros vengono sorpresi dall’esercito in una casa di Buenos Aires.

Un soldato poi racconterà: «Il combattimento è durato un’ora e mezza. Un uomo e una ragazza sparavano dall’alto; la ragazza richiamò la nostra attenzione perché ogni volta che sparavano una raffica e noi ci gettavamo in terra, lei rideva».

Ma è una battaglia senza speranza e Vicki si uccide per non cadere viva in mano ai torturatori.

Il 24 marzo 1977, primo anniversario del golpe, Rodolfo scrive “Lettera aperta alla Giunta Militare”, documento straordinario non solo per la circostanziata denuncia delle atrocità della dittatura, ma soprattutto perché il terrorismo di Stato viene chiaramente descritto come il presupposto necessario per imporre al Paese il neoliberismo più estremo.

Ma a seguito della confessione di un prigioniero torturato i militari sono sulle sue tracce, e il giorno dopo il 25 Marzo, mentre diffonde il suo documento, viene intercettato dal Gruppo Operativo 3 dell’ESMA, famigerato centro di tortura e sterminio della dittatura (di cui ho scritto in un precedente post).

Rodolfo Walsh riesce a estrarre una pistola e spara.

Sa di non avere speranze, ma non vuole farsi prendere vivo.

Una raffica di mitra lo ferisce gravemente, e all’ESMA arriva già morto.

Rodolfo aveva previsto che all’Argentina, per risollevarsi dalle macerie del fascismo e del neoliberismo, ammesso di abbandonare quella via politico-economica, ci sarebbero voluti dai venti ai trent’anni.

Previsione azzeccata.

La Giunta cadrà nel 1983, ma le politiche neoliberiste purtroppo proseguiranno.

Fonte

08/06/2019

Argentina - Ex militare ammette: più di 4.000 gettati vivi in mare

L’ex militare Nelson Ramón González, nel corso della causa giudiziaria contro i responsabili dell’operazione “Controffensiva” e per i crimini commessi da questi ultimi durante l’ultima dittatura militare argentina – sostenuta dagli Stati Uniti – negli anni 1979 e 1980, ha fornito prove ed informazioni sui voli della morte ed il meccanismo di rapimenti, torture e sparizioni compiuti dall’esercito.

“La testimonianza di González è molto importante, perché mette sulla scena giudiziaria qualcosa che non è stato giudicato fino ad ora e, allo stesso tempo, contribuisce a comprendere il nervo centrale della repressione in tutta l’Argentina”, ha detto Pablo Llonto, avvocato principale di parte civile nel processo.

L’ex ufficiale militare argentino ha testimoniato davanti il Tribunale Federale 4 di San Martín. Durante la prima parte del suo racconto ha confermato che Campo de Mayo era destinato alle attività previste e messe in atto nel quadro della cosidetta “controffensiva”, dal nome con cui venne indicato il ritorno di un gruppo di militanti Montoneros nel paese tra il 1979 e il 1980.

Gonzales ha riferito che le esecuzioni dei militanti rapiti Zucker e Frías avvennero nell’area del campo di tiro della proprietà e che vi parteciparono anche alcuni esponenti dei vertici militari dell’epoca ed ha poi aggiunto: “Lavoravamo con un gruppo di 8 ufficiali permanenti con commissioni che ruotavano ogni 2 mesi, a loro volta sotto il comando di vari gruppi di intelligence, in particolare il Battaglione d’Intelligence 601.”

Alla domanda su cosa fecero i militari dopo le esecuzioni, Gonzalez ha detto: “Con tutto il rispetto per i parenti, li hanno bruciati lì con le coperte. Fu riconosciuto da Taborda, che era responsabile della sezione.” Gonzàles ha aggiunto che da Campo de Mayo “passarono circa quattromila persone, che furono gettate vivi in ​​mare”. Secondo González, i voli della morte provenivano dalla Aviation Company e che la circostanza “[…]era nota in tutta Campo de Mayo. Gli aerei della Fiat stavano lì, lì venivano eseguiti i voli e tutti commentavamo quanto accadeva”.

Gonzalez ha dichiarato di avere voluto confessare “perché pesa sulla sua coscienza l’aver fatto parte di un esercito in cui non voleva essere” ed ha anche fornito dettagli precisi sull’esecuzione di Federico Frías, Marcos Pato Zucker e altri due desaparecidos che non sono stati ancora identificati.

Il procedimento giudiziario in corso è stato sospeso già due volte ed è ripreso, finalmente, il 12 aprile scorso. Vi sono state chiamate a testimoniare oltre 250 persone. Sono andati a processo nove presunti responsabili delle sparizioni forzate nei cui confronti pendono 94 accuse per crimini contro l’umanità.

ll processo non ha per oggetto i crimini contro l’umanità commessi nei centri clandestini, ma quelli commessi nella struttura di intelligence montata dall’esercito nelle sue operazioni a Campo de Mayo volte a realizzare un piano illegale di sequestri di persona ai danni dei militanti Montoneros [1] che vivevano in esilio.

“L’obiettivo, in primo luogo, è puntare in alto e cioè al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, al Battaglione 601 e al Distaccamento 201 che operavano a Campo de Mayo“, ha detto l’avvocato Llonto. “Sappiamo che per ora la lista dei sospetti è piuttosto piccola ma questo processo mostrerà il vero volto di gran parte dell’organizzazione anche per capire che il lavoro dell’intelligence non era solo per ottenere informazioni sotto tortura, ma anche il controspionaggio, generare notizie false da farle circolare nei media oltre che infiltrarsi tra gli avversari” ha aggiunto. Infine, l’avvocato Llonto ha sottolineato che “questa gigantesca rete di disinformazione che ha oscurato la storia del paese per così tanto tempo sta iniziando ad essere scoperta.”.

Note:
[1] Il Movimento Peronista Montonero è stata un’organizzazione guerrigliera ispirata ad un socialismo nazionale. Operò negli ’70 del XX secolo inizialmente con lo scopo di contrastare il governo autoritario della cosiddetta “Revolución Argentina” e favorire il ritorno al potere di Juan Domingo Perón. A partire dal 1974 tuttavia il movimento montonero entrò in conflitto con l’ala conservatrice peronista rappresentata dal governo di Isabelita Perón; infine, a partire dal colpo di Stato del 24 marzo 1976, i Montoneros combatterono la brutale dittatura militare instaurata in Argentina dalla giunta del generale Jorge Rafael Videla. Pur cercando di contrastare la repressione scatenata dal potere militare e di ribattere colpo su colpo, il movimento montonero fu messo in grave difficoltà negli anni della dittatura; migliaia di suoi aderenti furono uccisi, arrestati, torturati o divennero desaparecidos. I Montoneros cessarono quasi completamente la loro attività tra il 1979 e il 1980.

Fonti:
1) “Pagina12” del 01/06/2019 (giornale pubblicato a Buenos Aires, in Argentina);
2) http://www.spanishrevolution.org del 03/06/2019.

Fonte