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08/04/2025

Germania - Il processo a Daniela Klette

Il 27 febbraio 2024 è stata arrestata a Berlino Daniela Klette, da più di trent’anni era ricercata per rapina e tentato omicidio. Klette, 67 anni, faceva parte della RAF (Rote Armee Fraktion, Frazione dell’Armata Rossa), scioltosi nel 1998 in seguito ad un “accordo politico” con il governo tedesco secondo cui la cessazione dell’attività armata era la contropartita per la liberazione dei prigionieri politici.

Quell’accordo informale, però, non prevedeva nulla per quanto riguardava i militanti rimasti liberi. Che furono così obbligati ad “arrangiarsi” per sopravvivere comunque da latitanti.

Oltre al suo coinvolgimento nella RAF, è accusata di aver compiuto numerose rapine a mano armata fra il 1999 e il 2016 insieme a due presunti ex membri della RAF, Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub, tuttora latitanti. Nei giorni scorsi si è aperto il processo contro Daniela Klette, in un clima molto diverso da quello in cui avvenne lo scioglimento del gruppo.

Questo articolo di Karl-Heinz Dellwo – che per i compagni più anziani non ha bisogno di presentazioni e certamente conosce bene la storia della Raf, nonché i giudici e le carceri di Germania – descrive con attenzione e la necessaria ironia il clima parossistico che circonda “l’evento”.

*****

Cold Case RAF? Il processo a Daniela Klette

È considerata, come ebbe a dire la procuratrice capo Gresel-Appelbaum nel 2015 durante la consegna di un attestato di riconoscimento ministeriale, “un colpo di fortuna per la procura di Verden”. È anche nota come investigatrice di cold case.

Oggi siede, insieme alla vice-procuratrice capo Katharina Sprave, nell’aula bunker dell’Alta Corte di Celle, nel ruolo di pubblica accusa contro Daniela Klette. È descritta come una donna passionale, e dai resoconti si sa che, quando irrompe in un appartamento durante una perquisizione, in genere alla ricerca di Burkhard Garweg, a volte esplode già sulla soglia con un: «Dov’è?». Puntando a sopraffare legalmente l’interlocutore.

Durante gli interrogatori, a volte si sporge bruscamente verso l’imputato, superando ogni limite di distanza, e gli sibila un «Lei ne sa di più!» quasi fisicamente. L’obiettivo è smantellare le difese dell’altro, renderlo inerme.

Anche nel processo, sembra essere la parte più attiva rispetto a Daniela Klette. Legge infatti undici dei tredici capi d’accusa con voce monotona, in piedi, com’è d’obbligo per l’accusa, mentre gli avvocati siedono durante le loro controdeduzioni. Capelli neri, toga nera, nella luce artificiale di un’aula senza finestre dove ogni volto sembra grigio, ricorda una figura di un film noir, emanando una certa durezza e disillusione – perché il male, si sa, non muore mai.

Eppure, nonostante l’immagine quasi da corvo mentre picchietta con voce chiara le prove, come beccando il guscio duro di una noce da rompere, c’è un dettaglio che contrasta: le scarpe rosse che indossa il primo e il secondo giorno del processo. Nero e rosso, che abbinamento!

Chissà se sa che sta sfoggiando i colori preferiti degli anarchici. Potere e anarchia non sono così distanti, se si pensa alla frase del Duca di Blangis in Salò di Pasolini, dove rivendica che i veri anarchici sono loro, «ma solo quando il potere dello Stato è nelle nostre mani. Solo il potere rende possibile l’anarchia». La dottoressa Marquardt ha lo Stato dalla sua parte, e lo incarna.

Nei processi alla RAF, la giustizia politica aveva mano libera: esclusione di avvocati, intercettazioni della difesa, accordi segreti con le corti d’appello, rifiuto sistematico di ogni richiesta contestuale della difesa. Un vago sentore di anarchia pervade anche l’atto d’accusa di Verden, come l’avvocato Ulrich von Klinggräff ha evidenziato nel suo ricorso di archiviazione.

Si mischia tutto come conviene. Mentre pubblicamente la Marquardt sostiene che si tratta solo di rapine, dove le prove scarseggiano, riempie i vuoti con l’ideologia: «Era tipico della RAF». L’intero atto d’accusa è intriso di riferimenti a una presunta “mentalità RAF” – già allora un costrutto fittizio – dove tutti sparano senza rimorso e vivono in uno stato di permanente disposizione all’omicidio. Questo per contrastare un’imputata che, come noto, è stata arrestata senza resistenza nonostante avesse armi in casa.

L’obiettivo è chiaro: attribuire a Daniela Klette intenzioni omicide e minacciare l’ergastolo.

Il secondo giorno, la Marquardt si giustifica dicendo di aver offerto all’imputata la possibilità di parlare per raccogliere prove a suo favore. Come se non esistesse il diritto al silenzio. La minaccia di «intenzioni omicide» è un tentativo di pressione per estorcere confessioni, spingendo a un patteggiamento: dichiarazioni in cambio di sconti di pena.

Questo meccanismo si è visto con altri ex membri della RAF rifugiatisi nella ex DDR: dopo essersi accusati a vicenda, furono rilasciati in tempi brevi. Lo Stato ha sempre bisogno del tradimento come Viagra politico – un tradimento che è sempre auto-tradimento. In Germania, giuramenti e valute cambiano: dal marco al marco occidentale, all’euro. Chi si ricorda del valore della carta straccia?

Non si tratta di «verità», ma di conflitto tra sovranità. Nella lotta tra RAF e Stato, il punto era su quali basi fondare l’esistenza collettiva. Per lo Stato, conta solo il tradimento: nessuno deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Chi lo fa, attacca – ed è già terrorismo. Chi tradisce, invece, è annientato e quindi innocuo.

Il potere, come insegnava Foucault, funziona con disciplina e coercizione alla confessione. Come in 1984, dove Winston e Julia si tradiscono, e lui realizza: «Avevano tradito se stessi. Lo scopo della tortura era proprio questo: non morire, ma spezzarsi prima».

Questa è la battaglia della dottoressa Marquardt: ridurre l’imputato a nulla, mentre lo Stato trionfa. Una dipendenza mai sazia. Lina E. ha preso 5 anni per attacchi a neonazisti. Ai tempi di Weimar, per 22 omicidi di sinistra: 10 esecuzioni, pena media 15 anni. Per 354 omicidi di destra: un ergastolo, pena media 4 mesi. E i giudici nazisti dopo il ’45? Nessuno condannato. La vedova di Roland Freisler ha ricevuto la pensione, mentre la Corte Federale ha negato quella ai membri del Politbüro della DDR per la loro detenzione nei lager (durante il regime nazista, ndr).

Ironico che la giudice del BGH, dottoressa Dietsch, giustifichi il divieto di visita di Gabriele Rollnik a Daniela Klette dicendo che «i crimini del movimento 2 giugno, seppure decenni fa, erano di tale gravità da permettere di dedurne l’attuale mentalità» (sentenza BGH, 20/12/2024). Chissà se applicherebbe lo stesso criterio alla magistratura...

L’ultima azione RAF fu nel 1993: la distruzione del carcere di Weiterstadt, attentato in cui si assicurarono che nessuno rimanesse ferito. Si sciolsero nel 1998, ma non il rapporto mediatico e statale. Dopo l’arresto di Klette nel febbraio 2024, i media hanno banchettato: finalmente il nemico amato – anche se solo una proiezione – era tornato. Lo Spiegel titolò senza prove che Christian Klar aveva incontrato Klette. Puro calcolo aritmetico: Klette + Klar + RAF = terrorismo.

L’avvocato Lukas Theune ha chiesto la sospensione del processo dopo che alla difesa sono stati consegnati, 16 ore prima dell’inizio, due dischi da 12 e 6 terabyte di materiale – una mole ingestibile. La polizia ha usato il software Pathfinder di Cellebrite (fornitore anche di dittature) per organizzare i dati; la difesa no. La richiesta di accesso al programma è stata respinta il 1° aprile. Ora devono cercare degli aghi in un pagliaio.

Anche la richiesta di archiviazione è stata rigettata. La Corte, cortese ma determinata, assicura di essere imparziale e di aver già escluso i riferimenti alla RAF come irrilevanti. Vedremo.

Cold case per alcuni è il non plus ultra dell’investigazione; per altri, un peso. Risolvere ciò che altri non hanno fatto è una sfida. Ma il più grande cold case del secolo scorso – la Germania post-fascista con i suoi criminali nazisti impuniti, molti nella polizia e nella magistratura – la Marquardt l’ha ignorato. Da lì nacque la RAF, e dopo la sua fine, la necessità dei ricercati di trovare risorse per sopravvivere. Consegnarsi a quella giustizia politica era impensabile.

Si possono criticare i metodi di sopravvivenza, persino giudicarli male, ma negare ogni moralità politica ai coinvolti e demonizzarli è solo bassezza. Questo è il cuore dell’atto d’accusa di Verden.

E in mezzo a tutto questo, c’è un’imputata che sembra serena, emanando quella calma necessaria quando i cacciatori credono di aver vinto.

Fonte

22/04/2018

Di solidarietà e collettività: vent’anni fa si scioglieva la RAF


Trovare un nuovo Fuori

»Sapevamo che questo sistema a livello mondiale avrebbe lasciato a sempre meno persone la possibilità di una vita dignitosa. E sapevamo che questo sistema vuole una presa totale sulle persone perché si sottomettano da sé ai valori di questo sistema e li facciano propri. Da questo presentimento veniva la nostra radicalità. Noi non avevamo niente a che fare con questo sistema.«

»Ciononostante l’agitazione sulla nostra violenza ha anche tratti irrazionali. Perché il vero terrore sta nella condizione normale del sistema economico.«

(Dalla dichiarazione di scioglimento della RAF, scritta a marzo, pubblicata nell’aprile 1998)

20 anni fa la Rote Armee Fraktion, in una dichiarazione di diverse pagine, dichiarò il suo scioglimento. Solo poche compagne e compagni erano ancora in clandestinità, tre di loro ancora oggi sono latitanti, e, lo premetto, si spera sostenuti da strutture solidali e mai arrestati. Perché non potrebbero aspettarsi altro che bassezza tedesca nei confronti di rivoluzionari e rivoltosi; l’alternativa sarebbe tradire tutto o passare il resto della loro vita in carcere.

Nel 1970 si era costituita la RAF, all’epoca la dichiarazione era collegata a un’azione, la liberazione di Andreas Baader dal carcere. La dichiarazione finale ha rinunciato a presentarsi in forma di un’azione. Nel frattempo erano passati 28 anni, l’ultima azione della RAF, far saltare il carcere di Weiterstadt appena costruito, era avvenuta esattamente cinque anni prima. Quasi cinque anni erano passati dallo scontro con il GSG 9** a Bad Kleinen, nel quale si era arrivati all’”esecuzione stragiudiziale” del componente della RAF Wolfgang Grams, che prima nello scontro a fuoco aveva ucciso il membro del GSG-9 Michael Newrzella.

Nessun ritorno

Politicamente l’auto-scioglimento della RAF sarebbe potuto arrivare anche prima, ma nessuno della RAF ne era in grado. La rottura con la società del capitale era troppo profonda, la separazione troppo definitiva per poter essere semplicemente revocata. Un ritorno per noi non era mai stato pianificato. Con il sistema dominante non c’entravamo niente. La decisione di sciogliere il rapporto intransigente nella pratica, veniva dal riconoscere di non poter aprire uno spazio rivoluzionario. Un’azione che non è pensabile senza amarezza.

Chi ha toccato una volta l’esperienza della liberazione, non ne viene più abbandonato. Pier Paolo Pasolini ha registrato questo dato di fatto cinematograficamente a partire da un tetro presentimento. Il suo film »Teorema« del 1967, già trattava delle conseguenze di una liberazione realmente vissuta e poi sparita. L’ignoto e innominato in questo film, che appare come una divinità nel ceto borghese e rende tutti felici, con la sua altrettanto immotivata sparizione lascia il dramma e la ferita di una liberazione interrotta.

Possibilità reale

Cito questo film perché a mio avviso può essere considerato un’allegoria del movimento del ‘68, dove il »68« figura solo come cifra per la svolta di una gioventù prevalentemente sociale a partire dalla metà degli anni sessanta nel mondo. Allora all’orizzonte c’era l’idea della vita che non viene più percepita attraverso sfruttamento e repressione, dominio e servitù, guerra e autorità, come spezzata e distruttiva. La liberazione da tutto questo divenne una possibilità reale. A partire da questa percezione della realtà, la solidarietà e la collettività erano semplici. Oggi, nella condizione della distruzione globalizzata, dove ogni via d’uscita da un presente dispotico sembra essere chiusa, il pensiero della liberazione complessiva sembra tutt’al più astratto e nella quotidianità sostituito dal reazionario »si salvi chi può«.

Solidarietà e collettività non sono più veicolate a partire dall’esperienza comune di un futuro di sinistra. All’epoca qualcuno doveva trasformare in azione questa speranza di rivoluzione occupata in modo quasi libidinoso, e osare questo passaggio all’attacco armato. La RAF, le Brigate Rosse e molti altri gruppi armati di una sinistra fondamentalmente militante, non voleva sottomettersi alle conseguenze di una liberazione interrotta e tenerne aperte le possibilità storiche.

Della RAF si possono dire anche molte cose negative. Come potrebbe essere altrimenti? Uno scontro armato non va liscio per nessuno. Questo del resto da decenni avviene continuamente nello spazio mediale del sistema e spesso si spertica in stupida perfidia e nella ricerca dell’interpretazione più infame contro i suoi vecchi attori, ma ironicamente oggi si trova in contraddizione con esternazioni in colloqui privati e semipubblici con cittadini in parte assai piccolo borghesi, quando di buon grado fanno sapere che secondo loro la RAF »oggi ci starebbe« e sarebbe da loro sostenuta.

Il contropotere

Rispetto alla RAF e a tutti questi gruppi armati si può però anche pensarla diversamente: la RAF è stata il tentativo di rafforzare l’idea nutrita dall’esperienza di una vita fuori dal capitalismo nell’attacco contro il tutto. Con questo nella società e nei confronti dello Stato ha posto la questione del potere che ogni vera lotta di classe e ogni opposizione fondamentale deve porre, se non vuole essere stroncata in modo riformista. Intendeva se stessa come contropotere e come tale è stata anche combattuta. Questo dato di fatto da parte dello Stato è anche lo scenario per quel rapporto vittoria-o-morte che Helmut Schmidt ha innalzato come ragion di stato per Hans-Martin Schleyer e i passeggeri sequestrati di un aereo Lufthansa, così come l’istituzione del rapporto amico-nemico, documentata nel modo più immediato da una persecuzione senza limiti dei simpatizzanti, dove già la mancata professione in favore dello Stato veniva dichiarata atto ostile.

Il movimento del '68 ha posto in modo teorico la questione del potere rispetto all’ordine sociale redatto secondo il capitalismo, ma l’ha lasciata cadere dopo alcune scaramucce nelle strade. La paura dello squartamento era troppo grande. Nella RFT la RAF ha accettato questa questione vacante nella pratica, cercando di darle una risposta.

Oggi questo fuori a livello concreto sembra inimmaginabile e perduto. Anche se il sistema del capitalismo resta criminale come mai prima, si è sedimentato nelle persone come privo di alternative. Guerre diventano endemiche, lo sfruttamento totale di uomo e natura è diventato quotidianità. La sua riduzione a oggetto e addestramento, il suo controllo e condizionamento a cittadino adattato e funzionale idiota del consumo, sempre pronto per qualunque assurdità di un mondo delle merci spesso umiliante, sono organizzati in modo più totale che mai, l’apparato di repressione e controllo più gigantesco di quello nel vecchio fascismo. Invece di aprire alla persona un orizzonte sociale, il suo sguardo viene schiacciato verso il pavimento e l’esistenza sbagliata dichiarata »priva di alternative«. Tutti i valori sono ridefiniti nell’unico vero ordine della vendita di se stessi e del consumo. Questo si è instaurato come cornice di tutta la vita, sia dal punto di vista temporale che geografico. Il sistema con la sua strategia di integrazione corrotta e di annientamento ha vinto e vince quotidianamente nell’allargamento dello sradicamento e della riduzione all’impotenza della persona.

Lo scioglimento della RAF è seguito al riconoscere che una minoranza, per quanto si possa sforzare, da sola non può produrre un fuori. Ma ne avremo bisogno se non vogliamo soccombere. Il capitalismo è la più grande minaccia per l’umanità. Usciremo dal suo pericolo solo se troviamo un nuovo fuori e ritorniamo alla questione del sistema.

Da junge Welt: Edizione del 20.4.2018

Traduzione a cura di Sveva Haertter

Testo originale in tedesco: https://www.jungewelt.de/artikel/331127.ein-neues-au%C3%9Fen-finden.html


di Karl-Heinz Dellwo, autore, editore, documentarista. Componente della RAF. In tutto 21 anni di carcere, di cui molti in isolamento singolo o in piccoli gruppi.

** squadra di teste di cuoio della Germania, “utilizzato per operazioni anti-terrorismo nazionale e internazionale, operazioni speciali di ordine pubblico, liberazione ostaggi, scorta di capi di stato e incursioni terrestri e marittime”

Fonte

19/10/2017

17 ottobre 1977 la strage di Stammheim – in Italia si torturava, in Germania si uccidevano i compagni imprigionati

Nel 1976 e nel 1977, lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976; e l’anno successivo, nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (Da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)

Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).

*****

Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?

Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei viva, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.

Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.

Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che, per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz – servizi segreti – per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.

Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.

La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin

Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi... La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

Cronaca di quel periodo – L’autunno tedesco e le sue conseguenze

Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.

Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.

Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.

La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.

Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.

Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.

Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.

Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti. L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.

A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide: una parte si trasferisce con l’ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della linea Maiorca – Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici, tra i quali il vertice della RAF.

I giornali reazionari come il BILD chiedono l’esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della CSU chiedono la pena di morte.

Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin. I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del dirottamento aereo, senza però riuscire a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.

Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione ufficiale. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.

A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.

Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF: Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il colpo mortale.

Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.

Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?

La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarci nudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.

Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?

Prima la notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.

Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?

No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per l’informazione se lo sono tenuto.

Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?

Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.

C’era comunicazione tra di voi?

Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai

Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?

No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]

Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito l'acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.

La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.

Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.

Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.

Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare, tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.

Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?

Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.

Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere?

Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).

Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?

Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. Avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.

Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.

Com’era la situazione per te? Quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?

Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.

Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al mondo.

Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi...

Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.

Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?

Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.

Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?

Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]

Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.

Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarci. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente.

Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio.

Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.

Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.

È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fatta Stammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori, dalla RAF.

Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non ricordava chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordò esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori: Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto, non appare nel racconto di Speitel.

Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità.

Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]

Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?

Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare la decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa? Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]

Negli anni, hai riflettuto di un possibile scenario, di cosa poté essere successo in quella notte?

Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.

Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?

Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.

Nella discussione su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.

Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Fonte

17/10/2016

17 ottobre 1977 la strage di Stammheim

Nel 1976 e nel 1977, lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976; e l’anno successivo, nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (Da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)

Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).

*****

Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?

Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei viva, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.

Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.

Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che, per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz – servizi segreti – per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.

Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.

La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin

Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi... La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

Cronaca di quel periodo – L’autunno tedesco e le sue conseguenze

Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.

Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.

Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.

La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.

Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.

Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.

Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.

Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti. L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.

A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide: una parte si trasferisce con l’ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della linea Maiorca – Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici, tra i quali il vertice della RAF.

I giornali reazionari come il BILD chiedono l’esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della CSU chiedono la pena di morte.

Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin. I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del dirottamento aereo, senza però riuscire a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.

Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione ufficiale. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.

A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.

Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF: Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il colpo mortale.

Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.

Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?

La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarci nudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.

Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?

Prima la notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.

Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?

No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per l’informazione se lo sono tenuto.

Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?

Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.

C’era comunicazione tra di voi?

Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai

Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?

No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]

Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito l'acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.

La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.

Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.

Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.

Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare, tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.

Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?

Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.

Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere?

Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).

Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?

Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. Avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.

Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.

Com’era la situazione per te? Quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?

Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.

Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al mondo.

Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi...

Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.

Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?

Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.

Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?

Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]

Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.

Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarci. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente.

Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio.

Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.

Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.

È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fatta Stammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori, dalla RAF.

Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non ricordava chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordò esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori: Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto, non appare nel racconto di Speitel.

Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità.

Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]

Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?

Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare la decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa? Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]

Negli anni, hai riflettuto di un possibile scenario, di cosa poté essere successo in quella notte?

Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.

Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?

Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.

Nella discussione su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.

Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Fonte

11/07/2016

Tra Lenin e Fanon. Per una “teoria critica” del presente.

di Giulia Bausano

L’occasione della ripubblicazione di una raccolta antologica di alcuni scritti della RAF[1] è stato il quarantennale dall’assassinio di Ulrike Meinhof, uccisa nel carcere di Stammhein il 9 maggio 1976. Ma l’intento di questo lavoro non è né celebrativo, né esclusivamente memorialistico, ritenendo che la memoria non possa che consistere in una ripresa in mano, da parte dell’odierna generazione di militanti rivoluzionari, di quanto dell’esperienza RAF sembra avere ancora qualcosa di importante da dire nello scenario attuale. Pertanto con l’introduzione ai testi abbiamo provato ad individuare e riflettere su alcune ipotesi della RAF che, a nostro avviso, hanno trovato conferma nella realtà in cui viviamo: cioè l’odierna fase imperialista del capitalismo globale.

Sintetizzando, le intuizioni teoriche e pratiche della RAF, che ci sembrano aver trovato un riscontro fecondo nella cornice storica attuale, sono:

- l’eclissi della dimensione dello stato nazione e l’internazionalizzazione di fatto di ogni dimensione politica;

- lo sviluppo della tendenza alla guerra come elemento centrale dell’attuale fase imperialista;

- Le trasformazioni che hanno interessato la composizione di classe dentro il cuore del sistema imperialista che tendono a confermare come l’attenzione, e conseguente centralità, posta dalla RAF per le “masse senza volto” cogliesse appieno ciò che il destino riservava alle classi sociali subalterne. Oggi, ciò che negli anni '70 del Novecento poteva apparire ancora come un’eccezione (causando spesso alla Raf accuse di deliberato minoritarismo o estremismo) sembra diventare, attraverso un processo a cascata, la regola.

L’ultima parte dell’introduzione, soffermandosi su un aspetto metodologico della teoria della RAF che oggi sembra offrire suggerimenti politici interessanti, rappresenta il tentativo di proseguire l’elaborazione politica che abbiamo cercato di portare avanti in questi anni[2], approfondendo l’analisi del pensiero strategico leniniano come strumento politico fondamentale per le avanguardie odierne, l’analisi delle trasformazioni della forma stato legate alle trasformazioni della forma guerra, e di quelle subite dalla composizione di classe e la riflessione sul contestuale necessario ripensamento della teoria comunista dell’organizzazione politica. Il capitolo finale dell’introduzione è intitolato “Lenin e Fanon”: in esso viene posta come centrale una possibile intersezione tra il pensiero strategico leniniano e le analisi sul colonialismo fatte da Frantz Fanon, e questo proprio a partire da alcune intuizioni della RAF che sembrano confermate dallo scenario attuale del capitalismo globale, caratterizzato dal venir meno di confini rigidi tra Primo e Terzo mondo e dalla ridefinizione di un modello di tipo neocoloniale anche all’interno delle metropoli occidentali. Abbiamo definito con il termine di modello neocoloniale la trasformazione statuale che la fase imperialista del capitalismo globale, a nostro avviso, sta estendendo all’intero globo, eliminando i confini tradizionali tra paesi imperialisti, il cosiddetto primo mondo, e i paesi colonizzati, il cosiddetto terzo mondo. Tale modello politico è il frutto delle trasformazioni economiche definite come fase globale del capitalismo:
Nel grande gioco del capitalismo globale una delle poste in palio decisive è la continua produzione di produttori a basso costo posti nella condizione di non nuocere, che per il management del capitalismo globale molto prosaicamente significa scongiurare il manifestarsi di qualunque forma di resistenza organizzata da parte dei subordinati. È all’interno di tale obiettivo strategico che, allora, diventa possibile prendere in considerazione il discorso sul “modello coloniale”. Si tratta però, oltre il paradosso, di un colonialismo senza colonie esterne e in fondo de – territorializzato ed è in questa prospettiva che le periferie delle metropoli globali diventano una delle molte “colonie interne” di cui il capitalismo globale non può fare a meno. È all’interno di questo scenario globale che episodi come la rivolta della banlieue permettono di rimettere a confronto gli ordini discorsivi che, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, avevano iniziato a prodursi. (…)
In questo nuovo paradigma è possibile immaginare la popolazione divisa all’interno di due rette, una che si muove in orizzontale e l’altra che corre in verticale, producendo un modello sociale che sembra ricalcare appieno per un verso le intuizioni di Foucault, le analisi della RAF dall’altro. Sull’asse orizzontale sono allocate quelle quote di popolazione il cui futuro oscilla tra lavori saltuari, precari e flessibili di basso profilo o le continue incursioni nell’ambito delle economie informali e/o illegali. Passaggi determinati da semplici contingenze sia “strutturali” (maggiore o minore richiesta di lavori di basso profilo), sia “individuali” (opportunità offerte occasionalmente da uno dei tanti segmenti delle economie informali). Costoro, nella migliore delle ipotesi, possono aspirare a una “dignitosa” esistenza al servizio di un qualche privato o pubblico, singolo o collettivo, padrone “bianco” e qualora siano servi mesti e fedeli non andranno incontro a troppe disavventure ma, come nella Londra vittoriana, potranno sempre contare sulla benevolenza del padrone che non gli rifiuterà i suoi abiti, smessi ma ancora in buon stato. Diverse le vite e le opportunità per coloro le cui esistenze sono inserite sull’asse che corre in verticale, il mondo dei “bianchi”. Complesso non omogeneo, dove le posizioni di rendita, di prestigio e potere sono oggetto di una stratificazione sociale ossessiva e la lotta per l’affermazione individuale feroce, priva di scrupoli e incessante ma, ed è questo il nocciolo della questione, con qualcosa che le assimila e le rende affini: le opportunità a portata di mano sono, se non infinite, numerose e pur sempre all’interno di uno “stile di vita” sociale inclusivo e rispettabile. Certo, in qualche modo, flessibilità, precarietà e “assenza di certezze” sono lo sfondo anche delle vite di molti “bianchi” ma, se per i “neri” la società dell’incertezza è solo un incubo, per i bianchi” sembra essere piuttosto un’avventura dove il saldo tra rischi e benefici sono tutti a vantaggio degli ultimi. Per i “bianchi”, nel peggiore dei casi, il tutto si risolve in salti mortali virtuali e simbolici e per di più con robuste reti di protezione sullo sfondo; per i “neri” i salti sono ugualmente mortali ma drasticamente reali, materiali e senza alcuna rete protettiva. Lo scenario oggettivamente tende a rendere i due mondi a tal punto distanti e incommensurabili che il paesaggio delle metropoli globali, più che a scenari iper – o post – moderni sembra rimandare al remake, ben riuscito, dei “mondi coloniali”.

Pertanto per un verso Lenin, per l’altro Fanon, i più acuti interpreti dell’imperialismo e del colonialismo alla luce del materialismo storico dialettico, sembrano poter fornire degli strumenti utili ad approntare un pensiero strategico all’altezza del presente. Questa ipotesi, circa la fecondità del nesso tra la teoria di Lenin e quella di Fanon, rende necessario affrontare una questione centrale. Infatti se è vero che la condizione di “masse senza volto”, si sta estendendo oltre la cosiddetta linea del colore a tutti i subalterni anche nelle metropoli occidentali, ciò comporta un fatto in un certo senso decisivo. Tale condizione infatti rimanda ad un rapporto tra le classi segnato non più da una conflittualità basata sul reciproco riconoscimento, bensì su una radicale alterità. Con l’espressione “masse senza volto”, si intende indicare la condizione di esclusione, di privazione di linguaggio politico e quindi di legittimità politica che le classi dominanti riservano a quote sempre più ampie di subalterni, anche all’interno dei territori metropolitani occidentali. Questo vuol dire che oggi, se si condivide questa prospettiva analitica, è da considerarsi estinto il rapporto dialettico fondato sul mutuo riconoscimento che è riassumibile nella celebre espressione di Marx per cui “tra pari diritti, vince la forza”. Questa espressione di Marx è contenuta nel passo del Capitale dove viene esposta in maniera chiarissima la trasformazione storico materialistica della dialettica servo – padrone hegeliana, precisamente nel Capitolo ottavo del Libro Primo dedicato all’analisi della giornata lavorativa.

Scrive Marx:
“Si vede allora che, eccetto limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci preso in se stesso non risulta alcun limite alla giornata lavorativa, perciò nessun limite al pluslavoro. Il capitalista, tentando di fare più lunga possibile la giornata lavorativa e tentando di farne due da una quando gli sia possibile, mette avanti il suo diritto di acquirente. D’altro lato la particolare natura della merce venduta comporta un limite nel suo consumo da parte dell’acquirente, mentre l’operaio, nel tentativo di limitare la giornata lavorativa a una certa normale grandezza, mette avanti il proprio diritto di venditore. Perciò qui si verifica una antinomia, diritto contro diritto, ambedue ugualmente suggellati dalla legge dello scambio delle merci. Tra uguali diritti decide la forza. E così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa appare come lotta per i limiti della giornata lavorativa, lotta tra il capitalista in generale, ossia la classe dei capitalisti, e l’operaio in generale, ossia la classe operaia.”
In questo passo è condensata la forma generale del conflitto tra Capitale e Lavoro dentro la fase di consolidamento del capitalismo industriale alla metà dell’Ottocento. In questa configurazione vi sono evidentemente due poli legati da una tensione: gli uguali diritti, e la forza. E proprio sulla lettura e l’interpretazione di questa tensione sono state costruite le diverse posizioni politiche nel movimento operaio e socialista e le revisioni della teoria marxiana. Al di là dei presupposti e dei loro esiti, è importante notare come tutte le riletture e le interpretazione della relazione tra Capitale e Lavoro pensata da Marx, prodottesi nel movimento operaio e socialista, partano da un’analisi della forma stato in cui si trovano ad operare, nonché dei rapporti di forza esistenti tra i diversi stati.

Non a caso nel dibattito interno alla socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento, sia il riformismo di Kautsky, sia il revisionismo di Bernstein prendono le mosse da una riconsiderazione del rapporto antinomico tra Capitale e Lavoro. Il centrismo di Kautsky, che guida la socialdemocrazia tedesca tra gli anni ’70 e ’80 del XIX secolo, interpreta in maniera deterministica la dialettica storico materialistica, di fatto arrivando a preconizzare la fine del capitalismo e l’avvento del socialismo come l’esito implicito nello stesso sistema capitalistico, leggendo cioè la storia come un processo evolutivo di tipo lineare. La crescita numerica e qualitativa del movimento operaio in Germania in quegli anni, insieme alla prima grave crisi del capitalismo, accrescono queste convinzioni. Conseguenza pratica di questa posizione è che la socialdemocrazia non debba organizzare la rivoluzione, ma organizzarsi per la rivoluzione, quest’ultima intesa come un esito oggettivo e non il prodotto dell’agire di una soggettività. Questo significa di fatto che la socialdemocrazia, secondo Kautsky, deve solo attrezzarsi a spingere in avanti le riforme che porteranno alla realizzazione di questo passaggio: quindi l’affermazione marxiana “tra pari diritti decide la forza”, è interpretata facendo della forza un attributo del diritto: la forza diventa cioè forza legale con cui il Capitale e il Lavoro si battono all’interno dei confini dello stato, che non è più apparato di dominio delle classi dominanti, ma campo di battaglia neutro in cui si gioca la partita.

Bernstein, invece, costruisce il suo revisionismo negli anni ’90, in un momento in cui la crisi capitalistica iniziata nel 1873 sembra essersi risolta, grazie alla capacità del Capitalismo di ristrutturarsi, in questo caso attraverso la creazione dei monopoli e l’inaugurazione della sua fase compiutamente imperialista. E Bernstein – contestando la vulgata messianica che si sarebbe impadronita del movimento operaio condannandolo ad una vuota fraseologia rivoluzionaria, peraltro smentita dal non essere seguita la rivoluzione alla crisi – arriva a negare la rivoluzione come fine stesso dei movimenti socialisti, riducendo il marxismo ad un semplice criterio di interpretazione storica. Pertanto per il revisionista Bernstein, lo sviluppo del capitalismo contiene in se stesso il suo superamento, non in senso rivoluzionario, ma progressista: lo sviluppo dell’uguaglianza politica, attraverso il suffragio universale e la democrazia di massa, avrebbe riassorbito progressivamente le disuguaglianze economiche e di classe. Compito della socialdemocrazia era dunque quello di favorire il processo democratico, puntando sulla propria crescita parlamentare. Bernstein identifica dunque la forza in grado di decidere tra i pari diritti, con lo stesso processo storico, con il quale, di fatto, la forma dello stato arriva a coincidere completamente. Detto per inciso, non è un caso che colui che intende depurare il marxismo di quel carattere dialettico che lo renderebbe dogmatico in quanto inficiato da un apriorismo teorico di matrice hegeliana, arriva ad una forma di giustificazionismo storico non molto diverso da quello della destra hegeliana.

L’ipotesi leninista, si costruirà invece sull’analisi concreta della nuova fase imperialista del capitalismo, compresa come inevitabilmente destinata a produrre la guerra e quindi sulla possibilità della rottura rivoluzionaria, attraverso l’uso della forza, che proprio dentro la guerra si renderà possibile: una rottura resa possibile organizzando quella parte di classe operaia che, in virtù dell’oggettiva postazione occupata nel processo produttivo, non risulta essere catturata dal consenso verso le proprie classi dominanti. In Lenin quindi la forza torna ad essere un elemento autonomo, e l’antinomia tra i pari diritti che vedono contrapporsi il Capitale e il Lavoro, viene letta nella sua forma radicalmente dialettica, cioè situata all’interno della situazione storica concreta delle potenze imperialiste alle prese con il Primo conflitto interimperialistico mondiale.

Gramsci, leggerà la rottura della macchina statuale prodottasi nell’impero zarista con la Rivoluzione d’ottobre come un evento non riproducibile nei Paesi a capitalismo “più avanzato”, dove “gli apparati egemonici dominanti sono troppo forti per essere abbattuti con una guerra di movimento” [Quaderni 6,138].

E’ interessante dedicare un attimo di attenzione al concetto di egemonia gramsciano e al suo legame molto stretto con l’analisi di quel fenomeno che si produce, dall’inizio del XX secolo, nelle nazioni europee governate da sistemi liberali: ossia la crisi del liberalismo, determinata dall’avvento delle società di massa.

Gramsci, in un paragrafo dei Quaderni, intitolato Organizzazione delle società nazionali, scrive:
“Ho notato altra volta che in una determinata società nessuno è disorganizzato e senza partito, purché si intendano organizzazione e partito in senso largo e non formale. In questa molteplicità di società particolari, di carattere duplice, naturale e contrattuale o volontario, una o più prevalgono relativamente o assolutamente, costituendo l’apparato egemonico di un gruppo sociale sul resto della popolazione (o società civile), base dello Stato inteso strettamente come apparato governativo‑coercitivo. Avviene sempre che le singole persone appartengano a più di una società particolare e spesso a società che essenzialmente sono in contrasto fra loro. Una politica totalitaria tende appunto: 1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi membri ad organismi culturali estranei; 2) a distruggere tutte le altre organizzazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo regolatore. Ciò avviene: 1) quando il partito dato è portatore di una nuova cultura e si ha una fase progressiva; 2) quando il partito dato vuole impedire che un’altra forza, portatrice di una nuova cultura, diventi essa «totalitaria»; e si ha una fase regressiva e reazionaria oggettivamente, anche se la reazione (come sempre avviene) non confessi se stessa e cerchi di sembrare essa portatrice di una nuova cultura.
La cosa da notare è che secondo Gramsci, l’avvento della società di massa, con l’inclusione delle masse nello Stato come necessità da parte del potere statuale, ossia delle classi dominanti borghesi, di catturare il consenso delle classi subalterne, a causa del nuovo ruolo produttivo di queste ultime, trasformerebbe il rapporto tra Capitale e Lavoro, condensato nell’affermazione marxiana: “tra uguali diritti, decide la forza” , attraverso un’inedita fusione tra il concetto di diritto e di forza; una fusione che Gramsci definisce con la categoria di egemonia.

L’egemonia è una categoria che porta Gramsci a rileggere anche il concetto di ideologia marxiana: l’affermazione marxiana per cui le idee dominanti sarebbero sempre le idee delle classi dominanti, viene da Gramsci trasformata e, in questo modo, lo scontro ideologico tra le classi assume una sua autonomia all’interno del conflitto di classe:
“Nello sviluppo di una classe nazionale, accanto al processo della sua formazione nel terreno economico, occorre tener conto del parallelo sviluppo nei terreni ideologico, giuridico, religioso, intellettuale, filosofico, ecc.: si deve dire anzi che non c’è sviluppo sul terreno economico, senza questi altri sviluppi paralleli. Ma ogni movimento della «tesi» porta a movimenti della «antitesi» e [quindi] a «sintesi» parziali e provvisorie.”
Bisogna sottolineare che Gramsci assume come orizzonte prioritario del suo pensiero strategico la nazione, intendendo il conflitto tra le classi primariamente in una dimensione nazionale e successivamente in una posizione internazionale. Tutto questo spazio dedicato all’analisi dell’interpretazione gramsciana degli “uguali diritti e della forza”, è dovuta al fatto che oggi molto spesso la teoria dell’egemonia è chiamata in causa come possibile paradigma di riferimento per costruire una strategia rivoluzionaria nell’attuale fase e tuttavia, proprio il tramonto definitivo dell’orizzonte storico su cui ragiona Gramsci (il paradigma dello stato che punta a includere le masse in virtù di una necessità economica), sembrerebbe escludere l’attualizzazione della teoria gramsciana nella cornice odierna.

Chiudiamo la parentesi su Gramsci, riportando un ultimo passo dai Quaderni:
“Anche la questioni della cosiddetta «rivoluzione permanente», concetto politico sorto verso il 1848, come espressione scientifica del giacobinismo in un periodo in cui non si erano ancora costituiti i grandi partiti politici e i grandi sindacati economici e che ulteriormente sarà composto e superato nel concetto di «egemonia civile». La questioni della guerra di posizione e della guerra di movimento, con la questione dell’arditismo, in quanto connesse con la scienza politica: concetto quarantottesco della guerra di movimento in politica è appunto quello della rivoluzione permanente: la guerra di posizione, in politica, è il concetto di egemonia, che può nascere solo dopo l’avvento di certe premesse e cioè: le grandi organizzazioni popolari di tipo moderno, che rappresentano come le «trincee» e le fortificazioni permanenti della guerra di posizione”.
L’equiparazione tra grandi organizzazioni popolari di tipo moderno e le trincee, ossia la forma paradigmatica dell’organizzazione della guerra industriale all’interno dello stato nazione che in virtù di ciò è costretto a includere le masse, può spiegare meglio di tante parole in che senso la lettura gramsciana del rapporto tra Capitale e Lavoro attraverso la categoria di egemonia, al di là del giudizio politico che se ne dia rispetto agli anni ’30 del Novecento in cui è stata formulata, appaia oggi del tutto inattuale.

A questo punto, allora, è necessario provare a chiarire in che senso abbiamo più volte affermato che il paradigma di mutuo riconoscimento tra Capitale e Lavoro nell’attuale fase imperialista del capitalismo globale sembri del tutto venuto meno. Abbiamo scritto che il paradigma neocoloniale sembra definire un mondo dove a farla da padrone è l’alterità radicale tra classi dominanti e subalterni; dove tra le classi dominanti e masse subalterne non esiste più alcuna reciprocità, nessun riconoscimento. Questo significa che oggi saremmo di fronte alla riproposizione in una nuova veste ed estesa progressivamente a un sempre maggior numero di subalterni di quel modello coloniale che presupponeva la svalutazione e la negazione dello status di cittadini dotati di linguaggio ai colonizzati. Una delle dimostrazioni più palesi ne è la fine del modello del Welfare State. Il modello statuale di tipo nuovo che caratterizzerebbe l’attuale fase imperialista lo abbiamo definito attraverso il paradigma dell’esclusione sociale e della marginalizzazione, dove l’escluso e il marginale non sono più come nell’epoca degli albori del capitalismo e poi della sua prima fase di sviluppo imperialistico il residuo di una società ormai tramontata, bensì rappresentano il tipo di forza lavoro richiesto dall’attuale sviluppo delle forze produttive: una forza lavoro totalmente docile allo sfruttamento e disponibile just in time. Questa nuova figura operaia, la nuova composizione della classe, è ovviamente il prodotto del sistema di produzione del capitalismo globale, che può molto schematicamente essere riassunto in tre elementi: estremizzazione del processo di finanziarizzazione dell’economia, terza rivoluzione tecnologica con un ruolo inedito delle macchine dovuto al passaggio dall’automazione all’informatica, e dominio delle imprese multinazionali.

L’ipotesi, dentro l’attuale fase imperialista della cancellazione del rapporto di mutuo riconoscimento tra capitale e lavoro salariato ha una serie di implicazioni teoriche molto vaste, che chiaramente non si possono riassumere in maniera organica in un intervento di questo tipo. Rappresenta indubbiamente una sfida di grande portata per il materialismo storico dialettico, che chiama in causa le sue radici filosofiche, occidentali. E d’altra parte quella del confronto e della dissoluzione dei presupposti della tradizione filosofica borghese occidentale, quale portato ideologico di un determinato sistema di produzione e di sfruttamento, è una sfida che il materialismo storico dialettico ingaggia fin dalla sua nascita. E’ quella sfida che Marx condensa nella famosa e forse mai abbastanza riletta IX tesi su Feuerbach, ed è una sfida che il marxismo europeo nella versione ortodossa dei partiti comunisti nazionali del secondo dopoguerra ha sostanzialmente perso, rimanendo ingabbiato in quegli stessi fondamenti filosofici eurocentrici che la teoria marxiana aveva inteso sfondare (di fatto rimanendo ingabbiato in quello che Marx definisce come “il misticismo della dialettica hegeliana”).

Dunque, se il rapporto di riconoscimento (gli uguali diritti) tra Capitale e Lavoro viene meno, se si instaura un paradigma di alterità, di svalutazione, esclusione delle classi subalterne da parte delle élite dominanti, la domanda fondamentale diventa se sia corretto parlare ancora di dialettica, e se un’affermazione di questo tipo non metta in discussione l’intero impianto teorico di interpretazione del capitalismo costruito da Marx. Questa è la sfida, anche sul piano filosofico, che tale lettura della realtà odierna contiene. Due sono le indicazioni che in tal senso si possono dare e che hanno a che fare entrambe con la teoria e la prassi della RAF e con una sua rilettura per il presente.

La prima, è l’indicazione che viene dalla lettura di Marx, e bisogna aggiungere di Lenin, fatta da Louis Althusser. In particolare in “Contraddizione e surdeterminazione”, uno dei saggi contenuti in Per Marx, Althusser introduce come categoria interpretativa fondamentale della dialettica storica materialistica quella per cui la storia avanza sempre “a partire dal suo lato cattivo”. Cosa significa questa affermazione? Significa, sempre semplificando estremamente per motivi di sintesi, che la dialettica nel materialismo storico non è un movimento chiuso nel pensiero, un movimento concettuale e pertanto informato alla logica dell’identità, ma è un movimento che parte dalla complessità della realtà in cui le contraddizioni non sono mai semplici, ossia prende le mosse da quel fenomeno che, come acutamente osservava Lenin nelle sue note a margine della lettura di Hegel, “è sempre più ricco della legge”. Ed è per questo motivo che la dialettica nel materialismo marxiano è intimamente storica. Il fatto che la dialettica parta dalla realtà concreta, ossia dalle contraddizioni materiali concrete della realtà, determina che sia “il lato cattivo”, ossia il lato “non riconosciuto”, pertanto non giustificato, non normalizzato, non facente parte dell’ordine discorsivo dominante con i suoi valori e le sue verità, a muovere, a spingere in avanti, oltre se stessa, la realtà. Tale movimento dialettico quindi non potrà che avvenire come rottura dell’ordine esistente e costituito, e non più come conciliazione delle contraddizioni presenti in esso. Una rottura peraltro che arriva dal di fuori e non ha mai le caratteristiche del progresso lineare e pacifico, né nella forma del riformismo, né in quella dell’egemonia.

Scrive Althusser:
“Per questo il «rovesciamento» marxista della dialettica hegeliana è tutt’altro che una pura e semplice estrazione. Se infatti si coglie chiaramente il rapporto di stretta intimità che la struttura della dialettica instaura in Hegel con la sua «concezione del mondo», ossia con la sua filosofia speculativa, è impossibile gettare davvero alle ortiche questa «concezione del mondo», senza essere obbligati a trasformare profondamente le strutture della dialettica stessa.

Se no, che lo si voglia o no, ci si trascinerà ancora dietro, centocinquanta anni dopo la morte di Hegel e cent’anni dopo Marx, i brandelli del famoso «involucro mistico». Ritorniamo dunque a Lenin e attraverso Lenin a Marx. Se è vero, come dimostrano tanto l’esperienza quanto la riflessione leninista, che la situazione rivoluzionaria in Russia dipendeva precisamente dal carattere d’intensa surdetermìnazione della contraddizione fondamentale di classe, bisogna forse domandarsi in che cosa consista l’eccezionalità di questa «situazione eccezionale» e se, come ogni eccezione, questa eccezione non illumini la regola, se non sia, all’insaputa della regola, la regola stessa. Giacché infatti, non siamo forse sempre nell’eccezione? Eccezione l’insuccesso tedesco del ’49, eccezione l’insuccesso parigino del ’71, eccezione l’insuccesso socialdemocratico tedesco agli inizi del XX secolo in attesa del tradimento sciovinista del ’14, eccezione il successo del ’17... Eccezioni, ma in rapporto a che cosa? ...se non in rapporto a una certa idea astratta ma confortante, rassicurante, di uno schema « dialettico » depurato, che aveva, nella sua stessa semplicità, come serbato la memoria (o ritrovato l’ andamento) del modello hegeliano e la fede nella « virtù » risolutiva della contraddizione tra Capitale e Lavoro.
Questa osservazione permette di tornare al binomio “Lenin – Fanon” da cui siamo partiti: Lenin e Fanon hanno entrambi pensato, nella lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, la dialettica tra guerra di posizione e guerra di movimento, non assolutizzando nessuno dei due lati. Lenin, vedeva la guerra di movimento, intesa come insurrezione, quale momento culminante del rapporto crisi-guerra. Dentro la guerra, come passaggio ineludibile delle crisi del capitalismo, si pone la possibilità della rottura e quindi della guerra di movimento. Prima di questo momento, il partito prepara il terreno attraverso la guerra di posizione. Per lo meno questo è il Lenin teorico dell’insurrezione nei paesi imperialisti; se guardiano alle posizioni della Terza Internazionale rispetto alla situazione nei paesi colonizzati, si osserva però che questo rapporto tra guerra di posizione e guerra di movimento è posto in maniera diversa. Una maniera che si avvicina a quella che emerge negli scritti di Fanon. Quando Fanon afferma che “il colonialismo cede solo con il coltello puntato alla gola”, sta dicendo che nei paesi colonizzati non è possibile guerra di posizione che non sia un’articolazione della strategia della guerra di movimento e questo perché dentro la dominazione colonialista non esiste nessun piano di mediazione politica tra potere colonialista e colonizzati: ossia non esiste dialettica del riconoscimento. Perciò per Fanon nelle lotte anticoloniali ogni forma della guerra di posizione, intesa come creazione di strutture legali, è l’esito di una conquista ottenuta mediante l’uso della forza ed è possibile mantenerla solo tramite l’esistenza delle strutture della guerra di movimento. Ora appunto, una lettura della tendenza di sviluppo del capitalismo come quella fatta dalla RAF e che passati quarant’anni sembra essersi inverata su scala planetaria, producendo un paradigma di tipo neocoloniale anche all’interno dei confini dei paesi imperialisti, rende queste riflessioni di Lenin e Fanon sul rapporto tra guerra di posizione e di movimento estremamente attuali. Certamente si tratta di un punto che impone una riflessione strategica approfondita, ma anche una decisione rispetto alla lettura che si fa della realtà che si ha di fronte e delle tendenze che la attraversano. In particolare sembra necessario sciogliere i dubbi sulla questione del venir meno degli istituti di mediazione, intesi come mezzi del compromesso nella lotta di classe e come strumenti di mantenimento del consenso e dell’ordine sociale da parte delle classi dominanti. Ossia, la domanda che necessita una risposta è se, in linea di tendenza, il piano della rappresentanza delle classi subalterne dentro l’orizzonte della democrazia borghese, nelle sue diverse articolazioni politiche, sindacali, ideologiche e culturali, abbia tuttora una sua praticabilità autonoma o comunque separata dal contemporaneo esercizio della forza, oppure se sia in via di cancellazione. E se è così, è sensatamente ipotizzabile una battaglia di retroguardia, nella forma della guerra di posizione, di fronte al venir meno degli istituti della mediazione politica? Una rilettura di Lenin e Fanon, come indicazione che viene da alcune intuizioni della RAF, lo escluderebbe.

La seconda indicazione, rispetto alla compatibilità tra un’analisi marxista e il configurarsi di un paradigma neocoloniale in cui viene meno il rapporto di reciproco riconoscimento tra capitale e lavoro salariato, proviene da un pensatore e militante comunista agli antipodi teorici rispetto ad Althusser: si tratta di Lukács. In particolare, il riferimento è alla categoria di “attualità della rivoluzione”, che Lukács utilizza nel suo saggio su Lenin del 1924. In quel saggio Lukács afferma che la grandezza insuperata di Lenin come rivoluzionario sarebbe stata proprio nell’aver compreso che il punto nodale della teoria di Marx risiedesse nell’attualità della rivoluzione, ossia nel concepire la realtà come una totalità organica e dialettica, dove cioè non esiste parte se non riferita al tutto, dove il concreto è tale solo se riferito alla totalità dei fenomeni. Come si legano secondo Lukács totalità e attualità della rivoluzione? Saper vedere la totalità come insieme delle contraddizioni concrete, permette di riconoscere la possibilità della rottura rivoluzionaria dentro ogni passaggio e dentro ogni contesto, in quanto nessuna parte è slegata dalle altre, e il nesso complessivo tra esse è quell’insieme di contraddizioni che contiene la possibilità del loro superamento. Tornando al problema: proprio la categoria dell’attualità della rivoluzione, individuata da Lukács come il nucleo essenziale del materialismo storico dialettico, inteso quale arma di trasformazione della realtà, ci permette di affermare che la fine dei pari diritti tra Capitale e Lavoro e del mutuo riconoscimento nella lotta tra classi non solo sia compatibile con una lettura dialettica storico materialistica della realtà, ma anzi ne sia il frutto: infatti se la contraddizione tra le classi – che nello scenario odierno appare farsi altro da sé, e cioè diventare radicale alterità, quindi sganciarsi da una rapporto dialettico con il suo opposto – è in realtà compresa come prodotto storicamente determinato dello sviluppo delle forze di produzione e quindi come rapporto sociale che è il prodotto di questa determinata fase dello sviluppo del Capitale: allora non solo essa non smentisce il materialismo storico dialettico, ma è individuabile proprio grazie all’utilizzo di questo metodo nella lettura della realtà odierna. La RAF in tal senso, nel suo utilizzo costante, sia teorico che pratico, dell’anticipazione leniniana ha chiaramente fatto sua la lettura lukácsiana di Lenin. Che la RAF, avesse colto e fatta sua proprio la categoria dell’attualità della rivoluzione, lo dimostra la sua concezione della prassi rivoluzionaria come resistenza e appoggio alle forze antimperialiste all’interno del ventre della balena imperialista. La RAF riconobbe che operando dentro la RFT, centro nevralgico del comando del capitale multinazionale durante la Guerra Fredda, non fosse sensatamente ipotizzabile puntare immediatamente allo sviluppo di una fase insurrezionale all’interno di quei confini, ma fosse possibile appoggiare dall’interno le lotte antimperialiste dei popoli colonizzati. Questa posizione richiama l’osservazione, riportata da Lukács, che fa Lenin rispetto alla Confederazione svizzera, e i comunisti svizzeri agli albori del Primo conflitto mondiale. La posizione neutrale della Svizzera, la sua marginalità nello scontro interimperialistico, la minorità numerica dei comunisti elvetici devono far virare i comunisti verso posizioni riformiste, non ritenendo possibile un’azione immediatamente rivoluzionaria, oppure, cogliendo la contraddizione come nesso tra la parte e il tutto, e la totalità come intero storicamente determinato, possono essi fornire un fondamentale contributo logistico all’organizzazione della rivoluzione? La risposta ce la da la storia: Lenin opera in svizzera dal ‘15 al ‘17 e dalla Svizzera parte per arrivare puntuale all’appuntamento con la storia nella stazione Finlandia di Pietrogrado, nell’aprile del ’17. La RAF ugualmente si attrezza per poter rappresentare la resistenza all’interno del cuore pulsante dell’imperialismo in appoggio alla guerra di liberazione rivoluzionaria che si conduce in Indocina o in Medio Oriente. E lo fa riconoscendo la centralità delle lotte antimperialiste e il possibile legame tra quelle e la composizione di classe multinazionale che l’emigrazione, in funzione della ricostruzione economica, ha creato nella RFT. Quando nel ’72 viene compiuto l’attentato al centro di comando Usa di Heidelberg che distrugge alcuni dati sensibili sulla guerra del Vietnam, l’azione della Raf viene proclamata attraverso manifesti per le strade di Hanoi e la Raf viene riconosciuta come una parte del movimento comunista antimperialista da parte dei popoli sfruttati, essendo riuscita a centrare il cuore della contraddizione.

Lo scenario che abbiamo oggi di fronte: le deportazioni e la reclusione in nuovi campi di concentramento dei migranti, la guerra diffusa ai confini della fortezza Europa, il diffondersi dello jihadismo, non solo all’esterno ma anche all’interno delle metropoli occidentali tra le classi subalterne in pelle scura, e parallelamente di un nichilismo senza prospettive di riscatto tra i subalterni autoctoni, tutto questo, sembra rendere queste riflessioni più che attuali. Le trasformazioni in cui siamo immersi, insieme ai danni che l’interpretazione eurocentrica del marxismo ha provocato, indicano la strada di un ripensamento della dialettica storico materialistica nel suo senso radicale. Rileggere il Fanon de I dannati della terra in questo senso può essere molto utile. Perciò, questa riflessione si chiude con passo tratto dalla conclusione de I dannati della terra, dove appare evidente come il mondo di oggi sia profondamente mutato rispetto a quello che aveva di fronte Fanon alla fine degli anni ’50 del secolo scorso; e se purtroppo il movimento di decolonizzazione ha fallito nelle sue mire emancipatrici, non è certo stato il volto umano del capitalismo ad essersi esteso ai paesi colonizzati, bensì è un modello neocoloniale dalle fattezze brutali che si estende a livello globale. Proprio per questo, nonostante il mutamento del contesto storico, lo sguardo di Fanon appare oggi forse ancora più attuale:
(…) Lasciamo quest’Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle stesse sue strade, a tutti gli angoli del mondo. Sono secoli che l’Europa ha arrestato la progressione degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che in nome d’una pretesa «avventura spirituale» soffoca la quasi totalità dell’umanità. Quell’Europa che non smise mai di parlare dell’uomo, di proclamare che non era preoccupata se non dell’uomo, noi sappiamo oggi con quali sofferenze l’umanità ha pagato ciascuna delle vittorie del suo spirito. Sì, lo spirito europeo ha avuto singolari fondamenti. Tutta la riflessione europea si è svolta in luoghi sempre più deserti, sempre più dirupati. Si è presa così l’abitudine d’incontrare sempre meno l’uomo.

Un dialogo permanente con se stessi, un narcisismo sempre più osceno non hanno cessato di preparare il letto a un semidelirio in cui il lavoro cerebrale diventa una sofferenza, non essendo la realtà per nulla quella dell’uomo che vive, lavora e si fabbrica, ma parole, accozzamenti diversi di parole, le tensioni nate dai significati contenuti nelle parole. Ci sono stati tuttavia europei che hanno invitato i lavoratori europei a spezzare questo narcisismo e rompere con questa mancanza di senso di realtà. In linea generale, i lavoratori europei non hanno risposto a quegli appelli. Il fatto è che i lavoratori si sono creduti, anch’essi, interessati dall’avventura prodigiosa dello Spirito europeo.

Tutti gli elementi d’una soluzione ai grandi problemi dell’umanità sono, in momenti diversi, esistiti nel pensiero dell’Europa. Ma l’azione degli uomini europei non ha realizzato la missione che le spettava e consisteva nel premere con violenza su quegli elementi, nel modificarne l’ordinamento, l’essere, nel mutarli, infine nel portare il problema dell’uomo a un livello incomparabilmente superiore. Oggi, assistiamo a una stasi dell’Europa. Fuggiamo, compagni, da quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell’equilibrio. Riprendiamo la questione dell’uomo. Riprendiamo la questione della realtà cerebrale, della massa cerebrale di tutta l’umanità di cui occorre moltiplicare le connessioni, diversificare i reticoli e riumanizzare i messaggi.

Su, fratelli, abbiamo veramente troppo lavoro per trastullarci con giochi di retroguardia. (…)
Note:
[1] G. Bausano, E. Quadrelli, Ulrike Meinhof, una vita per la rivoluzione, Gwynplaine, Camerano (AN) 2016
[2] G. Bausano, E. Quadrelli, Classe, partito, guerra, Gwynplaine, Camerano (AN) 2014; Id. Per Lenin. Materialismo storico e politica rivoluzionaria, Gwynplaine, Camerano (AN) 2011.

Fonte